Omicidio di Sergio Ramelli

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Omicidio di Sergio Ramelli
Sergio Ramelli.jpg
Sergio Ramelli
Tipoomicidio volontario[1]
Data29 aprile 1975
LuogoMilano
StatoItalia Italia
Coordinate45°28′14.52″N 9°14′03.7″E / 45.470701°N 9.23436°E45.470701; 9.23436
ObiettivoSergio Ramelli
Responsabilimilitanti della sinistra extraparlamentare legati ad Avanguardia operaia
Motivazionelotta politica

L'omicidio di Sergio Ramelli venne commesso a Milano nel 1975 nella cornice degli anni di piombo. La vittima fu uno studente milanese di 19 anni[2] militante del Fronte della Gioventù[3][4], aggredito il 13 marzo da un gruppo di militanti dell’estrema sinistra extraparlamentare legati ad Avanguardia operaia formato da: Marco Costa, Giuseppe Ferrari Bravo, Claudio Colosio, Antonio Belpiede, Brunella Colombelli, Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari. Il giovane, a causa dei traumi riportati, morì il 29 aprile, oltre un mese e mezzo dopo l’aggressione. I responsabili furono identificati dieci anni dopo l'accaduto e riconosciuti colpevoli di omicidio preterintenzionale al termine dei tre gradi di giudizio del processo, durato da 1987 al 1990[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'omicidio[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi mesi del 1975 l'ITIS «Ettore Molinari» di Milano, presso il quale Ramelli studiava chimica industriale, era teatro di accesi scontri politici tra studenti estremisti di destra e di sinistra, situazione comune a molte scuole superiori e università italiane. L'edificio, risalente ai primi anni sessanta, non permetteva un adeguato controllo dell'ordine pubblico interno e per questo si era guadagnato la reputazione di luogo a rischio.

Le posizioni politiche di Sergio Ramelli, fiduciario[3][4] del Fronte della Gioventù, erano ben note nell'istituto in quanto da lui stesso più volte professate in pubblico e gli procurarono due aggressioni in un breve lasso di tempo che lo spinsero, nel febbraio 1975, a lasciare il “Molinari” per proseguire l'anno scolastico in un istituto privato.[5] Secondo quanto reso noto in seguito da sua madre, Sergio in un tema scolastico aveva espresso posizioni di condanna delle Brigate Rosse, aggiungendovi una nota di biasimo verso il mondo politico per il mancato cordoglio istituzionale di fronte alla morte di due militanti del MSI, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, uccisi durante l'assalto alla sede del MSI di Padova avvenuto l'anno precedente (17 giugno 1974). Il tema, dopo essere stato sottratto al professore, che ne aveva data pubblica lettura in classe, fu affisso in una bacheca scolastica e usato come “capo d'accusa” in una sorta di “processo politico” scolastico, istituito contro Ramelli da studenti che lo accusavano di essere fascista.[6]

Il 13 marzo 1975 Ramelli stava ritornando a casa, in via Amadeo a Milano; parcheggiato il suo motorino poco distante, in via Paladini,[7] si incamminò verso casa. All'altezza del civico 15 di via Paladini, fu assalito da un gruppo di extraparlamentari comunisti di Avanguardia operaia armati di chiavi inglesi,[8] e con queste colpito più volte al capo; a seguito dei colpi perse i sensi e fu lasciato esangue al suolo.[7] La testimonianza resa da Marco Costa durante il processo fu la seguente:[9]

«Ramelli capisce, si protegge la testa con le mani. Ha il viso scoperto e posso colpirlo al viso. Ma temo di sfregiarlo, di spezzargli i denti. Gli tiro giù le mani e lo colpisco al capo con la chiave inglese. Lui non è stordito, si mette a correre. Si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui. Lo colpisco un'altra volta. Non so dove: al corpo, alle gambe. Non so. Una signora urla: "Basta, lasciatelo stare! Così lo ammazzate!" Scappo, e dovevo essere l'ultimo a scappare.»

A sua volta Giuseppe Ferrari Bravo rese la seguente testimonianza:[9]

«Aspettammo dieci minuti, e mi parve un'esistenza. Guardavo una vetrina, ma non dicevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice: "Eccolo", oppure mi dà solo una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che grida: "Basta!". Dura tutto pochissimo... Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto. Fu così breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito. Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto.»

