Federico I di Napoli

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Federico di Napoli
Francesco di giorgio martini, medaglia di don federigo d'aragona.JPG
Francesco di Giorgio Martini, Medaglia di Federico I di Napoli, XV secolo
Re di Napoli
Stemma
In carica 7 ottobre 1496 –
1º agosto 1501
Predecessore Ferdinando II
Successore Luigi II
Duca d'Angiò
In carica 1º agosto 1501 –
9 novembre 1504
Predecessore carica creata
Successore carica abolita
Nascita Napoli, 16 ottobre 1451
Morte Plessis-lez-Tours, 9 novembre 1504
Luogo di sepoltura Chiesa dei Minimi, Plessis-lez-Tours
Casa reale Trastámara d'Aragona di Napoli
Padre Ferdinando I
Madre Isabella di Chiaromonte
Consorte Anna di Savoia
Isabella del Balzo
Figli Carlotta
Ferdinando
Giulia
Isabella
Religione Cattolicesimo

Federico d'Aragona, ramo di Napoli (Napoli, 16 ottobre 1451[1]Plessis-lez-Tours, 9 novembre 1504[1]), è stato un sovrano italiano, re di Napoli dal 1496 al 1501 e, dopo la sua abdicazione, duca d’Angiò dal 1501 al 1504.

Moneta con l'effige di Federico I

Era il figlio di Ferdinando I e di Isabella di Chiaromonte; fratello di Alfonso II e zio di Ferdinando II detto Ferrandino. Successe al nipote Ferdinando II, il quale era morto prematuramente senza eredi nel 1496 all'età di 28 anni.

Possedeva un carattere gentile, tranquillo e pacifico, più portato alla diplomazia che agli intrighi e alle guerre che erano la caratteristica peculiare dell'epoca.[2] Fu inoltre munifico mecenate delle arti e delle lettere[3]. Prima di diventare re di Napoli fu un grande diplomatico e contribuì a stringere alleanze e a migliorare le relazioni tra il Regno di Napoli e gli Stati italiani ed europei.

Con la sua morte il Regno di Napoli perse la sua indipendenza diventando possedimento spagnolo dopo la morte di Ferdinando II d'Aragona che spostò la sua capitale a Napoli diventandone l'ultimo sovrano di Napoli a risiedervi fino alla conquista borbonica delle Due Sicilie. Il regno del successore di Ferdinando, Carlo V di Spagna, grazie alle sue ascendenze, si può considerare un "prolungamento" di quello degli Aragonesi di Napoli.[4]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Giovinezza ed educazione[modifica | modifica wikitesto]

Il re Federico in una statuetta di Altobello Persio, 1540 circa, Chiesa di Santa Maria della Croce, Ferrandina

Federico I nacque a Napoli il 16 ottobre 1451 da Ferrante e dalla sua prima moglie Isabella di Chiaromonte, principessa di Taranto.

Fu battezzato il 19 aprile 1452 nel Castel Capuano e il suo padrino fu l'imperatore Federico III,[1] venuto a soggiornare a Napoli per celebrare lo sposalizio tra lui e la nipote di Alfonso, Eleonora d'Aviz. L'imperatore gli fece mettere il nome di Federico e poi, levandosi una collana guarnita di ricchissime gemme, la pose al collo del bambino reale.[5]

Suo padre salì sul trono del Regno di Napoli alla morte di Alfonso V, avvenuta il 27 giugno 1458, e diede a suo figlio i migliori mentori: Andrea da Castelforte, Girolamo Baldassare, Offeriano Forti e Giovanni Elisio Calenzio.[1] Quest'ultimo non si limitò alla sola educazione di Federico, ma ne divenne confidente e successivamente collaboratore, svolgendo incarichi diplomatici per il Regno. Sin dall'infanzia venne applicato alle lettere e rapidissimi ne furono gli avanzamenti.[6]

Missioni diplomatiche[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1464, mentre risiedeva a Taranto con il padre, gli fu ordinato di scortare la sposa del proprio fratello, Ippolita Maria Sforza, da Milano a Napoli. Lasciò Napoli il 18 marzo 1465 con 320 cavalieri e ricevette durante il viaggio la notizia della morte di sua madre, avvenuta il 30 marzo. Il 2 aprile fu ricevuto a Roma da papa Paolo II che, per l'occasione, gli conferì la rosa d'oro. Si recò poi a Siena e Firenze, dove fu ricevuto il 17 aprile da Lorenzo de' Medici e per volontà dello stesso magnifico venne inviata come omaggio a Federico la celebre Raccolta aragonese, un'antologia di rime toscane composta a Firenze nel 1476-1477. Si recò quindi a Milano, dove rimase fino al 7 giugno.

Mentre stava per tornare a Napoli fu fermato dal duca di Milano Francesco Sforza, il quale minacciò di sciogliere le nozze accusando re Ferrante di aver imprigionato con l'inganno e poi fatto strangolare in carcere il condottiero Jacopo Piccinino, genero dello Sforza, che aveva combattuto contro di lui durante la prima rivolta baronale.

