Università

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Il termine università, nella primaria accezione del termine, designa un preciso modello d'istruzione che ha le sue origini nelle chiese e nei conventi europei, dove, attorno all'XI secolo, iniziarono a tenersi lezioni, con letture e commento di testi filosofici e giuridici, e presso di essi, o in genere attorno a grandi personalità ecclesiastiche, varie categorie di docenti e studenti cominciarono a organizzarsi in corporazioni o universitates.

Oggi con tale termine si intendono degli enti di diritto pubblico e privato, operanti nel campo dell'istruzione superiore, della ricerca e delle attività culturali.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lista delle università più antiche.

Fin dall'antichità sono esistite istituzioni di questo tipo, che possono farsi risalire all'Accademia platonica oltre ai vari simposi culturali presenti nella grecia antica (i più celebri dei quali sono l'etería di Alceo e il tíaso di Saffo). In epoca romana le scuole di insegnamento superiore precorritrici delle attuali università erano quelle di diritto (attive a Beirito fin dal II secolo) organizzate secondo cicli di studio prestabiliti (generalmente della durata di quattro anni). Nell'Alto Medioevo grande prestigio ebbe la Schola medica salernitana, da alcuni considerata la prima università.

Nel corso del medioevo, ed in particolar modo nel XII secolo la Chiesa raggiunse una grande egemonia intellettuale, spirituale e culturale del mondo occidentale, grazie al lavoro di riscoperta della cultura classica del mondo antico, greco-romano. Determinante fu in questo senso l'opera dei monasteri e dei monaci amanuensi ma soprattutto anche il contatto tra l'Europa ed il mondo arabo. Diversi appartenenti al clero cominciarono a tenere lectiones magistrales in cui si discuteva prevalentemente di filosofia aristotelica, la parte più sistematizzata del sapere dell'antichità. Questo fenomeno si diffuse rapidamente in Europa, acquistando ben presto il carattere di vere e proprie riunioni assembleari, tanto frequentate che richiesero ben presto un'organizzazione più razionale. Esse vennero perciò regolamentate e protette da bolle imperiali e papali.

A Bologna, dall'istituzionalizzazione di uno di questi primi nuclei, nasce l'Alma mater studiorum (tale denominazione è stata sostituita a quella ufficiale data dal Ministero, "Università degli studi di Bologna", con decreto rettorale del 2000, e recentemente "Alma mater studiorum - Università di Bologna" tornando al nome tradizionale). L'Università di Bologna è considerata la più antica università del mondo. Non è nota una data certa di fondazione e il 1088 è stato scelto convenzionalmente nell'Ottocento da un comitato di storici guidato da Giosuè Carducci per festeggiarne l'ottocentesimo anniversario. Una data certa è il 1158, quando Federico Barbarossa promulga la constitutio "Authentica Habita", a séguito della quale l'università diventa un luogo in cui la ricerca si sviluppa in modo indipendente da ogni altro potere. La presenza di numerosi studenti stranieri a Bologna (tuttora i fuori sede costituiscono la maggioranza della popolazione studentesca) conduce alla creazione di associazioni, chiamate appunto "universitates", costituite dagli studenti a tutela dei propri diritti. Sorgono così prima due universitates, quella dei citramontani (o italiani) e quella degli ultramontani. Con l'aumento degli studenti si produce una suddivisione prima in "nationes" (romani, campani, toscani e lombardi), poi in "subnationes". Queste ultime ammontavano a ben 17 nel XII secolo per gli italiani a 14 per gli ultramontani.

Prima della fondazione dell'Alma Mater Studiorum, esisteva invero a Salerno già da almeno un secolo la Schola Medica Salernitana: istituzione accademica che godeva di grandissima fama ma ebbe una vita discontinua. Infatti, le origini della Scuola risalgono al IX-X secolo, come tale è considerata come l'antesignana delle moderne università. Dal IX secolo vi era inoltre a Salerno una grande cultura giuridica nonché la presenza di maestri laici e di una scuola ecclesiastica. Accanto ai maestri del diritto vi erano quindi anche quelli che curavano il corpo e insegnavano i dogmi dell'arte della salute. Secondo alcuni storici, inoltre, l'Università di Pavia sarebbe comunque più antica di quella di Bologna, poiché sorta da una cattedra di diritto presente circa duecento anni prima.

La prima università pubblica, e non sorta quindi da preesistenti scuole di diritto e retorica o nuclei sorti privatamente dall'accordo informale di discepoli e maestri, né tantomeno per fini privati è stata la prima delle cinque università di Napoli, voluta nel 1224 da Federico II e a lui intitolata nel 1987. Pochi anni dopo sorse l'Università di Padova, attorno a un nucleo di studenti costituitosi in uno studium a Vicenza nel 1222 a séguito di contrasti sorti con le autorità locali a partire dal 1204 e successivamente trasferitosi.

Nella città di Arezzo prima del 1215, venne fondata "l'Università di Arezzo" (Studium Aretino). In seguito arrivò in città per insegnarvi Roffredo Epifanio, celebre giurista proveniente dall'Università di Bologna. Arezzo divenne all'epoca una scuola di grande richiamo per molti figli di nobili ghibellini non solo toscani. Il 16 febbraio 1255, lo studium ottenne il suo statuto promulgato da un collegium composto da otto professori, con l'avallo del podestà di Arezzo.

Il successo dell'Università di Bologna induce clero e governanti a moltiplicare le scuole e ad assumerne il controllo. Tutte le grandi università del XII secolo nascono per aggregazione, ufficializzata da atti governativi ed ecclesiali, di collegi e cattedre. Così, nel corso del Duecento e del Trecento, negli stati europei vengono attivati numerosi istituti di istruzione superiore, anche se molti di breve vita. Ad esempio nel 1180, con due decreti di Papa Alessandro III, nasce il primo nucleo dell'Università di Parigi; ai decreti seguono un privilegio di Filippo Augusto del 1200, un concordato del 1206 e l'assegnazione degli statuti ufficiali del legato del Papa nel 1215. Nel 1167 re Enrico II d'Inghilterra richiama da Parigi un gruppo di studenti per fondare l'Università di Oxford, la cui fondazione ufficiale risale al 1284.

