Angelo Rizzoli (1943-2013)

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Angelo Rizzoli detto "Angelone" (Como, 12 novembre 1943Roma, 11 dicembre 2013) è stato un imprenditore, editore, produttore cinematografico e televisivo italiano. Era figlio di Andrea Rizzoli, presidente dell'omonima casa editrice, negli anni settanta il primo gruppo editoriale italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Rizzoli Editore.
La sede storica del Corriere della Sera in via Solferino a Milano.

A 18 anni scopre di essere malato di sclerosi multipla[1]. Con l'aiuto dei medici riesce ad evitare la disabilità totale, rimarrà però claudicante alla gamba destra. A 23 anni si laurea in Scienze politiche all'Università di Pavia; ottiene la specializzazione in Media and communications alla Columbia University di New York. Nel 1970 muore il nonno Angelo senior. L'anno seguente "Angelone", così chiamato per la sua stazza imponente e per distinguerlo dal celebre nonno, entra nel consiglio di amministrazione dell'azienda di famiglia, all'età di 28 anni.

Il 12 luglio 1974 il padre Andrea decide di rafforzare la casa editrice acquistando il primo quotidiano italiano, il Corriere della Sera. Acquisendo il Corriere realizza il suo sogno di imprenditore, ma comincia a fare i conti anche con un enorme indebitamento[2]. Il Corriere perde infatti circa 5 miliardi di lire l'anno, con un tasso di inflazione che in Italia è in costante crescita[3].

Nel 1978 eredita la presidenza del gruppo, subentrando al padre. Eredita però anche un cumulo di debiti e di aziende non più profittevoli. Pressato dal sistema bancario in pochi anni cede al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, Licio Gelli ed altri iscritti alla loggia P2 il controllo del Gruppo Rizzoli-Corriere della Sera, il tutto all'insaputa dell'opinione pubblica. L'immagine della Rizzoli, primo gruppo editoriale italiano, è all'apice; Angelo è considerato un uomo di successo.

Nello stesso anno conosce ad una festa Eleonora Giorgi: meno di un anno dopo i due si sposano (il testimone di Angelo è il manager Bruno Tassan Din), durante una convention Rizzoli a Venezia, nella cripta della Basilica di San Marco, con Eleonora già incinta di cinque mesi. Nascerà un figlio maschio, cui viene dato il nome di Andrea (1980). Il nuovo piano industriale della Rizzoli prevede il lancio di nuovi investimenti, tra cui la fondazione di un quotidiano di taglio popolare, L'Occhio. I conti della casa editrice sono sempre in rosso. La solidità della Rizzoli-Corriere della Sera dipende ora dalle buone relazioni con i partiti politici, commistioni che il padre di Angelo aveva sempre accuratamente evitato.

Nel 1981 il Corriere della Sera è travolto dallo scandalo della Loggia P2, tra i quali iscritti c'è anche Angelo Rizzoli (tessera n° 532), così come il direttore generale del gruppo Bruno Tassan Din. Nel 1982 Angelo Rizzoli è ancora proprietario della maggioranza assoluta del pacchetto azionario RCS (51,39%), sommando le azioni possedute come persona fisica e quelle possedute tramite società di capitali (Italtrust e Finriz). Il 4 febbraio 1983 il gruppo ottiene dal Tribunale di Milano l'amministrazione controllata per l'«Editoriale Corriere della Sera» (l'assemblea dei creditori contava ben 2138 iscritti tra cui banche, collaboratori, rivenditori e società collegate, per un totale di 65 miliardi e 670 milioni di crediti).

Appena due settimane dopo, il 18 febbraio, Angelo, il fratello Alberto e Bruno Tassan Din (direttore generale) sono arrestati per "bancarotta patrimoniale societaria in amministrazione controllata". L'accusa è di aver «occultato, dissipato o distratto» oltre 85 miliardi di lire. Alberto subisce 21 giorni di carcere e il sequestro dei beni, per poi essere prosciolto in istruttoria. Angelo rimane in carcere 13 mesi (407 giorni in totale), prima a San Vittore, poi a Como, poi a Lodi, infine a Bergamo. Durante la detenzione del figlio, il padre Andrea è colto da infarto e muore. La sorella minore Isabella, appena diciottenne, è indagata e privata del patrimonio. Minacciata più volte di arresto, cadrà in una forte depressione e si suiciderà nel 1987, a 23 anni. Tutti i beni di Angelo Rizzoli, incluso il 50,2% della casa editrice rimasto in suo possesso, gli sono sequestrati e affidati ai custodi giudiziari.