Risolta in seguito la questione con la diplomazia, Federico rientrò a Napoli insieme al corteo di nozze il 14 settembre.[1]

Dal 1464 al 1473 fu luogotenente in Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto. In questo ruolo sovrintese la riscossione delle tasse e fece rispettare gli accordi commerciali con la Repubblica di Venezia. Partecipò anche all'attività diplomatica che il padre conduceva, soprattutto nell'accogliere i signori con i quali il re di Napoli desiderava stringere alleanza. Accolse nel marzo 1472 ad Aversa e Napoli Giovanni della Rovere, prefetto di Roma, signore di Senigallia e nipote di papa Sisto IV, e il 30 agosto 1473 ricevette Carlo II Manfredi, signore di Faenza.[1]

Missione diplomatica nel Ducato di Borgogna[modifica | modifica wikitesto]

Nell'aprile 1470 Carlo I di Borgogna, detto il Temerario, propose di far sposare sua figlia ed unica erede Maria con Federico, e il progetto prese forma nel novembre 1471, dopo la firma di un'alleanza tra il duca di Borgogna e il re di Napoli.[7]

Essendo una delle più ricche ereditiere del suo tempo, molti nobili tentavano di sposare Maria di Borgogna. I suoi pretendenti includevano principi e signori come Ferdinando il Cattolico, il duca Nicola d'Angiò, Filiberto di Savoia, Giorgio Plantageneto e Carlo di Valois. Lo stesso Luigi XI espresse interesse a nominare un principe d'Aragona o di Napoli, con il quale avrebbe potuto scambiare le pretese dell'Angiò contro i territori della Borgogna che cercava di ereditare nel Maine.[8]

Nel febbraio 1472 il padre Ferrante ricevette Federico con lo scopo di aiutarlo nel progetto. La sorella di Federico, Eleonora, espresse fiducia nell'idea che il duca di Borgogna cercasse di unirsi in alleanza prima di Pasqua. Ma queste speranze andarono in frantumi durante l'estate quando seppero, alla corte di Napoli, del fidanzamento di Maria di Borgogna con Nicola d'Angiò, pretendente ai regni di Napoli e di Aragona, derivante dall'alleanza conclusa tra i duchi di Borgogna. Maria diede il suo consenso alla promessa di matrimonio il 13 giugno 1472.[8]

Nell'ottobre 1472 giunse a Napoli una nuova ambasciata borgognona rassicurante sulla sistemazione di Maria di Borgogna e sul rapporto tra Carlo il Temerario e il re di Napoli. Carlo il Temerario usò l'eventuale matrimonio di sua figlia come strumento della sua diplomazia.[1]

Il fidanzamento di Maria e Nicola non andò a buon fine. Il 5 novembre 1472, nel campo di Carlo il Temerario a Beaurevoir, Nicola rinunciò alla sua promessa di matrimonio senza mettere a repentaglio l'alleanza tra i due duchi. Maria rinunciò al suo fidanzamento il 3 dicembre.[8]

Nel 1473, a causa del mancato rispetto degli impegni dell'alleanza da parte di entrambe le parti, insieme al piano di Carlo di far sposare sua figlia con Massimiliano d'Asburgo, figlio dell'imperatore Federico III, re Ferrante iniziò a esplorare la possibilità di un'unione tra Federico e Giovanna, figlia di Giovanni II d'Aragona. Sollevò anche la possibilità di un matrimonio con una figlia di Luca Sanseverino, principe di Bisignano, prima di tornare ai suoi originali arrangiamenti di matrimonio.[8]

Il re Ferrante, per promuovere la possibilità di matrimonio tra Federico e la figlia del Temerario, cercò qualsiasi opportunità che richiedesse al duca di Borgogna di accettare l'offerta. Il 26 novembre 1474 a Foggia, Ferrante diede a Francesco Bertini, vescovo di Capaccio, in qualità di ambasciatore alla corte di Borgogna, pieni poteri per condurre le trattative. Il 28 novembre Alfonso II, duca di Calabria, fu confermato ambasciatore per le trattative dal padre, dal fratello e dal vescovo di Capaccio.[1]

Federico lasciò Napoli il 26 ottobre 1474 per recarsi a Digione. Fu ricevuto però a Roma, Urbino e Ferrara con il cognato Ercole I d'Este. Il 5 gennaio 1475, accompagnato da 400 membri del suo seguito, fu accolto dal doge di Venezia Pietro Mocenigo in un ricevimento, durante il quale furono accolte sul Bucintoro le delegazioni della Repubblica di Venezia.[1]

L'occasione per entrare a far parte della corte del Temerario fu fornita dalla firma di un accordo militare tra questi e Galeazzo Maria Sforza il 30 gennaio. Ai primi di febbraio lasciò Milano per giungere a Torino, dove Iolanda di Valois, mediatrice dell'alleanza, gli affidò l'incarico di maestro d'armi e di tiro con l'arco. Era di stanza a Besançon alla fine di febbraio, quando Carlo il Temerario assediò Neuss.[1]

Ferrante sapeva che i piani del matrimonio erano fluttuanti e soggetti ad incertezze e domande politiche e affidò a suo figlio due compiti principali: il primo era quello di dare a Carlo il Temerario il collare dell'Ordine dell'Ermellino, che aveva creato, ed accoglierlo nell'Ordine dei Cavalieri della Giara e il secondo era quello di sostituire, nell'entourage di Carlo, Cola di Monforte, conte di Campobasso, un ex vassallo di Ferrante che servì Renato d'Angiò-Valois e che aveva legami con il di lui figlio Giovanni, che reclutò mercenari in Piemonte, Lombardia ed Emilia-Romagna per servire nell'esercito di Borgogna.[1][9]

Mentre Federico d'Aragona arrivò alla corte di Borgogna, Antonio di Borgogna, fratellastro di Carlo, partì per Napoli con suo figlio Filippo, Francesco d'Este e Guillaume de Rochefort per conferire al re Ferrante il collare dell'Ordine del Toson d'Oro in cui fu ammesso al Capitolo di Valenciennes nel 1473 su richiesta del Temerario. Arrivato a Mechelen intorno al 15 febbraio, Antonio di Borgogna soggiornò a Moncalieri dal 4 al 6 marzo presso la tenuta della duchessa Iolanda. Probabilmente in quel periodo incontrò Federico nella tenuta di Chambéry.

