Salvatore Ventimiglia

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Salvatore Ventimiglia
arcivescovo della Chiesa cattolica
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Incarichi ricoperti Vescovo di Catania
Arcivescovo titolare di Nicomedia
Nato 15 luglio 1721 a Palermo
Ordinato presbitero 16 agosto 1744
Consacrato vescovo 27 dicembre 1757 dal cardinale Joaquín Fernández de Portocarrero Mendoza
Elevato arcivescovo 16 dicembre 1773
Deceduto 8 aprile 1797 a Palermo

Salvatore Ventimiglia (Palermo, 15 luglio 1721Palermo, 8 aprile 1797) è stato un arcivescovo cattolico italiano, vescovo di Catania dal 1757 al 1773 ed arcivescovo titolare di Nicomedia dal 1773 alla morte.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nacque a Palermo, in una famiglia di antica nobiltà siciliana da Vincenzo Ventimiglia, Principe di Belmonte e da Maria Anna Statella, dei Principi di Villadorata[1]. Suo fratello primogenito Giuseppe Emanuele, che aveva acquisito dal nonno il titolo di principe di Belmonte, ebbe elevati incarichi a Palermo e alla corte di Napoli. Il giovane Salvatore entrò a Palermo nel collegio dei Gesuiti e dimostrò subito una grande sete di conoscenza, ma il suo carattere cupo ed introverso lo portò presto verso una vita contemplativa, oppresso dalla sua convinzione di essere indegno per i suoi peccati.

All'età di 21 anni si ritirò nella certosa di Santo Stefano del Bosco in Calabria e poi all'Oratorio di San Filippo Neri a Palermo. Fu ordinato sacerdote oratoriano il 16 agosto 1744.

Poco si conosce del decennio che trascorse a Roma per gli studi giuridici, che si conclusero con la laurea conseguita all'Università La Sapienza l'8 novembre 1753.

Soltanto alcuni anni dopo il ritorno a Palermo, fu nominato, nonostante la giovane età, vicario generale della curia dall'arcivescovo Marcello Cusano. Il Ventimiglia dimostrò subito di meritare l'incarico che gli venne assegnato ed acquisì presto la benevolenza dei cittadini di Palermo. Nel 1757, alla morte del vescovo di Catania Pietro Galletti, Carlo III lo presentò al papa come nuovo vescovo di Catania. Con bolla papale del 19 dicembre 1757, emessa da Papa Benedetto XIV, era nominato vescovo di Catania e quindi ordinato a Roma dal cardinale Joaquín Fernández de Portocarrero, il 27 dicembre dello stesso anno.

Vescovo di Catania[modifica | modifica wikitesto]

Il vescovo Ventimiglia assunse il nuovo incarico il 16 gennaio 1758. Egli dimostrò subito un grande dinamismo ed una voglia di innovazione ma si dedicò soprattutto ad un'opera di moralizzazione del clero della diocesi che negli ultimi 70 anni era andato assumendo delle consuetudini non molto aderenti al proprio ministero. Appena insediato si attivò per la riorganizzazione della curia catanese, la ricostruzione delle parrocchie dopo il terremoto del 1693, la costruzione di nuovi edifici e di una stamperia per il Seminario. Seguì la riforma dell'insegnamento nel medesimo Seminario, rivolgendosi al Bandiera e al canonico Giovanni Agostino De Cosmi, geniale pedagogista e illuminista[2], la riorganizzazione dell'Università di Catania e non ultima, la scrittura di un Catechismo in siciliano per far sì che la popolazione non istruita potesse accedere alle sacre scritture ed ai principi di una giusta catechesi.

Il Duomo di Catania.
« Il mio primo pensiero è stato sempre quello di fugare le tenebre dalla mente degli uomini con la luce della fede, di applicarmi a divulgare gli insegnamenti di Cristo e di istruire i fedeli »
(Salvatore Ventimiglia vescovo di Catania)
« Poiché non c'era un compendio della dottrina cristiana, redatto in lingua siciliana, che con metodo facile e idoneo contenesse con buona disposizione i primi elementi della fede che è necessario ed utile conoscere (quelli che erano diffusi in Sicilia erano incompleti e scarni), ne ho preparato uno io con un linguaggio semplice e adatto alle persone prive di istruzione: questo ho fatto seguendo le indicazioni e le norme del catechismo del Concilio di Trento, il cui uso è stato raccomandato ai vescovi da Clemente XIII, che in questo momento felicemente presiede la Chiesa cristiana »
(Salvatore Ventimiglia vescovo di Catania)
« ...che abbia come fine di riunire, in qualsiasi centro abitato, un certo numero di catechisti per moltiplicare le adunanze di bambini e di costituire gruppi di sacerdoti che, con sollecitudine costante e tenace, con zelo e competenza, si dedichino ad un'opera così importante. Abbiamo già preparato gli statuti e siamo certi che quest'opera, per una speciale grazia di Dio, apporterà non poco beneficio. »
(Salvatore Ventimiglia vescovo di Catania)

La sua azione a favore dei poveri[modifica | modifica wikitesto]

Salvatore Ventimiglia di Belmonte, Vescovo di Catania e Arcivescovo di Nicomedia, nell'incisione presente nel repertorio bibliografico della Biblioteca Ventimiliana. La biblioteca personale del Ventimiglia - aperta al pubblico già nel 1755 - fu donata il 16 settembre 1783 all'Università degli Studi di Catania, costituendo un ricchissimo fondo di opere rarissime - comprendente manoscritti, incunaboli e cinquecentine - di argomento classico, umanistico e patristico, per un totale di circa 11.000 volumi.

