Il fiume (film 1951)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Il fiume
Il fiumе (film 1951).png
Una scena del film
Titolo originale Le Fleuve / The River
Lingua originale inglese, bengalese
Paese di produzione Francia, India, USA
Anno 1951
Durata 99 min
Colore colore (Technicolor)
Audio sonoro Mono (Western Electric Recording)
Rapporto 1,37 : 1
Genere drammatico, sentimentale
Regia Jean Renoir

Satyajit Ray (assistente di Jean Renor, non accreditato)

Soggetto dal romanzo di Rumer Godden
Sceneggiatura Rumer Godden, Jean Renoir
Produttore Kenneth McEldowney, Jean Renoir
Casa di produzione Oriental International Films
Fotografia Claude Renoir
Montaggio George Gale
Musiche M.A. Partha Sarathy (musiche originali)
Scenografia Eugène Lourié (con il nome Eugene Lourie)

Bansi Chandragupta (architetto scenografo)

Interpreti e personaggi

Il fiume è un film del 1951 diretto da Jean Renoir, figlio del famoso pittore Pierre-Auguste Renoir.

Si tratta per il regista del suo primo film a colori.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

« A ogni cosa che vi capita, a ogni persona per voi importante che incontrate, o morite un po', oppure rinascete. »
(Capitan John)

Harriet, la ragazzina protagonista, appartiene a una famiglia inglese della media borghesia che risiede in India, nel Bengala, in una bella casa con giardino sulle rive di un affluente del fiume Gange; il padre dirige una fabbrica per la lavorazione della juta. Ha delle sorelle più piccole ed un unico fratello maschio, Bogey, un ragazzino di dieci anni che, insieme all'amico indiano Kanu, vuole imparare a incantare i cobra suonando il flauto. Frequenta due amiche, Valérie, figlia del proprietario dello jutificio, e Melanie, sua vicina di casa di sangue misto, con le quali condivide sogni e turbamenti adolescenziali.

Vedovo da tempo e solo con la figlia, il padre di Melanie ospita un cugino americano, il Capitano John, che ha perso una gamba combattendo con eroismo nella appena conclusa seconda guerra mondiale. Provato e depresso, egli, con questo viaggio, cerca di ritrovare l'equilibrio psicologico perduto.

Le ragazze, incuriosite e desiderose di conoscere l'americano, lo invitano alla festa indiana delle luci, Diwali. Incomincia una gara tra le tre adolescenti per conquistare l'uomo. Ciascuna, per sedurlo, utilizza strategie diverse dettate dalle proprie inclinazioni istintive e va così scoprendo la propria femminilità: Harriet lo mette a parte del suo mondo fantastico, gli rivela il nascondiglio segreto dove custodisce i suoi tesori, gli fa leggere le poesie che scrive e gli racconta le favole che inventa; Valerie prende l'iniziativa, lo corteggia apertamente, si mostra intraprendente e spregiudicata, e ottiene di essere baciata; Melanie, pacata e matura, ritrova quella identità orientale, ereditata dalla madre morta quando lei era ancora bambina, e il profondo legame con la millenaria cultura indiana.

Un grave lutto colpisce la famiglia di Harriet: il gioco pericoloso del piccolo Bogey, convinto di riuscire a incantare un cobra, si trasforma in una tragedia. Harriet è sconvolta e si sente colpevole di non aver vigilato abbastanza e non aver avvisato in tempo i genitori, pur conoscendo il pericolo a cui il fratello si esponeva. La notte, dopo il funerale, scappa di casa e sale su di una piccola barca, avventurandosi sulle acque turbinose del fiume, forse con l'intenzione di suicidarsi. Provvidenzialmente Kanu chiama a raccolta i pescatori per andarla a soccorrere. Resa più forte dall'esperienza del dolore, nel dare l'addio a John, che ritorna in patria, promette di non rinunciare mai alla passione di scrivere favole e poesie. Ritorna la primavera e in casa nasce una bambina.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Il film fu prodotto da Kenneth McEldowney, "un commerciante di Beverly Hills, che adorava il cinema, adorava l'India e si adoperava in favore dei suoi due amori con dinamismo incredibile", lo definisce così Jean Renoir nelle sue memorie, esprimendogli riconoscenza per avergli permesso di realizzare il film.[1]

Riprese[modifica | modifica wikitesto]

Fu girato in India.