Nel 1218 viene fondata in Spagna l'Università di Salamanca, che nel corso del XVI secolo fu, con 6700 studenti, la più grande d'Europa. Da quest'università passò gran parte della cultura scientifica araba, prima di diffondersi nell'Europa centrale.
Anche l'ateneo fridericiano nasce in contrapposizione a quello bolognese, a séguito di contrasti tra l'impero romano e il papato. Nel 1290 viene fondata l'Università di Coimbra, la prima del Portogallo e sempre nello stesso anno, in Italia, nasce quella di Macerata. Nel XIV secolo una preparazione teorica era ormai indispensabile per ricoprire gli incarichi di podestà nei comuni e per lo svolgimento delle professioni forensi e notarile.

Il 20 aprile 1303 papa Bonifacio VIII emana la bolla di istituzione a Roma di uno studium da cui avrà origine l'odierna Università La Sapienza. Pochi anni dopo papa Clemente V, con la Bolla "Super Specula" dell'8 settembre (1308), istituisce lo Studium Generale oggi Università degli Studi di Perugia; lo Studium perugino raccoglieva la tradizione di una tra le prime libere università sorte in Italia, che educava nelle arti della medicina e della legge, ovvero di un'istituzione della città che esisteva sin dagli inizi del Duecento, finanziata principalmente dal Comune di Perugia. Successivamente sorge l'ateneo di Firenze (1321) e più tardi anche quello di Pisa (1343).

Uno dei criteri che trasforma un'istituzione accademica in università è la trasformazione da "studio particolare", cioè che rilascia titoli a nome dell'autorità locale, in "studio generale", con validità dei titoli conferiti estesa a tutto il mondo cristiano o comunque all'intera nazione in cui è situata l'università. Ad esempio da un frammento degli statuti di Camerino, redatto presumibilmente nel 1355, pare che fossero attivi corsi di diritto canonico e civile, medicina e lettere, mentre la teologia veniva insegnata nei rispettivi conventi dai lettori agostiniani e domenicani. Lo status di università viene raggiunto nel 1377 con l'attribuzione di "studio generale" da parte di papa Gregorio XI.

Nella seconda metà del 1300 dall'Italia e dalla Spagna la cultura universitaria si diffonde verso l'Europa centrale e orientale. Nel 1348 viene fondata l'Università di Praga, nel 1364 l'Università Jagellonica a Cracovia, nel 1365 l'Università di Vienna e nel 1367 l'Università di Pécs, in Ungheria. Nel 1386 nasce la prima università nel territorio dell'attuale Germania, l'Università di Heidelberg. Nel 1434 fu istituita l'Università di Catania e nel 1506 nasce l'Università di Urbino.

Nel nuovo mondo la prima università è la Universidad Nacional Mayor de San Marcos (Lima, Perù), istituita nel 12 maggio 1551. La fondazione di università nelle colonie britanniche è relativamente recente: l'università della Pennsylvania viene fondata nel 1749 e quella di Sydney nel 1850.

Università in Italia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Università in Italia.

Oggi in Italia con il termine università (dal latino universitas, -atis) si indica "l'istituzione di alta cultura" (art. 33 della Costituzione italiana) di formazione superiore costituita da un gruppo di strutture scientifiche finalizzate alla didattica e alla ricerca. Le università, che possono essere pubbliche o private, attribuiscono titoli accademici che si conseguono a seguito di corsi cui si accede dopo aver terminato gli studi secondari.

Esse, ai sensi della legge 9 maggio 1989 n. 168, si configurano come enti di diritto pubblico.[1]

Le cosiddette università popolari non rilasciano titoli aventi valore legale (se non in eventuale convenzione con università accreditate); possono utilizzare la denominazione di "università", quelle università popolari che siano associate alla Confederazione Nazionale delle Università Popolari Italiane (C.N.U.P.I.), ente quest'ultimo riconosciuto con decreto pubblicato sulla gazzetta ufficiale n. 203 del 30 agosto 1991. Questa costituisce l'unica eccezione al disposto del decreto n. 580/1973 che riserva la denominazione universitaria alle sole istituzioni che rilascino titoli avente valore legale. Si evince esclusivamente e singolarmente l' Università popolare degli Studi di Milano come unica università popolare autorizzata dal MIUR al rilascio di titoli accademici con valore legale nel territorio italiano, come da pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

Storia dell'università italiana dall'unità ad oggi[modifica | modifica sorgente]

Negli anni 1859-1860, con l'aumentare degli stati annessi al Regno di Sardegna durante il processo di unificazione nazionale cominciò, tra gli altri, a porsi anche il problema dell'unificazione universitaria, aumentava anche il numero di università. Dal Regno delle Due Sicilie furono ereditate l’Università di Napoli e quelle siciliane di Messina, Palermo e Catania. Dal Granducato di Toscana le università di Siena, Pisa, e l’Istituto di Studi superiori e di perfezionamento di Firenze. Dalla Lombardia l’Università di Pavia, dal Regno di Sardegna le università di Torino, Genova, Cagliari e Sassari. E l'annessione di gran parte dello Stato Pontificio apportò al Regno le università di Bologna, Ferrara, Urbino, Perugia, Macerata e Camerino. Infine, nel 1866 si aggiunse l’Università di Padova, e dopo il 1870 quella di Roma.

Università molto diverse tra loro per potenzialità e mezzi fatto che indusse molti a chiedere la soppressione di quelle minori accusate di poca serietà e di fare concorrenza alle più importanti con il ribasso delle tasse. Alcune personalità del tempo, come Giosuè Carducci e Piero Gobetti, si espressero in questo senso, intendendo manifestare la preoccupazione di mantenere nell'ambito statale i grandi istituti scientifici di importanza nazionale senza disperdere nelle autonomie l'istruzione superiore.

