Pongo (zoologia)
Gli oranghi sono grandi scimmie antropomorfe originarie delle foreste pluviali di Indonesia e Malaysia. Oggi sopravvivono soltanto in alcune aree del Borneo e di Sumatra, ma durante il Pleistocene erano diffusi in gran parte del Sud-est asiatico e della Cina meridionale. Appartenenti al genere Pongo Lacépède, 1799, gli oranghi furono inizialmente considerati un'unica specie. Nel 1996 vennero distinti in due specie: l'orango del Borneo (P. pygmaeus, con tre sottospecie) e l'orango di Sumatra (P. abelii); una terza specie, l'orango di Tapanuli (P. tapanuliensis), è stata identificata in modo definitivo nel 2017. Gli oranghi sono gli unici membri viventi della sottofamiglia Ponginae, che si separò geneticamente dagli altri ominidi, cioè gorilla, scimpanzé e esseri umani, tra 19,3 e 15,7 milioni di anni fa.
Fra le grandi scimmie antropomorfe, gli oranghi sono i più arboricoli e trascorrono la maggior parte della loro vita sugli alberi. Hanno braccia proporzionalmente molto lunghe, gambe corte e un mantello di peli bruno-rossastri che ricopre il corpo. I maschi adulti pesano in media circa 75 kg, mentre le femmine raggiungono circa 37 kg. I maschi adulti dominanti sviluppano caratteristiche guance carnose laterali, dette flange, ed emettono lunghi richiami che servono sia ad attirare le femmine sia a intimidire i rivali; i maschi più giovani e subordinati, invece, non presentano questi tratti marcati e assomigliano di più alle femmine adulte. Gli oranghi sono le più solitarie fra le grandi scimmie antropomorfe: i legami sociali più stabili si osservano soprattutto tra le madri e i loro piccoli dipendenti. La frutta costituisce la componente principale della loro dieta, ma consumano anche vegetazione, corteccia, miele, insetti e uova di uccelli. Possono vivere oltre 30 anni, sia in natura sia in cattività.
Gli oranghi sono considerati tra i primati più intelligenti. Utilizzano una notevole varietà di strumenti complessi e ogni notte costruiscono nidi elaborati per dormire, intrecciando rami e fogliame. Le loro capacità di apprendimento sono state studiate in modo approfondito e all'interno delle diverse popolazioni potrebbero esistere vere e proprie tradizioni culturali distinte. Gli oranghi compaiono nella letteratura e nell'arte almeno dal XVIII secolo, soprattutto in opere che riflettono sulla società umana. Gli studi sul campo dedicati a queste grandi scimmie furono sviluppati in maniera pionieristica dalla primatologa Biruté Galdikas, mentre la loro presenza in strutture di cattività è documentata in varie parti del mondo almeno dagli inizi del XIX secolo.
Tutte e tre le specie di orango sono considerate in pericolo critico di estinzione. Le attività umane hanno provocato un drastico declino sia delle popolazioni sia dell'areale di distribuzione. Tra le principali minacce per gli oranghi selvatici vi sono il bracconaggio, praticato sia per la carne sia come ritorsione per i danni arrecati alle coltivazioni, la distruzione dell'habitat e la deforestazione, legate soprattutto alle piantagioni di palma da olio e al disboscamento, nonché il commercio illegale di animali da compagnia. Diverse organizzazioni attive nella conservazione e nella riabilitazione lavorano per garantire la sopravvivenza degli oranghi in natura.
Etimologia
[modifica | modifica wikitesto]La maggior parte delle fonti occidentali fa derivare il nome «orangutan» (scritto anche orang-utan, orang utan, orangutang e ourang-outang[1]) dalle parole malesi orang, che significa «persona», e hutan, che significa «foresta». Il termine sarebbe quindi interpretabile come «persona della foresta».[2][3] Nella lingua malese, tuttavia, l'espressione veniva usata per indicare esseri umani che vivevano nella foresta; la prima attestazione malese del termine orang-utan riferito alla scimmia lo identifica infatti come un termine occidentale.[4] Esistono però alcuni indizi che suggeriscono che il vocabolo possa essere stato impiegato in riferimento alle scimmie già nel malese antico premoderno.[2]
Nelle fonti occidentali, la prima attestazione a stampa del termine riferito a queste scimmie compare nel 1631 nella Historiae naturalis et medicae Indiae orientalis del medico olandese Jacobus Bontius. Bontius riferì che, secondo i Malesi, la scimmia fosse capace di parlare, ma preferisse non farlo «per timore di essere costretta a lavorare».[5] Il termine ricorre anche in varie descrizioni in lingua tedesca della zoologia indonesiana del XVII secolo. È stato proposto che la parola derivi in modo specifico dalla varietà banjarese del malese,[6] ma l'antichità delle fonti in giavanese antico citate sopra rende il malese antico un'origine più probabile. Cribb e colleghi (2014) hanno suggerito che il resoconto di Bontius non si riferisse in realtà a scimmie, poiché la descrizione proveniva da Giava, dove questi animali non erano noti, bensì a esseri umani affetti da una grave condizione medica, molto probabilmente cretinismo, e che l'uso del termine sia stato successivamente frainteso da Nicolaes Tulp, il primo a impiegarlo in una pubblicazione circa un decennio dopo.[4]
La parola è attestata per la prima volta in inglese nel 1693, ad opera del medico John Bulwer, nella forma Orang-Outang;[1][7] varianti terminanti in -ng si trovano anche in molte altre lingue. Questa grafia, e la relativa pronuncia, è rimasta in uso in inglese fino a oggi, anche se ormai è spesso considerata non corretta.[8][9][10] La caduta della h di hutan e il passaggio da -ng a -n sono stati interpretati come indizi del fatto che il termine sia giunto in inglese attraverso il portoghese.[6] In malese, invece, il termine è attestato per la prima volta soltanto nel 1840, non come nome indigeno, ma per indicare il modo in cui gli inglesi chiamavano l'animale.[11] La parola orangutan nel malese e nell'indonesiano moderni sarebbe dunque un prestito dall'inglese o dall'olandese, entrato nel XX secolo, il che spiegherebbe anche l'assenza della h iniziale di hutan.[6]