"Ci sistemammo in una villa sulle rive del fiume dove girai quasi tutto il film. Questa villa apparteneva alla famiglia di un maharaja che l'aveva abbandonata quando l'imperatrice delle Indie, la regina Vittoria, aveva lasciato Calcutta e si era trasferita a New Delhi."[2]

Soggetto[modifica | modifica wikitesto]

Il film si ispira ad un'opera letteraria omonima della scrittrice inglese Rumer Godden.

«Il libro di Rumer Godden è un atto d'amore verso l'infanzia. È anche un atto d'amore verso l'India, ma questo l'ho scoperto solo quando Kenneth McEldowney mi ci ha portato».[3]

Musica[modifica | modifica wikitesto]

La colonna sonora fu realizzata da M. A. Partha Sarathy. In essa, secondo le indicazioni di Renoir sempre molto attento al valore artistico del sonoro, si mescolano musiche tipiche della cultura occidentale e musiche indiane[4]:

  • musiche di Schumann e di Mozart, trasmesse dai dischi, nelle stanze della villa e che accampagnono la storia d'amore;
  • musiche orientali, registrate dal vivo con le tecnologie più moderne per l'epoca, nella regione di Calcutta: canti tradizionali per le feste indù, la musica per flauto, che diventa il motivo che accompagna Bogey, musiche per il lutto, suonate con strumenti tipicamente indiani.

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Renoir[5] in questo film non utilizza attori famosi, mescola ad alcuni attori professionisti altri alla loro prima prova. L’interprete di Harriet ad esempio fu selezionata fra una centinaia di scolare accorse dopo aver letto l’annuncio fatto pubblicare dal produttore Mc Edowney sul giornale. «La scelta di un’attrice non professionista per il ruolo principale era un tributo a quella che io chiamo la verità esteriore».

Nel ruolo di Melanie recita una danzatrice indiana, Radha Shri Ram, che gli era stata presentata a Benares, e che era figlia del presidente dell’Istituto Teosofico: grazie a lei aveva imparato a conoscere le danze chiamate “Katakali” e la musica della provincia di Madras.

Il film è stato fondamentale per il lancio delle carriere di Satyajit Ray e Subrata Mitra. Nel cast appaiono anche Esmond Knight, Nora Swinburne e Arthur Shields.

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

Il film venne presentato in prima a New York il 10 settembre 1951 e fu distribuito dall'United Artists.

Tecnica cinematografica[modifica | modifica wikitesto]

Il colore[modifica | modifica wikitesto]

Renoir racconta:

«La cosa che più affascinava il mio spirito di realizzatore di film era il vedere nei colori dell’India meravigliosi motivi per sperimentare in pratica le mie teorie sul film a colori. Da anni volevo fare un film a colori.[…] Il grande principio che mi avrebbe guidato nell’utilizzazione del colore consisteva nell’evitare effetti di laboratorio: niente filtri, niente tinte aggiunte successivamente. Secondo principio: nei film girati in esterni evitare paesaggi con sfumature troppo complesse.[…] La vegetazione tropicale offre una scelta limitata di colori: i verdi sono davvero verdi, i rossi sono davvero rossi. Per questo il Bengala, come molti paesi tropicali, è tanto adatto alla fotografia a colori. I colori lì non sono vivi senza però essere mescolati. La loro leggerezza fa pensare a Marie Laurencin, a Dufy, e oserei aggiungere a Matisse».[6]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

L'accoglienza della stampa fu contrastante.

Documentario mancato,[7] panteismo eccessivo, assenza di critica al colonialismo: questi erano alcuni dei rimproveri ricorrenti mossi al film alla sua uscita nelle sale.