In un disegno di legge di Carlo Matteucci, presentato al Senato 1861, si individuava nell'eccesso degli istituti, «creati in ogni Stato della penisola in concorrenza gli uni con gli altri, con la conseguente dispersione degli uomini migliori, e nella ricerca di originalità nelle forme di organizzazione, il difetto principale delle istituzioni universitarie italiane» e propone di costituire pochi e completi centri di studi superiori, gli unici abilitati a rilasciare le lauree, nei quali si raccogliessero i docenti più affermati, le collezioni più ricche e le migliori dotazioni per la ricerca e le applicazioni pratiche.

La proposta di Matteucci, nominato nel frattempo ministro dell'Istruzione, divenne legge nel 1862 (31 luglio 1862) e classificò in primari e secondari gli atenei italiani. Le università di Bologna, Pavia, Pisa, Napoli, Palermo e Torino (e in seguito anche Padova e Roma) furono classificate di prima classe, mentre le università di Cagliari, Catania, Genova, Siena, Macerata, Messina, Modena e Parma furono classificate come di seconda classe, usufruendo, di conseguenza, di minori finanziamenti statali.

Nel 1872 vengono soppresse le facoltà di Teologia delle Università del Regno. Questo fatto, oltre a vari episodi come la destituzione di professori che si rifiutarono di giurare fedeltà al re ed allo Stato italiano culminati il 12 marzo 1876 con la chiusura dell'università di Palazzo Altemps a Roma, costituita dai professori che avevano rifiutato il giuramento di fedeltà al re, costituisce la base delle spinte per la fondazione di un'università cattolica, che si vedranno concretizzate nel 1921 con l'inaugurazione dell'Università Cattolica di Milano e poi nel 1924 dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il 1873 diventa ministro Ruggero Bonghi che rimarrà in carica fino al 1876. Il 25 marzo 1876 il ministro Michele Coppino succede a Bonghi, rimanendo in carica fino alla fine del 1877.

Nel 1873, diverse scuole veterinarie del Regno d'Italia furono autorizzate a rilasciare la laurea in Zooiatria, che fino a quel momento era prerogativa esclusiva della Scuola veterinaria di Parma. Al tempo, la zooiatria e la zootecnica erano considerate attività strategiche per gli stati, oltre che per le necessità delle attività agricole e di allevamento, soprattutto per gli usi militari della cavalleria.

Con decreto del 21 gennaio 1874, vengono create "Scuole Normali" presso le università di Napoli, Roma, Padova e Torino.

Nel gennaio 1881, dopo ripetute richieste, entra nel governo come ministro della Pubblica Istruzione il medico Guido Baccelli, che ricoprirà il mandato fino al 1884, poi nuovamente dal 1893 al 1896 e infine tra il 1898 e il 1900.

Nel 1888 diventa ministro Paolo Boselli che rimarrà in carica fino al 1891. Gli succede Pasquale Villari, in carica fino al 1892, quando viene nominato Ferdinando Martini che rimarrà in carica fino al 1893.

Pochi mesi dopo il suo insediamento il ministro Martini elaborò, con Carlo Francesco Ferraris, l'ennesima riforma dell'università, che includeva, questa volta, la chiusura degli atenei di Macerata, Messina, Modena, Parma, Siena e Sassari. Ma il progetto incontrò fortissime resistenze, in particolare locali, e non venne mai presentato [2].

Dall'inizio del Novecento, con la diffusione del movimento socialista si creò in Italia una fitta rete di "università popolari". Queste avevano lo scopo di diffondere l'istruzione e la cultura a livello popolare, agendo come elementi di stimolo per una piena cittadinanza politica e culturale. Per quanto non riconosciute ufficialmente come istituti di istruzione, le università popolari rappresentavano, in un certo senso, il ritorno alle origini della cultura universitaria. Tuttavia l'avvento del fascismo ne decretò la chiusura.

Il 15 giugno 1920 Benedetto Croce viene nominato Ministro della Pubblica Istruzione, carica che manterrà fino al 1921.

Nel 1923, sotto la guida del ministro Giovanni Gentile viene varata una riforma dell'Università. La riforma si imperniava sul liceo classico come scuola "principale", che dava accesso a tutte le facoltà universitarie. Il ginnasio era concepito come la via da percorrere, dopo gli studi elementari, da parte delle future classi dirigenti. Il ginnasio infatti preparava a tutti i gradi di istruzione secondaria, tra i quali primeggiava il liceo classico, che, fornendo la più ampia cultura generale, era l'unico che permetteva l'accesso a tutte le facoltà universitarie. Il decreto Gentile prevede inoltre l'esistenza di università libere, vincolando il riconoscimento giuridico e il valore legale dei titoli di studio all'adeguamento degli ordinamenti al disposto della stessa legge. Tra queste vi erano Perugia, Urbino, Camerino e Ferrara.

Sempre nel 1923, viene costituito il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR); per la prima volta, l'Italia ha un ente di coordinamento e promozione della ricerca su scala nazionale parallelo alle università. Il primo presidente è il matematico Vito Volterra.

Nell'anno accademico 1931/32 gli studenti iscritti alle università italiane erano 47 614.

Nel 1931 viene imposto ai professori universitari il Giuramento di fedeltà al Fascismo. Sotto ricatto, su oltre milleduecento accademici, soltanto dodici opposero un rifiuto. Furono Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Fabio Luzzatto, Francesco Ruffini, Edoardo Ruffini, Giorgio Levi Della Vida, Gaetano De Sanctis, Vito Volterra, Bartolo Nigrisoli, Lionello Venturi, Giorgio Errera e Piero Martinetti, che furono esclusi dall'insegnamento universitario. A questi va aggiunto Giuseppe Antonio Borgese che al momento dell'imposizione del giuramento era negli Stati Uniti dove decise di rimanere rinunziando alla cattedra di Estetica presso l'Università di Milano.

