Epistulae morales ad Lucilium

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Epistole a Lucilio
Titolo originaleEpistulae morales ad Lucilium
Seneca - Epistolae ad Lucilium, MCCCCLXXXXIIII a di XIIII di Aprile - 544792.jpg
Edizione quattrocentesca
AutoreLucio Anneo Seneca
1ª ed. originale65
Generesaggio
Sottogenerefilosofia etica, stoicismo
Lingua originalelatino

Le Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio) sono una raccolta di 124 lettere, suddivise in 20 libri, scritte da Lucio Anneo Seneca negli ultimi mesi di vita. L'opera venne messa a punto negli anni del disimpegno politico del filosofo, tra il 62 e il 65, ed è giunta a noi incompleta.

Il destinatario delle missive è Lucilio Iuniore, governatore della Sicilia oltreché poeta e scrittore. L'epistolario costituisce un caso unico nel panorama letterario latino, sebbene Seneca abbia quasi certamente tratto l'idea di comporre lettere filosofiche da Platone e da Epicuro. È un'opera sulla quale si discute se siano davvero lettere inviate da Seneca a Lucilio oppure una mera finzione letteraria, ma è assai probabile che si tratti di un epistolario reale, dato che in varie lettere si chiede una risposta dell'amico.

Rispetto alla tradizione epistolare, rappresentata in particolare da Cicerone, il filosofo distingue le lettere filosofiche dalla comune pratica epistolare.

Struttura e temi dell'opera[modifica | modifica wikitesto]

Le missive indirizzate a Lucilio vogliono essere uno strumento di crescita morale: Seneca sostiene infatti che lo scambio epistolare permetta di istituire un dialogo con l'amico, fornendo un esempio di vita pedagogicamente più efficace del tradizionale insegnamento dottrinale. Ritiene inoltre che la lettera sia il mezzo più appropriato per la prima fase dell'educazione, la quale richiede l'acquisizione di alcuni principi basilari, ma in seguito, ottenute le capacità analitiche necessarie, si debba arrivare a ottenere strumenti di conoscenza più complessi e impegnativi. Perciò l'epistolario, nel procedere, assume una struttura sempre più simile a quella di un trattato filosofico. Seneca, proponendo di volta in volta un nuovo tema, semplice e di apprendimento immediato, alla meditazione dell'amico discepolo, guida costui al perfezionamento interiore; per lo stesso motivo, nei primi tre libri, Seneca conclude ogni lettera con una sentenza che offre uno spunto di meditazione. Le sentenze riprendono come modello Epicuro, malgrado Seneca non si dichiari suo seguace.

Oltre all'aspetto teoretico, si aggiunge anche l'intento esortativo, con il quale Seneca intende non solo dimostrare la verità, ma altresì invitare al bene; quindi il genere epistolario risulta consono ad accogliere un tipo di filosofia priva di sistematicità e incline alla trattazione di aspetti parziali o singoli temi etici. Gli argomenti delle lettere sono molteplici e suggeriti per lo più dall'esperienza quotidiana, e in alcuni punti sono evidenti le affinità con la satira, soprattutto oraziana. Seneca parla anche delle norme cui il saggio deve attenersi nella sua indipendenza e autosufficienza: egli, per perseguire una vita dedicata al raccoglimento, e dunque al perfezionamento tramite la meditazione sulle debolezze proprie e altrui, deve imparare a disprezzare le opinioni correnti, rinunciando alle seduzioni del mondo.

La riflessione sulla condizione umana che accomuna tutti gli esseri viventi lo porta ad esprimere una forte condanna del trattamento comunemente riservato agli schiavi, accomunabile per certi versi al sentimento di carità cristiana, malgrado l'etica di Seneca rimanga aristocratica ed egli esprima il suo disprezzo per le masse popolari imbruttite dagli spettacoli del circo.

Alcuni passi fanno ben comprendere l'idea senechiana della condizione umana, dello scorrere del tempo e dell'importanza del vivere con pienezza la propria esistenza rifuggendo le tentazioni sociali:

  • "Quisquis queritur aliquem mortuum esse, queritur hominem fuisse. Omnis eadem condicio devinxit: cui nasci contigit mori restat" ("Chiunque lamenta che uno è morto, lamenta che è stato un uomo. La medesima condizione ha vincolato tutti: a chi è capitato di nascere tocca di morire") [XVI, 99].
  • "Cotidie morimur; cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque crescimus vita decrescit" ("Ogni giorno moriamo; ogni giorno infatti ci viene tolta una parte della vita, e in realtà anche quando cresciamo la vita decresce") [III, 24]
  • "Non ut diu vivamus curandum est, sed ut satis; nam ut diu vivas fato opus est, ut satis, animo. Longa est vita si plena est; impletur autem cum animus sibi bonum suum reddidit et ad se potestatem sui transtulit" ("Non dobbiamo cercare di vivere a lungo, ma di vivere abbastanza; vivere a lungo dipende dal destino, dalla nostra anima vivere quanto basta. La vita è lunga se è piena; ed è pienamente compita quando l'anima ha riconsegnato a se stessa il suo bene e ha preso il dominio di sé") [93].
  • "Quomodo fabula, sic vita: non quam diu, sed quam bene acta sit, refert" ("Come una commedia, così è la vita: non quanto è lunga, ma quanto bene è recitata, è ciò che importa") [IX, 67-20]

Influenza[modifica | modifica wikitesto]

  • Montaigne fu grandemente influenzato dalla lettura delle epistole senecane, e proprio su di esse modellò i suoi Saggi.
  • Le lettere furono inoltre una fonte fondamentale per Giusto Lipsio nello sviluppo del suo Neostoicismo verso la fine del XVI secolo.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Lucius Annaeus Seneca, Epistolae ad Lucilium [ita], Impresse nella inclita citta de Venetia, Sebastiano Manilio, Bernardino Nalli, 1494. URL consultato il 20 aprile 2015.

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