Pochi minuti dopo l'aggressione, un commesso vide il corpo coperto di sangue e allertò la portinaia del palazzo di via Amadeo, dove il giovane abitava. La portinaia, riconosciutolo, avvertì la polizia e i soccorsi medici; un'ambulanza lo portò all'Ospedale Maggiore, precisamente all'ex padiglione «Beretta» specializzato in neurochirurgia, dove il ragazzo fu sottoposto a un intervento chirurgico della durata di circa cinque ore, nel tentativo di ridurre i danni causati dai colpi inferti alla calotta cranica.[10] Il decorso post-operatorio fu caratterizzato da periodi di coma alternati ad altri di lucidità; le complicazioni cerebrali comunque indotte dall'aggressione lasciavano i sanitari dubbiosi sul recupero delle piene funzionalità fisiche.[11]

Nel corso dell'assemblea consiliare al Comune che fece seguito all'aggressione, l'allora sindaco Aldo Aniasi dovette fronteggiare una turbolenta seduta nel corso della quale, a fronte della condanna istituzionale dell'aggressione e alle risentite stigmatizzazioni dell'accaduto dei partiti di destra, vi fu, tra il pubblico presente, chi applaudì alla notizia del fatto e rivolse fischi al rappresentante del MSI Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse che aveva in quel momento la parola.[12] All'applauso presero parte anche diversi consiglieri comunali di sinistra.[13]

Mentre Ramelli era ancora in coma, a Milano seguirono altre aggressioni a esponenti della destra. Il 16 aprile un gruppo di estremisti di sinistra assalì tre giovani del FUAN che stavano effettuando un volantinaggio. Antonio Braggion, iscritto anche ad Avanguardia Nazionale, sparò contro gli aggressori con la pistola, detenuta illegalmente, che aveva in auto, uccidendo con un colpo alla schiena lo studente Claudio Varalli. Il 17 aprile fu aggredito l'avvocato Cesare Biglia, allora consigliere provinciale del MSI, che per questo subì un delicato intervento chirurgico. La moglie, che era con lui, fu ferita a una gamba.

Giorgio Almirante e Franco Servello portano la bara di Sergio Ramelli.

Il 18 aprile il sindacalista della CISNAL Francesco Moratti, ex combattente della RSI e invalido di guerra, fu anch'egli ricoverato in ospedale dopo essere stato picchiato e lasciato in terra mentre i locali in cui si trovava venivano dati alle fiamme. Anche il cameriere Rodolfo Mersi, il panettiere Rinaldo Guffanti e il giovane liberale Pietro Pizzorno furono ricoverati in ospedale, al reparto craniolesi, dopo aver subito aggressioni con chiavi inglesi.[14]

Il 28 aprile, un giorno prima che Ramelli morisse, un gruppetto staccatosi da un corteo della sinistra si recò presso la casa della famiglia Ramelli, dove lasciò scritte sui muri e affisse un manifesto nel quale si minacciava il fratello Luigi Ramelli di morte se non fosse sparito entro 48 ore[15].

Subito dopo aver saputo che Ramelli era in coma, alcuni membri del commando – tra cui Montinari, principale pentito al processo – smisero la militanza. Altri invece, l'anno seguente, Il 31 marzo 1976 avrebbero assaltato il bar Porto di Classe, ritenuto un abituale ritrovo della destra.[16] Per l'occasione al servizio d'ordine di Avanguardia Operaia si aggregarono anche i Comitati antifascisti. Il locale fu devastato e incendiato, tutte le vetrine infrante e feriti sette avventori, tre dei quali furono ridotti in gravi condizioni: uno di loro restò invalido per tutta la vita. All'assalto parteciparono anche Marco Costa[17] e Giuseppe Ferrari Bravo.[18]

Ramelli morì il 29 aprile 1975, quarantasette giorni dopo l'aggressione.[11] I funerali ebbero luogo nella Chiesa dei Santi Nereo e Achilleo; Il feretro giunse in chiesa quasi di soppiatto poiché le autorità locali avevano vietato il corteo funebre e gli estremisti di sinistra avevano minacciato di usare chiavi inglesi contro eventuali partecipanti. Il Presidente della Repubblica Giovanni Leone inviò una corona di fiori e alle esequie presenziò l'allora segretario del MSI Giorgio Almirante. Nel corso della celebrazione quattro militanti di destra furono denunciati per apologia del fascismo in ragione di saluti romani rivolti al feretro e a cerimonia conclusa circa trenta giovani, inneggiando alla figura del Duce, cercarono di raggiungere una vicina sede del PCI, ma furono dispersi dalla polizia. A seguito degli scontri con le forze dell'ordine, altri tre militanti furono incriminati per manifestazione sediziosa e apologia del fascismo.

