Carcharocles megalodon

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Megalodonte
Megalodon shark jaws museum of natural history 068.jpg
Ricostruzione delle fauci del Megalodonte, all'American Museum of Natural History
Stato di conservazione
Fossile
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Subphylum Vertebrata
Classe Chondrichthyes
Sottoclasse Elasmobranchii
Superordine Selachimorpha
Ordine Lamniformes
Famiglia Lamnidae o † Otodontidae
Genere Carcharodon o † Carcharocles
Specie C. megalodon
Nomenclatura binomiale
Carcharodon megalodon
o Carcharocles megalodon

Louis Agassiz, 1843
Sinonimi
  • Procarcharodon megalodon
    Casier, 1960
  • Megaselachus megalodon
    Glikman, 1964
  • Otodus megalodon
    Agassiz, 1843

Il megalodonte (Carcharodon megalodon o Carcharocles megalodon Louis Agassiz, 1843) è una specie estinta[1] di squalo di notevoli dimensioni, noto per i grandi denti fossili. Il nome scientifico megalodon deriva dal greco e significa appunto "grande dente". I fossili di C. megalodon si trovano in sedimenti dal Miocene al Pliocene (tra 2,3 e 2,6 milioni di anni fa).

Tassonomia[modifica | modifica wikitesto]

Vi fu una prima apparente descrizione del megalodonte nel 1881 ad opera del naturalista e paleontologo italiano Roberto Massimo Lawley, che lo classificò come Selache manzonii.[2]

La classificazione è oggetto di dibattito scientifico tra gli esperti. In passato questo animale è stato classificato nel genere Carcharodon, come l'attuale squalo bianco. Nel 1995 il nuovo genere Carcharocles (appartenente alla famiglia Otodontidae) fu proposto per l'animale. Molti paleontologi ora appoggiano quest'ultima teoria.

La scoperta di fossili assegnati al genere Megalolamna nel 2016 portò alla rivalutazione del genere Otodus, ora considerato parafiletico (cioè facente parte di un gruppo con un ultimo antenato comune, ma senza includere tutti i suoi discendenti). L'inclusione degli squali Carcharocles in Otodus avrebbe reso il genere monofiletico insieme a Megalolamna, che risulterebbe essere il diretto sister-taxon.[3]

È stato considerato un parente stretto del più noto, e tuttora vivente, grande squalo bianco (Carcharodon carcharias), soprattutto per la notevole somiglianza nella forma e nella struttura dei denti. Tuttavia, un numero crescente di ricercatori sta mettendo in discussione questo legame, abbracciando l'ipotesi che sia invece l'evoluzione convergente il motivo per cui squalo bianco e C. megalodon hanno una dentatura tanto simile. In ogni caso, l'aspetto e le dimensioni del C. megalodon sono ricostruiti proprio a partire da questa somiglianza.

Questo cladogramma illustra le relazioni tra il megalodonte e gli altri squali, incluso il grande squalo bianco (Carcharodon carcharias)[4]:

Lamniformes
 
 
 

Otodus obliquus


 

Carcharocles megalodon




 
 

Isurus hastalis


 

Carcharodon carcharias




Evoluzione[modifica | modifica wikitesto]

Dente di megalodonte (nero) comparato a due denti (bianchi) di grande squalo bianco su una scala centimetrica: il dente di megalodonte è lungo 13,5 cm, mentre quelli di squalo bianco tra i 2 e i 3 cm.