Nel 1935, gli istituti superiori di agricoltura, fino ad allora dipendenti dal Ministero dell'agricoltura e delle foreste, passarono al Ministero della Pubblica Istruzione e divennero facoltà universitarie di Agraria.

Nel 1938, a causa delle leggi razziali, numerosi professori, assistenti e studenti furono esclusi dall'Università in quanto ebrei. L'Italia perse alcune delle sue menti più brillanti, come Emilio Segré, Enrico Fermi, Giuseppe Levi, Salvador Luria, Silvano Arieti, Bruno Rossi e Franco Rasetti, costretti a lasciare il paese.

Nell'anno accademico 1941/42 gli studenti iscritti alle università italiane erano 145 793; le donne non superavano il 15-20% del totale.

Nel dopoguerra, gli atenei riprendono lentamente la loro normale attività, conservando tuttavia, il rigido ordinamento imposto dal fascismo. Il diritto all'autonomia universitaria viene previsto dall'art. 33 della Costituzione dove è riconosciuto alle istituzioni di alta cultura, università e accademie, il diritto di darsi ordinamenti autonomi. In realtà, soltanto nel clima dei governi di centro-sinistra agli inizi degli anni sessanta viene elaborato un piano organico di riforma, il progetto Maranini-Miglio, che verrà attuato nel 1969. Per l'autonomia, occorrerà invece attendere gli anni novanta.

Nell'anno accademico 1951/52, gli studenti iscritti alle Università Italiane erano 226 543.

In Italia, nel 1967 appaiono i primi episodi di rivolta studentesca con l'occupazione dell'Università Cattolica di Milano, nata peraltro da motivi pratici, in particolare dall'aumento delle tasse di iscrizione deliberato in estate dal senato accademico. L'anno successivo il movimento degli studenti, allargatosi alle Università di Stato, coinvolse anche le scuole secondarie. Tra le rivendicazioni, si trova un decisa critica ai vecchi organi di rappresentanza degli studenti.

Sotto la spinta della contestazione studentesca, con il decreto del presidente della Repubblica n. 1236 del 31 ottobre 1969, viene varata la prima grande riforma universitaria del secondo dopoguerra, che, in particolare, liberalizzava gli accessi eliminando il vincolo imposto da Gentile sul passaggio attraverso il liceo classico.

Con la Legge n. 168 del 9 maggio 1989, viene creato il creato il Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST), separando così l'attività delle università da quella delle istituzioni di istruzione preparatoria, primaria e secondaria.

Nell'anno accademico 1991/92, gli studenti iscritti alle università italiane erano 1 474 719.

L'università italiana dei primi anni 2000 ha conosciuto una radicale riforma, soprattutto grazie alla Riforma Gelmini. Ricordiamo tra i vari interventi normativi di questi anni la legge 6 agosto 2008 n. 133, le università hanno la possibilità di trasformarsi in fondazioni, di diritto privato (art. 16, comma 1)[3].
La fondazione avrà in capo la proprietà di beni mobili e immobili delle università, è un ente non commerciale che non può distribuire utili (comma 4). In essa potranno entrare enti pubblici o privati (comma 6), aprendo alla privatizzazione dell'università.

La scelta di trasformarsi in fondazioni spetta ai singoli atenei (la relativa delibera è adottata dal senato accademico) in base alle leggi che hanno introdotto l'autonomia didattica e finanziaria delle università.

Da ultimo la legge n. 240/2010 del 30 dicembre 2010 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario), che ha modificato in particolar modo la composizione e le competenze degli organi universitari, nonché introdotto una nuove disposizioni per quanto riguarda il personale docente e ricercatore. tuttavia gli effetti della riforma sono destinati a vedere la luce gradualmente poiché la sua applicazione dipende dall'emanazione di numerosi decreti attuativi.

Cronologia sintetica delle università italiane[modifica | modifica sorgente]

Le prime università si sono costituite nel nostro Paese già nel tardo Medioevo, nei secoli XI, XII e XIII, promosse e sostenute dalle rigogliose vitalità comunali allora esistenti. Le università attualmente in funzione costituite prima del 1500 sono le seguenti 19, in ordine di data di costituzione: l'Università di Bologna "Alma Mater Studiorum" (anno di fondazione 1088), l'Università degli Studi di Modena (1175), l'Università degli Studi di Padova (1222), l'Università degli Studi di Napoli "Federico II" (1224), l'Università degli Studi di Siena (1240), l'Università degli Studi di Macerata (1290), l'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" (1303), l'Università degli Studi di Perugia (1308), l'Università degli Studi di Firenze (1321), l'Università degli Studi di Camerino (1336), l'Università degli Studi di Pisa (1343), l'Università degli Studi di Pavia (1361), l'Università degli Studi di Ferrara (1391), l'Università degli Studi di Torino (1404), l'Università degli studi di Parma (1413), l'Università degli Studi di Catania (1434), l'Università degli Studi di Genova (1481).

Successivamente, dal 1500 al 1850 sono state costituite altre 8 università: l'Università degli Studi di Urbino (1506), l'Università degli Studi di Macerata (1540), l'Università degli Studi di Messina (1548), l'Università degli Studi di Sassari (1562), l'Università degli Studi dell'Aquila (1596), l'Università degli Studi di Cagliari (1626), l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" (1732), l'Università degli Studi di Camerino (1727), l'Università degli Studi di Palermo (1805), la Scuola Normale Superiore di Pisa (1810). Nei settant'anni dal 1850 al 1920 sono state costituite 6 università statali: il Politecnico di Torino (1859), l'Università degli Studi di Parma (1859), il Politecnico di Milano (1863), l'Università di Venezia "Ca' Foscari" (1868), l'Università per Stranieri di Siena (1917) e l'Università degli Studi di Napoli "Parthenope" (1919), nonché 2 università private: l'Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli (1864) e l'Università Commerciale "Luigi Bocconi" di Milano (1902).