Antonio di Borgogna fu ricevuto alla corte milanese dal 9 al 16 marzo 1475, quindi si recò a Napoli, dove il 15 aprile fu accolto dal duca di Calabria Alfonso II. Il 20 aprile re Ferrante fu ricevuto nell'Ordine del Toson d'Oro e giurò di attenersi ai suoi statuti.

L'11 settembre 1478 Federico sposò Anna di Savoia, figlia di Amedeo IX e Iolanda di Valois. Visse con la sua giovane moglie alla corte di suo zio materno, il re Luigi XI. Dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1480, fece ritorno a Napoli.

La congiura dei baroni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1485 Federico ricevette il titolo di principe di Squillace, e fu inviato dal padre in diverse missioni diplomatiche.

Durante la congiura dei baroni, Federico venne inviato dal padre a Salerno in qualità di ambasciatore per firmare in suo nome il trattato di pace con i baroni, venendo ricevuto dal principe di Salerno e dai baroni, che lo salutarono con segni di stima. Federico era un principe dotato di rare ed incomparabili virtù, avvenente, con comportamenti dolcissimi, moderato e modesto, tant'è che era amato da tutti e di costumi opposti al Duca di Calabria suo fratello.[5][10]

Federico entrò pertanto a Salerno con ferma speranza di concludere la pace; ma un giorno il Principe di Salerno avendo fatto convocare nel suo Palazzo i baroni e fatto entrare Federico nel Castello in una eminente stanza, cominciò con molta eloquenza a persuaderlo di prendere il regno che gli offrivano affinché, cacciato Alfonso, quello riposasse sotto la sua clemenza, e di ciò certamente non se ne sarebbe offeso il vecchio re, anzi avrebbe assecondato la volontà degli uomini e di Dio. Influenzò insomma il principe con molto ardore, tant'è che ciascun barone credeva che Federico non avrebbe rifiutato il dono; ma questo principe che non aveva né ambizione, né immoderata sete di dominare, ma solo virtù, dopo aver ringraziato per l'offerta, con molta placidezza rispose che se concedendogli il regno fosse stato sotto il loro controllo, volentieri avrebbe accettato il dono, ma non potendo prendere possesso del regno, se non violando tutte le leggi, il volere paterno e la ragione di suo fratello, rifiutò. Quando i congiurati intesero la resoluzione di Federico, si impallidirono, e visto che dovevano portare a termine la congiura, imprigionarono Federico e per invigorire l'animo del Papa che li supportava, alzarono le bandiere Papali.[5][11]

Una incursione della flotta napoletana, comandata dall'ammiraglio di Sorrento Mariotto Boccia, lo liberò nel 1485.

Nel 1494 Federico battezzò la città di Troilia in onore di suo padre, re Ferrante (o Ferrando), dandole il nome di Ferrandina.

La prima guerra Italiana[modifica | modifica wikitesto]

Durante la Prima guerra italiana Alfonso II di Napoli realizzò un'armata di 64 Legni tra galere, vascelli ed altri Navigli; della quale fece Capitan Generale Federico, e lo mandò verso Genova.

Nei medesimi giorni in cui l'armata aragonese guidata da Federico riuscì ad arrivare nel mare di Genova, Luigi duca d'Orléans entrò in quella città per ordine di re Carlo. Don Federico aveva designato di presentarsi con l'armata nel porto di Genova, sperando che i seguaci dei fuoriusciti facessero qualche rivolta, però poi cambiò piano e deliberò di assaltare le riviere, e seguendo il parere di Obietto da Fiesco, che diceva di assaltare la riviera di Levante, indirizzò l'armata a Porto Venere, in cui, visto che da Genova vi erano stati mandati 400 fanti e il popolo non si era rivoltato, Federico non riuscì ad espugnare la città e dovette andare nel porto di Livorno per ricevere vettovaglie e aumentare il numero di fanti visto che la riviera era molta provvista e quindi emerse la necessità di avere maggiori forze. Federico ebbe poi la notizia che l'armata francese era inferiore della sua per galee e maggiore della sua per navi e che si preparava ad uscire dal porto di Genova. Federico allora rimandò a Napoli le sue 18 navi per poter, con la celerità delle galee (che erano 40), discostarsi più speditamente dai nemici quando le navi e le galee fossero venute ad assaltarlo.

Quando Carlo VIII di Francia, disceso in Italia il 3 settembre 1494, entrò ad Asti il 9 settembre 1494 e si ammalò, Federico ritornò con l'armata nella stessa riviera di Genova, dove Obietto da Fresco sbarcò con tremila fanti e senza difficoltà occupò Rapallo, distante da Genova venti miglia e cominciò ad attaccare i paesi circostanti, ma a causa della battaglia di Rapallo Federico dovette ritornare di nuovo al porto di Livorno.