Sebbene i più antichi resti di megalodonte risalgano all'Oligocene superiore e siano datati circa 28 milioni di anni fa,[5][6] altre specie in competizione continuarono ad esistere anche dopo la sua evoluzione, tra i 16 e i 23 milioni di anni.[7] Si ritiene che il megalodonte si estinse verso la fine del Pliocene, probabilmente circa 2,6 milioni di anni fa;[7][8] i denti di megalodonte risalenti al Pleistocene, più recenti di 2,6 milioni di anni, sono considerati reperti inaffidabili.[8]

Il Megalodonte è adesso considerato membro della famiglia Otodontidae, genere Carcharocles, in opposizione alla precedente classificazione nella famiglia Lamnidae, genere Carcharodon.[7][8][3][9] La classificazione del megalodonte nel genere Carcharodon fu dovuta alle somiglianze dentali con il grande squalo bianco, ma la maggioranza degli esperti ora concorda che ciò si debba ad una convergenza evolutiva. In questo modello, il grande squalo bianco è più strettamente imparentato con lo squalo Isurus hastalis che con il megalodonte, come si può evincere dalle somiglianze fra i denti di queste due specie; i denti del megalodonte hanno dentellature più fini di quelle dei denti del grande squalo bianco. Il grande squalo bianco è più strettamente imparentato anche con lo squalo mako del genere Isurus, avendo con questi un ultimo antenato comune circa 4 milioni di anni fa.[10][4]

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Riproduzione di un megalodonte con aspetto simile al grande squalo bianco.

A causa dei resti frammentari, ci sono state molte stime contraddittorie sulle dimensioni per il megalodonte, in quanto possono essere ricavate solo da denti fossili e vertebre.[11][12] Anche per questo, il grande squalo bianco è alla base della sua ricostruzione e stima delle dimensioni,[13] poiché è considerato il migliore analogo al megalodonte.
Le dimensioni dei fossili ritrovati (per lo più denti lunghi fino a 17 cm, anche se pare siano stati ritrovati denti di 20 cm) fanno pensare ad un animale la cui lunghezza avrebbe potuto raggiungere i 18 metri, sebbene negli anni 1990 i biologi marini Patrick J. Schembri e Stephen Papson asserirono che il C. megalodon avrebbe potuto raggiungere una lunghezza totale massima di 24-25 m.[14][15]
Le stime sul peso indicano che potesse raggiungere le 50-60 tonnellate. Basandosi sul metabolismo dello squalo bianco, si pensa che il C. megalodon avesse bisogno di mangiare in media un quinto del suo peso ogni giorno, cioè 8 tonnellate di carne. Possedeva un'apertura della mascella superiore ai 2 metri e pare che la sua dieta potesse includere anche le grandi balene.

Diffusione, abitudini e alimentazione[modifica | modifica wikitesto]

Vertebra fossile di balena, ritenuta stata tagliata in due da un morso di C. megalodon, i solchi visibili sarebbero tracce del morso

Da alcuni siti anomali di ritrovamento sulle coste orientali degli Stati Uniti d'America e nei Caraibi si è ipotizzato che le femmine di C. megalodon partorissero le loro "uova" in baie protette, con acque particolarmente basse; solo quando i piccoli raggiungevano dimensioni ragguardevoli si avventuravano in mare aperto.

Il C. megalodon era un predatore diffuso in tutti gli oceani dalle latitudini più meridionali a quelle più settentrionali; adatto a più ambienti e più climi (ma tendenzialmente prediligendo quelli caldi e temperati), probabilmente preferiva le zone relativamente costiere, in cui era facile incontrare i grossi mammiferi marini di cui certamente si nutriva (impronte di morsi, rinvenute su resti ossei fossilizzati, anche rimarginate, tenderebbero a confermare questa teoria).

Reperti di questo grosso squalo sono però stati rinvenuti anche in zone di mare aperto, oppure in giacimenti situati in piccole isole remote dell'Oceano Pacifico e dell'Oceano Indiano. Va però aggiunto che era, con ogni probabilità, un predatore specializzato nella caccia a poca profondità.

Il miocene è stato il periodo di massima diversificazione dei cetacei di grossa taglia (20 generi di balene contro i 6 attuali), ed ha conosciuto anche una grande diffusione di altre possibili prede (dugonghi e grossi sirenidi, tartarughe marine, pinnipedi di grossa taglia, pinguini di grossa taglia, altri squali predatori, squali balena, tonni); nelle acque fredde abbondavano gli antenati dell'attuale orca, in quelle calde invece regnavano i C. megalodon.