La sua attenzione fu sempre centrata all'aiuto dei poveri e dei vecchi, spesso privi di ogni cosa, per una vita dignitosa. A questo scopo, nel 1760, fondò l'Ospizio mons. Salvatore Ventimiglia (Albergo Generale dei Poveri) che costituì la prima struttura di questo tipo ad essere realizzata in città. Subito dopo, durante la carestia del 1763, impegnò la sua argenteria per far fronte alle maggiori necessità di ricovero, prendendo in affitto case e magazzini. L'Albergo Generale dei Poveri fu beneficiato - dal patrimonio privato del Ventimiglia - di una rendita annua di once d'oro 401, della casa in Contrada degli Ammalati e fu infine istituito erede universale dei beni familiari spettanti a Salvatore.

L'austerità di vita e costumi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1762 Salvatore Ventimiglia fece stampare in Palermo un manifesto destinato alla Diocesi di Catania, in cui abrogava tutti i diritti di prelievo pecuniario inerenti alle visite pastorali, a cui erano soggetti tutti gli istituti religiosi o i laici, assumendo a suo carico personale tutte le spese per sé e per i suoi ufficiali. Il vescovo e i suoi dodici famigli dovevano essere accolti durante le visite in camere spoglie di arredi, con due tavole al posto del letto. Proibì inoltre ogni più piccolo dono al Vescovado, come era antica consuetudine, in occasione delle celebrazioni vescovili della Messa fuori dalla Cattedrale.

I suoi dissapori con le autorità locali[modifica | modifica wikitesto]

Ben presto sia nella Curia romana sia nelle autorità locali si creò una situazione di scontento per le innovazioni apportate dal vescovo. Iniziano pertanto delle manovre subdole tendenti a limitare il suo potere. Di questo il Ventimiglia si lamentò con le autorità ecclesiastiche ma senza avere grande riscontro. La sua indole caratteriale di tendenza al pessimismo tornò ad affiorare e cominciò ad instillare nel suo cuore il pensiero di essere inadeguato al ruolo che tanto precipitosamente aveva accettato. Non estranee a tali considerazioni le decise istanze culturali sottese all'azione del Ventimiglia:

« L'altra sezione, più dinamica, del fronte riformatore catanese è costituita dagli intellettuali chiamati dal vescovo Ventimiglia attorno a sé: è l'area in cui sarebbe maturato il gruppo dirigente del futuro democraticismo catanese. Ventimiglia era stato legato ai Gesuiti, ma dopo il '67 è "genovesiano", e con lui sono L. Gambino e G. A. De Cosmi, e G. Recupero...[3] »

Le dimissioni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1762, vista l'inutilità delle sue rimostranze, decise di rassegnare le dimissioni da vescovo di Catania. Il Papa Clemente XIII le respinse ed invitò re Ferdinando di Borbone ad intervenire, ma la questione non si risolse. Nel 1773, il Ventimiglia inviò una seconda lettera di dimissioni che il Papa Clemente XIV finalmente decise di accettare. Il vescovo si ritirò quindi nella natia Palermo per perseguire i suoi antichi desideri di solitudine e contemplazione.

La sua nuova vita a Palermo[modifica | modifica wikitesto]

Nel momento in cui vennero accettate le sue dimissioni fu nominato arcivescovo titolare di Nicomedia. Poco si conosce degli ultimi 25 anni della sua vita. Lasciò tutti i suoi beni all'Ospizio per i poveri che aveva fondato a Catania. Nel Parlamento del 1778 fu eletto Deputato del Regno, nonché Deputato della Città di Palermo per i Pubblici Studi. Per dimostrare la sua devozione a sant'Agata ed ai Catanesi, volle donare un cereo per la Festa di Sant'Agata. Questo cereo esiste tuttora ed è quello che apre la processione nei giorni 4 e 5 febbraio di tutti gli anni. Salvatore Ventimiglia ricoprì inoltre il ruolo di Inquisitore generale di Sicilia del Santo Uffizio dal 1776 al 1782, e in quest'ultimo anno ne determinò l'abolizione e chiusura. Pare che il Ventimiglia - di idee gianseniste - sia stato membro in una Loggia di Liberi Muratori in Palermo, della quale fu anche fondatore. La Loggia riporta il titolo distintivo di San Giovanni di Scozia.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fu battezzato lo stesso giorno nella chiesa di San Nicolò alla Kalsa. Da non confondere con il primo cugino Salvatore Ventimiglia e Alliata, Prelato domestico, Referendario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, Vice-Legato di Ravenna nel 1782, Legato pontificio di Romagna nel 1783 e di Spoleto nel 1789 (Archivio di Stato di Roma, Tribunale della Segnatura, 730, f. 434).
  2. ^ C. Mutini, «BANDIERA, Alessandro». Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. V, Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana, 1963, (on-line)
  3. ^ Giarrizzo, p. 545.
  4. ^ Maruzzi, Inizii e sviluppo

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giuseppe Giarrizzo, La Sicilia dal Cinquecento all'Unità d'Italia, in Vincenzo d'Alessandro, Giuseppe Giarrizzo, La Sicilia dal Vespro all'Unità d'Italia, in Storia d'Italia, a cura di Giuseppe Galasso, Torino: UTET, 1989, 16.
  • Adolfo Longhitano, Le relazioni «ad limina» della diocesi di Catania(1762), "Synaxis", 10 (1992), p. 315-418.
  • Pericle Maruzzi [M. P. Azzurri], Inizii e sviluppo della Libera Muratoria Moderna in Europa - Le Logge di Sicilia, "Lumen vitae", 6(1959), n. 2 - 3.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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Pietro Galletti 1757 - 1773 Corrado Maria Deodato Moncada
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Domenico Giordani 1773 - 1797 Giovanni Francesco Cometti Rossi