Zoo umano

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Gli zoo umani, chiamati anche esposizioni etnologiche, erano esposizioni pubbliche del XIX e XX secolo di esseri umani, solitamente in un cosiddetto stato naturale o primitivo. Le mostre spesso enfatizzavano le differenze culturali tra gli europei occidentali e altri popoli europei o non europei, con uno stile di vita considerato primitivo. Gli zoo etnografici erano spesso basati sull'unilinealismo, il razzismo scientifico e il darwinismo sociale. Alcune di queste teorie collocano gli indigeni in una scala evolutiva a metà tra le grandi scimmie e gli umani di discendenza europea. Le esposizioni etnologiche sono state criticate in quanto altamente degradanti e razziste.

I primi zoo umani[modifica | modifica wikitesto]

Una caricatura di Saartjie Baartman, chiamata la Venere ottentotta. Nata da una famiglia Khoisan, fu esposta in Londra all'inizio del XIX secolo.

Uno dei primi zoo conosciuti nell'emisfero occidentale è quello di Montezuma in Messico, che, oltre ad una vasta collezione di animali, mostrava anche umani come nani, albini e gobbi.[1]

Durante il Rinascimento, i Medici attrezzarono un grande giardino zoologico in Vaticano. Nel XVI secolo, il cardinale Ippolito de' Medici possedeva una collezione di persone di diverse razze e animali esotici. Egli disponeva di un gruppo di cosiddetti barbari, di oltre venti lingue diverse; tra essi vi erano anche Mori, Tartari, Indiani e Africani.[2]

Una delle prime esposizioni umane moderne è stata la mostra organizzata da P.T. Barnum nel 25 febbraio 1835, di Joice Heth[3] e, in seguito, dei gemelli siamesi Chang ed Eng Bunker. Queste mostre erano comuni nei freak show, tuttavia la curiosità per mostre umane ha radici che risalgono al periodo del Colonialismo. Una prova è che Colombo portò con sé degli indigeni Americani dai suoi viaggi dal Nuovo Mondo, alla corte spagnola nel 1493.[4] Un altro esempio famoso è quello di Saartjie Baartman del popolo Nama, spesso citata col nome di 'Venere ottentotta', che fu esposta a Londra ed in Francia fino alla sua morte nel 1815. Nel corso del 1850, Maximo e Bartola, due bambini microcefali dal Messico, furono esposti negli Stati Uniti e in Europa coi nomi 'bambini Aztechi' e 'Lillipuziani Aztechi'.[5] Gli zoo umani divennero tuttavia famosi solo verso il 1870, nel pieno del nuovo imperialismo.

Dal 1870 alla seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Ota Benga, un uomo in esposizione nel 1906, di 23 anni, alto 150 cm e di 47 kg di peso.
Portato dal fiume Kasai, Congo, Sud Africa Centrale, da Dr. Samuel P. Verner.
Esposto ogni pomeriggio nel mese di Settembre.
un cartello all'esterno della casa del primate nel Bronx Zoo, Settembre 1906.[6]

Nel 1870, le mostre di popolazioni esotiche divennero popolari in vari paesi. Gli zoo umani potevano essere trovati a Parigi, Amburgo, Anversa, Barcellona, Londra, Milano, New York e Varsavia, con un numero di visitatori dai 200.000 ai 300.000 presenti ad ogni mostra. In Germania, Carl Hagenbeck, un mercante di animali selvatici e futuro imprenditore di molti giardini zoologici europei, decise nel 1874 di esibire Samoani e Sami come popolazioni "puramente naturali". Nel 1876, inviò un collaboratore in Sudan per portargli alcune bestie selvatiche e Nubiani. La mostra di Nubiani riscosse molto successo in Europa e in tour a Parigi, Londra e Berlino. Nel 1880, ha anche inviato un agente a Labrador per procurarsi alcuni Eschimesi dalla missione morava di Hebron; questi Inuit furono esibiti nel suo Tierpark Hagenbeck in Amburgo.

Geoffroy de Saint-Hilaire, direttore del Jardin d'acclimatation, decise nel 1877 di organizzare due spettacoli etnologici in cui esibire Nubiani e Inuit. Quell'anno il pubblico del Jardin d'acclimatation raddoppiò ad un milione. Tra il 1877 e il 1912, circa trenta mostre etnologiche furono presentate al Jardin zoologique d'acclimatation.

