Katherine Dunham

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Katherine Dunham

Katherine Mary Dunham (Glen Ellyn, 22 giugno 1909New York, 21 maggio 2006) è stata una ballerina, coreografa e antropologa statunitense.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gli anni della formazione[modifica | modifica wikitesto]

Proveniente da una famiglia di origine malgascia, Katherine Dunham scopre la danza al liceo, poi entra all'università di Chicago nel 1929.

Gli anni trenta per lei rappresentano un periodo di formazione intellettuale ed artistica. Studia danza orientale, partecipa a conferenze, prende le sue prime lezioni di danza classica con Mark Tubyfill, un danzatore dell'Opera di Chicago (oltre che pittore e poeta) col quale entra in società. Dalla loro collaborazione nasce il Ballet Nègre, una formazione di breve durata che si esibirà a Chicago nel 1931 e per il quale la Dunham realizza la sua prima coreografia: Negro Rhapsody. Pur proseguendo i propri studi universitari, inizia il suo primo percorso pedagogico e insegna ad allievi che formeranno il nucleo del futuro Negro Dance Group, creato nel 1934. Contemporaneamente studia con Olga Speranzeva, un'artista russa formatasi nell'ambito della danza classica, vecchia allieva di Mary Wigman. Grazie a Turbyfill incontra anche Ruth Page, direttrice del Balletto dell'Opera di Chicago che, nel 1934, l'inviterà ad esibirsi come solista in un balletto da lei coreografato su un tema musicale della Martinica, La Guillablesse (1933). La visibilità della sua compagnia e del suo lavoro aumenta tra la comunità artistica di Chicago. Nel 1935 attira l'attenzione della Fondazione Rosenwald e ottiene una borsa di studio che le permette di partire per i Caraibi. Melville Herskovits, che nel 1941 pubblicherà The Myth of the Negro Past, sulla persistenza culturale africana, è diventato il suo mentore. Sulla linea di William E. B. Du Bois e di Charles S. Johnson, egli desidera utilizzare le proprie ricerche per influenzare positivamente l'opinione americana sulle potenzialità degli afroamericani e contribuire così a placare le tensioni sociali. Le sue idee influenzeranno in modo determinante la motivazione filosofica del lavoro universitario e artistico della Dunham, che cercherà l'integrazione della comunità nera piuttosto che la sua assimilazione, presentandosi come precorritrice del futuro multiculturalismo.

I suoi studi di antropologia le hanno già confermato che la danza è molto più di una semplice attività fisica e che fa parte integrante della struttura sociale di un popolo. Durante il suo soggiorno ai Caraibi osserva le commistioni che si verificano tra danza di origine africana e danze occidentali, sintesi che costituiranno una delle principali caratteristiche delle sue coreografie. Prosegue le sue ricerche in Martinica e a Trinidad sulle pratiche riguardanti la divinità africana Shango, prima di essere assorbita dalla cultura di Haiti. Si impegna inoltre ad esaminare i legami formali e funzionali che esistono tra la danza, i riti dei Caraibi e le loro origini africane. Scopre che esteriorizzare l'energia e le emozioni ha diverse funzioni: catartica, ludica, di preparazione alla guerra, di selezione sessuale e di coesione sociale e culturale.

Sistematizzazione degli studi e produzione artistica[modifica | modifica wikitesto]

La sua esperienza di danzatrice le permette di essere un osservatore-attore capace di entrare nelle danze e nei rituali dei popoli di cui conquista l'intimità e condivide il modo di vivere. Fin dal suo ritorno negli Stati Uniti, nel 1936, scrive una tesi (Dances of Haiti), pubblica degli articoli e tiene conferenze prima di dedicarsi definitivamente alla danza e di realizzare spettacoli che con grande creatività utilizzano il materiale etnografico mescolando, per la prima volta, danza e folklore rituale. Secondo Sally Banes, la Dunham "flirta con l'esotismo" come aveva fatto Ruth St Denis nella generazione precedente, presentando come materiali da spettacolo degli elementi derivati da danze sociali e sacre di altre culture. La Dunham lo fa, tuttavia, basandosi sulle sue ricerche antropologiche, nel desiderio di distanziarsi dalle danze esotiche e lascive esibite nei night-club e dalla messa in scena del primitivo presentata in certi cabaret. Sotto l'egida del programma WPA impostato dal New Deal, lavora con scrittori e antropologi e contribuisce ad una serata del Federal Theatre Project creando Ag'Ya nel 1938, uno degli esempi di balletto in cui presenta una certa cultura a un'altra grazie alla rappresentazione di un tipo di vita particolare e delle credenze che la sottendono.

Alla fine degli anni trenta si stabilisce a New York, dove prosegue le proprie esperienze. Le sue composizioni sceniche sono moderne e manifestano una ricerca permanente di utilizzazione dello spazio. Il concetto di ritmo è l'elemento centrale del suo approccio e nelle sue produzioni attribuisce un ruolo sempre più importante ai percussionisti. La sua danza è molto stilizzata. Ha comunque la cura di conservare i temi musicali, i ritmi e la psicologia dei popolo che descrive. Depura fino all'essenziale il proprio modello danzato ma dedica una cura decisamente particolare ai costumi, alle maschere e ad altri elementi della scenografia, allo scopo di cogliere il senso culturale nella sua globalità. A chi la rimprovera di tradire l'autenticità di certe danze a beneficio della teatralità, risponderà che la sua intenzione non è quella di riprodurre la realtà, ma di svelare il senso nascosto delle cose che si vedono.