Il nome del genere, Pongo, deriva da un resoconto del XVI secolo dell'esploratore inglese Andrew Battel, marinaio tenuto prigioniero dai portoghesi in Angola, nel quale vengono descritti due «mostri» antropomorfi chiamati Pongo ed Engeco. Oggi si ritiene che Battel stesse in realtà descrivendo dei gorilla, ma nel XVIII secolo i termini orangutan e pongo venivano impiegati per indicare in generale tutte le grandi scimmie antropomorfe. Il naturalista francese Bernard Germain de Lacépède adottò il termine Pongo per il genere nel 1799.[12][4] A sua volta, il Pongo di Battel deriverebbe dalla parola kongo mpongi[13][14] o da termini affini della stessa area, come pungu in lumbu, mpungu in vili o yimpungu in yombi.[15]
Tassonomia e filogenesi
[modifica | modifica wikitesto]L'orango fu descritto scientificamente per la prima volta nel 1758 nel Systema Naturae di Carlo Linneo con il nome di Homo troglodytes.[4] Nel 1760 venne rinominato Simia pygmaeus dal suo allievo Christian Emmanuel Hopp, mentre nel 1799 Lacépède gli assegnò il nome Pongo.[4] Le popolazioni delle due isole furono proposte come specie separate quando P. abelii venne descritto dal naturalista francese René Lesson nel 1827.[16] Nel 2001 P. abelii fu confermata come specie a pieno titolo sulla base di prove molecolari pubblicate nel 1996,[17][18][19] e tre popolazioni distinte del Borneo furono elevate al rango di sottospecie (P. p. pygmaeus, P. p. morio e P. p. wurmbii).[20] La descrizione, nel 2017, di una terza specie, P. tapanuliensis, proveniente da Sumatra a sud del lago Toba, portò con sé una sorprendente conclusione: questa forma risulta infatti più strettamente imparentata con la specie del Borneo, P. pygmaeus, che non con l'altra specie di Sumatra, P. abelii.[19]

Il genoma dell'orango di Sumatra fu sequenziato nel gennaio 2011.[21][22] Dopo l'uomo e lo scimpanzé, l'orango di Sumatra divenne così la terza specie di grande scimmia antropomorfa di cui venne sequenziato il genoma. Successivamente venne sequenziato anche il genoma della specie del Borneo. Gli oranghi del Borneo (P. pygmaeus) mostrano una diversità genetica inferiore rispetto agli oranghi di Sumatra (P. abelii), nonostante la popolazione di questi ultimi sia da sei a sette volte più numerosa. I ricercatori sperano che questi dati genetici possano aiutare i conservazionisti a preservare questa grande scimmia in pericolo, oltre a fornire nuove informazioni sulle malattie genetiche umane.[22] Come gorilla e scimpanzé, anche gli oranghi possiedono 48 cromosomi diploidi, a differenza dell'uomo che ne possiede 46.[23]
Secondo le evidenze molecolari, all'interno delle scimmie antropomorfe della superfamiglia Hominoidea, i gibboni si separarono durante il Miocene inferiore, tra 24,1 e 19,7 milioni di anni fa, mentre gli oranghi si separarono dalla linea evolutiva delle grandi scimmie africane tra 19,3 e 15,7 milioni di anni fa. Israfil e colleghi (2011) hanno stimato, sulla base di loci mitocondriali, legati al cromosoma Y e al cromosoma X, che la divergenza tra la specie di Sumatra e quella del Borneo sia avvenuta tra 4,9 e 2,9 milioni di anni fa.[24] Al contrario, lo studio genomico del 2011 suggerì che queste due specie si fossero separate molto più recentemente, circa 400.000 anni fa. Lo stesso studio rilevò inoltre che gli oranghi si sono evoluti a un ritmo più lento rispetto sia agli scimpanzé sia agli esseri umani.[22] Uno studio genomico del 2017 ha indicato che gli oranghi del Borneo e quelli di Tapanuli si separarono dagli oranghi di Sumatra circa 3,4 milioni di anni fa e l'uno dall'altro circa 2,4 milioni di anni fa. Milioni di anni fa gli oranghi si spostarono dall'Asia continentale verso Sumatra e poi verso il Borneo, poiché durante i più recenti periodi glaciali le isole erano unite da ponti terrestri, in un contesto di livelli marini molto più bassi degli attuali. Si ritiene che l'areale attuale dell'orango di Tapanuli sia vicino alla zona in cui gli oranghi ancestrali entrarono per la prima volta, dall'Asia continentale, in quello che oggi è l'arcipelago indonesiano.[19][25]
| Tassonomia del genere Pongo[26] | Filogenesi della superfamiglia Hominoidea[24] | |||||||||||||||||||||||||||
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Genere Pongo
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Documentazione fossile
[modifica | modifica wikitesto]Le tre specie di orango sono gli unici membri viventi della sottofamiglia Ponginae. Questa sottofamiglia comprende anche scimmie estinte come Lufengpithecus, vissuto tra 8 e 2 milioni di anni fa nella Cina meridionale e in Thailandia;[18] Indopithecus, vissuto in India tra 9,2 e 8,6 milioni di anni fa; e Sivapithecus, presente in India e Pakistan da 12,5 fino a 8,5 milioni di anni fa.[27] Questi animali probabilmente vivevano in ambienti più secchi e più freschi rispetto a quelli frequentati oggi dagli oranghi. Khoratpithecus piriyai, vissuto in Thailandia tra 5 e 7 milioni di anni fa, è considerato il più vicino parente noto degli oranghi attuali e abitava ambienti simili.[18] Anche il più grande primate conosciuto, Gigantopithecus, apparteneva ai Ponginae e visse in Cina da circa 2 milioni fino a 300.000 anni fa.[28][18]