Nel frattempo, dalle finestre delle aule della facoltà di Medicina che davano su piazzale Gorini, alcuni giovani con i volti coperti da fazzoletti rossi avevano fotografato i partecipanti al funerale:[19] molte delle foto scattate quel giorno sarebbero poi state ritrovate nel cosiddetto "covo di viale Bligny".[20] Ramelli fu inumato nella tomba di famiglia presso il Cimitero maggiore di Lodi.

Le indagini[modifica | modifica wikitesto]

La pista studentesca[modifica | modifica wikitesto]

Le deposizioni dei testimoni, Ernesto De Martini, che aveva inseguito alcuni membri del gruppo per qualche centinaio di metri, e una donna anziana che aveva assistito alla scena, portarono a dedurre che l'aggressione fosse stata compiuta da due persone, di cui una con una sciarpa bianca, entrambe sui 18-20 anni, col sostegno di un gruppo più numeroso (8 o 10 persone). Il commando aveva agito a piedi ed era fuggito verso via Venezian, in Città Studi. Le prime indagini portarono a ipotizzare che gli esecutori dell'azione fossero studenti dell'Istituto Molinari, che la mattina prima avevano tenuto una manifestazione politica al provveditorato di Milano.[senza fonte]

Furono fermati una decina di giovani, e furono identificati tre studenti che avevano frequentato la stessa classe di Ramelli prima che quest'ultimo si trasferisse in un altro istituto scolastico.[21][22][23] I tre studenti furono sospettati perché non erano rientrati dopo la manifestazione. Come s'è detto, Ramelli aveva avuto problemi per la sua militanza, fino a essere stato "condannato" da un'assemblea studentesca, e, all'atto della rinuncia agli studi presso l'istituto, anche verso i genitori vi era stato un atto d'intolleranza da parte di alcuni studenti. Nel quartiere, era noto come fascista.

Ricerche nei gruppi della sinistra extraparlamentare[modifica | modifica wikitesto]

Strada Ramelli a Sanremo (IM)

La questura, dopo alcuni accertamenti, ritenne gli studenti del Molinari estranei ai fatti e continuò le indagini nell'ambito dei gruppi dell'estrema sinistra attivi nel quartiere di Città Studi, una zona in cui Ramelli era stato visto effettuare affissioni abusive di manifesti del Fronte della Gioventù.[24] Inoltre, il commando era stato seguito fino alla zona dove probabilmente il gruppo aveva un sostegno o una base. Le indagini negli ambienti della sinistra più estrema portarono a una debole pista, che indicava negli assassini dei membri del "collettivo del Casoretto", una piccola e poco rilevante organizzazione locale legata a Lotta Continua[25][26].

Durante un colloquio informativo con gli inquirenti il 3 novembre 1982, il militante di destra Walter Sordi (già noto alle forze dell'ordine per altri fatti) affermò che l'omicidio di Ramelli era stato considerato riconducibile al gruppo di sinistra noto col nome di Collettivo "Casoretto". Pertanto un commando dei NAR guidato da Gilberto Cavallini aveva deciso di ucciderne il capo, Andrea Bellini. Secondo le testimonianze di Sordi, il commando dei NAR era effettivamente giunto a Milano, ma il progetto non era stato portato a termine per mancanza di tempo. Altre testimonianze, di persone vicine al collettivo Casoretto, riconducono invece la mancata vendetta del NAR sul Bellini al fatto che la vittima designata si presentò con estremo ritardo sul luogo dell'agguato.