Sono i giornalisti di Cahiers du Cinéma a proporne una lettura più approfondita e André Bazin lo giudica " un puro capolavoro".[8]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Felice Venegoni:

«Si sarebbe tentati di affermare che The River è il più lirico dei film di Renoir, ma più verosimilmente questo film segna il definitivo trasferimento del regista dalla realtà a una specie di teatro ideale dove i personaggi che a loro modo echeggiano la realtà, giocano la commedia della vita per trarne una morale spesso amara, e sempre comunque condizionata dal ruolo che ciascuno di essi rappresenta».[9]

Il "Rangoli"[modifica | modifica wikitesto]

L’immagine iniziale del film è un disegno che le donne indiane tracciano sul pavimento, per onorare gli ospiti di riguardo. In bengalese il disegno è chiamato "Rangoli". La macchina da presa inquadra un pavimento di colore scuro su cui mani femminili dipingono con una tinta bianca a base di polvere di riso una figura complessa, simile ad un fiore. Il disegno è una chiave interpretativa del film, un simbolo: ci introduce dentro la storia e allude al movimento circolare che riporta al punto di partenza.[10] Il disegno ritorna nella cerimonia del matrimonio raccontato nella favola di Harriet.

Le feste indiane[modifica | modifica wikitesto]

Il racconto del film si snoda ritmato dal fluire del fiume e dal fluire del tempo. Il susseguirsi delle stagioni è sottolineato dalla celebrazione delle feste indiane: Diwali, la festa delle luci, che cade all'inizio dell'inverno, Makara Sankranti, la festa degli aquiloni in gennaio, Holi, la festa dei colori, all'inizio della primavera.

La favola di Harriet[modifica | modifica wikitesto]

Harriet legge a Valeria e al capitano John una sua favola sul dio Krishna. Una giovane sposa invoca gli dei per avere un figlio: nasce una bambina. Cresciuta e divenuta donna, ella si innamora di un giovane, bello come il dio Krishna, ma il padre ha scelto per lei un uomo che non conosce. Il giorno delle nozze scopre che l’uomo è proprio colui che ella ama. La ragazza, somigliante a Melanie, si trasforma nella dea Radha. Trasfigurata dalla felicità, inizia a danzare: è la sequenza della danza Katakali.[11] Tempo dopo, ritornata alla realtà quotidiana, anche lei si reca a pregare gli dei per diventare madre. Tutto ricomincia.

L'albero del pepe[modifica | modifica wikitesto]

Nel giardino della villa si erge, bellissimo e maestoso, un gigantesco albero del pepe: "un castello, un labirinto pieno di misteri". Esso è un albero sacro per gli indiani e ricco di leggende. All'ombra della fantastica chioma dei rami, che a primavera si caricano di fiori fiammeggianti, la famiglia trascorre le ore più serene ma è anche fra il groviglio del suo tronco che Bogey e Kanu stanano il cobra ed è lì che Harriet scopre il corpo del fratellino morto.

L'eterno ritorno[modifica | modifica wikitesto]

« E il fiume che scorre e tutte le cose del mondo...

Corre il fiume e ruota il mondo.
Albe e tramonti, notti e meriggi,
e il sole che arde e il vento, la luna, le stelle...
Muore il giorno e la fine ha inizio. »

(Poesia scritta da Harriet per il capitano John; Harriet la recita, per la seconda volta alla fine del film, mentre scorrono le ultime inquadrature sull'acqua del fiume.)

"Un film-cerchio"[12]: la definizione proposta da Claude de Givray, ripresa e citata da François Truffaut nel suo libro, I film della mia vita, riassume bene l'avvicinamento lirico del regista alla natura imperturbabile e ciclica.

L'infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Uno dei momenti più commoventi del film è la morte di Bogey. La sua morte è preceduta da una specie di paralisi che colpisce tutti gli abitanti della casa: il caldo soffocante del pomeriggio tropicale fa calare un sonno invincibile sulla madre, sulle bambine, sui servi, su Harriet, quasi a significare l'ineluttabilità del destino, l'impotenza degli uomini. Il dolore senza parole e la muta accettazione della tragedia sono espresse con immagini senza commento: le assi che arrivano alla casa per la costruzione della bara, i servi che intrecciano corone di fiori. Il funerale è semplice e toccante. Un piccolo corteo esce dalla casa e si avvia verso il fiume. Il padre e l'amico sorreggono la bara leggera, di legno chiaro. Li accompagnano il capitano John e le donne, i servi con ceste di fiori e, dalla balaustra della villa, gli sguardi velati di lacrime delle sorelline, di Harriet, di Nhan. La macchina da presa indugia sul primo piano del volto impietrito di Kanu, solo, addossato al muro di cinta.