Federico poi, partito dal porto di Livorno, si ritirò con l'armata verso il Regno di Napoli, dove cominciava ad essere molto necessaria ad Alfonso per la propria difesa.[12]

Dopo che Carlo VIII occupò Napoli ed il regno, mandò una lettera a don Federico, il quale era andato con re Ferrandino ad Ischia attraverso un salvacondotto, pregandolo che venisse a Pizzofalcone per ascoltare alcune cose che voleva dirgli, offrendogli per Ostaggi quattro dei suoi principali Cavalieri. Nonostante l'iniziale reticenza di Federico, anche se pregato da suo nipote, avuti gli ostaggi, andò a Napoli, venendo ricevuto con grande cortesia dal re. Quest'ultimo lo prese per mano e lo portò sotto un olivo, dove gli cominciò a parlare, scusandosi nel parlare francese, perché anche se conosceva l'Italiano, comunque non sapeva parlarlo correttamente. A cui Don Federico rispose in francese, dicendo che poteva parlare francese a suo piacimento, perché lo aveva imparato perfettamente alla Corte del re Luigi XI, padre di Carlo, che lo aveva quasi cresciuto. Carlo allora cominciò a trattare con lui, promettendogli di dargli un grande dominio in Francia, con il pretesto però di rinunciare al regno, nel quale Ferrandino avrebbe potuto vivere onorevolmente; e visto che don Federico sapeva bene l'intenzione del nipote, prontamente gli rispose che quando il re francese avrebbe proposto un'offerta conveniente a Ferrandino che non comprendesse l'abbandonare il Regno o il dover rinunciare alla dignità regale, allora avrebbe acconsentito, ma essendo tale offerta molto lontana dalle proposte che gli avevano fatto, non avrebbe dato altra risposta se non che Ferrandino chiedeva di vivere e morire da Re come era nato, e dopo ciò tornò ad Ischia.[5]

Regno[modifica | modifica wikitesto]

Illustrazione dalla Cronaca della Napoli Aragonese di Melchiorre Ferraiolo, 1498-1503, Morgan Library & Museum, New York. L'illustrazione raffigura l'incoronazione di Federico - Federico I d'Aragona, incoronato come re di Napoli, indossa la catena cerimoniale, alza lo scettro con la mano destra, forse tenendo il globo con la mano sinistra, è a cavalcioni su un e sotto un baldacchino portato da quattro uomini. A sinistra, un uomo che indossa un cappello, afferra le redini del cavallo impennato. Il re è preceduto da tre cavalieri, uno recante uno stendardo decorato con araldica aragonese, il secondo cavaliere porta un elmo alzato su una verga e uno scudo decorato con araldica aragonese e il terzo porta la spada alzata, con l'elsa in aria.[13]

Dopo la riconquista del regno da parte di Ferrandino, nel 1496 Federico venne chiamato per l'infermità del re suo nipote, e giunto a Napoli lo ritrovò morto; ed avendo poi celebrato le reali esequie, nello stesso giorno dell'8 settembre, venne ornato delle insegne reali come legittimo erede e venne intitolato re di Napoli, di Sicilia, di Gerusalemme e di Ungheria. Il 26 settembre, su richiesta degli eletti della città, concesse e firmò 68 capitoli in beneficio dell'università e del regno. Il 26 giugno 1497 nella città di Capua per ordine di Papa Alessandro VI fu con pompa magna incoronato e investito del regno, venne ornato con grandissimi costumi e appuntò come suo segretario il letterato Vito Pisanello. Dopo ciò, cominciò a farsi amico dei baroni che erano stati nemici del fratello e del padre; e per stabilire dal suo canto una vera amicizia fece battere una moneta d'oro con un'iscrizione intorno che diceva:"Recedant vetera, nova sint omnia (Si dimentichi il passato, ogni cosa si rinnovi)". Appena salito sul trono riconquistò Gaeta, che era ancora sotto il dominio francese e quest'ultimi furono costretti ad arrendersi il 18 novembre, spingendo i francesi che si erano arroccati ad Aversa a ritornare in Francia e quindi, Imbarcatisi a Pozzuoli e a Baia, furono decimati da una malattia, tra i morti ci fu anche il precedente viceré di Napoli Gilberto Monpensiero e riuscendo in pochi a far ritorno in Francia. Alcuni storici come il Guicciardini affermano che i francesi morirono perché i napoletani gli avevano avvelenato il vino. Scacciati dunque i francesi, Federico riprese il controllo del Regno e fece in modo da rendere il governo così efficiente che era da tutti sommamente amato e riverito.

Visto che alcune terre della Calabria e dell’Abruzzo andavano vacillando di fedeltà, si servì del Gran Capitano con il quale aiuto rassettò tutto il Regno e non di meno la Basilicata in cui vi era Antonello Sanseverino principe di Salerno che gli diede filo da torcere e che poi finalmente decise di negoziare, però, non fidandosi della parola di re Federico, se ne andò a Senigallia, dove finì i suoi giorni.

All'incontro tra Federico con Consalvo, essendo il primo molto obbligato nei suoi confronti, gli donò due città e sette castelli come ringraziamento delle sue onorate fatiche, intitolandolo anche duca di Sant'Angelo. Il Consalvo, ricco di molte vittorie, trionfi e feudi se ne ritornò dal suo re in Spagna, dal quale fu incontrato e ricevuto con grandi onori che gli fece dono di molte altre città, castelli e giurisdizioni.

Re Federico quindi, rimasto in possesso del regno, decise di goderselo in dolce riposo dopo aver posto fine alle molte differenze e gare, che vertivano tra i nobili dei cinque seggi con i cittadini dei seggi Popolari sugli onori e preminenze di Napoli nel portare l'asta del pallio nella processione del Santissimo Sacramento. Dopo aver risolto questo, rimase soddisfatto del suo regno e quieto del suo governo.