Rizzoli non ne può disporre neanche dopo il ritorno in libertà: i custodi giudiziari vendono i suoi beni a chi è stato loro indicato dai giudici del Tribunale di Milano (una cordata che comprende Gemina, Montedison, Mittel e Giovanni Arvedi). Secondo Rizzoli, i beni vengono ceduti a un prezzo molto inferiore al loro valore di mercato, causandogli un notevole danno economico. «Il restante 50,2% delle mie azioni [è stato svenduto] per circa 9 miliardi, a fronte di una perizia contabile eseguita per conto del tribunale di Milano dal professor Luigi Guatri, già rettore della Bocconi, che valutava il solo patrimonio attivo, senza valori di testata e di avviamento, almeno 270 miliardi di lire»[4].

Angelo Rizzoli fa causa ai compratori della sua ex casa editrice, ma l'istanza viene rigettata: il tribunale accerta la congruità del prezzo e del dissesto della società. Nello stesso annus horribilis 1984, il 19 gennaio la Corte d'Appello civile di Roma condanna Rizzoli, mentre è ancora in carcere, per condotte distrattive a danno di Cineriz. Sei mesi dopo l'uscita dal carcere inizia anche la causa di separazione con la moglie, per "incompatibilità della vita in comune". Nei mesi successivi Eleonora Giorgi chiede la metà del patrimonio del marito, valutabile in 400 miliardi di lire. Ottiene 5 miliardi sulla vendita del «Corriere della Sera».

Nel 1985 Rizzoli versa 4 miliardi di lire alla nuova proprietà del gruppo editoriale, per saldare ogni debito personale con la sua ex azienda. Dopo un lungo periodo di silenzio, negli anni novanta Angelo Rizzoli riprende l'attività come produttore cinematografico e televisivo. Tra le sue produzioni, In nome del popolo sovrano con Alberto Sordi e Nino Manfredi, Padre Pio con Sergio Castellitto, Incompreso, Cuore, La guerra è finita e Le ali della vita con Sabrina Ferilli. La sua ultima produzione cinematografica fu il film Si può fare, con Claudio Bisio (2008). Angelo Rizzoli conobbe nel 1989 Melania De Nichilo, medico della Camera dei deputati. Nel 1991 i due si sposarono; ebbero due figli, Arrigo (1991) e Alberto (1993). Ha vissuto gli ultimi anni della sua vita a Roma, nel quartiere Parioli.

Il 14 febbraio 2013 è stato arrestato a Roma con l'accusa di bancarotta fraudolenta.[5] A causa della malattia che aveva contratto nell'adolescenza (sclerosi multipla) e di altre patologie[6], ha ottenuto il ricovero al reparto detentivo dell'ospedale S. Pertini. Dopo cinque mesi è passato al Policlinico Tor Vergata, fino agli arresti domiciliari e alla libertà. Il 30 novembre le sue condizioni di salute si sono aggravate. È stato ricoverato al Policlinico Gemelli, dove è morto nella serata dell'11 dicembre 2013, all'età di 70 anni.[7]

Vicende giudiziarie[modifica | modifica wikitesto]

Angelo Rizzoli è stato chiamato in giudizio sei volte dalla magistratura italiana. Nel 1983 viene arrestato per bancarotta fraudolenta in amministrazione controllata. È accusato di aver fatto sparire i fondi destinati all'aumento di capitale del 1981. Per questa vicenda Rizzoli venne condannato, con pena condonata, a tre anni e quattro mesi di reclusione. In un processo successivo del 1992 la Cassazione sentenziò che l'imprenditore non aveva trattenuto una parte dei fondi pagati da "La Centrale" di Roberto Calvi”[8]. Quei fondi erano scomparsi per opera di Tassan Din, Gelli e Ortolani.