Sordi non portò prove a sostegno della colpevolezza del "collettivo Casoretto" e la pista fu subito abbandonata.[27] Già dalle prime indagini emerse come vi fosse dell'antagonismo tra gli informatori della polizia e i membri del collettivo, e la pista fu classificata come un vago tentativo di depistaggio. Alcuni membri del collettivo tuttavia sostennero la tesi fornendo informazioni imprecise o false. Anche l'alibi del principale indiziato del gruppo, Francesco Grasso, apparve agli inquirenti come un alibi di comodo per coprire qualcuno. Due giovani, i fratelli Bellini, furono interrogati senza risultati dai magistrati inquirenti. Solo anni dopo, durante l'interrogatorio a Mario Ferrandi e Ciro Paparo, militanti di gruppi armati transitati per il "Casoretto", emerse un'ulteriore pista che indicava come mandante la formazione di Avanguardia Operaia. I due non escludevano vi potessero essere uomini interni al collettivo, ma sostenevano che la matrice ideologica fosse legata ad Avanguardia Operaia. La tesi fu confermata da colloqui con altri esponenti di movimenti minori.

Il covo di viale Bligny[modifica | modifica wikitesto]

Le indagini rimasero quiescenti finché non vennero prese in carico dai giudici istruttori Maurizio Grigo e Guido Salvini. Intanto, il giudice Guido Viola istruì alcune indagini per appurare le responsabilità di Avanguardia Operaia in altri fatti di violenza. Nel dicembre 1985, durante le indagini che avevano fatto seguito alle confessioni di tre pentiti legati alla colonna bergamasca di Prima Linea, gli inquirenti rinvennero in un appartamento di viale Bligny uno schedario contenente dati di oltre 10.000 persone considerate militanti neofascisti, di organizzazioni rivali o comunque in qualche modo potenziali obiettivi di attentati. In particolare si ritrovano molte fotografie delle persone presenti al funerale di Sergio Ramelli, corredate da schede personali sugli amici dello stesso e indicazioni circa il bar Porto di Classe.[28]

Oltre alle schede complete di descrizioni, abitudini, relazioni e contatti, furono rinvenute 5.000 fotografie. Insieme a questo materiale, vi erano numerosi documenti relativi alle Brigate Rosse e materiale per l'addestramento militare. Lo schedario, nato nei primi anni settanta a opera di Avanguardia Operaia e poi passato ad altre organizzazioni tra cui Democrazia Proletaria, era in possesso di due militanti della sinistra extraparlamentare, Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo al quale l'appartamento era intestato.[senza fonte]

I pentiti bergamaschi e i primi arresti[modifica | modifica wikitesto]

Intanto stavano emergendo le deposizioni dei pentiti di Prima Linea Sergio Martinelli, Michele Viscardi e Maurizio Lombino. Martinelli, in carcere coi due, aveva saputo da Lombino che l'omicidio di Ramelli era stato voluto da militanti di Avanguardia Operaia e che una ragazza conosciuta da Lombino e all'epoca studentessa a Milano vi era coinvolta; rilasciò in merito una deposizione a metà del 1985. Viscardi confermò la deposizione e ricordò che la ragazza, nota solo col nome di "Brunella", risiedeva in Svizzera.[senza fonte]

Largo Ramelli a Ospedaletti (IM).

Lombino infine confermò di aver saputo del fatto direttamente da esponenti del movimento e di averne avuto un'ulteriore prova dalle parole di una studentessa di biologia con cui aveva una relazione all'epoca dei fatti. Lombino confermò il nome, ma non diede un cognome. La donna fu infine identificata in Brunella Colombelli la quale, dopo la laurea, era andata a lavorare come ricercatrice universitaria a Ginevra; tuttavia, a metà del 1985, la donna si trovava in Nicaragua per le ferie estive, il che ne rendeva impossibile il fermo e l'interrogatorio.[senza fonte]

Le indagini proseguirono all'interno del gruppo che costituiva le file di Avanguardia Operaia nel 1975: un esponente del movimento, Francesco Cremonese, confermò la struttura dell'organizzazione, che nell'Università degli Studi di Milano vedeva come capi: Giovanni "Gioele" Di Domenico per la facoltà di agraria, Roberto Grassi a fisica e Marco Costa a medicina, tutti sottoposti a Giuseppe Ferrari Bravo che teneva le redini dell'organizzazione. Il Cremonese affermò che la squadra di agraria era la più attiva, ma che Ramelli era stato aggredito da un nucleo di studenti di medicina per ordine dei capi delle altre sezioni che volevano incoraggiare una maggiore partecipazione del gruppo di quella facoltà, appena ristrutturato e ingrandito.[senza fonte]