La più antica testimonianza conosciuta del genere Pongo proviene dal Pleistocene inferiore di Chongzuo ed è costituita da denti attribuiti alla specie estinta P. weidenreichi.[29][30] Pongo compare anche come parte del complesso faunistico presente nei depositi pleistocenici di grotte in Vietnam, insieme a Gigantopithecus, sebbene in questo caso sia noto soltanto attraverso denti. Alcuni fossili descritti con il nome P. hooijeri sono stati rinvenuti in Vietnam, e da varie parti del Sud-est asiatico sono state descritte numerose sottospecie fossili. Non è chiaro se questi resti appartengano a P. pygmaeus o a P. abelii, oppure se rappresentino in realtà specie distinte.[31] Nel 2025, altre due specie distinte provenienti da depositi pleistocenici delle grotte di Làng Tráng e Kéo Lèng, in Vietnam, sono state descritte come P. grovesei e P. nguyenbinheri.[32] Durante il Pleistocene, Pongo possedeva un areale molto più esteso di quello attuale, che si estendeva attraverso tutta la Sundaland, il Sud-est asiatico continentale e la Cina meridionale. Denti di orango risalenti a 60.000 anni fa sono noti dalla Malesia peninsulare.[33] I resti più recenti della Cina meridionale, costituiti da denti attribuiti a P. weidenreichi, sono datati tra 66.000 e 57.000 anni fa.[34] L'areale degli oranghi si ridusse notevolmente entro la fine del Pleistocene, molto probabilmente a causa della diminuzione degli habitat forestali durante il massimo glaciale dell'ultima glaciazione. È tuttavia possibile che essi siano sopravvissuti anche nell’Olocene in Cambogia e Vietnam.[29][33]
Caratteristiche
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Gli oranghi presentano un marcato dimorfismo sessuale. Le femmine misurano in genere circa 115 cm di altezza e pesano intorno ai 37 kg, mentre i maschi adulti raggiungono mediamente 137 cm di altezza e 75 kg di peso. L'orango più alto mai registrato misurava 180 cm. Rispetto all'uomo, gli oranghi possiedono braccia proporzionalmente molto lunghe: un maschio può avere un'apertura delle braccia di circa 2 metri, mentre le gambe sono relativamente corte. Il corpo è ricoperto da un lungo pelo rossiccio, inizialmente di tonalità arancione brillante e tendente con l'età al marrone rossastro o al color cioccolato; la pelle è grigio-nera. Sebbene il volto sia in gran parte glabro, nei maschi può svilupparsi una certa peluria facciale, che conferisce un aspetto barbuto.[35][36][18]
Gli oranghi hanno orecchie e naso piccoli; le orecchie sono prive di lobi.[35] Il volume endocranico medio è di 397 cm³.[37] Il cranio è elevato rispetto alla faccia, che appare concava e prognata.[35] In confronto a scimpanzé e gorilla, l'arcata sopracciliare è poco sviluppata.[38] Femmine e giovani possiedono crani relativamente tondeggianti e facce sottili, mentre i maschi maturi presentano una cresta sagittale prominente, grandi flange guanciali,[35] ampi sacchi golari e lunghi canini.[35][18] Le flange guanciali sono costituite per lo più da tessuto adiposo e sono sostenute dalla muscolatura del volto.[39] I sacchi golari agiscono come camere di risonanza per l'emissione dei lunghi richiami.[40]

Le mani degli oranghi presentano quattro dita lunghe e un pollice opponibile molto più corto, adattamento che consente una presa salda sui rami durante gli spostamenti fra gli alberi. A riposo, le dita assumono una posizione incurvata che crea una presa sospensoria a uncino. Con il pollice spostato lateralmente, le dita e la mano possono afferrare con sicurezza oggetti di piccolo diametro, poggiando la parte superiore delle dita contro l'interno del palmo e formando così una presa particolarmente stabile.[41] Anche i piedi presentano quattro dita lunghe e un alluce opponibile, caratteristica che conferisce loro una destrezza simile a quella delle mani. Le articolazioni dell'anca permettono inoltre alle gambe di ruotare in modo analogo alle braccia e alle spalle.[18]
Gli oranghi si muovono fra gli alberi sia mediante arrampicata verticale sia tramite sospensione. Rispetto alle altre grandi scimmie antropomorfe, scendono al suolo di rado, poiché a terra risultano più impacciati. A differenza di gorilla e scimpanzé, non sono veri camminatori sulle nocche: quando si spostano sul terreno piegano invece le dita e avanzano appoggiandosi sui lati delle mani e dei piedi.[42][43]
Rispetto ai loro parenti del Borneo, gli oranghi di Sumatra sono più slanciati, con pelo più chiaro e più lungo e con il volto più allungato.[36] Gli oranghi di Tapanuli assomigliano nel portamento corporeo e nel colore del mantello più agli oranghi di Sumatra che a quelli del Borneo.[19] Si distinguono inoltre per il pelo più ispido, i crani più piccoli e il volto più piatto rispetto alle altre due specie.[44]
Ecologia e comportamento
[modifica | modifica wikitesto]Gli oranghi sono prevalentemente arboricoli e abitano le foreste pluviali tropicali, in particolare le foreste di dipterocarpi di pianura e le foreste secondarie mature.[36][45] Le popolazioni risultano più concentrate in prossimità degli habitat ripariali, come le foreste paludose d'acqua dolce e quelle su torba, mentre le foreste più secche lontane dalle aree allagate ospitano un numero inferiore di individui. La densità di popolazione diminuisce inoltre alle quote più elevate.[23] Gli oranghi entrano occasionalmente anche in praterie, campi coltivati, giardini, giovani foreste secondarie e laghi poco profondi.[45]
Gran parte della giornata è dedicata all'alimentazione, al riposo e agli spostamenti.[46] La giornata inizia con due o tre ore di alimentazione al mattino; nelle ore centrali segue una fase di riposo, mentre nel tardo pomeriggio gli animali riprendono a spostarsi. Con l'arrivo della sera preparano il nido per la notte.[45] Tra i possibili predatori degli oranghi figurano tigri, leopardi nebulosi e cani selvatici.[23] I parassiti più comuni sono nematodi del genere Strongyloides e il ciliato Balantidium coli. Tra gli Strongyloides, nelle forme giovani sono state segnalate le specie S. fuelleborni e S. stercoralis.[47] Gli oranghi utilizzano anche la pianta Dracaena cantleyi come balsamo antinfiammatorio.[48] Gli individui in cattività possono invece soffrire di patologie delle alte vie respiratorie.[49]
Dieta e alimentazione
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Gli oranghi sono principalmente frugivori e la ricerca di frutti può occupare dal 57 all'80% del tempo dedicato all'alimentazione. Anche nei periodi di scarsità, il consumo di frutta rappresenta comunque circa il 16% del tempo di foraggiamento. I frutti più consumati sono quelli con polpa morbida, arilli o pareti dei semi carnose, in particolare i fichi, ma anche drupe e bacche.[23] Si ritiene che gli oranghi siano gli unici dispersori dei semi di alcune specie vegetali, fra cui la liana Strychnos ignatii, che contiene l'alcaloide tossico stricnina.[50]