Tre sentenze successive, pronunciate dalla Cassazione, dalla Suprema Corte d'Irlanda e dalla giustizia elvetica, hanno riconosciuto che i fondi del falso aumento di capitale furono trasferiti sui conti Recioto, Zirka e Telada presso la Rothschild Bank di Zurigo e di lì occultati in paradisi fiscali. La sentenza del 1992 viene ribadita in corte d'appello nel 1996: Rizzoli era totalmente estraneo all'operazione, come poi dimostreranno con sentenza definitiva i magistrati milanesi che si sono occupati del crac del Banco Ambrosiano.

La Corte d'Appello Civile di Milano, nel gennaio 1996, condanna invece Rizzoli per diffamazione (fatto avvenuto nel 1984) nei confronti di Giovanni Bazoli, allora presidente del Nuovo Banco Ambrosiano. Tale giudizio si è concluso con la condanna dello stesso Angelo Rizzoli a risarcire il danno (come accertato dal Tribunale di Brescia con sentenza del 28 ottobre 1998). Nel 2006 il reato per cui fu arrestato nel 1983 è stato depenalizzato; successivamente Rizzoli ha chiesto l'archiviazione del caso. Il 20 novembre 2007 il Tribunale di Milano ha rigettato la richiesta, ma Rizzoli ha presentato ricorso avverso la sentenza.

Il 26 febbraio 2009 la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso ed ha revocato la sentenza di condanna per bancarotta. Tolta l'unica condanna (in sede civile) per diffamazione, Angelo Rizzoli è incensurato davanti alla giustizia italiana. Al termine della lunga vicenda giudiziaria (durata sei processi per 26 anni complessivi) che riguarda la casa editrice, Rizzoli ha ottenuto sei assoluzioni definitive con formula piena. Successivamente l'imprenditore ha deciso di intraprendere ogni azione legale possibile per vedere ristabilito il suo diritto nei confronti della cordata che, a suo dire, rilevò l'azienda non a prezzi di mercato ma utilizzando il ricatto del carcere[4].

Resta infatti la grande questione di come le procure abbiano potuto accusare i dirigenti della Rizzoli di bancarotta quando l'azienda rimaneva a tutti gli effetti sul mercato. E ancora, resta fortissima l'impressione generale di un'operazione poco trasparente, considerando anche come i presunti debiti Rizzoli non siano mai arrivati nemmeno ad 1/5 del valore dei beni posseduti dall'azienda[9]. Nel 2010 Angelo Rizzoli ha avanzato la richiesta di risarcimento danni: nel gennaio 2012 il Tribunale di Milano ha però respinto l'istanza ed ha inoltre condannato l'imprenditore a risarcire i convenuti per "lite temeraria".

Ha detto[modifica | modifica wikitesto]

In un'intervista a Claudio Sabelli Fioretti, Angelo Rizzoli ha detto:

« Sono passato una sola volta in via Angelo Rizzoli, a Milano. Fu un’emozione enorme. Mi trovavo davanti a qualcosa che si chiama Rizzoli, ha sede in via Angelo Rizzoli, è stata costruita da Angelo Rizzoli e io mi chiamo Angelo Rizzoli. Sogno sempre di tornarci da proprietario. Ma Hölderlin diceva: "L’uomo è un dio quando sogna e un pezzente quando riflette". Quando rifletto mi metto il cuore in pace. Non tornerò mai più a Milano. Mai più in via Rizzoli. »

Nel 1991 rilasciò un'intervista al settimanale L'Europeo in cui fece luce sui suoi rapporti con i partiti politici nel periodo in cui fu alla testa del gruppo editoriale. Ebbe a dire:

« In quella fine degli anni settanta la classe politica italiana, senza esclusione di nessun partito, diventa famelica, dà la caccia ai soldi delle imprese. I partiti sono immense macchine elettorali, costano [così] tanto che non c'è nessun partito in grado di far quadrare i conti. »
« La pressione pluripartitica [faceva leva] su due punti di forza per incidere nelle decisioni aziendali (…). Uno era l'assillo finanziario[10], come sapevano egregiamente il segretario della DC Amintore Fanfani, o il presidente dell'IMI, Giorgio Cappon (…). L'altro era il potere sindacale, cui erano aggrappati il principale partito d'opposizione, il PCI, i comitati di redazione, i poligrafici. »