Il C. megalodon e la criptozoologia[modifica | modifica wikitesto]

Dente di C. megalodon (AGASSIZ, 1843) rinvenuto nel deserto di Atacama (Miocene)

Alcuni criptozoologi affermano che il C. megalodon potrebbe essersi estinto più di recente, o essere addirittura sopravvissuto fino ai giorni nostri. Mentre la maggior parte degli esperti è concorde sul fatto che le prove disponibili dimostrino che il C. megalodon si sia estinto, l'idea di una popolazione di questi squali sopravvissuta sembra aver stimolato l'opinione pubblica, ma gli indizi a supporto di questa teoria sono generalmente scarsi e ambigui.

I sostenitori della sopravvivenza del megalodonte citano il ritrovamento di due denti da parte dell'HMS Challenger[16] per i quali è stata proposta la datazione a 24.000 e a 11.000 anni fa, in base alla stima del tempo impiegato dall'accumulazione del manganese sugli stessi. Tuttavia è possibile che i denti provenissero da un deposito pliocenico e siano per erosione finiti in uno strato più recente e si siano fossilizzati molto tempo prima di incrostarsi di manganese. Altri esperti ritengono che queste stime siano sbagliate, ed affermano che l'ipotesi di un C. megalodon post-Pliocene sia errata, dal momento che si basano su test e metodologie datate e non più affidabili. È stato fatto presente inoltre che il C. megalodon era un predatore che viveva lungo le coste, e che quindi pensare che ci siano esemplari sopravvissuti in acque profonde è veramente difficile[17].

Alcuni avvistamenti relativamente recenti di grandi creature simili a squali sono stati interpretati come avvistamenti di C. megalodon sopravvissuti, ma queste testimonianze sono normalmente considerate abbagli dovuti all'avvistamento di squali elefante e squali balena, o di altri grandi animali. Un famoso esempio è quello riportato dallo scrittore Zane Grey. È possibile, ma improbabile, che alcuni di questi avvistamenti siano dovuti a squali bianchi di dimensioni enormi. Il video che ritrae il presunto megalodonte durante un'immersione in gabbia è da ritenersi un falso.