Dal 1920 al 1940, nel periodo "fascista", sono state costituite 5 università statali: l'Università degli Studi di Milano (1923), l'Università degli Studi di Trieste (1924), l'Università degli Studi di Bari (1925), l'Università per stranieri di Perugia (1925), l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia (1926) e 2 università private: l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (1921), che poi ha costituito sedi in varie altre città d'Italia, e la Libera Università Santa Maria Assunta di Roma – LUMSA (1939).

Nel secondo dopoguerra (dal 1945 ad oggi) sono state costituite 33 università statali, 10 università private, 11 università telematiche oltre la Link Campus University e l'Università Popolare degli Studi di Milano, quest'ultima con concessione della capacità giuridica d'esercizio in virtù della Convenzione di Lisbona del 1997 Con totale valore legale nel teriritorio Italiano ed Europeo

Utilizzo del titolo "Università"[modifica | modifica sorgente]

La denominazione “università”, “istituto universitario”, “istituto d'istruzione universitaria”, “politecnico” ed “ateneo” è riservata, secondo l'articolo 10, primo comma, del D.L. 1º ottobre 1973, n. 580 (convertito con legge 766/1973), alle università statali e a quelle non statali riconosciute.

I titoli universitari, a loro volta, sono solo quelli individuati dalla L. 13 marzo 1958, n. 262,12 il cui art. 1 dispone che «le qualifiche accademiche di dottore, compresa quella honoris causa, le qualifiche di carattere professionale, la qualifica di libero docente possono essere conferite soltanto con le modalità e nei casi indicati dalla legge» dalle istituzioni universitarie statali e non statali autorizzate a rilasciare titoli aventi valore legale.

Con la legge 21 dicembre 1999, n. 508 anche le Accademie di belle arti, l'Accademia nazionale di danza, l'Accademia nazionale di arte drammatica, gli Istituti superiori per le industrie artistiche (ISIA), i Conservatori di musica e gli Istituti musicali pareggiati, sono passati nel comparto universitario (AFAM) in rispetto dell'articolo 33 della Costituzione Italiana.
I titoli rilasciati dalle sopracitate istituzioni di alta cultura sono denominati "diplomi accademici" e sono equipollenti ai fini dell'insegnamento e dei concorsi pubblici alle lauree di cui al decreto del Ministro dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999 n.509 e alle lauree di cui alla legge di stabilità 2013 art 102-107.

Enti culturali parauniversitari[modifica | modifica sorgente]

In anni recenti il mercato del sapere ha visto l'ingresso di nuovi soggetti, in particolare privati (con e senza scopo di lucro) che offrono istruzione post-secondaria. Tali istituzioni richiedono in alcuni casi per l'accesso ai corsi offerti un diploma di scuola superiore.

Quelle istituzioni che non siano "università" (che non abbiano cioè acquisito lo status richiesto dal D.L. 1º ottobre 1973 n. 580 e dalla Legge 21 dicembre 1999, n. 508), ma che offrano istruzione di livello accademico, (che possono quindi essere definite istituzioni parauniversitarie), possono operare nel mercato in virtù del disposto combinato degli articoli 33 (1° comma) e 41 della Costituzione i quali definiscono la libertà delle arti e delle scienze (e del loro insegnamento) e la libertà dell'iniziativa economica (con gli unici limiti determinati dalla stessa Costituzione e con quelli indicati dalle leggi che ad essa diano attuazione).

Da ciò si deduce che i privati che vogliano svolgere ricerca ed impartire insegnamento possono farlo purché la loro attività non contrasti «con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art. 41, 2° co. Cost.) e nel rispetto delle leggi dello Stato che siano applicabili; non potranno ad esempio denominarsi "università" (salvo il caso delle università popolari aderenti alla C.N.U.P.I., riconosciuta con decreto) e non potranno né rilasciare titoli di dottore, dottore magistrale, dottore di ricerca, né utilizzare quali denominazioni dei loro titoli quelle di laurea, laurea magistrale o master, ma potranno rilasciare certificazioni comunque denominate che non inducano in errore rispetto al loro valore di titoli culturali liberi e privati (competente ad effettuare la vigilanza in tal senso è l'Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato, nota come Antitrust).

Autonomia[modifica | modifica sorgente]

Le caratteristiche principali dell'attuale sistema universitario italiano sono state determinate in particolare dalle vicende di questi ultimi 150 anni. In tale periodo la dinamica più importante è stata quella della complessa transizione prodottasi con la creazione del Regno d'Italia nel 1861, con il passaggio da una piuttosto disordinata costellazione di sedi universitarie a base prevalentemente regionale esistente prima del 1861 ad un sistema universitario organico nazionale. Nel periodo hanno operato sul sistema universitario anche fortissime pressioni di cambiamento esterne, quali le necessità di realizzazione delle infrastrutture del Paese e del suo sistema industriale (a cui sono associate, ad esempio, le costituzioni per regio decreto del Politecnico di Torino nel 1859 e del Politecnico di Milano nel 1863), le esigenze di estensione a tutto il territorio nazionale di una Pubblica Amministrazione centralizzata di tipo sabaudo, l'enorme rapido sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecniche, nonché, in questi ultimi decenni, lo straordinario aumento delle necessità di alta formazione dei nostri giovani per via della mutata struttura sociale ed economica del Paese.

Per quanto qui interessa è opportuno soffermarsi in particolare sul complesso rapporto tra università e Stato centrale.

Il Regno Sabaudo aveva emanato nel 1848 la prima legge organica di riforma degli studi superiori (detta legge Boncompagni), di indirizzo centralistico e laicistico. La legge prevedeva un controllo governativo delle scuole di ogni ordine e grado, sia statali sia libere, attraverso il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, cui competevano gli ordinamento degli studi, i piani didattici, l'approvazione dei programmi dei corsi e dei libri e dei trattati adottati. La legge eliminò anche il nulla osta vescovile per la nomina dei professori. Con la legge 22 giugno 1857 e con il successivo regolamento furono aboliti i consigli universitari e i loro compiti affidati ai rettori e, per le parti di competenza, ai consigli di facoltà.