Nella dieta rientrano anche le foglie, che rappresentano in media il 25% del tempo di alimentazione. Le foglie vengono consumate più frequentemente quando la frutta è meno disponibile, ma anche nei periodi di abbondanza di frutti gli oranghi continuano a mangiarle per l'11-20% del tempo. Sembra inoltre che durante i periodi di scarsità di frutta dipendano in particolare da foglie e fusti di Borassodendron borneensis. Altri alimenti consumati comprendono corteccia, miele, uova di uccelli, insetti e piccoli vertebrati, inclusi i lori lenti.[45][23]
In alcune aree gli oranghi praticano la geofagia, cioè il consumo di terreno e di altre sostanze terrose. Possono strappare il suolo dal terreno, ma anche mangiare i tubi protettivi presenti sui tronchi degli alberi. Visitano inoltre pareti rocciose o depressioni del terreno per assumere sali minerali. È possibile che ingeriscano questi suoli per i minerali a base di caolino, dalle proprietà detossificanti, poiché la loro dieta comprende tannini tossici e acidi fenolici.[23]
Vita sociale
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La struttura sociale dell'orango può essere definita al meglio come solitaria ma sociale: questi animali conducono infatti una vita più solitaria rispetto alle altre grandi scimmie antropomorfe.[51] Gli oranghi del Borneo sono generalmente più solitari di quelli di Sumatra.[36] I legami sociali più stabili si osservano soprattutto tra le femmine adulte e la loro prole, sia dipendente sia già svezzata. Le femmine residenti vivono con i piccoli all'interno di areali definiti, che si sovrappongono a quelli di altre femmine adulte, spesso loro parenti strette. Uno o più areali di femmine residenti ricadono all'interno dell'areale di un maschio residente, che costituisce il loro principale partner riproduttivo.[51][52] Le interazioni tra femmine adulte possono variare da rapporti amichevoli a evitamento reciproco fino ad atteggiamenti antagonistici.[53] I maschi con flange sono spesso ostili sia verso altri maschi con flange sia verso quelli privi di flange, mentre i maschi senza flange tendono a essere più pacifici tra loro.[54]
Gli oranghi si disperdono e stabiliscono il proprio areale intorno agli 11 anni di età. Le femmine tendono a rimanere vicino alla zona natale, mentre i maschi si allontanano di più, pur potendo continuare a visitarla all'interno del loro più vasto territorio.[52][55] I maschi attraversano una fase transitoria, che dura finché non sono in grado di sfidare e sostituire un maschio dominante residente.[56] Sia gli individui residenti sia quelli transitori possono riunirsi presso grandi alberi in fruttificazione per alimentarsi. Poiché in questi casi i frutti sono generalmente abbondanti, la competizione è ridotta e gli individui possono dedicarsi a interazioni sociali.[57][58][59] Gli oranghi possono anche formare gruppi di spostamento, con membri che si muovono insieme tra differenti fonti di cibo.[56] Spesso si tratta di consorzi temporanei tra un maschio adulto e una femmina.[57] La pulizia reciproca del pelo è invece rara.[60]
Comunicazione
[modifica | modifica wikitesto]Gli oranghi comunicano attraverso una varietà di vocalizzazioni e suoni. I maschi emettono lunghi richiami sia per attirare le femmine sia per segnalare la propria presenza agli altri maschi.[40] Questi richiami presentano tre componenti: iniziano con brontolii, raggiungono un picco con impulsi ritmici e terminano con suoni gorgoglianti. Entrambi i sessi cercano di intimidire i conspecifici con una serie di suoni a bassa frequenza noti complessivamente come rolling call. Quando sono a disagio, gli oranghi producono il cosiddetto kiss squeak, ottenuto inspirando aria attraverso le labbra strette. Le madri emettono raschiamenti gutturali per mantenere il contatto con i piccoli, mentre i giovani producono lievi pigolii quando sono in difficoltà. Durante la costruzione del nido, gli oranghi emettono schiocchi o imitano il rumore di una pernacchia.[61] Le vocalizzazioni degli oranghi mostrano componenti simili a consonanti e vocali e mantengono il proprio significato anche a grandi distanze.[62] Presentano inoltre forme di ricorsività articolate su tre livelli di suoni ritmici.[63]
Madri e piccoli utilizzano anche diversi gesti ed espressioni, come invitare con un cenno, battere i piedi, spingere in avanti il labbro inferiore, scuotere un oggetto o «presentare» una parte del corpo. Questi segnali comunicano intenzioni come «prendi questo oggetto», «sali su di me», «fammi salire su di te», «passami sopra», «allontanati», «cambia il gioco diminuendo l'intensità», «riprendi a giocare» e «smettila».[64]
Riproduzione e sviluppo
[modifica | modifica wikitesto]I maschi raggiungono la maturità sessuale intorno ai 15 anni. Possono tuttavia mostrare uno sviluppo arrestato, senza sviluppare le tipiche flange guanciali, i pronunciati sacchi golari, il pelo lungo o i lunghi richiami fino a quando non viene a mancare un maschio dominante residente. La trasformazione da maschio privo di flange a maschio con flange può avvenire rapidamente. I maschi con flange attirano le femmine in estro attraverso i loro richiami caratteristici, che potrebbero anche inibire lo sviluppo dei maschi più giovani.[40][18]
I maschi privi di flange vagano ampiamente alla ricerca di femmine in estro e, una volta incontrate, possono forzare l'accoppiamento; la frequenza della copulazione forzata negli oranghi è insolitamente elevata per un mammifero. Le femmine preferiscono però accoppiarsi con i maschi con flange, generalmente più forti e idonei, formando con essi coppie temporanee e traendo vantaggio dalla loro protezione.[65][56][66] Le femmine che non stanno ovulando di solito non oppongono resistenza agli accoppiamenti con maschi senza flange, poiché la probabilità di concepimento è bassa.[66] È stato documentato anche comportamento omosessuale, sia in contesti affiliativi sia in contesti aggressivi.[67]