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Scheletro di megalodonte ricostruito su un display al Calvert Marine Museum di Solomons.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Catalina Pimiento, Christopher F. Clements, [Full text When Did Carcharocles megalodon Become Extinct? ANew Analysis of the Fossil Record], in PlosONE, vol. 9, nº 10, 2014, pp. 1-5. URL consultato il 27 giugno 2015.
  2. ^ Roberto Lawley, Selache manzonii n. sp. – Dente Fossile délia Molassa Miocenica del Monte Titano (Repubblica di San Marino), in Atti Della Società Toscana Di Scienze Naturali, vol. 5, 1881, pp. 167–172.
  3. ^ a b K. Shimada e R. E. Chandler, A new elusive otodontid shark (Lamniformes: Otodontidae) from the lower Miocene, and comments on the taxonomy of otodontid genera, including the 'megatoothed' clade, in Historical Biology, vol. 29, nº 5, 2016, pp. 1–11, DOI:10.1080/08912963.2016.1236795.
  4. ^ a b D. J. Ehret, G. Hubbell e B. J.Macfadden, Exceptional preservation of the white shark Carcharodon from the early Pliocene of Peru (Full text), in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 29, nº 1, 2009, pp. 1–13, DOI:10.1671/039.029.0113, JSTOR 20491064. Formato sconosciuto: Full text (aiuto)
  5. ^ Habe Hideo, Goto Mastatoshi e Kaneko Naotomo, Age of Carcharocles megalodon (Lamniformes: Otodontidae): A review of the stratigraphic records, in The Palaeontological Society of Japan, vol. 75, nº 75, 2004, pp. 7–15.
  6. ^ M. D. Gottfried e R. E. Fordyce, An associated specimen of Carcharodon angustidens (Chondrichthyes, Lamnidae) from the Late Oligocene of New Zealand, with comments on Carcharodon interrelationships, in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 21, nº 4, 2001, pp. 730–739, DOI:10.1671/0272-4634(2001)021[0730:AASOCA]2.0.CO;2.
  7. ^ a b c C. Pimiento, B. J. MacFadden, C. F. Clements e S. Varela, Geographical distribution patterns of Carcharocles megalodon over time reveal clues about extinction mechanisms, in Journal of Biogeography, vol. 43, nº 8, 2016, pp. 1645–1655, DOI:10.1111/jbi.12754.
  8. ^ a b c C. Pimiento e C. F. Clements, When Did Carcharocles megalodon Become Extinct? A New Analysis of the Fossil Record, in PLoS ONE, vol. 9, nº 10, 2014, pp. e111086, Bibcode:2014PLoSO...9k1086P, DOI:10.1371/journal.pone.0111086, PMC 4206505, PMID 25338197.
  9. ^ C. Pimiento e M. A. Balk, Body-size trends of the extinct giant shark Carcharocles megalodon: a deep-time perspective on marine apex predators, in Paleobiology, vol. 41, nº 3, 2015, pp. 479–490, DOI:10.1017/pab.2015.16, PMC 4541548, PMID 26321775.
  10. ^ K. G. Nyberg, C. N. Ciampaglio e G. A. Wray, Tracing the ancestry of the great white shark, Carcharodon carcharias, using morphometric analyses of fossil teeth, in Journal of Vertebrate Paleontology, vol. 26, nº 4, 2006, pp. 806–814, DOI:10.1671/0272-4634(2006)26[806:TTAOTG]2.0.CO;2.
  11. ^ Mark Renz, Megalodon: Hunting the Hunter, 2002, Lehigh Acres, Florida: PaleoPress. pp. 1–159. ISBN 978-0-9719477-0-2. OCLC 52125833.
  12. ^ Roger Portell, Gordon Hubell, Stephen Donovan, Jeremy Green, David Harper e Ron Pickerill, Miocene sharks in the Kendeace and Grand Bay formations of Carriacou, The Grenadines, Lesser Antilles (PDF), in Caribbean Journal of Science, vol. 44, nº 3, 2008, p. 279–286, DOI:10.18475/cjos.v44i3.a2 (archiviato dall'url originale il 20 luglio 2011).
  13. ^ Peter Klimley, David Ainley, "Evolution", Great White Sharks: The Biology of Carcharodon carcharias., capitolo 3, 1996, San Diego, California: Academic Press. ISBN 978-0-12-415031-7. OCLC 212425118
  14. ^ Patrick Schembri, Malta's Natural Heritage, in Natural Heritage. In, Malta, 1994, p. 105–124.
  15. ^ Stephen Papson, Copyright: Cross the Fin Line of Terror, in Journal of American Culture, vol. 15, nº 4, 1992, p. 67–81, DOI:10.1111/j.1542-734X.1992.1504_67.x.
  16. ^ W. Tschernetzky, Age of Carcharodon megalodon?, Nature 184, 1331 - 1332 (24 October 1959); doi:10.1038/1841331a0.
  17. ^ Ben S. Roesch, A Critical Evaluation of the Supposed Contemporary Existence Archiviato il 21 ottobre 2013 in Internet Archive., The Cryptozoology Review 3 (2): 1998, 14-24; Lorenzo Rossi, Megalodonte: leggenda degli abissi, Criptozoo.com, 10 dicembre 2013. URL consultato l'11 dicembre 2013 (archiviato dall'url originale il 24 dicembre 2013).

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Critica delle ipotesi sull'esistenza attuale del megalodonte[modifica | modifica wikitesto]