Approfittando di un rientro dalla Svizzera della Colombelli, Grigo e Salvini ne disposero il fermo il 14 settembre 1985: dopo un primo interrogatorio, la donna fu accusata di favoreggiamento e falsa testimonianza e trattenuta in Italia; in un secondo momento, affermò di aver assistito a una conversazione riguardante il pestaggio del giovane ma di non avervi partecipato. Il 16 settembre, dopo una serie di sue deposizioni, diversi ex-militanti di Avanguardia Operaia furono arrestati.[senza fonte]

Il processo[modifica | modifica wikitesto]

Gli imputati[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 marzo 1987 prese avvio il processo per gli accusati del crimine:

  • Claudio Colosio, Franco Castelli, Giuseppe Ferrari Bravo, Luigi Montinari, Walter Cavallari, Claudio Scazza, medici praticanti in varie discipline e studenti all'epoca dei fatti; cui si aggiunsero:
  • Marco Costa, che con Ferrari Bravo gestiva l'archivio segreto;
  • Brunella Colombelli, ricercatrice, unica donna tra gli accusati;
  • Giovanni Di Domenico, al momento dell'arresto consigliere di Democrazia Proletaria a Gorgonzola (MI);
  • Antonio Belpiede, capogruppo del PCI a Cerignola (FG).

Il gruppo era una parte del servizio d'ordine di Avanguardia Operaia nella facoltà milanese di medicina. Alcuni degli imputati vennero processati anche per altri tentati omicidi e violenze.[29]

Secondo la ricostruzione operata dagli inquirenti, i due aggressori sarebbero stati Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo, che avrebbero colpito il giovane con chiavi inglesi. I due all'epoca appartenevano ad un ristretto gruppo noto come "gli idraulici" proprio per via dei pesanti utensili usati per le aggressioni. Di Domenico sarebbe stato il mandante e il pianificatore dell'azione, mentre Colombelli avrebbe avuto il ruolo di sorvegliante della vittima. Castelli, Colosio e Montinari avrebbero dovuto sorvegliare la zona e dare l'allarme in caso di pericolo. Gli altri avrebbero avuto ruoli variabili nella preparazione dell'azione e in altre violenze.[30]

Anita Matilde Pozzoli Ramelli, madre di Sergio, durante la deposizione del 22 aprile 1982

Le accuse comprendevano omicidio volontario, tentato omicidio, sequestro di persona, associazione sovversiva, danneggiamento. In tutto, per il caso di Ramelli, per la faccenda di via Bligny e per l'assalto al bar Porto di Classe, vennero imputate 25 persone. Il ruolo di avvocato per la famiglia della vittima fu sostenuto da Ignazio La Russa, avvocato ed esponente di destra e all'epoca segretario provinciale missino.[31] Durante il processo, svoltosi regolarmente nonostante alcuni rinvii per questioni di salute del presidente della Corte d'Assise Antonino Cusmano e per disguidi tecnici, Democrazia Proletaria istituì un piccolo presidio presso Piazza Fontana, raccogliendo circa cento persone, mentre i vertici del partito presenziavano al processo.

Nel 1987 il MSI organizzò un corteo di circa 500 partecipanti conclusosi sotto casa di Ramelli, nel corso del quale, secondo il quotidiano comunista L'Unità, vi furono intimidazioni e saluti romani che attirarono l'attenzione della stampa e di rappresentanti politici.[32][33] Agli imputati, vista la loro posizione, fu concesso di recarsi in tribunale con mezzi propri e senza scorta delle forze dell'ordine, e di uscire per lavorare durante i giorni di arresti domiciliari.[32]

L'atipicità degli imputati suscitò molto interesse per la stampa tanto che, per consentire a tutti i giornalisti di presenziare, ad alcuni venne concesso di seguire il processo dall'interno di una delle celle presenti nell'aula.[34] Belpiede, Ferrari Bravo e Di Domenico si dichiararono estranei ai fatti, mentre Brunella Colombelli ammise di aver fatto parte della struttura del movimento ma affermò di non essere stata a conoscenza né dei piani dell'aggressione né della sua organizzazione. Castelli, Montinari, Colosio, Scazza e Cavallari invece, confessarono l'operato scrivendo alla madre del giovane, chiedendo il perdono e offrendo e depositando presso un notaio un risarcimento di 200 milioni di lire, che la donna rifiutò.