In entrambi gli Expo del 1878 e l'Expo di Parigi del 1889 fu mostrato un villaggio Negro (village nègre). Visitato da 28 milioni di persone, l'esposizione del 1889 mostrò 400 indigeni come attrazione principale. L'esposizione del 1900 presentò il famoso diorama vivente in Madagascar, mentre le Esposizioni coloniali in Marsiglia (1906 e 1922) e in Parigi (1907 e 1931) esibirono umani in gabbia, spesso nudi o seminudi. L'Esposizione coloniale parigina del 1931 fu di così grande successo da attirare 34 milioni di persone in sei mesi, mentre una contro-mostra più piccola, intitolata La verità sulle Colonie, organizzata dal Partito Comunista Francese, attirò ben pochi visitatori — nella prima sala erano ricordati Albert Londres e André Gide, critici del lavoro forzato nelle colonie. Erano mostrati anche villaggi Senegalesi nomadi.

Maximo e Bartola, due bambini microcefali esposti negli coi nomi 'bambini Aztechi' e 'Lillipuziani Aztechi'

Nel 1883, i nativi del Suriname furono messi in mostra nella Internationale Koloniale en Uitvoerhandel Tentoonstelling di Amsterdam, che si tiene dietro il Rijksmuseum.

Alla fine del 1800, Carl Hagenbeck organizzò mostre di popolazioni indigene da varie parti del mondo. Egli ha messo in scena una manifestazione pubblica di Singalesi autoctoni del subcontinente indiano. Nel 1893-1894, ha anche organizzato una mostra di Sami-Lapponi in Amburgo-Saint Paul.

Alla Esposizione Pan-Americana[7] del 1901 e alla fiera Colombiana di Chicago del 1893, Little Egypt eseguì la danza del ventre e i fotografi Charles Dudley Arnold e Harlow Higginbotham scattarono foto denigratorie e presentarono gli indigeni con un elenco di stereotipi e con legende sarcastiche.[8]

Nel 1896, per aumentare il numero di visitatori, lo Zoo di Cincinnati invitò cento nativi Americani Sioux a stabilire un villaggio locale. I Sioux vissero nello zoo per tre mesi.[9]

Manifesto pubblicitario per un'esposizione etnologica di lapponi svoltasi ad Amburgo-St. Pauli

nel 1893/1894.

Nel 1904, Apaches, Igorots (dalle Filippine) ed il famoso Ota Benga furono messi in mostra col soprannome di "primitivi", alla Louisiana Purchase Exposition in occasione delle Olimpiadi del 1904. In seguito alla guerra ispano-americana, gli USA avevano appena conquistato nuovi territori come il Guam, le Filippine e Porto Rico, poterono così mettere in mostra alcuni degli abitanti nativi.[10] Secondo il reverendo Sequoyah Ade,

"Per illustrare ulteriormente la vastità di umiliazioni subite nelle Filippine oltre alla loro conquista da parte degli Americani, gli Stati Uniti hanno reso la campagna Filippina il centro della Fiera Mondiale del 1904 tenutasi quell'anno in St. Louis, MI. In quella che era definita entusiasticamente come la "sfilata del progresso", i visitatori potevano scrutare i "primitivi" che rappresentavano l'opposto della "civiltà" che giustifica la poesia di Kipling "Il fardello dell'uomo bianco". Pigmei dalla Nuova Guinea e dall'Africa, che furono in seguito mostrati nella sezione primati del Bronx Zoo, sono stati fatti sfilare accanto agli indiani d'America come il guerriero Apache Geronimo, che ha venduto il suo autografo. L'attrazione principale fu tuttavia la mostra Filippina di repliche intere delle abitazioni indigene, erette per esibire l'arretratezza intrinseca nel popolo Filippino. L'obiettivo era quello di mettere in evidenza sia l'influenza "civilizzatrice" del governo americano sia il potenziale economico delle risorse naturali delle catene insulari sulla scia della guerra filippino-americana. Era, a quanto riferito, la più grande mostra specifica aborigena esibita alla fiera. Come un visitatore soddisfatto ha commentato, lo zoo umano appare "il racconto di strane persone che segnano il tempo mentre il mondo avanza, e di selvaggi resi dei lavoratori civilizzati coi metodi americani."[11]

"Idaho Building," un edificio dimostrativo per la fiera Colombiana di Chicago del 1893, progettato dall'architetto Kirtland Cutter.

Nel 1906, l'antropologo Madison Grant, capo della Wildlife Conservation Society, espose il congolese pigmeo Ota Benga al Bronx Zoo di New York insieme a scimmie e altri animali. Agli ordini di Grant, un importante eugenista, il direttore dello zoo William Hornaday mise Ota Benga in mostra in una gabbia con gli scimpanzé, poi con un orango di nome Dohong e un pappagallo, e lo definì l'anello mancante, ad indicare che in termini evolutivi gli Africani come Ota Benga fossero più vicini alle scimmie che agli Europei. Scatenò così le proteste degli ecclesiastici della città, sebbene il pubblico accorresse all'esibizione.[6][12]

Locandina per una mostra di Carl Hagenbeck (1886)