Dopo la cerimonia, il capitano John offre da bere al cugino, il padre di Melania. Prima di bere, egli pronuncia un discorso che è un inno all'infanzia:

« Bevo ai fanciulli! Dovremmo essere lieti che se ne vadano così, da piccoli...che riescano a sfuggirci.

Li chiudiamo nelle nostre scuole, li educhiamo ai nostri stupidi tabù. Li buttiamo nelle nostre guerre, ed essi non sanno resistere. Non sanno difendersi e noi li uccidiamo. Sono innocenti e noi li massacriamo.

Il vero mondo è quello dei bambini. Loro sono più vicini alla natura. Sono come gli scoiattoli, liberi come gli uccelli. E come gli animali sono senza falsi ritegni. Loro sanno cos'è importante. Una lumaca sul muro...una foglia caduta in uno stagno.

Se il mondo fosse fatto solo di bambini... »

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Il film fu premiato a Venezia, anche come tardiva riparazione al negato Leone d'Oro per La grande illusione.[13]

Nel 1951 il National Board of Review of Motion Pictures l'ha inserito nella lista dei migliori film stranieri dell'anno.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Jean Renoir, La mia vita. I miei film, p. 210.
  2. ^ Jean Renoir, La mia vita. I miei film, p. 215.
  3. ^ Jean Renoir, La vita è cinema. Tutti gli scritti 1926-1971, p. 289.
  4. ^ Le Fleuve de Jean Renoir (1951) - Analyse et critique du film - Dvdclassik
  5. ^ Jean Renoir, La mia vita, i miei film, Marsilio, Venezia 1992, pag. 209-217. ISBN 88-317-5419-X
  6. ^ Jean Renoir, La mia vita, i miei film, Marsilio, Venezia 1992, pag. 211. ISBN 88-317-5419-X
  7. ^ Kléber Haedens, France Dimanche, n. 282, 1951.
  8. ^ André Bazin, Jean Renoir, pp. 143-156.
  9. ^ Carlo Felice Venegoni, Renoir, La nuova Italia, Firenze 1975, pgg. 100-101.
  10. ^ Daniele Dottorini, Jean Renoir. L'inquietudine del reale, p. 102.
  11. ^ La danza di Radha - Youtube
  12. ^ * François Truffaut, I film della mia vita, p. 48.
  13. ^ Carlo Felice Venegoni, Renoir, La nuova Italia, Firenze 1975, pag. 102.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • André Bazin, Jean Renoir, a curato e tradotto da Michele Bertolini, Mimesis Cinema, Milano-Udine 2012 ISBN 978-88-5750-736-1
  • Giorgio De Vincenti, Jean Renoir, Marsilio, Venezia 1996. ISBN 88-317-6912-4
  • Daniele Dottorini, Jean Renoir. L'inquietudine del reale, Edizioni Fondazione Ente dello Spettacolo, novembre 2007. ISBN 978-88-85095-39-7
  • Jean Renoir, La mia vita, i miei film, Marsilio, Venezia 1992. ISBN 88-317-5419-X
  • Jean Renoir, Ecrits (1926-1971), Pierre Belfont, 1974, Ramsay Poche Cinéma, 1989-2006, edizione italiana La vita è cinema. Tutti gli scritti 1926-1971, Longanesi, Milano 1978, traduzione di Giovanna Grignaffini e Leonardo Quaresima.
  • François Truffaut, I film della mia vita, Marsilio, Venezia 1978. ISBN 88-317-8164-2
  • Carlo Felice Venegoni, Renoir, La nuova Italia, Firenze 1975.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]