A differenza delle femmine delle altre grandi scimmie antropomorfe non umane, le femmine di orango non presentano rigonfiamenti sessuali visibili per segnalare la fertilità.[66] Una femmina partorisce per la prima volta intorno ai 15 anni e l'intervallo tra una nascita e la successiva è di sei-nove anni, il più lungo tra le grandi scimmie antropomorfe.[68] La gestazione dura circa nove mesi e alla nascita il piccolo pesa da 1,5 a 2 kg.[18] Di norma nasce un solo piccolo; i gemelli sono rari.[69] A differenza di molti altri primati, i maschi di orango non sembrano praticare l'infanticidio, probabilmente perché non possono assicurarsi di generare il successivo piccolo di una femmina, dato che questa non riprende immediatamente a ovulare dopo la perdita del neonato.[70] Vi sono inoltre prove che le femmine con prole di età inferiore ai sei anni evitino generalmente i maschi adulti.[71]
Le femmine si occupano della maggior parte delle cure parentali. La madre trasporta il piccolo durante gli spostamenti, lo allatta e dorme con lui.[18] Nei primi quattro mesi il piccolo è quasi costantemente a contatto fisico con la madre e si aggrappa al suo ventre. Nei mesi successivi il contatto fisico diminuisce gradualmente. Quando un giovane orango raggiunge circa un anno e mezzo di età, migliora nelle arrampicate e può muoversi nella volta forestale tenendosi per mano con altri oranghi, comportamento noto come buddy travel.[60] Dopo i due anni i giovani iniziano ad allontanarsi temporaneamente dalla madre. Raggiungono l'adolescenza a sei o sette anni e sono allora in grado di vivere da soli, pur mantenendo alcuni legami con la madre.[18] Le femmine possono allattare i piccoli fino a otto anni, più di qualsiasi altro mammifero.[72] In genere gli oranghi vivono oltre 30 anni sia in natura sia in cattività.[18]
Costruzione del nido
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Gli oranghi costruiscono nidi specializzati sia per il riposo diurno sia per quello notturno. Queste strutture sono realizzate con grande cura; i giovani imparano osservando il comportamento materno nella costruzione del nido. In effetti, questa attività consente ai piccoli di diventare progressivamente meno dipendenti dalla madre. A partire dai sei mesi di età gli oranghi iniziano a esercitarsi nella costruzione dei nidi e raggiungono una buona competenza entro i tre anni.[73]
La costruzione di un nido notturno segue una sequenza precisa. In primo luogo viene scelto un albero adatto; gli oranghi sono selettivi nella scelta del sito, anche se i nidi possono essere costruiti su molte specie arboree. Per predisporre la base, l'animale afferra i rami più grandi sottostanti e li piega in modo da unirli. Successivamente fa lo stesso con rami più piccoli e frondosi, creando una sorta di «materasso». A questo punto si alza e intreccia le estremità dei rami all'interno della struttura, aumentando così la stabilità del nido. Infine rende il giaciglio più confortevole realizzando elementi assimilabili a «cuscini», «coperte», «tetti» e perfino «letti a castello».[73]
Intelligenza
[modifica | modifica wikitesto]Gli oranghi sono considerati tra i primati non umani più intelligenti. Gli esperimenti suggeriscono che siano in grado di seguire lo spostamento di oggetti sia visibili sia nascosti.[75][76] Allo Zoo di Atlanta è presente un computer con schermo tattile sul quale i due oranghi di Sumatra ospitati nella struttura giocano a diversi giochi.[77] Uno studio del 2008 condotto su due oranghi dello zoo di Lipsia ha mostrato che questi animali possono praticare una forma di «reciprocità calcolata», nella quale un individuo aiuta un altro aspettandosi di ricevere in cambio un beneficio in un secondo momento. Gli oranghi sono stati la prima specie non umana nella quale questo comportamento sia stato documentato.[78]
In uno studio del 1997, due oranghi adulti in cattività furono sottoposti al cosiddetto paradigma della trazione cooperativa. Senza alcun addestramento preliminare, già nella prima sessione riuscirono a tirare insieme un oggetto per ottenere del cibo. Nel corso di 30 sessioni, le grandi scimmie ottennero risultati sempre più rapidi, mostrando di aver imparato a coordinarsi.[79] È stato inoltre documentato che un orango adulto supera il test dello specchio, il che indica autoconsapevolezza,[80] mentre un altro esperimento condotto su un individuo di due anni non ha evidenziato autoriconoscimento.[81]
Gli studi sul campo indicano che i maschi adulti con flange pianificano in anticipo i propri spostamenti e li segnalano agli altri individui.[82] Esperimenti condotti su oranghi hanno anche suggerito che essi possano comunicare riguardo a oggetti o situazioni non immediatamente presenti: le madri, ad esempio, rimangono silenziose in presenza di una minaccia percepita, ma una volta cessato il pericolo emettono un richiamo d'allarme rivolto alla prole, in modo da insegnare ai piccoli a riconoscere quel rischio.[83] Gli oranghi, come le altre grandi scimmie antropomorfe, emettono vocalizzazioni simili a una risata in risposta al contatto fisico, ad esempio durante la lotta giocosa, gli inseguimenti o il solletico. Ciò suggerisce che la risata derivi da un'origine comune tra le specie di primati e che quindi si sia evoluta prima della comparsa dell'uomo.[84] Gli oranghi possono inoltre imparare a imitare nuovi suoni controllando intenzionalmente le vibrazioni delle corde vocali, una caratteristica che negli esseri umani ha condotto all'emergere del linguaggio.[74][85] Bonnie, un'orango dello zoo nazionale degli Stati Uniti, fu osservata mentre fischiava spontaneamente dopo aver sentito un guardiano farlo; sembra che producesse questo suono senza aspettarsi alcuna ricompensa alimentare.[86]