Benga colpiva bersagli con arco e frecce, tesseva dello spago e combatteva con l'orango. Sebbene alcuni, secondo il New York Times, "espressero obiezioni alla vista dell'essere umano in una gabbia con scimmie come compagni”, la controversia scoppiò davvero soltanto quando gli ecclesiastici di colore nella città manifestarono la grande offesa ricevuta. “Riteniamo che la nostra razza sia sufficientemente sottomessa anche senza la necessità di esporre in pubblico con le scimmie uno di noi” affermò il reverendo James H. Gordon, sovrintendente dell'Howard Colored Orphan Asylum di Brooklyn. “Riteniamo di essere degni di essere considerati umani che possiedono un'anima.”[13]

Il sindaco di New York George B. McClellan, Jr. rifiutò di incontrare gli ecclesiastici, tessendo le lodi del Dr. Hornaday, che gli scrisse: “Quando la storia del parco zoologico sarà scritta, questo incidente risulterà il momento più divertente.”[13]

Intanto che la polemica continuava, l'ostinato Hornaday insisteva che il suo unico scopo fosse quello di mostrare un'esibizione etnologica. In un'altra lettera, affermò che lui e Madison Grant, il segretario della New York Zoological Society, che dieci anni più tardi avrebbe pubblicato il trattato razzista The Passing of the Great Race, consideravano “necessario che la società non fosse nemmeno distratta" dagli ecclesiastici di colore.[13]

Il lunedì 8 settembre 1906, dopo appena due giorni, Hornaday decise di chiudere l'esibizione. Divenne quindi possibile trovare Benga libero di girare nel parco, spesso seguito da una folla "beffarda e urlante."[13]

Nel 1925, una mostra al Belle Vue Zoo di Manchester,in Inghilterra, fu intitolata ‘i cannibali’ ed esibiva africani di colore rappresentati come selvaggi.[14]

Eredità degli zoo umani[modifica | modifica wikitesto]

Una riproduzione moderna della mostra-villaggio del Congo svoltasi nel 1914 a Oslo (2014)

Il concetto di zoo umano non è completamente scomparso. Un villaggio congolese è stato mostrato alla fiera mondiale di Bruxelles del 1958.[15] Nell'Aprile 1994, un esempio di villaggio sulla Costa d'Avorio è stato presentato come parte di un safari africano in Port-Saint-Père, vicino Nantes, in Francia, in seguito chiamato Planète Sauvage.[16]

Un villaggio Africano, inteso come festival culturale, si è tenuto allo zoo di Augusta in Germania nel luglio 2005 e fu oggetto di ampie critiche.[17] Nell'agosto 2005, lo zoo di Londra esibì quattro volontari umani vestiti di foglie di fico (e costume da bagno) per quattro giorni.[18] Nel 2007, lo zoo Adelaide australiano organizzò uno zoo umano che mostrava un gruppo di persone che, come parte di uno studio, aveva chiesto di essere ospitato in un recinto precedentemente destinato alle scimmie, ma tornavano a casa di notte.[19] Essi parteciparono a diversi esercizi, perlopiù per il divertimento degli spettatori, a cui vennero chieste delle donazioni per un nuovo recinto per scimmie. Nel 2007, degli artisti Pigmei per il Festival della musica Pan-Africana furono ospitati (ma non esibiti al pubblico) in uno zoo a Brazzaville, Congo.[20]