Le rivendicazioni francesi alla corona di Napoli però non si erano ancora spente. Morto Carlo VIII re di Francia nell'anno 1498, che nel 1495 aveva invaso il Regno, salvo poi essere sconfitto nella battaglia di Fornovo, non avendo lasciato figli, successe in quel regno Luigi Duca d'Orléans e venne intitolato Luigi XII che avanzò pretese sul trono di Napoli. Luigi, avendo preso la corona del regno di Francia, gli venne il desiderio di conquistare lo stato di Milano, per la qual cosa, avendo preparato una grande armata, nell'Estate del 1499, in persona calò in Lombardia, togliendo Milano dalle mani di Ludovico il Moro e portandolo prigioniero in Francia, dove dopo molti anni, miseramente finì i suoi giorni dentro una gabbia di ferro.

Illustrazione dalla Cronaca della Napoli Aragonese di Melchiorre Ferraiolo, 1498-1503, Morgan Library & Museum, New York. L'illustrazione raffigura la pace tra Federico e Giovan Giordano Orsini - In piedi davanti al trono, Federico incoronato abbraccia e bacia Giovan Giordano Orsini, tenendo il cappello con la mano destra. A destra, cinque uomini, ciascuno con in mano un cappello, si piegano o si inginocchiano[14]

Il re Federico, avendo saputo della presa di Milano e l'imprigionamento del Duca Ludovico Sforza, dubitando fortemente che contro di lui non avvenisse la stessa rovina, mandò subito ambasciatori a Ferdinando re di Spagna, pregandolo di consigliarlo e soccorrerlo in un così estremo bisogno, avendo già saputo che il re di Francia si era intitolato re di Gerusalemme, dell'una e dell'altra Sicilia e duca di Milano e si era alleato con il Papa e la Repubblica di Venezia, intendendo di passare alla conquista di Napoli.

Illustrazione dalla Cronaca della Napoli Aragonese di Melchiorre Ferraiolo, 1498-1503, Morgan Library & Museum, New York. L'illustrazione raffigura una delegazione di Federico d'Aragona - otto uomini, alcuni visibili solo parzialmente, uno tiene il cappello, un altro, col calamaio (?) e un portapenne pendenti dalla vita, scrive. A destra Federico I, con la scritta R(E) F(EDERICO), incoronato, gesticola con entrambe le mani ed è affiancato da tre uomini, uno con la scritta SPAGNIA, che alza la mano destra e tiene il cappello con la sinistra; un altro con la scritta VINECIA, che afferra il cappello con la mano destra e un altro con la scritta MILANA, tiene il cappello sul petto con la mano sinistra[15]

Ferdinando udì volentieri una tale ambasciata e con un'incredibile prestezza rimandò il Gran Capitano in Sicilia, perché potesse seguire i suoi ordini come più gli piacesse, ma Federico, dubitando che prima di questo soccorso non gli fosse sopraggiunto l'esercito francese, pentito di essere ricorso a quel re che aveva già mostrato di pretendere il regno di Napoli, andò in confusione e determinò di ricorrere allo stesso re di Francia, offendendo grandemente l'animo di Ferdinando. Quindi Federico mandò in Francia Bernardino Bernardo che trattò molto bene gli affari del suo re, ma con successo poco favorevole, non avendo potuto che riportare solo quello che Federico voleva. Per questa cosa, mentre Federico si ingegnava di guadagnare l'animo di ambedue i re, si procacciò l'odio dell’uno e dell'altro e quindi avvenne che il re Cattolico, avendo saputo dei grandi preparativi dei francesi per passare nel regno di Napoli e avendo saputo dell'incostanza di Federico nell'aver ricercato il suo aiuto e poi procurato quello della Francia, dichiarò che il regno non apparteneva al re di Francia, ma a lui come figlio ed erede di Giovanni, fratello di Alfonso per prima cosa e presupponendo che Ferrante, padre di Federico, per non esser stato figlio legittimo di Alfonso non aveva diritto del regno e per rispetto della parentela aveva da tanto tempo dissimulato contro la volontà di Isabella sua moglie che sempre lo stimolava e perciò comandò al Gran Capitano che se ne stesse in Sicilia con i già fatti preparativi di guerra fino a che vedesse dove percuotevano i Francesi; e visto che l'uno e l'altro di questi re erano timorosi e sospettosi tra loro, attraverso i loro ambasciatori si allearono insieme e attraverso un trattato segreto stipulato a Granada l'11 novembre 1500, con il quale i due sovrani concordarono la spartizione del Regno, rendendo pubblico il loro accordo l'anno successivo e dividendo il regno con i seguenti patti:

  • Ognuno avrebbe dovuto conquistare da solo la sua parte, non essendo l'altro obbligato ad aiutarlo e a non impedirlo e sopra ogni cosa convennero che questo accordo restasse segreto fino a quando l'esercito di Francia fosse arrivato a Roma e nel frattempo gli ambasciatori di ambedue i re avrebbero dovuto ricercare al Papa l'investitura secondo la divisione convenuta tra loro per beneficio della Cristianità, investendo Ferdinando col titolo di Duca di Calabria e di Puglia ed il re di Francia sotto il titolo non più di Sicilia, ma di re di Gerusalemme e di Napoli.[5]