Uso di strumenti e cultura
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L'uso di strumenti negli oranghi fu osservato dalla primatologa Biruté Galdikas in popolazioni composte da individui precedentemente vissuti in cattività e poi reintrodotti.[87] Gli oranghi di Suaq Balimbing furono osservati sviluppare un vero e proprio repertorio di strumenti impiegati durante il foraggiamento, comprendente sia bastoncini per estrarre insetti dalle cavità degli alberi sia strumenti per rimuovere semi da frutti con involucro duro. Gli oranghi adattavano gli strumenti al compito specifico e mostravano una preferenza per l'uso orale degli utensili.[88][89] Questa stessa preferenza è stata riscontrata anche in uno studio sperimentale su oranghi in cattività.[90] È stato inoltre osservato che gli oranghi usano bastoni per punzecchiare i pesci gatto, inducendoli a balzare fuori dall'acqua e permettendo così alla scimmia di afferrarli.[91][92] È stato anche documentato che possono conservare gli strumenti per un uso successivo.[93] Durante la costruzione del nido, sembrano essere in grado di determinare quali rami siano più adatti a sostenere il peso del proprio corpo.[94]
Il primatologo Carel P. van Schaik e l'antropologa biologica Cheryl D. Knott approfondirono successivamente lo studio dell'uso degli strumenti in differenti popolazioni selvatiche di oranghi. Essi confrontarono le variazioni geografiche nell'impiego di utensili in relazione alla lavorazione dei frutti di Neesia. Gli oranghi di Suaq Balimbing si dimostrarono utilizzatori particolarmente frequenti di strumenti per l'estrazione di insetti e semi rispetto ad altre popolazioni selvatiche.[95][96] Gli studiosi suggerirono che tali differenze avessero natura culturale, poiché non risultavano correlate al tipo di habitat. Gli oranghi di Suaq Balimbing vivono infatti relativamente vicini tra loro e mostrano un buon livello di tolleranza reciproca, condizioni favorevoli alla diffusione di nuovi comportamenti.[95] Ulteriori prove del fatto che gli oranghi più sociali abbiano maggiori probabilità di manifestare comportamenti culturali provengono da uno studio sul trasporto di foglie in individui precedentemente vissuti in cattività e sottoposti a riabilitazione sull’isola di Kaja, nel Borneo.[97]
Gli oranghi selvatici di Tuanan, nel Borneo, sono stati osservati utilizzare strumenti anche nella comunicazione acustica. Essi usano foglie per amplificare i suoni del kiss squeak che producono. È possibile che ricorrano a questo metodo di amplificazione per indurre l'ascoltatore a credere di trovarsi di fronte a un animale di dimensioni maggiori.[98] Nel 2003, ricercatori che lavoravano in sei differenti siti di studio sugli oranghi, impiegando il medesimo schema di codifica comportamentale, confrontarono i comportamenti delle popolazioni osservate. Scoprirono che ogni popolazione di oranghi utilizzava strumenti differenti. Le evidenze suggerivano che tali differenze fossero culturali: in primo luogo, l'entità delle differenze aumentava con la distanza geografica, indicando che era in atto una diffusione culturale; in secondo luogo, l'ampiezza del repertorio culturale degli oranghi cresceva in funzione della quantità di contatti sociali presenti all'interno del gruppo. Il contatto sociale, dunque, favorisce la trasmissione culturale.[99]
Durante un'osservazione sul campo effettuata nel 2022, un maschio di orango di Sumatra noto ai ricercatori con il nome di Rakus fu visto masticare foglie della liana Fibraurea tinctoria e applicare il materiale vegetale triturato su una ferita aperta presente sul volto.[100] Secondo i primatologi che osservavano Rakus nella riserva naturale, cinque giorni più tardi la ferita facciale risultava già chiusa e nel giro di poche settimane si era cicatrizzata, lasciando soltanto una piccola cicatrice.[100][101]
Personalità giuridica
[modifica | modifica wikitesto]Nel giugno 2008 la Spagna divenne il primo paese a riconoscere alcuni diritti alle grandi scimmie antropomorfe non umane, sulla base delle linee guida del Great Ape Project, secondo cui scimpanzé, bonobo, oranghi e gorilla non dovrebbero essere utilizzati nella sperimentazione animale.[102][103] Nel dicembre 2014, un tribunale argentino stabilì che un'orango di nome Sandra, ospitata nello zoo di Buenos Aires, dovesse essere trasferita in un santuario in Brasile per garantirle una «libertà parziale o controllata». Organizzazioni per i diritti degli animali, come Great Ape Project Argentina, sostennero che la sentenza avrebbe dovuto applicarsi a tutte le specie tenute in cattività, mentre alcuni giuristi della Camera federale argentina di cassazione penale ritennero che la decisione fosse applicabile soltanto agli ominidi non umani.[104]
Oranghi e uomini
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Gli oranghi erano conosciuti dalle popolazioni native di Sumatra e del Borneo da millenni. In Sarawak queste grandi scimmie sono chiamate maias, mentre in altre parti del Borneo e a Sumatra sono note come mawas.[11] Alcune comunità le cacciavano per ricavarne cibo o ornamenti, mentre altre consideravano tali pratiche soggette a tabù. Nel Borneo centrale, secondo alcune credenze tradizionali, guardare un orango in volto porta sfortuna. Alcuni racconti popolari narrano di oranghi che si accoppiano con esseri umani o che li rapiscono; esistono persino storie di cacciatori catturati da femmine di orango.[18]
Gli europei vennero a conoscenza dell'esistenza dell'orango nel XVII secolo.[18] Nel corso del XIX secolo gli esploratori del Borneo li cacciarono intensamente. Nel 1779 l'anatomista olandese Petrus Camper, che osservò questi animali e ne dissezionò alcuni esemplari, ne fornì la prima descrizione scientifica.[18] Camper ritenne erroneamente che i maschi con flange e quelli privi di flange appartenessero a specie diverse, un equivoco che fu corretto solo dopo la sua morte.[105]