Al processo gli aggressori dichiararono che intendevano causare a Ramelli, scelto a caso tra i militanti della zona, ferite lievi con qualche giorno di prognosi, ma che la situazione era sfuggita di mano, il che contrasta con il fatto che il ragazzo fu colpito ripetutamente al cranio con chiavi inglesi Hazet da 36 mm del peso di 3,5 kg l'una[35]. Gli imputati affermarono inoltre che a portarli a Ramelli era stata la sua notorietà quale simpatizzante di destra e che a richiedere espressamente l'azione era stato Roberto Grassi, responsabile del servizio d'ordine della colonna di Avanguardia Operaia legata a Città Studi e morto suicida nel 1981. Degli aderenti ad Avanguardia Operaia scelti per comporre il commando, alcuni nemmeno conoscevano la vittima designata.[36]

Le condanne[modifica | modifica wikitesto]

Il 16 maggio 1987 la II Corte d'assise di Milano assolse Di Domenico per insufficienza di prove e dichiarò Cavallari estraneo ai fatti. Tutti gli altri imputati furono ritenuti colpevoli di omicidio preterintenzionale in quanto venne di fatto riconosciuta l'accettazione del rischio di uccidere insito nell'atto di violenza, ma non la volontarietà dell'atto. Marco Costa ricevette 15 anni e 6 mesi di reclusione; Giuseppe Ferrari Bravo 15, entrambi per aver materialmente colpito Ramelli. Claudio Colosio ricevette 15 anni; Antonio Belpiede 13 anni; Brunella Colombelli 12 anni per aver indicato al commando di Avanguardia Operaia il luogo e l'ora in cui colpire; Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari 11 anni.

Inaugurazione di un cippo intitolato a Ramelli, a Ospedaletti, alla presenza di Gianni Alemanno nel 2002.

Per le schedature ritrovate nel covo di viale Bligny e per l'assalto al bar di largo Porto di Classe avvenuto pochi giorni dopo, Ferrari Bravo e Di Domenico ricevettero rispettivamente ancora 11 e 10 anni. La condanna non soddisfece il Pubblico Ministero, che contestò il rigetto del ben più grave omicidio volontario in favore dell'omicidio preterintenzionale e depositò ricorso.

Murale dedicato a Ramelli, sul luogo dove avvenne l'aggressione.

Il 2 marzo 1989 la II sezione della Corte d'assise d'appello presieduta da Renato Cavazzoni accolse le richieste del pubblico ministero ma, benché l'accusa fosse mutata in omicidio volontario, riconobbe l'attenuante del concorso anomalo, che ridusse sensibilmente le pene: Costa passò da 15 anni a 11 e 4 mesi; Ferrari Bravo da 15 a 10 e 10 mesi; 7 anni e 9 mesi a Colosio invece che 15; 7 anni invece di 13 a Belpiede; 6 anni e 3 mesi a Castelli, Colombelli, Montinari e Scazza in luogo degli 11-12 iniziali.

Insoddisfatta, la parte civile ricorse in Cassazione per ottenere il riconoscimento della premeditazione e il conseguente aggravio delle pene. Il 23 gennaio 1990 la I sezione della Corte di Cassazione presieduta da Corrado Carnevale rigettò la richiesta e i ricorsi della difesa confermando le sentenze di secondo grado[1].

Costa e Ferrari Bravo tornarono in carcere, anche per via delle condanne aggiuntive, mentre gli altri imputati poterono usufruire di un condono e di pene alternative per via della loro condizione sociale e della loro ridotta pericolosità.

Alcuni degli allora studenti di medicina condannati hanno successivamente fatto carriera sino a ricoprire prestigiosi incarichi ospedalieri.[37][38][39]