La prima fondamentale impostazione fu data dalla legge Gabrio Casati del 1859 ("Legge sul riordinamento della pubblica istruzione"), varata in occasione della fusione immediata di Lombardia e Piemonte. L'assetto dato all'istruzione superiore da questa legge fu caratterizzato dal monopolio statale (non erano ammesse università private) e da un forte accentramento ministeriale, con nomina regia di docenti ordinari e straordinari e definizione delle commissioni che devono esaminarli. L'accentramento era mitigato da margini di libertà accademica sia nell'organizzazione della didattica, sia nella libera concorrenza tra i docenti, sia nella libertà riconosciuta agli studenti di regolare "l'ordine degli studi" e degli esami, pur in presenza di un piano di studi ufficiale.

Nel 1861, alla proclamazione del Regno d'Italia, sotto il governo Cavour, Francesco De Sanctis diventò il primo Ministro della Pubblica Istruzione dell'Italia unita, carica che mantenne anche sotto il governo Ricasoli fino al 1862. De Sanctis presentò al Senato, nel 1862, una proposta di legge sull'istituzione di scuole «normali» per la preparazione dei docenti di ginnasi e licei. Egli si ispirava ad esempi come l'École Normale Supérieure di Parigi, i liberi seminari in Germania, il "seminario filologico" di Pavia e la Scuola Normale Superiore di Pisa. Il progetto, di soli cinque articoli, proponeva l'istituzione presso alcune università di scuole normali superiori, in cui l'insegnamento sarebbe stato affidato, con una piccola indennità aggiuntiva, agli stessi docenti universitari.

L'ispirazione statalista fondata sul principio del monopolio dello Stato nell'istruzione superiore della legge Casati fu riaffermata nella successiva riforma voluta da Carlo Matteucci nel 1862. Questa riforma portò avanti anche un disegno di riduzione degli atenei allora esistenti. La direzione amministrativa e disciplinare furono affidate al Consiglio accademico, organismo collegiale composto dal rettore e dai presidi delle facoltà. Gli atenei italiani vennero suddivisi in due classi. Nella prima classe – a pieno finanziamento statale – furono inserite solo le 6 sedi universitarie di Bologna, Napoli, Palermo, Pavia, Pisa, Torino. Matteucci si oppose all'introduzione in Italia di "università libere" da affidare all'iniziativa dei municipi, delle province ed anche di private associazioni, convinto che le università avessero bisogno dell'intervento dello Stato per superare le difficoltà economiche e per conseguire l'obiettivo della formazione di una élite dirigente moderna, efficiente e uniforme. Vi erano però eccezioni al principio monopolistico: tra queste i 4 atenei a governo autonomo di Camerino, Ferrara, Perugia e Urbino, tutti negli Stati già pontifici.

Il 1868 assunse la carica di Ministro della Pubblica Istruzione sotto il Gabinetto di Luigi Menabrea, Emilio Broglio, che la ricoprì fino al 1869. Broglio emanò un nuovo "Regolamento universitario" tendente ad armonizzare quello di Brioschi e Matteucci con lo spirito della legge Casati. In esso, le facoltà, pur essendo suscitatrici di libera cultura, dovevano altresì provvedere ai fini professionali.

L'orientamento statalista e accentrato riguardante l'insegnamento superiore, scaturente dalle leggi Casati e Matteucci, è rimasto prevalente fino alla fine del XIX secolo. Tuttavia si è progressivamente affievolito il principio della competenza esclusiva dello Stato ad impartire l'istruzione superiore per mezzo di istituti suoi propri ed è stata altresì superata la distinzione voluta da Matteucci delle università in due categorie con il pareggiamento (raggiunto nel 1902) di tutti gli atenei. La prima importante apertura alle università private venne realizzata con una legge del 1902, che riconobbe il rango di università con diritto a rilasciare lauree alla Scuola di studi commerciali Luigi Bocconi di Milano. Un simile riconoscimento venne conferito nel 1922 all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Una grande importanza nella storia del nostro ordinamento universitario ha avuto la riforma Gentile (settembre 1923). Tale riforma (che ha riguardato in modo organico tutta la formazione scolastica) per quanto attiene alle università ha puntato a sviluppare un'alta qualità della formazione, seguendo il modello von Humboldtiano di università (caratterizzato da docenti capaci di essere contemporaneamente grandi ricercatori e grandi didattici). Coerentemente con tale finalità la riforma Gentile ha teso ad operare un drastico ridimensionamento del numero degli istituti universitari. Gli atenei sono stati classificati in due categorie, quelli della Tabella A, completi di tutte le Facoltà, con finanziamento in gran parte a carico dello Stato (Bologna, Cagliari, Genova, Napoli, Padova, Palermo, Pisa, Roma e Torino) e gli altri inseriti nella Tabella B (tra cui Bari, Firenze e Milano), con diritto a ricevere dallo Stato solo un contributo parziale. Per gli atenei in Tabella A la riforma Gentile ha previsto adeguate risorse sia per gli stipendi dei professori e del personale tecnico- amministrativo, sia per il finanziamento della ricerca scientifica (iscrivendo a bilancio un apposito stanziamento).

Il forte indirizzo centralista e statalista del sistema universitario italiano disegnato dalla riforma Gentile (sostanzialmente confermato dalla successiva riforma Bottai del 1939) ha trovato la sua manifestazione più evidente nelle pervasive competenze del Ministero: è il Ministero che fissa le discipline da insegnare, che attribuisce le risorse finanziarie, che definisce le modalità di reclutamento dei docenti e dei ricercatori, che indica i temi e i campi della ricerca scientifica, che stabilisce le modalità di gestione, che approva la costituzione di nuove università, che approva l'apertura di nuove facoltà e perfino l'attivazione di nuove cattedre.