Il 23 agosto 2009, in un dibattito tenuto a Cortina d'Ampezzo all'interno della rassegna «Cortina Incontra» per la presentazione del libro "Vaticano Spa" di Gianluigi Nuzzi, ha ribadito di essere tuttora incensurato ed ha ricostruito e raccontato la sua personale esperienza giudiziaria (che definisce "persecuzione")[11]. In un'intervista successiva[12] Rizzoli rievoca le circostanze che determinarono, nel 1983, l'inizio del suo calvario giudiziario:

« [L'insolvenza] aziendale si verificò nel momento in cui il Banco Ambrosiano disse di aver sottoscritto un aumento di capitale, che in realtà non venne mai versato: quei soldi finirono su conti esteri e io fui accusato di aver distratto i fondi. Una trappola studiata a tavolino. »

In una lettera aperta al Corriere della Sera[13], Rizzoli fornisce maggiori particolari: si trattò di un aumento di capitale di 150 miliardi di lire, sottoscritto da «La Centrale Finanziaria S.p.A.» (finanziaria presieduta da Roberto Calvi). Il denaro, invece di essere depositato nelle casse della Rizzoli, fu trasferito presso alcuni conti della Banca Rothschild di Zurigo denominati Zinca, Recioto, Telada, ad opera di funzionari di quella stessa Banca fiduciari di Bruno Tassan Din e Umberto Ortolani. Rizzoli aggiunge che i vertici della Banca svizzera furono condannati a vari anni di reclusione per avere distratto circa 180 milioni di dollari di fondi destinati alla Rizzoli verso conti del cosiddetto «gruppo dei BLU» (Bruno Tassan Din, Licio Gelli, Umberto Ortolani).

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Angelo Rizzoli è morto: aveva 70 anni, era malato da quando ne aveva 18, in Oggi, 12 dicembre 2013. URL consultato il 12 dicembre 2013.
  2. ^ Il padre, infatti non si accontenta del pacchetto di controllo ma decide di rilevare il 100% della società editrice del quotidiano.
  3. ^ Nel 1974 l'inflazione in Italia era al 6 per cento. Ma alla fine degli anni settanta il tasso salirà al 21%.
  4. ^ a b Stefano Lorenzetto, Lo scippo del "Corriere" Rizzoli: volevano che morissi, vivo per accusarli, Il Giornale, 21 febbraio 2010. URL consultato il 12 dicembre 2013.
  5. ^ Crac da 30 mln, arrestato Angelo Rizzoli. Sequestrati i suoi beni per oltre 7 milioni, in La Repubblica, 14 febbraio 2013. URL consultato il 14 febbraio 2013.
  6. ^ Rizzoli soffriva di diabete mellito, insufficienza renale cronica, ipertensione arteriosa, pancreatite e di una mielopatia che gli comprimeva il midollo cervicale.
  7. ^ Addio a Angelo Rizzoli, in ANSA, 12 dicembre 2013. URL consultato il 12 dicembre 2013.
  8. ^ Il 29 aprile 1981 la Centrale Finanziaria di Calvi aveva acquistato il 40% del 90,2% di azioni detenute da Rizzoli e sottoscritto un aumento di capitale. Quei denari, che erano una parte dei 150 miliardi di lire che Calvi doveva a Rizzoli, non arrivarono mai in via Solferino.
  9. ^ La Fiat per fare un esempio ha un rapporto di indebitamento pari 1/1.
  10. ^ Cioè il pretendere tangenti.
  11. ^ RadioRadicale.it - Dalla storia Rizzoli, P2, Calvi, Marcinkus, Ior e finanza vaticana. Dibattito con Massimo Teodori e Angelone Rizzoli
  12. ^ Liberal, 3 dicembre 2009, pagg. 4-5.
  13. ^ Angelo Rizzoli, Lettera al direttore, Corriere della Sera, 30 maggio 2010. URL consultato il 14 giugno 2010.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alberto Mazzuca, La erre verde. Ascesa e declino dell'impero Rizzoli, Longanesi, 1991.
  • Pialuisa Bianco, "Schiavo d'un sindacato potente come un soviet", L'Europeo, n° 17 del 26 aprile 1991.

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Predecessore Presidente Rizzoli-Corriere della Sera Successore
Andrea Rizzoli 1978 - febbraio 1983 Carlo Scognamiglio
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