Negli zoo messicani, come quello di Guadalajara ed il più famoso African Safari, situato a Puebla, sono esposti dei villaggi africani con rappresentazioni scultoree degli abitanti con un osso in testa e intenti a cucinare un esploratore di carnagione chiara. In questi safari si esibiscono anche dei nativi Africani per lavoro.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Mullan, Bob and Marvin Garry, Zoo culture: The book about watching people watch animals, University of Illinois Press, Urbana, Illinois, Second edition, 1998, p.32. ISBN 0-252-06762-2
  2. ^ Mullan, Bob and Marvin Garry, Zoo culture: The book about watching people watch animals, University of Illinois Press, Urbana, Illinois, Second edition, 1998, p.98. ISBN 0-252-06762-2
  3. ^ Joice Heth, su museumofhoaxes.com. URL consultato il 18 agosto 2014 (archiviato dall'url originale il 29 maggio 2013).
  4. ^ "On A Neglected Aspect Of Western Racism" by Kurt Jonassohn, December 2000, Montreal Institute for Genocide and Human Rights Studies
  5. ^ Roberto Aguirre, Informal Empire: Mexico And Central America In Victorian Culture, University of Minnesota Press, 2004, ch. 4
  6. ^ a b "Man and Monkey Show Disapproved by Clergy", The New York Times, September 10, 1906.
  7. ^ Vedi la foto di Charles Dudley Arnold photo Archiviato il 5 luglio 2008 in Internet Archive.. Mostre simili di umani soon stati visti di sei uomini vestiti come nativi americani, davanti e in alto ad una ricostruzione della Six-Nations Long House.
  8. ^ Anne Maxell, "Montrer l'Autre: Franz Boas et les soeurs Gerhard", in Zoos humains. De la Vénus hottentote aux reality shows, Nicolas Bancel, Pascal Blanchard, Gilles Boëtsch, Eric Deroo, Sandrine Lemaire, edition La Découverte (2002), pp. 331-339, in part. p. 333,
  9. ^ Cincinnati Zoo and Botanical Garden, Ohio Historical Society.
  10. ^ Jim Zwick, Remembering St. Louis, 1904: A World on Display and Bontoc Eulogy, Syracuse University, 4 marzo 1996. URL consultato il 25 maggio 2007.
  11. ^ The Passions of Suzie Wong Revisited, by Rev. Sequoyah Ade (Aboriginal Intelligence), 4 gennaio 2004 (archiviato dall'url originale il 28 settembre 2007).
  12. ^ Bradford, Phillips Verner and Blume, Harvey. Ota Benga: The Pygmy in the Zoo. St. Martins Press, 1992.
  13. ^ a b c d Mitch Keller, The Scandal at the Zoo (New York Times), 6 agosto 2006. URL consultato il 7 luglio 2008.
  14. ^ Paul A. Rees, An Introduction to Zoo Biology and Management, Wiley-Blackwell, John Wiley & Sons Ltd., Chichester (West Sussex), 2011, p.44. ISBN 978-1-4051-9349-8
  15. ^ (FR) Cobelco. Belgium human zoo; Peut-on exposer des Pygmées? [link broken] (Le Soir), 27 luglio 2002 (archiviato dall'url originale l'8 febbraio 2005).
  16. ^ Barlet, Olivier and Blanchard, Pascal, "Le retour des zoos humains", abbreviata in "Les zoos humains sont-ils de retour?", Le Monde, June 28, 2005. (French)
  17. ^ (EN) (FR) Vers un nouveau zoo humain en Allemagne? (testo originale in inglese sotto alla traduzione francese) (Indymedia), 6 dicembre 2005. URL consultato il 18 agosto 2014 (archiviato dall'url originale il 19 marzo 2013).; (EN) England Hacks Away at the Shaken EU (Der Spiegel), 6 giugno 2005.; A Different View of the Human Zoo (Der Spiegel), 13 giugno 2005.; Zoo sparks row over 'tribesmen' props for animals, by Allan Hall (The Scotsman), 8 giugno 2005.; Critical analysis of the Augsburg human zoo Archiviato il 4 gennaio 2006 in Internet Archive. ("Organizzatori e visitatori non erano razzisti ma hanno partecipato e riflettono un processo che è stato definito razzializzazione: il quotidiano e spesso dato per scontato mezzo attraverso il quale gli esseri umani sono separati in categorie diseguali e basate su presunte differenze biologiche", etc.)
  18. ^ London Zoo official website Archiviato il 16 gennaio 2006 in Internet Archive.; Humans strip bare for zoo exhibit (BBC News), 25 agosto 2005. URL consultato il 5 gennaio 2010.; Humans On Display At London's Zoo (CBS News), 26 agosto 2005.; The human zoo? by Debra Saunders (a bit more critical) (Townhall), 1º settembre 2005.
  19. ^ (tvnz), 12 gennaio 2007.
  20. ^ BBC News, Pygmy artists housed in Congo zoo, 13 luglio 2007. URL consultato il 22 agosto 2008.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia e film[modifica | modifica wikitesto]

  • Nicolas Bancel, Pascal Blanchard, Gilles Boëtsch, Eric Deroo, Sandrine Lemaire Zoos humains. De la Vénus hottentote aux reality shows, edition La Découverte (2002) 480 pages (FR) - Qui la rappresentazione francese del libro [1] ISBN 2-7071-4401-0
  • Anne Dreesbach: Colonial Exhibitions, 'Völkerschauen' and the Display of the 'Other', European History Online, Mainz: Institute of European History, 2012, retrieved: June 6, 2012.
  • The Couple in the Cage. 1997. Dir. Coco Fusco e Paula Eredia. 30 min.
  • Régis Warnier, the film Man to Man. 2005.
  • "From Bella Coola to Berlin". 2006. Dir. Barbara Hager. 48 minuti. Broadcaster—Bravo! Canada (2007).
  • "Indianer in Berlin: Hagenbeck's Volkerschau". 2006. Dir. Barbara Hager. Broadcaster—Discovery Germany Geschichte Channel (2007).
  • Alexander C. T. Geppert, Fleeting Cities. Imperial Expositions in Fin-de-Siècle Europe (Basingstoke: Palgrave Macmillan, 2010).
  • Sadiah Qureshi, Peoples on Parade: Exhibitions, Empire and Anthropology in Nineteenth-Century Britain (2011).

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