Tale forte indirizzo centralista caratterizza anche l'epoca repubblicana fino alla fine degli anni ottanta, quando viene in parte mitigato dal progressivo riconoscimento dell'autonomia delle università, disposta dall'articolo 33 della Costituzione. L'autonomia viene resa possibile in via legislativa in tre passi successivi: prima con il riconoscimento agli atenei dell'autonomia statutaria e regolamentare (mediante la legge n. 168 del 1989), poi con il riconoscimento dell'autonomia didattica (mediante la legge n. 341 del 1990) e infine con il riconoscimento dell'autonomia finanziaria (mediante l'articolo 5 della legge n. 537 del 1993). Negli anni successivi tuttavia non poche università commettono abusi nell'esercizio dei loro diritti di autonomia, ad esempio moltiplicando eccessivamente le sedi universitarie distaccate, attivando un numero sovrabbondante di corsi di laurea, espandendo fuori misura le spese correnti e indebitando troppo l'ateneo. Recentemente il Parlamento, dopo i tagli ai finanziamenti disposti dal governo Berlusconi IV, ha perciò ritenuto necessario un ulteriore riordino del sistema universitario, attuato con la legge n. 240 del 2010, che tra l'altro introduce per le università l'obbligo di una governance duale (consiglio di amministrazione e rettore) e prevede un generale ricorso a procedure di valutazione del funzionamento degli atenei (tramite l'ANVUR) e degli stessi docenti.

Questo breve excursus storico mette in evidenza come il sistema universitario nazionale che si è strutturato nel nostro Paese dopo la creazione del Regno d'Italia, sia stato in gran parte un sistema basato sullo Stato, sia pure sui generis, in particolare perché in tutte le sue principali caratteristiche gestito centralmente dal Ministero competente e perché a finanziamento statale nettamente prevalente. Le ragioni per cui a partire dall'avvento del Regno d'Italia l'alta formazione è stata ritenuta compito fondamentale dello Stato sono innanzitutto ideologiche, strettamente connesse alle filosofie politiche che hanno ispirato l'arte del governare in buona parte dei 150 anni della storia d'Italia. Ma non sono affatto trascurabili le ragioni economiche: l'istruzione universitaria richiede cospicui investimenti patrimoniali (aule, laboratori di ricerca, biblioteche, eccetera), nonché rilevanti spese correnti (per gli stipendi dei professori e del personale dedicato). Solo lo Stato può disporre di queste risorse con la necessaria continuità. Il capitalismo italiano per gran parte della sua storia non ha avuto risorse tali da potersi permettere di finanziare in proprio università private. La Chiesa Cattolica avrebbe avuto nel nostro Paese la disponibilità di adeguate risorse, ma le note vicende politiche del nostro Risorgimento hanno impedito per lungo tempo iniziative di questo tipo e solo nel 1921 le è stato consentito di attivare l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Dal carattere centralista e statalista del moderno sistema universitario italiano discende direttamente l'attribuzione di un identico valore ai diplomi di laurea rilasciati dalle varie università statali (e non statali riconosciute): non è evidentemente pensabile che lo Stato introduca discriminazioni tra diplomi di laurea di università che controlla in tutto e per tutto. Va tuttavia notato che perfino nella Riforma Gentile le università sono state abilitate a conferire lauree "aventi esclusivamente valore di qualifiche accademiche". L'accesso agli uffici e alle professioni era previsto avvenire attraverso meccanismi di controllo, abilitazioni e soprattutto esami di Stato, a cui Gentile affidava il compito di "controllare energicamente l'opera dell'università". Questa centralità dello Stato nello sviluppo dei sistemi universitari nazionali, che abbiamo visto presente nella storia dell'università italiana, caratterizza la maggior parte degli Stati europei. L'unica importante eccezione è costituita dal Regno Unito, in cui lo Stato, al contrario, rimane più ai margini del sistema universitario; lo sviluppo di tale sistema nel Regno Unito è sensibile alle esigenze del mercato, attraverso forme di accreditamento da parte di organismi privati.

Il nodo annoso della riforma dell'università italiana[modifica | modifica sorgente]

La riforma dell'università italiana è stata spesso una tematica costante dell'Italia unita. L'università italiana è sovente oggetto recentemente di forti critiche da parte dei media e nella società civile, stato che si riflette nello scarso investimento operato dallo stato sull'università.

Dal rapporto dell'OCSE del 2009[4] risulta che la spesa pubblica in educazione terziaria è meno dell'1% del PIL a fronte di una media dei paesi OCSE del 1,5% (rif.pag 57 Figura 3.4b). Dal rapporto inoltre la spesa per studente risultava in media di 5628 € contro una media OCSE pari a 8455 €. Se si comprendono le spese di ricerca e sviluppo la media italiana è di 8725 € contro una media OCSE di 12.336 €.

Altro grande ed irrisolto problema è quello della c.d. fuga dei cervelli, dovuto alla scarsità di opportunità d'impieghi commisurati alla capacità dei laureati migliori: infatti ai problemi della ricerca pubblica si assomma il fatto che la ricerca nell'industria privata italiana è, quantitativamente e qualitativamente, di livello inferiore rispetto ad altri paesi industrializzati e spesso finalizzata all'acquisizione dei sussidi governativi per la ricerca.
La possibilità di impiego nelle università e nei centri di ricerca pubblici è stata fortemente ridotta a causa del blocco del turnover contenuto nella legge 133/2008 e ridefinito dalla successiva legge 1/2009. Altre cause sono gli scarsi investimenti in ricerca e l'assenza di una retribuzione consona alla preparazione accademica, anche in presenza di un incarico.

Un riferimento proposto da più parti per il reclutamento dei docenti è la valutazione ex post (ovvero, dopo l'assunzione) della produttività scientifica, in base a parametri come il numero di pubblicazioni, il numero di articoli su riviste internazionali di settore, il numero di citazioni dei lavori, e la conseguente penalizzazione dei dipartimenti che hanno assunto personale dimostratosi non all'altezza.