Pur disapprovando il lavoro degli artisti afro-americani che si esibivano nei vaudeville, passa con facilità allo spettacolo leggero. Nel 1939 crea le coreografie di Pins and Needles, una rivista musicale prodotta da Louis Shaffer, il direttore del New York's Labor Stage. Ne ottiene dei vantaggi economici che le permettono di presentare la prima di queste riviste-recital a Broadway: Tropics ovvero il Jazz Hot: From Haiti to Harlem (1940), vero caleidoscopio di danze, strumenti e canti prodotti da culture diverse, senza dimenticare le danze rituali rurali e urbane della cultura nera americana, come lo shimmy, il black bottom, lo shorty george e il cakewalk, presenti nel jazz hot.

Nello stesso anno interpreta il ruolo di Georgia Brown nella commedia musicale Cabin in the sky (1940), co-coreografata con George Balanchine, prima di iniziare una serie di tournée per presentare le proprie creazioni in night club e a Broadway. Collabora inoltre a commedie musicali cinematografiche come Carnival of Rhythms (1941), Pardon My Sarong e Star Spangled Rhythm (1942) e il celebre Stormy Weather (1943).

Produce contemporaneamente una delle sue opere principali, Tropical Review, spettacolo costruito su suites di danza fra cui "Choros", "Rara Tonga", "Plantation dances" e il famoso Rites de passages, sui rituali di pubertà, di fecondità e di morte. Questo balletto scatena reazioni estreme da parte della critica. La sensualità dei movimenti viene all'epoca percepita come sovversiva e il loro intrecciarsi a elementi facilmente identificabili di danza moderna o di danza classica è intollerabile per i critici. Inoltre vengono messi in scena personaggi femminili di regine, matriarche o leader religiose, trasmettendo così l'immagina di una donna nera, seducente e sessualmente coinvolgente grazie ala sua energia e al suo potere, decisamente lontana dalle immagini stereotipate e grottesche della "mammy", della "Jezabel" o della domestica cinematografica con cui era cresciuta tutta una generazione di americane. Katherine Dunham, proprio come Josephine Baker, presenta le donne nere come individui dotati di sessualità e di dignità, non come semplici oggetti sessuali.

La Katherine Dunham School of Arts and Research[modifica | modifica wikitesto]

Oltre a creare spettacoli, concentra la propria energia su un progetto educativo ambizioso, cioè quello di codificare le proprie idee sulla danza e sulla cultura. Nel 1945 fonda a New York la Katherine Dunham School of Dance and Theatre, diventata poi la Katherine Dunham School of Arts and Research, che resterà attiva fino al 1954.

"Voglio una scuola a New York dove io possa formare dei danzatori nell'ambito dei ritmi primitivi", dichiara nel 1941. "Voglio dare lezioni di antropologia, di etnologia e di danza. E naturalmente voglio danzare. Io non sono interessata dalle pratiche di danza in sé. La danza mi interessa soltanto come strumento di educazione e di conoscenza dei popoli".

Il cursus di questa scuola interrazziale gestita come un'università, proponeva dei corsi di tecnica classica e moderna, di "danza primitiva", di Tip-tap, di arti marziali, ma anche dei corsi di storia della danza, notazione, antropologia, filosofia, estetica, religione, lingue, teatro e percussioni. A partire da tre concetti fondamentali - forma e funzione, comunicazione interculturale, socializzazione attraverso le arti - crea la Tecnica Dunham, codificata a partire dal 1942, che integra i movimenti derivati dalla danza classica a elementi afro-caraibici. Pur dedicando tempo ed energia nella propria scuola, la Dunham continua a creare colorate produzioni per Broadway: Windy City (1946), Bal Nègre (1946), Caribbean Rhapsody (1948), e comincia le proprie tournée internazionali. Si esibisce a Londra, poi a Parigi nel 1948. Sarà consulente artistica del primo Festival mondiale delle arti nere in Senegal nel 1966, poi nel 1967, durante quegli anni particolarmente violenti, si impegnerà personalmente coi giovani dei ghetti di East St. Louis (Missouri), fondando il Performing Arts Training Center, dove metterà in pratica alcune delle proprie idee sulla funzione sociale della danza.

Katherine Dunham sì è spenta all'età di 95 anni nel maggio del 2006.

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Eliane Seguin, Des années de transition à l'emergence du modern jazz (in Historie de la danse jazz, Paris, Chiron, 2003, pp. 149-159), [trad. Dagli anni di tradizione alla nascita della danza jazz], in Nero/Bianco: meticciato artistico-culrurale nella danza moderna e contemporanea, a cura e traduzione di Eugenia Casini Ropa, Elena Cervellati, Rossella Mazzaglia, 2005.
  • Katherine Dunham, Vodu. Le danze di Haiti, a cura di Stefano De Matteis, prefazione di Claude Lévi-Strauss, Milano, Ubulibri, 1990.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 100247116 LCCN: n79043983