Si conosceva ben poco del comportamento degli oranghi fino agli studi sul campo di Biruté Galdikas,[106] che divenne una delle massime autorità mondiali su queste grandi scimmie. Quando giunse nel Borneo nel 1971, la Galdikas si stabilì in una capanna rudimentale di corteccia e paglia in un sito da lei chiamato Camp Leakey, a Tanjung Puting. Nei quattro anni successivi studiò gli oranghi e sviluppò la sua tesi di dottorato per la UCLA.[107] La Galdikas divenne una convinta sostenitrice della tutela degli oranghi e della conservazione della loro foresta pluviale, habitat rapidamente devastato dal disboscamento, dalle piantagioni di palma da olio, dall'estrazione aurifera e dagli incendi forestali di origine antropica.[108] Insieme a Jane Goodall e Dian Fossey, la Galdikas è considerata una delle «Leakey's Angels», così soprannominate in onore dell'antropologo Louis Leakey.[109]
Nella narrativa
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Gli oranghi comparvero per la prima volta nella narrativa occidentale nel XVIII secolo e furono spesso utilizzati come mezzo per riflettere criticamente sulla società umana. Tintinnabulum naturae (The Bell of Nature, 1772), attribuito allo pseudonimo A. Ardra, è narrato dal punto di vista di un ibrido uomo-orango che si definisce il «metafisico dei boschi». Circa cinquant'anni dopo, l'opera anonima The Orang Outang è raccontata da un vero orango tenuto in cattività negli Stati Uniti, il quale scrive una lettera a un amico a Giava per criticare la società di Boston.[4]
Nel romanzo Melincourt (1817) di Thomas Love Peacock compare Sir Oran Haut Ton, un orango che vive tra gli inglesi e arriva persino a candidarsi al Parlamento. Il romanzo costituisce una satira del sistema di classe e di quello politico britannico. La purezza di Oran e il suo status di «uomo naturale» si contrappongono all'immoralità e alla corruzione degli esseri umani «civilizzati».[4] In The Curse of Intellect (1895) di Frank Challice Constable, il protagonista Reuben Power si reca nel Borneo e cattura un orango per insegnargli a parlare, così da «sapere che cosa possa pensare di noi una bestia simile».[4] Gli oranghi compaiono inoltre in modo rilevante nel romanzo di fantascienza Il pianeta delle scimmie (Planet of the Apes, 1963) di Pierre Boulle e nel relativo franchise mediatico da esso derivato. In questo contesto vengono spesso raffigurati come burocrati, come nel caso del dottor Zaius, ministro della scienza.[4]
Talvolta gli oranghi sono stati rappresentati come antagonisti, ad esempio nel romanzo Count Robert of Paris (1832) di Walter Scott e nel racconto I delitti della Rue Morgue (1841) di Edgar Allan Poe.[4] L'adattamento musicale animato disneyano de Il libro della giungla del 1967 introdusse il personaggio di Re Luigi, un orango dai modi jazzistici che cerca di convincere Mowgli a insegnargli come si accende il fuoco.[4] Nel film horror Link (1986) compare un orango intelligente al servizio di un professore universitario, ma animato da intenzioni sinistre: complotta contro l'umanità e perseguita una giovane assistente.[4] Altre opere hanno invece raffigurato gli oranghi come aiutanti degli esseri umani, come avviene con il Bibliotecario nei romanzi fantasy del Mondo Disco di Terry Pratchett e nel romanzo What the Orangutan Told Alice (2004) di Dale Smith.[4] Tra le rappresentazioni più comiche figura invece il film Dunston Checks In del 1996.[4]
In cattività
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Già agli inizi del XIX secolo gli oranghi venivano tenuti in cattività. Nel 1817 un orango fu ospitato insieme ad altri animali presso l'Exeter Exchange di Londra. Rifiutava la compagnia degli altri animali, a eccezione di un cane, e preferiva stare con gli esseri umani. Talvolta veniva portato in giro in carrozza, vestito con un camiciotto e un cappello, e gli venivano persino offerti dei drink in locanda, dove si comportava in modo educato con gli ospiti.[4] Lo zoo di Londra ospitò un'orango femmina chiamata Jenny, che veniva vestita con abiti umani e aveva imparato a bere il tè. È ricordata soprattutto per il suo incontro con Charles Darwin, il quale paragonò le sue reazioni a quelle di un bambino umano.[110][111]
Nel mondo occidentale, zoo e circhi continuarono a utilizzare oranghi e altre scimmie come fonte di intrattenimento, addestrandoli a comportarsi come esseri umani durante tè mondani o a eseguire numeri e trucchi. Tra i più celebri «attori caratteristi» oranghi si ricordano Jacob e Rosa del Tierpark Hagenbeck di Amburgo nei primi anni del XX secolo, Joe Martin dello Universal City Zoo negli anni Dieci e Venti, e Jiggs dello zoo di San Diego negli anni Trenta e Quaranta.[4][112] I gruppi per i diritti degli animali hanno chiesto la cessazione di simili pratiche, ritenendole abusive.[113] A partire dagli anni Sessanta, gli zoo iniziarono a porre maggiore attenzione all'educazione del pubblico e gli spazi dedicati agli oranghi vennero progettati per imitare il loro ambiente naturale e consentire l'espressione di comportamenti spontanei.[4] Ken Allen, un orango dello zoo di San Diego, divenne celebre in tutto il mondo negli anni Ottanta per le sue ripetute fughe dai recinti. Fu soprannominato «l'Houdini peloso» e gli vennero dedicati un fan club, magliette, adesivi da paraurti e una canzone intitolata The Ballad of Ken Allen.[114]
La Galdikas riferì che il suo cuoco fu aggredito sessualmente da un maschio di orango tenuto in cattività.[115] L’animale poteva soffrire di un'alterata identificazione di specie, e la copulazione forzata costituisce una strategia riproduttiva abituale nei maschi di basso rango privi di flange.[116] Il trafficante di animali statunitense Frank Buck sostenne di aver visto madri umane allattare piccoli di orango orfani per mantenerli in vita abbastanza a lungo da poterli vendere a un commerciante, un caso che costituirebbe un esempio di allattamento interspecifico tra esseri umani e animali.[117]