L'aumento di sedi periferiche e distaccate e università minori è stato visto in passato come uno strumento per evitare agli studenti le spese di mantenimento come fuori sede per compensare le carenze del sistema nazionale di diritto allo studio.
Con i tagli a partire dal 2008 è stata interrotta tale crescita e le recenti leggi, come la 133/2008 prima e la 240/2010 prevedano la possibilità per gli atenei di fondersi, federarsi o trasformarsi in fondazioni di diritto privato, animate dallo scopo di aumentare l'efficienza e la differenziazione delle sedi.
D'altro canto l'autonomia ha dato luogo in alcuni casi ad uno spezzettamento in molti esami dei corsi di studi (pur restando invariato il monte ore di didattica e quindi il numero di docenti), ma la legge ha stabilito che a partire dal 2009 vi è un tetto massimo di 18 esami nei corsi di laurea triennale.

L'ultima riforma in ordine di tempo, ex lege 240/2010 (nell'ambito della c.d legge Riforma Gelmini) ha suscitato diverse perplessità e critiche, in quanto ha determinato un riassetto degli organi degli atenei italiani pressoché totale, nonché introdotto diverse disposizioni per il personale docente, in particolar modo per i ricercatori universitari, che ora possono essere assunti esclusivamente con contratto a tempo determinato.

La riforma dei corsi di studio e l'adeguamento al livello europeo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Processo di Bologna.

Verso la fine degli anni novanta, un forte impulso alla trasformazione dell'università in "senso europeo" (per quanto il termine sia stato usato in sensi molto spesso contrapposti), viene dato dalla riforma che introduce l'autonomia degli atenei. La riforma, rimodella anche i corsi di studio, introducendo la cosiddetta formula del 3+2, basata sul modello anglosassone, avvenne ai sensi della legge 15 maggio 1997, n. 127, attuata con decreto del Ministro dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica 3 novembre 1999, n. 509.

L'autonomia didattica introdotta consente ai singoli atenei e agli organi collegiali di stabilire: .

  • la denominazione e gli obiettivi formativi caratterizzanti i corsi di studio;
  • i criteri d'accesso (accesso libero, numero programmato, accertamento delle competenze iniziali vincolante o orientativo);
  • la tipologia delle attività formative e il corrispondente numero di Crediti Formativi Universitari (già sperimentati per i programmi di scambio Socrates/Erasmus con il progetto "ECTS", European Credit Transfer System);
  • l'individuazione di forme alternative di didattica, come quelle a distanza;
  • la modalità di svolgimento di attività curriculari di tipo professionalizzante (laboratori, tirocini interni, stages etc.);
  • le modalità della prova finale per conseguire il titolo di studio.

La riforma si propone di garantire la libertà a ogni singolo ateneo di costruire percorsi di studio adeguati alle esigenze della locale realtà economica e sociale. In ogni caso, i percorsi di studio progettati delle singole università devono rispettare alcuni criteri generali in termini di obiettivi da raggiungere e di aspetti generali delle attività formative, definiti a livello nazionale. Per tal motivo sono state introdotte, con successivi decreti ministeriali, le cosiddette classi (42 di laurea, 104 di laurea specialistica, 4 di laurea e 4 di laurea specialistica per le professioni sanitarie, 1 di laurea ed 1 di laurea specialistica per la formazione di ufficiali militari). Per ogni classe sono definiti gli obiettivi formativi qualificanti, comuni a tutti i corsi di studio attivati dagli atenei in riferimento alla medesima classe, e i titoli di studio afferenti alla medesima classe hanno identico valore legale (il valore legale non va confuso con il valore abilitante; alcune lauree sono infatti direttamente abilitanti – non necessitano cioè del previo superamento di apposito esame di Stato atto ad accertare l'idoneità professionale – a determinate e specifiche professioni sanitarie, e parimenti ai sensi della legge 53/2003 possono essere attivati, in convenzione con il Ministero, corsi di laurea a numero chiuso abilitanti all'insegnamento secondario).

Sono anche altri i progetti che si pongono come obiettivo la condivisione di saperi ed esperienze tra paesi europei, soprattutto grazie a scambi di singoli individui (vedi Progetto Erasmus e Progetto Leonardo Da Vinci) e altri progetti di cooperazione internazionale o di doppia laurea.

Il D.M. 3 novembre 1999 n. 509 è stato successivamente abrogato e sostituito dal successivo decreto del 22 ottobre 2004 n.270.

Le università in Italia e nel mondo[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ In questo senso la Corte Suprema di Cassazione con sentenze 1º giugno 2012 n. 8824 e n. 8827), in base l’articolo 6 della legge n. 168/1989, ha statuito in particolare che esse sono da considerarsi come ente di diritto pubblico distinto dalle amministrazioni statali
  2. ^ Cfr. F. Martini - C.F. Ferraris, Ordinamento generale dell’istruzione superiore. Studi e proposte, Milano 1895
  3. ^ La natura privatistica è ribadita al comma 14, art. 16: "14. Alle fondazioni universitarie continuano ad applicarsi tutte le disposizioni vigenti per le Università statali in quanto compatibili con il presente articolo e con la natura privatistica delle fondazioni medesime"
  4. ^ Education at a Glance 2009 - OECD indicators

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • La cronologia sintetica e il paragrafo sull'autonomia delle università sono adattati dal Documento conclusivo dell'indagine conoscitiva sugli effetti connessi all'eventuale abolizione del valore legale del diploma di laurea, Senato della Repubblica, 7ª Commissione permanente, Resoconto sommario n. 350, 1º febbraio 2012.
  • "Education at a Glance 2011: Highlights - OECD" [1]
  • Andrea Gentile, Formazione, università e ricerca in Europa, America, Asia, Africa e Oceania. Riforme, progetti innovativi e sistemi a confronto nei cinque continenti , IF Press, Roma, 2008. ISBN 8895565088
  • "Education at a Glance 2009 - OECD" www.oecd.org/dataoecd/41/25/43636332.pdf

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