La ricorrenza della morte di Ramelli è occasione di manifestazioni commemorative da parte di gruppi di estrema destra e neofascisti sul luogo dell'omicidio.[40][41][42] Il 29 aprile 1976, nello stesso giorno in cui era prevista una commemorazione organizzata dal MSI per ricordare Ramelli, un commando dei Comitati Comunisti Rivoluzionari uccise Enrico Pedenovi, consigliere provinciale milanese dell'MSI.[43]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Franco Scottoni, 'L'omicidio di Ramelli fu volontario', in la Repubblica, 24 gennaio 1990. URL consultato il 24 settembre 2015.
  2. ^ http://www.vittimeterrorismo.it/vittime/sergio-ramelli/
  3. ^ a b Gli hanno sprangato la testa perché era di destra - Tra la vita e la morte lo studente picchiato con sbarre di ferro., in La Notte, 14 marzo 1975. URL consultato il 30 aprile 2013.
  4. ^ a b Negli istituti scolastici in cui il Fronte della Gioventù era presente, era nominato un responsabile detto fiduciario
  5. ^ Milano, gravissimo studente aggredito da ultrà di sinistra, in Corriere della Sera, 14 marzo 1975. URL consultato il 19 aprile 2009.
  6. ^ (PDF Intervista alla sig.ra Ramelli ed estratti della sentenza di condanna degli autori dell’omicidio (PDF), su lorien.it, p. 6. URL consultato il 19 aprile 2009 (archiviato dall'url originale il 27 settembre 2007).
  7. ^ a b Gli hanno sprangato la testa perché era di destra, in la Notte, 14 marzo 1975. URL consultato il 19 aprile 2009.
  8. ^ Guido Passalacqua, Quando a Milano la chiave inglese faceva politica contro i fascisti, articolo su Repubblica del 20 settembre 1985:"Hazet 36, fascista dove sei". L'Hazet era la chiave inglese preferita dai servizi d'ordine dei gruppuscoli milanesi, un attrezzo d'acciaio lungo quanto un avambraccio. Lo slogan risuonava ossessivo nei cortei, scandito fino alla nausea... Per Milano la chiave inglese era il simbolo di quello che negli anni successivi al mitico sessantotto si chiamava Antifascismo militante.
  9. ^ a b Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, pag. 297.
  10. ^ Aggrediti due fascisti, uno è in fin di vita all'ospedale (GIF), in Avvenire, 14 marzo 1975. URL consultato il 19 aprile 2009.
  11. ^ a b È morto Ramelli, in la Notte, 29 aprile 1975. URL consultato il 19 aprile 2009.
  12. ^ Gli echi a Palazzo Marino, in la Notte, 14 aprile 1975. URL consultato il 19 aprile 2009.
  13. ^ Nicola Rao, La fiamma e la celtica, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, pag. 225
  14. ^ Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, editore Lorien, 2001, pag. 39.
  15. ^ Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, editore Lorien, 2001, pag. 17
  16. ^ Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, pag. 314. Dalla testimonianza di Claudio Guarisco, membro del commando: «Il bar di largo Porto di Classe andava colpito, si dovevano spaccare le vetrine e dare fuoco al locale. Ci dissero che bisognava raggiungere la zona alla spicciolata».
  17. ^ Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, pag. 314. Dalla testimonianza di Marco Costa, membro del commando: «Rimasi fuori dal bar, come studente di Medicina avrei dovuto soccorrere i compagni che si fossero fatti male».
  18. ^ Luca Telese, Cuori neri, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 2006, pag. 314. Dalla testimonianza di Giuseppe Ferrari Bravo, membro del commando: «Attesi con la 500 nel cortile di Chimica. I compagni tornarono divisi in due tronconi, e io raccolsi le chiavi inglesi in una borsa e le portai nell'abbaino di viale Bligny».
  19. ^ Leo Siegel, Ramelli, un morto che fa paura, in Candido, 5 maggio 1975.
  20. ^ Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, editore Lorien, 2001, pagg. 47 e seguenti.
  21. ^ Articolo su La Notte, 14 marzo 1975.
  22. ^ Articolo su L'Avvenire, 14 marzo 1975.
  23. ^ Ricostruzione dei fatti. Il testo è a tratti di parte.
  24. ^ Articolo su La Notte, 29 aprile 1975.
  25. ^ Massimo Pisa, Morto Andrea Bellini negli anni Settanta il suo collettivo in testa ai cortei, in La Repubblica, 27 dicembre 2016. URL consultato il 30-12-2019.
