Antonio Vitale Bommarco

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« Una persona che, pur immersa intensamente in attività febbrili, richieste dai suoi gravosi incarichi, avverte come suo profondo desiderio l'essere sempre più uomo di Dio »
(Gianfranco Agostino Gardin, Diario dell’Anima)
Antonio Vitale Bommarco
Arcivescovo della Chiesa cattolica
Immagine di Antonio Vitale Bommarco
titolo
Stemma di Antonio Vitale Bommarco
Da te ipsum aliis = amor
Nato 21 settembre 1923, Cherso
Ordinato
sacerdote
8 dicembre 1949
Consacrato
vescovo
Consacrato
arcivescovo
6 gennaio 1983 da papa Giovanni Paolo II
Elevato
arcivescovo
Elevato
patriarca
Ruoli
ricoperti
Arcivescovo di Gorizia e Gradisca
Deceduto 16 luglio 2004, San Pietro di Barbozza
 

Antonio Vitale Bommarco (Cherso, 21 settembre 1923San Pietro di Barbozza, 16 luglio 2004) è stato un arcivescovo cattolico italiano.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] La sua terra e l’amore per l’isola di Cherso

Antonio Bommarco nasce a Cherso il 21 settembre 1923, da Luigi e Giovanna Sussich. Rimane profondamente legato alla sua isola, la quale ritorna sempre nei suoi ricordi e nelle sue conversazioni. “Me ne sono andato da Cherso nel 1940 per fare il noviziato nella città di S. Antonio a Padova, nella cui anagrafe era stata trasferita anche la mia residenza, mentre tutta la mia famiglia era ancora residente a Cherso. Dopo la guerra non mi è stata chiesta nessuna opzione perché ero già cittadino italiano; non così i miei familiari, che vissero un’esperienza decisamente tragica..."Mio padre era morto proprio l’ultimo giorno di guerra, il 5 maggio del 1945, a soli 49 anni ed io l’ho saputo due mesi dopo. Non era possibile comunicare, tutto era stato messo fuori uso, sia il sistema postale che i collegamenti telefonici (…). Era venuto a trovarmi nell’aprile del 1943, ero ricoverato al sanatorio e lui cercava di consolarmi. Quando se ne andò era visibilmente preoccupato del mio stato. Poi, nel settembre dello stesso anno, i titini occuparono l’isola e portarono via due dei miei fratelli per farli combattere con loro . E così erano tre i maschi della famiglia messi male: lui non sapeva dove fossero loro due, ed io ero ammalato. Tanta angoscia ha finito, alla lunga, per piegarlo. È stato il cuore a cedere, dieci giorni di letto l’avevano strappato al nostro affetto. Io venivo a saperlo due mesi dopo. I miei quindi optarono per la cittadinanza italiana, ma la domanda venne respinta: una famiglia spaccata (…). Succede così che i miei fratelli, nel 1957, decidono di scappare con la barca da pesca. Matteo, più grande di me, era tornato salvo da un campo d’internamento. Coinvolge anche la fidanzata, Carmen, l’altro fratello, Giuseppe, e un mio primo cugino, Antonio, con un altro cugino e altri giovani: complessivamente sono in otto. Fino agli anni sessanta io sono stato solo testimone delle vicende della mia famiglia, ero sacerdote novello, era il massimo che potessi fare. Sapevo delle altre vicende ma per sentito dire, non con un mio coinvolgimento diretto (…). Tornai a Cherso nel ’63 per la prima volta. Dopo 22 anni ero nuovamente a casa, a pregare sulla tomba di mio padre. Volli farmi una promessa per una piccola ma importante ragione di vita: ogni anno devo tornare – mi dissi –, nessuno mi deve togliere questo diritto. L’anno dopo mi hanno fatto ministro provinciale e non ho mantenuto la mia promessa, ma è stata l’unica eccezione. Ho detto: datemi l’incarico che volete – non pensavo certo di diventare vescovo – ma quei venti giorni devo viverli a Cherso e ce l’ho fatta, anche da vescovo, sono andato sempre. Ho ripreso in quelle occasioni il rapporto con i rimasti, gli anziani come mio zio che non se l’era sentita di spostarsi dalla sua isola”(Intervista rilasciata a “La Voce del Popolo” 1 marzo 2003).