Conservazione
[modifica | modifica wikitesto]Stato e minacce
[modifica | modifica wikitesto]Tutte e tre le specie sono classificate come in pericolo critico di estinzione nella Lista rossa dei mammiferi della IUCN.[118][119][120] In Malaysia e in Indonesia gli oranghi sono legalmente protetti dalla cattura, dal ferimento e dall'uccisione,[121] e sono inoltre inclusi nell'Appendice I della CITES, che ne proibisce il commercio internazionale non autorizzato.[122] L'areale dell'orango del Borneo è divenuto sempre più frammentato, e nelle regioni sud-orientali la presenza della specie è oggi documentata in misura molto ridotta o del tutto assente.[119] La più grande popolazione residua si trova nelle foreste attorno al fiume Sabangau, ma anche questo ambiente è a rischio.[123] L'orango di Sumatra sopravvive soltanto nella parte settentrionale dell'isola, e la maggior parte della popolazione vive nell'ecosistema di Leuser.[118] L'orango di Tapanuli, invece, è confinato esclusivamente alla foresta di Batang Toru, sempre a Sumatra.[120]

Biruté Galdikas scrisse che gli oranghi erano già minacciati dal bracconaggio e dalla deforestazione quando iniziò a studiarli nel 1971.[124] A partire dagli anni Duemila, gli habitat degli oranghi si sono ridotti rapidamente a causa del disboscamento, delle attività minerarie e della frammentazione provocata dalle strade. Un fattore particolarmente importante è stata la conversione di vaste aree di foresta tropicale in piantagioni di palma da olio, in risposta alla domanda internazionale. Anche la caccia rappresenta un grave problema, così come il commercio illegale di animali da compagnia.[118][119]
Gli oranghi possono essere uccisi per il commercio di carne selvatica[125] e le loro ossa vengono vendute clandestinamente nei negozi di souvenir di diverse città del Borneo indonesiano.[126] Anche i conflitti tra popolazioni locali e oranghi costituiscono una minaccia significativa. Gli oranghi che hanno perso il proprio habitat spesso saccheggiano le aree agricole e finiscono per essere uccisi dagli abitanti dei villaggi.[127] In altri casi, i residenti possono essere spinti a ucciderli per procurarsi cibo oppure perché li considerano pericolosi.[128] Le femmine adulte vengono talvolta abbattute affinché i loro piccoli possano essere venduti come animali domestici. Tra il 2012 e il 2017, le autorità indonesiane, con l'aiuto dell'Orangutan Information Center, sequestrarono 114 oranghi, 39 dei quali erano detenuti come animali da compagnia.[129]
Le stime elaborate negli anni Duemila indicavano la presenza in natura di circa 6.500 oranghi di Sumatra e di circa 54.000 oranghi del Borneo.[130] Uno studio del 2016 ha proposto una stima di 14.613 oranghi di Sumatra allo stato selvatico, vale a dire circa il doppio rispetto alle stime precedenti,[131] mentre valutazioni dello stesso anno suggerivano l'esistenza in natura di 104.700 oranghi del Borneo.[119] Uno studio del 2018 ha inoltre rilevato che tra il 1999 e il 2015 gli oranghi del Borneo sono diminuiti di 148.500 individui.[132] Per l'orango di Tapanuli si stima invece che sopravvivano meno di 800 individui, circostanza che colloca questa specie tra le grandi scimmie antropomorfe più minacciate al mondo.[133][44]
Centri e organizzazioni per la conservazione
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Diverse organizzazioni operano per il salvataggio, la riabilitazione e la reintroduzione degli oranghi. La più grande tra esse è la Borneo Orangutan Survival Foundation (BOS), fondata dal conservazionista Willie Smits, che gestisce programmi come il Nyaru Menteng Rehabilitation Program, avviato dalla conservazionista Lone Drøscher Nielsen.[134][135][136]
Nel 2003 una femmina di orango fu salvata da un bordello di villaggio a Kareng Pangi, nel Kalimantan Centrale. L'animale era stato rasato e tenuto incatenato a fini sessuali. Dopo la liberazione, l'orango, chiamata Pony, è stata affidata alla BOS. In seguito è stata gradualmente risocializzata per poter vivere insieme ad altri oranghi.[137] Nel maggio 2017 la BOS salvò inoltre un orango albino tenuto in cattività in un remoto villaggio di Kapuas Hulu, sull'isola di Kalimantan, nel Borneo indonesiano. Secondo i volontari della fondazione, gli oranghi albini sono estremamente rari, con un'incidenza stimata di uno ogni diecimila individui. Si trattava del primo orango albino osservato dall'organizzazione in 25 anni di attività.[138]
Altri importanti centri di conservazione in Indonesia comprendono quelli del Parco nazionale di Tanjung Puting, del Parco nazionale di Sebangau, del Parco nazionale di Gunung Palung e del Parco nazionale di Bukit Baka-Bukit Raya nel Borneo, nonché del Parco nazionale di Gunung Leuser e di Bukit Lawang a Sumatra. In Malaysia, tra le aree di conservazione si segnalano il Semenggoh Wildlife Centre e il Matang Wildlife Centre, entrambi nel Sarawak, nonché il Sepilok Orang Utan Sanctuary nel Sabah.[139] Tra i principali centri per la conservazione con sede al di fuori dei paesi di origine degli oranghi figurano la Frankfurt Zoological Society,[140] la Orangutan Foundation International, fondata dalla stessa Galdikas,[141] e l'Australian Orangutan Project.[142] Organizzazioni come la Orangutan Land Trust collaborano inoltre con l'industria della palma da olio per migliorarne la sostenibilità e incoraggiano il settore a istituire aree di conservazione dedicate agli oranghi.[143][144]
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Altri progetti
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Orangutan Foundation International.
- AZA's Orangutan Conservation Education Center.
- Orangutan Language Project.
- The Orangutan Foundation.
- Orangutan Land Trust.
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