  26. ^ Luca Telese, Cuori neri, in Sperling & Kupfer, 2006. URL consultato il 30-12-2019.
  27. ^ Maurizio Grigo e Guido Salvini, nell'ordinanza di rinvio a giudizio: «Anche le indagini svolte negli ambienti della destra eversiva non portavano a nulla di concreto. Infatti Walter Sordi, già appartenente a formazioni eversive dell'estrema destra e poi attestato su una scelta di collaborazione con la giustizia, riferiva in data 3 novembre 1982 che il gruppo facente capo al noto Gilberto Cavallini aveva deciso di uccidere Andrea Bellini, in quanto responsabile dell'omicidio Ramelli e che tale progetto non era stato portato a termine solo per mancanza di tempo. Tuttavia anche il Sordi non era in grado di spiegare i motivi sui quali si basava l'asserita responsabilità del Bellini e ancora una volta le indagini non approdavano a nulla di concreto».
  28. ^ Maurizio Grigo e Guido Salvini, nell'Ordinanza di rinvio a giudizio: «Infatti:
    • si rinvengono numerose fotografie dei funerali di Sergio Ramelli con ingrandimenti delle persone presenti.
    • si rinvengono schede e indicazioni su amici di Ramelli, cui era stata sottratta l'agendina e sulle perquisizioni ai danni di studenti di destra del Molinari ad opera degli amici degli "schedatori".
    • si rinvengono indicazioni sul bar Porto di Classe e sui suoi frequentatori.
    È evidente allora, e ben lo sanno i dirigenti del servizio d'ordine del tempo, che quanto avveniva non avveniva a caso, ma faceva parte di una indicazione politica generale e preordinata».
  29. ^ Articolo su La Notte, 16 marzo 1987.
  30. ^ La Notte, 23 marzo 1987.
  31. ^ ARCHIVIO RAMELLI - Il Secolo d'Italia, "La madre di Ramelli: voglio solo giustizia", 28/2/87
  32. ^ a b Articolo su L'Unità, 17 marzo 1987.
  33. ^ Articolo su L'Unità, 17 marzo 1987.
  34. ^ Articolo sul Corriere della sera, 17 marzo 1987.
  35. ^ Sergio Ramelli, l’epoca dell’“uccidere un fascista non è un reato”, 29 aprile 2012. URL consultato il 9 novembre 2016.
  36. ^ Maurizio Grigo e Guido Salvini, nell'Ordinanza di rinvio a giudizio: «Non solo era sconosciuta la vittima. Nessuno degli imputati era stato fisicamente aggredito o anche solo minacciato da persone di destra nella zona, per cui quanto essi si accingevano a compiere costituiva più che una scelta razionale, un autentico atto gratuito».
  37. ^ L'ospedale di Barletta avrà una sala parto per urgenze e cesarei. Nella Giornata della Donna l'inaugurazione al 'Dimiccoli'., in barlettaviva.it. URL consultato il 9 novembre 2016.
  38. ^ Il dottor Antonio Belpiede confuta le accuse mossegli dal consigliere regionale Nino Marmo, su andrialive.it.
  39. ^ Studiolabo Srl, pagina Dott.Claudio Scazza, primario reparto psichiatria 3 sul sito ufficiale dell'Ospedale Niguarda, su www.ospedaleniguarda.it. URL consultato il 9 novembre 2016.
  40. ^ Milano, corteo per Sergio Ramelli e saluti romani davanti alla lapide: la procura indaga per "manifestazione fascista", su Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2019. URL consultato il 16 dicembre 2019.
  41. ^ Neofascismo, 800 persone assembrate e saluti romani al presidio per ricordare Sergio Ramelli, su repubblica.it, 29 aprile 2021. URL consultato il 29 aprile 2021.
  42. ^ Fonte: Repubblica.it, 29,04,2021, "Neofascismo, il saluto romano degli 800 al presidio per Sergio Ramelli"
  43. ^ milanotoday.it, 29 aprile 2021, https://www.milanotoday.it/attualita/commemorazione-ramelli-pedenovi-aprile-2021.html.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Guido Giraudo, Andrea Arbizzoni, Giovanni Buttini, Francesco Grillo e Paolo Severgnini, Sergio Ramelli, una storia che fa ancora paura, EFFEDIEFFE edizioni, 1997. ISBN 88-85223-14-1
  • Luca Telese, Cuori neri. Dal rogo di Primavalle alla morte di Ramelli, Sperling & Kupfer, 2006.
  • Le Vere Ragioni, 1968/1976: atti di un convegno organizzato da Democrazia Proletaria nel 1985.
  • Giorgio Melitton, Per memoria di Sergio Ramelli, 1995: il racconto di un suo professore.

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