[modifica] La vocazione e il seminario

A undici anni “con molta sicurezza esprime ai genitori la volontà di essere frate, scartando l’ipotesi di diventare capitano di marina”. Entra nel seminario dei Frati Minori Conventuali a Camposampiero (Padova), il 7 ottobre 1934, per i primi tre anni di ginnasio (le attuali medie inferiori). Nel 1937 ritorna nella sua isola, dove frequenta la quarta e la quinta ginnasio. Nella relazione conclusiva per l’ammissione del giovane al noviziato il Rettore, P. Bernardino Bordin, lo definisce “tranquillo, amabile, gioviale, incapace di mantenere rancore”. Il 3 settembre 1939 celebra il rito della vestizione religiosa, cioè indossa il saio francescano; è il giorno da lui ricordato come il più bello della sua vita: “mi sembrava di essere un altro”. Ogni anno inviterà i compagni di classe per commemorare questo evento.

Il 7 settembre inizia l’anno di noviziato a Padova, presso la Basilica del Santo. Il Maestro, P. Francesco Varotto, lo apprezza come “giovane di volontà forte e costante, di carattere mite e pieghevole”. L’anno di noviziato reca ad Antonio la prima esperienza del dolore fisico: una “dolorosissima operazione all’orecchio destro”, annota il Maestro nella sua relazione. Emette la professione temporanea (si impegna a vivere la vita religiosa per tre anni) l’8 settembre 1940, assumendo il nome di fra Vitale. Presiede il rito il Ministro Provinciale ad interim, Ministro Generale emerito, P. Alfonso Orlini, anche lui nativo di Cherso. Questi è molto diverso di carattere e nutre un alto concetto dell’autorità; vedendo il nostro giovane tutto compito e riservato dice allo zio di fra Vitale (lo zio Giovanni): “Non farà molta strada questo ragazzo timido!”.

Nel liceo, iniziato a Brescia (ottobre 1940), fra Vitale è seguito dal padre Pacifico Masetto. I numerosi appunti personali del giovane indicano una costante maturazione nel carattere e nella fede, con particolare interesse per l’Eucaristia e la Madonna.

[modifica] La malattia e la guarigione

Dopo la seconda liceo deve interrompere gli studi: il 6 settembre 1942 è colpito dalla prima violenta manifestazione della tubercolosi, che lo costringerà al ricovero nel sanatorio di Feltre (BL) per undici mesi. Il 28 agosto del 1943 viene dimesso e soggiorna nel convento di S. Pietro di Barbozza (Treviso). Sembra completamente guarito, tanto che nell’anno scolastico 1944-45 offre la sua assistenza ai seminaristi del ginnasio, insediatosi in quella casa dopo la fuga da Cherso nel dicembre 1943.

Nell’estate del ’45 fra Vitale ha una grave ricaduta. Scrive nel testamento spirituale: “Poiché non vi era allora nessuna medicina (…), sapevo che lentamente ma inesorabilmente sarebbe arrivata la fine”. Tornare in famiglia? Il Padre Spirituale gli dice: “Il Signore non ha bisogno di frati robusti e sani, anzi ha bisogno di anime che si immolano con lui sulla croce!”.

Si consacra al Signore nella professione religiosa solenne il 4 ottobre 1945. Nel dicembre dello stesso anno si affida nuovamente alle cure del sanatorio di Feltre. Poi, la guarigione: “Solo quando mi donai totalmente (4.10.1945) e accettai di ritornare in sanatorio (1.12.1945) con piena disponibilità al lento ma inesorabile aggravarsi della malattia, solo allora il Signore mi guarì miracolosamente, tramite l’acqua dei Ss. Martiri di Concordia Sagittaria (1.10.1946)”.

[modifica] Sacerdozio e sempre maggiori responsabilità di governo

Antonio Vitale Bommarco dopo la consacrazione

Conclude gli studi di filosofia e teologia nel convento di S. Domenica a Montericco di Monselice (Padova) e viene ordinato sacerdote a Padova, nel Seminario Vescovile, l’8 dicembre 1949, dal vescovo Girolamo Bartolomeo Bortignon: a causa delle traversie politiche ed etniche che gli italiani dell'Istria subiscono nel dopoguerra, sono pochi i familiari presenti all’ordinazione. Celebra la prima messa nella notte di Natale a Gorizia presso le suore di S. Vincenzo.