Ciò dunque stabilito fra loro, destinarono due eserciti, l'uno degli spagnoli per la parte di Puglia sotto il governo del Gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba e l'altro dei francesi nella Terra di Lavoro sotto il governo di Gianfrancesco Sanseverino Conte di Caiazzo, del Monsignor d'Aubigny e del duca di Nemours; e marciando questo esercito per la campagna di Roma, come folgore senza contrasto pervenne alle mura di Capua, dove era accampato l'esercito di Federico, composto da trecento uomini d'arme, tremila fanti ed alquante compagnie di cavalli leggeri ed il quale aveva per capitano Fabrizio Colonna, il quale era preparato a morire in quel luogo o a sconfiggere i francesi e affogarli nel Volturno. Federico deliberava di combattere accanitamente i francesi e forse li avrebbe vinti se i francesi guidati da Cesare Borgia, figlio del papa non si fosse alleato con i francesi e non li avrebbe soccorsi. I capuani, dubitando di essere presi con la forza, volendo salvarsi, all'insaputa di Fabrizio, nella notte del sabato del 24 luglio 1501 aprirono ai francesi le porte; ma non giovò l'atto d'obbedienza a render salve le vite, infatti la città venne completamente saccheggiata e senza alcuna pietà gli abitanti vennero massacrati. Il Colonna con tutte le genti Capuane vennero catturati e poi con grosse somme riscattati.[16]

Essendo venuto Aubigny con l'esercito ad Aversa, Federico abbandonata la città di Napoli (la quale si accordò subito di pagare ai vincitori sessantamila ducati) si ritirò a Castel Nuovo e pochi giorni dopo convenne con Aubigny di consegnargli fra sei giorni tutte le terre e le fortezze che si tenevano a suo nome, tenne solamente l'Isola d'Ischia per sei mesi, nel quale spazio di tempo gli fosse stato lecito di andare in qualunque luogo volesse, eccetto nel regno di Napoli e di mandare a Taranto cento uomini d'arme, avrebbe potuto prendere qualunque cosa dal Castel Nuovo e dal Castel dell’Ovo eccetto le artiglierie che rimanevano del re Carlo VIII di Francia, fosse dato perdono a ciascuno delle cose fatte da Carlo VIII di Francia quando occupò Napoli ed i cardinali Colonna ed Aragona avrebbero goduto delle entrare ecclesiastiche che avevano nel regno.

Si videro accumulate nella Rocca d'Ischia con miserabile spettacolo tutti gli infelici avanzi della Progenie di Ferdinando il Vecchio, perché Federico, spogliato di sì gran regno, era più dolente della sorte di tanti piccoli figli e del primogenito, rinchiuso a Taranto, che della propria. Era nella Rocca Beatrice sua sorella, ripudiata ingratamente da Vladislao Re di Boemia e vi era ancora Isabella già duchessa di Milano non meno infelice di tutti gli altri, essendo stata quasi nello stesso tempo privata del marito, dello stato e dell'unico figlio.

Illustrazione dalla Cronaca della Napoli Aragonese di Melchiorre Ferraiolo, 1498-1503, Morgan Library & Museum, New York. L'illustrazione raffigura Federico d'Aragona che tiene un parlamento - In un gruppo di otto uomini, della maggior parte dei quali è possibile vedere solo le teste, uno regge un cappello, uno scrive, tutti in piedi davanti a Federico I, con la scritta REX FEDERICUS DE RAGONA, con indosso una corona sul cappello, la mano destra protesa, con lo scettro nella sinistra e seduto sul trono sotto un baldacchino (? )[17]

Federico, non sapendo del trattato di Granada, aprì le fortezze calabresi agli spagnoli affinché lo soccorressero; una volta conosciuto il tradimento del congiunto, pieno di odio verso di lui, resistendo alle opposizioni dei fratelli Colonna e di Jacopo Sannazaro, suo familiare, domandò al re di Francia un salvo condotto ed ottenutolo, lasciati tutti i suoi nella Rocca d'Ischia, rimasta sotto il controllo di Innico II d'Avalos, marchese del Vasto e Costanza d'Avalos, con cinque galere andò in Francia.

Essendo arrivato, non ebbe dal re quel ricevimento che credeva, perciocché giunto ad Amboise, dov'era la corte regale, fu riscontrato da pochissimi signori e dal re appena fino alla porta della sua prima camera, il re Federico, avendogli narrato la ragione della sua venuta, gli fu tepidamente risposto di volerlo ricevere sotto la sua protezione e licenziato dalla sua presenza, gli permise di andare dove voleva e dal primo giorno gli fu posto intorno una guardia di 300 uomini guidati dal Marchese di Bottellino che non gli permetteva di andare in alcun luogo senza la sua compagnia, non osservando il salvacondotto fatto da quel re. Federico, appena partì dal Castello di Ischia, i Francesi presero in loro dominio i Castelli di Napoli il 25 Agosto 1501, ritrovandosi padroni non solo della città, ma di tutta la Terra di Lavoro. Fabrizio e Prospero Colonna come ultimo rimedio passarono al soldo del Re Cattolico, i quali furono con grandissima onorevolenza accolti dal Gran Capitano.

Dall'altra parte il Gran Capitano, dopo esser partito Federico, si fece padrone (secondo il trattato) della Calabria e della Puglia e assediò per ultimo il Castello di Taranto dove si trovava don Ferrante Duca di Calabria, figlio del re Federico. Il misero giovane principe, non resistette alle forze di Gonzalo e si arrese, dal quale fu tenuto in buona custodia fino alla venuta del re Cattolico.

Abdicazione e morte[modifica | modifica wikitesto]

Re Federico, il quale si trovava imprigionato in terra straniera senza esser riuscito ad effettuare il suo mal consigliato piano decise di partire, ma non gli venne permesso. Avendo saputo della perdita totale del suo regno, con la prigionia del duca di Calabria suo figlio, persa ogni speranza, se ne andò dal re Luigi, rimettendosi alla sua discrezione, dal quale ebbe, in cambio del regno, il ducato di Angiò con trentamila ducati di rendita e dopo tre anni, il 9 Settembre del 1504, nella Città di Plessis-lez-Tours, il re Federico, aggravato da un malore interno, che gli dovette nascere dall'affizione, passò nell'altra vita, lontano dai suoi parenti[5], ma assistito da Jacopo Sannazaro e Francesco da Paola. Venne poi sepolto nella Chiesa dei Minimi.