Dal 1950 al 1952 resta nell’eremo di Montericco, casa per i frati anziani, malati e convalescenti. Da qui viene richiamato per essere superiore del Convento dell'Immacolata di Lourdes a S. Pietro di Barbozza (Treviso). Collabora con l’amico padre Candido Lorenzoni alla formazione dei giovani che aspirano alla vita religiosa non sacerdotale. Nel 1961 viene nominato Direttore del Messaggero di Sant'Antonio a Padova. È Ministro Provinciale della Provincia Patavina di S. Antonio dal 15 luglio 1964 al 20 maggio 1972, quando viene eletto Ministro Generale dell’Ordine.

L’11 novembre 1982 è nominato arcivescovo di Gorizia e Gradisca e riceve la consacrazione episcopale il 6 gennaio 1983 da papa Giovanni Paolo II nella Basilica di S. Pietro in Vaticano. Fa il suo ingresso nell'arcidiocesi il 6 febbraio 1983. Sono anni di intensa attività pastorale e di numerose iniziative per il rinnovamento dell'arcidiocesi.

[modifica] Gli ultimi anni

Dopo la rinuncia all'arcidiocesi per raggiunti limiti di età (2 giugno 1999), trascorre gli ultimi anni nel Convento di San Francesco di Trieste dove si dedica a quella che, nelle sue memorie, definisce un gesto riparatorio verso un grave peccato di omissione, suo e della Provincia Patavina di S. Antonio dei Minori Conventuali, nei confronti del padre Placido Cortese.

Nel 1944 il padre Placido Cortese, un frate della Basilica del Santo a Padova veniva rapito dalla Gestapo dopo aver aiutato gli internati nei campi di concentramento del regime fino all'armistizio (8 settembre 1943) e, in seguito, aver soccorso gli ebrei e ad altri perseguitati dal nazismo.

Il 5 gennaio 2000 affida la ricerca al padre Apollonio Tottoli e al giornalista Ivo Jevnikar: nel gennaio 2001 esce la prima biografia, che, presentata ai vescovi della Conferenza Episcopale Triveneta (23 febbraio 2001), permette l’avvio del processo diocesano per la canonizzazione del frate, iniziato a Trieste il 29 gennaio 2002, e concluso nella Risiera di San Sabba il 15 ottobre 2003.

Muore il 16 luglio 2004 nel Convento dell’Immacolata di Lourdes a San Pietro di Barbozza. I suoi funerali vengono celebrati il 19 luglio 2004 nella Basilica di Sant'Antonio a Padova, presieduti dal Ministro Provinciale Padre Luciano Fanin, e nella Basilica Patriarcale di Aquileia, presieduti dall’Arcivescovo di Gorizia Dino De Antoni. È sepolto nella cripta della chiesa Metropolitana di Gorizia, accanto ai suoi predecessori.

[modifica] Genealogia episcopale e successione apostolica

[modifica] Il profilo personale di Mons. Bommarco tratto dal suo diaro

Monsignor Antonio Vitale Bommarco ha tracciato nel “Diario dell’Anima” le linee essenziali della sua fisionomia interiore. In questo diario personale, egli fa capire come la propria sicurezza, la determinazione e il coraggio poggiassero sulla fede, anche nelle decisioni più audaci. Si diceva scherzando che fra Vitale avesse fatto un corso accelerato di teologia, a causa della lunga e devastante malattia. Pur non avendo compiuto studi approfonditi, egli, durante tutta la sua attività di governo nell'ordine francescano e nella diocesi, stima e promuove la scienza teologica, anche se personalmente, come annota più volte, “ privilegia, non il ragionamento, ma l’intuizione estatica della fede”[1]. Di fronte alla sicurezza di frate Vitale, le persone che gli vivevano accanto erano solite dirgli: “Tu hai sempre più soluzioni che problemi”. Nel “Diario dell’anima” egli parla spesso di questa sua apparente sicurezza, della necessità di un maggiore ascolto, di una più attenta condivisione e soprattutto di favorire lo spirito di famiglia. Famiglia e amicizia sembrano un tema dominante, nella solitudine che l’autorità onesta crea attorno a sé. Dai suoi scritti Monsignor Bommarco si rivela una persona che non ha represso, come a molti sembrava, la sua dimensione affettiva, ma l’ha gestita in armonia con le sue scelte di vita, anche attraverso severa autodisciplina.

[modifica] Galleria

[modifica] Note

  1. ^ citazione tratta dal diario personale

[modifica] Bibliografia

  • Apollonio Tottoli (a cura di), Antonio Vitale Bommarco. Diario dell’Anima. Ritratto di un vescovo francescano, Provincia Padovana F.M.C., Padova, 2006.
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