La Chiesa dei Minimi di Plessis-lez-Tours, luogo di sepoltura di Federico I, in una raffigurazione del 1699

L'accordo di Granada non fu mai realmente rispettato: nel 1504 Ferdinando il Cattolico prese il Regno con le armi e ne assunse il comando. Nello stesso anno dichiarò l'annessione del Regno alla Corona d'Aragona, costituendolo in vicereame e spostando la sua capitale a Napoli. Dopo la sua morte, Napoli e il meridione d'Italia restarono sotto la corona spagnola per più di due secoli, fino alla conquista borbonica delle Due Sicilie ad opera di Carlo di Borbone nel 1734.

Aspetto e personalità[modifica | modifica wikitesto]

Immagine di Federico d'Aragona tratta dal libro di Bastian Biancardi "Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza"

Federico fu di nobile ed avvenente aspetto, i suoi occhi parlavano, il sorriso avvivava le sue labbra e tutta la sua anima si manifestava nei suoi lineamenti. Era molto dissimile dal fratello, infatti mentre quegli era odiato dai potentati e odiatissimo dai sudditi, Federico per destrezza d'ingegno, per miti costumi, per comportamenti dolcissimi, per essere moderato e modesto e per i pregi cavallereschi era amato da tutti.

«Huomo di costumi placidissimo et emendatissimo, e nelle lettere molto versato, al pari di qualsivoglia de' suoi tempi, ma d'animo assai dismesso e timodo»

(Nuov'aggiunta alli discorsi diversi Tragici et Amorosi occorsi in Napoli o altrove a' napolitani, composta dal M.co M.J. uscita in luce in quest'anno 1718)

Federico era molto generoso e magnanimo, tant'è che appena salito sul trono perdonò i baroni che erano stati nemici di suo padre e di suo fratello, volle che una generale oblivione coprisse il passato e che ogni ceto cospirasse al ravvivamento dello Stato, in tanti modi travagliato e afflitto e gratificò tutti quegli uomini meritevoli che prima aveva ammesso alla sua confidenza, concedendo loro castelli e ricche terre, tra i confidenti ci fu anche il poeta Jacopo Sannazaro, a cui diede uno stipendio di seicento scudi e una villa a Mergellina. Si narra anche che nel 1494 rinunciò al principato di Squillace per sua nipote Sancia, figlia naturale di Alfonso II, in occasione del suo sponsalizio con Jofré Borgia, ed ebbe poi da suo fratello quello di Altamura.

Fedele esecutore delle testamentarie disposizioni del suo predecessore, assegnò alle chiese di Napoli il frutto di una gabella per la restituzione degli argenti ad esse tolti al tempo della guerra mossagli da Carlo VIII.

Il titolo di dignità usato da Federico fu: Federicus Aragonus D. G. Rex Siciliae Hierusalem etc.[6]

"Non fu esente dalle fiamme d'amore" e, dopo essere asceso al trono, prese per amante Beatrice, figlia di Vito Pisanello, finché a causa della gelosia della moglie Isabella - la quale meditava di far uccidere la giovane - non fu costretta a darla in sposa a Tiberio Caracciolo, gentiluomo del Seggio Capuano.[18]

Principe cotanto saggio, adorno di molte lettere, amante dei libri (Un esempio del suo amore verso i libri e la cultura è quando ottenne come omaggio da Lorenzo de' Medici la celebre Raccolta aragonese, un'antologia comprendente 499 componimenti in rime toscane) e bibliofilo consumato e devoto, fu munifico mecenate delle arti[19] e a lui, non meno che a Ferrante suo padre deve Napoli il ristoramento delle discipline e delle buone lettere.[5]

La corte napoletana di Federico possedeva lo splendore tipico delle corti italiane rinascimentali in termini di vita artistica e culturale, alla sua corte infatti vi erano figure di spicco delle arti e delle lettere, come il filosofo Giovanni Pontano, il compositore Johannes Tinctoris e il poeta Jacopo Sannazaro.

Portò alla sua corte un gran numero di poeti e si assicurò che suo figlio Ferdinando fosse educato da persone che in seguito lasciarono opere piuttosto significative come Gonzalo Fernández de Oviedo, entrato al servizio di Federico nel 1500.[20]

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Ritratto di Ferdinando d'Aragona, duca di Calabria, Gregorio Bausá, Museo di belle arti di Valencia. Ferdinando fu duca di Calabria e viceré di Valencia, oltre ad essere stato uno dei principali e grandi mecenati della penisola iberica. Cresciuto nel grande clima artistico e culturale della corte di Fecerico, durante il suo governo da viceré, la città di Valencia visse un periodo di fioritura artistica e culturale, diventando uno dei principali centri rinascimentali della Penisola Iberica

Come suo padre, anche Federico fu sposato due volte. L'11 settembre 1478, a Milano, sposò Anna di Savoia, figlia del duca Amedeo IX e di Iolanda di Valois, dalla quale ebbe una figlia:

Morta Anna nel 1480, il 28 novembre 1486 ad Andria Federico sposò in seconde nozze Isabella del Balzo, figlia di Pirro, morta a Ferrara il 22 maggio 1533. Dall'unione nacquero cinque figli:

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Rosa d'oro (Santa Sede) - nastrino per uniforme ordinaria Rosa d'oro (Santa Sede)
— 2 aprile 1465

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Ascendenza[modifica | modifica wikitesto]

Genitori Nonni Bisnonni Trisnonni
Ferdinando I di Aragona Giovanni I di Castiglia  
 
Eleonora d'Aragona  
Alfonso V d'Aragona  
Eleonora d'Alburquerque Sancho Alfonso d'Alburquerque  
 
Beatrice del Portogallo  
Ferdinando I di Napoli  
Enrico Carlino  
 
 
Gueraldona Carlino  
Isabella Carlino  
 
 
Federico d'Aragona  
Deodato II di Clermont-Lodève Guglielmo IV di Clermont-Lodève  
 
Guillemette de Nogaret  
Tristano di Chiaromonte  
Isabella di Roquefeuil Arnaud III de Roquefeuil  
 
Jacquet de Combret  
Isabella di Chiaromonte  
Raimondo Orsini del Balzo Nicola Orsini  
 
Giovanna di Sabrano  
Caterina Orsini del Balzo  
Maria d'Enghien Giovanni d'Enghien  
 
Sancia del Balzo  
 

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k Gino Benzoni, Federico I di Napoli, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 45, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1995.
  2. ^ federico d'aragona
  3. ^ FEDERICO d'Aragona, re di Napoli in "Dizionario Biografico"
  4. ^ Adorazione dei Magi, su napoliaragonese.it.
  5. ^ a b c d e f g Bastian Biancardi, Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza, Napoli, F. Pitteri, 1737.
  6. ^ a b Nicolò Morelli, Vite de Re di Napoli, con lo stato delle scienze, delle arti, della navigazione, del commercio e degli spettacoli sotto ciascun sovrano: Volumi 1-2, Napoli, G. Nobile, 1849.
  7. ^ (EN) Richard J. Walsh, Charles the Bold and Italy (1467-1477): politics and personnel, Liverpool, Università di Liverpool, 2005, p. 303.
  8. ^ a b c d (FR) Augustin Calmet, Histoire ecclesiastique et civile de Lorraine, vol. 2, Nancy, 1728, pp. 892-894.
  9. ^ Francesco Storti, Cola di Monforte, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 75, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2011.
  10. ^ Biancardi, pp. 349-350.
  11. ^ Biancardi, pp. 350-351.
  12. ^ Scipione Mazzella, Le Vite dei Re di Napoli. Con le loro effigie dal naturale. Del Sig. Scipione Mazzella Napolitano. Ove ordinatamente si raccontano le successioni, le guerre, ei gesti loro, e delle cose più degne altroue ne' medesimi tempi auuenute. Con la denominazione degli huomini illustri .., Napoli, Ad istanza di Gioseppe Bonfandino. Si vendono all'insegna della Corona, 1594.
  13. ^ http://ica.themorgan.org/manuscript/page/113/146991
  14. ^ http://ica.themorgan.org/manuscript/page/108/146991
  15. ^ http://ica.themorgan.org/manuscript/page/113/146991
  16. ^ Bertini, pp. 271-276.
  17. ^ http://ica.themorgan.org/manuscript/page/113/146991
  18. ^ Domenico Confuorto, Nuov'aggiunta alli discorsi diversi tragici et amorosi occorsi in Napoli e altrove a' napolitani composta dal M.co M.J. uscita in luce quest'anno 1718, Stamperia del Valentino, pp. 112-116.
  19. ^ https://www.treccani.it/enciclopedia/federico-d-aragona-re-di-napoli_%28Dizionario-Biografico%29/
  20. ^ (ES) Santiago López-Ríos Moreno, La educación de Fernando de Aragón duque de Calabria, durante su infancia y juventud (1488–1502), in La literatura en la época de los Reyes Católicos, Madrid-Frankfurt, Iberoamericana-Vervuert, 2008, pp. 136, ISBN 978-84-8489-356-1. URL consultato il 28 marzo 2016.
  21. ^ Giuseppe Mazzatinti, La biblioteca dei re d'Aragona, 1897, p. 110, nota 1.
  22. ^ G. Mazzatinti, La biblioteca dei re d'Aragona, 1897, pag. CX, nota 1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bastian Biancardi, Le vite de Re di Napoli, Raccolte succintamente con ogni accuratezza, Napoli, F. Pitteri, 1737.
  • Carlo Bertini, I re di Napoli: ossia storia del regno di Napoli. Opera compendiata, Palermo, L. Dato, 1846.
  • Nicolò Morelli, Vite de Re di Napoli, con lo stato delle scienze, delle arti, della navigazione, del commercio e degli spettacoli sotto ciascun sovrano: Volumi 1-2, Napoli, G. Nobile, 1849.
  • (ES) Santiago López-Ríos Moreno, La educación de Fernando de Aragón duque de Calabria, durante su infancia y juventud (1488–1502), in La literatura en la época de los Reyes Católicos, Madrid-Frankfurt, Iberoamericana-Vervuert, 2008, pp. 136, ISBN 978-84-8489-356-1. URL consultato il 28 marzo 2016.
  • Scipione Mazzella, Le Vite dei Re di Napoli. Con le loro effigie dal naturale. Del Sig. Scipione Mazzella Napolitano. Ove ordinatamente si raccontano le successioni, le guerre, ei gesti loro, e delle cose più degne altroue ne' medesimi tempi auuenute. Con la denominazione degli huomini illustri .., Napoli, Ad istanza di Gioseppe Bonfandino. Si vendono all'insegna della Corona, 1594.

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Ferdinando II 14961501 Luigi XII
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