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Curti (famiglia)

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Curti
Ingenium superat vires
Interzato in fascia: nel 1° d'oro all'aquila spiegata di nero, coronata del campo; nel 2° partito: a destra d'argento, al leone rampante al naturale; a sinistra di rosso, al castello a due torri d'argento, aperto e finestrato del campo; nel 3° palato d'argento e di rosso.
Stato Sacro Romano Impero
Ducato di Milano
Stato Pontificio (bandiera) Stato Pontificio
Regno d'Italia
Italia (bandiera) Italia
Titoli
FondatorePietro Curti
Data di fondazioneX secolo
EtniaItaliana

La famiglia Curti è nota in Italia come un antico casato lombardo, ma secondo le Cronache medievali (richiamate da G. Corti nel suo saggio "Famiglia Curti"[1]) le sue origini erano francesi, strettamente legate a quelle delle famiglie Stampa e Casanova, assieme alle quali si stabilì nel 1020 a Gravedona, sul Lago di Como.[2] Si può ipotizzare che le origini della famiglia siano in Borgogna, nell'attuale regione delle Alpi francesi.[3] Una nobile famiglia di questo nome, i signori di Briançon, è effettivamente documentata in quella regione: la sua prima menzione risale al 996, quando Richard Curt fondò il priorato di Saint-Martin a Moûtiers.[4]

Dunque secondo le antiche Cronache[5] (citate da G. Corti nel suo già ricordato saggio) Pietro Curti, un nobile di alto rango e sua sorella Isabella erano imparentati con Costanza d'Arles[3], moglie del re di Francia Roberto il Pio, ed appartenevano quindi al seguito della corte reale di Francia. Avvenne che Isabella Curti, che era cugina e damigella di Corte della Regina, sposò segretamente e contro il volere del Re il conte Viviano Chiaramonte, originario della Lorena, nel 1018.[6]

Per sfuggire alla collera del Re di Francia, il nobile Pietro Curti con la figlia Giulietta, la sorella Isabella, il marito Viviano, il cognato Tomasolo Casanova ed altri congiunti dovettero lasciare in gran segreto la corte, e si portarono dapprima nella Lorena, terra di origine dello sposo, quindi in Franconia presso la corte del re Corrado II, futuro imperatore del Sacro Romano Impero, poi a Bellinzona e infine a Locarno, ove strinsero una solida amicizia con il governatore imperiale di Milano Lanfranco Stampa, ivi costretto all’esilio dai tumulti popolari, e divennero così accesi sostenitori della causa imperiale. Sempre a Locarno i Curti furono raggiunti da altre famiglie rimaste fedeli all’Impero, e da gruppi di cittadini Gravedonesi, che si dichiararono onorati di poter ospitare nelle loro terre dei personaggi tanto illustri. Fu così che nell'anno 1020 Pietro Curti si stabilì con i suoi congiunti[7] a Gravedona[8], (antichissimo comune sul lago di Como) perpetuandovi la famiglia, che divenne tra le più importanti della città[9]; nell'anno 1030 Corrado II il Salico, Imperatore del Sacro Romano Impero e già re di Franconia insignì lo stesso Pietro Curti della Contea di Omazzo (così nelle fonti, dovrebbe corrispondere all'attuale Lomazzo) e delle terre vicine (Casorate, Rosate) per la fedeltà dimostrata nel periodo successivo all'insurrezione di Milano contro il dominio imperiale (1020), e lo nominò Capitano della Cavalleria imperiale. A seguito di questa investitura i conti Curti di Gravedona aggiunsero al proprio stemma il capo dell'Impero, cioè la fascia superiore d'oro, all'aquila di nero coronata del campo (cfr. paragrafo relativo allo stemma). Secondo quanto sopra accennato, la famiglia Curti risulta storicamente attestata da oltre un millennio, il che la pone tra le più antiche famiglie del mondo occidentale tuttora fiorenti[10].

Diffusione in Lombardia e nelle altre regioni italiane

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Attorno alla metà del 1100 troviamo a Gravedona Bene e Buiniolo Curti, entrambi Consoli della Comunità. Nell’anno 1199 abbiamo un Gerolamo Curti elencato tra i nobili presenti all’insediamento dell’Arcivescovo di Milano, Filippo da Lampugnano. Nel 1226 un Viviano Curti viene annoverato tra i partecipanti all’Assemblea di Mantova, e nello stesso anno un Severino Curti intervenne alla Lega dei sostenitori dell’autorità del Papa, in contrasto con le ingerenze imperiali[9]. Sempre a Gravedona troviamo nel 1265 Ser Alberto Curti (figlio di un Anrico) notaio[11], e nel 1301 suo figlio Giacomo[9]. La professione di notaio venne esercitata da molti membri della famiglia anche nei secoli successivi. Nel 1323 i fratelli Giovanni Battista e Gerolamo furono tra i 32 membri del Supremo Consiglio di Gravedona, istituito in quello stesso anno per meglio sopperire alle esigenze difensive del Comune di Gravedona contro le minacce provenienti dal Ducato di Milano[12]. Nel 1403 un Antonio fu tra i compilatori degli Statuti di Gravedona, in seguito riconosciuti dal Ducato di Milano. Nel 1404 Pasquale e Gerolamo furono tra i Capitani delle compagnie gravedonesi scese in campo a fianco delle truppe del Ducato di Milano nell’assedio di Como[12]. Nel XVI secolo i Curti di Gravedona con Giovanni Alessandro ebbero parte nel governo e nelle vicende politiche della piccola Repubblica delle Tre Pievi (costituita dai Comuni di Gravedona, Dongo e Sorico), ottenendo il privilegio di inquartare nel vessillo della Repubblica le proprie armi gentilizie[1]; il figlio Giovanni Andrea fu sindaco fiscale delle Tre Pievi superiori del lago di Como in nome di papa Pio IV (1564, 1574, 1575), e divenne il capostipite del ramo dei Curti di Milano[13]. L'ultimo podestà di Gravedona fu Giorgio Curti, che risulta in carica nel 1518.

Lo stabilimento dei Curti da Gravedona a Milano si può assegnare al 1247, quando per sottrarsi alle lotte intestine che laceravano il paese nativo[14], emigrarono portando la loro dimora nella capitale d’Insubria, dove vennero ascritti trent’anni dopo nella Matricola degli Ordinari. Un Francescolo sedette al Decurionato nel 1388 per la Parrocchia di S. Raffaele, e sotto il duca Giovanni Maria Visconti i Curti vennero privilegiati di esenzioni fiscali sopra i possedimenti della Contea di Omazzo, Casorate Primo e Rosate a compenso dei danni patiti in quelle loro terre, e per l’attaccamento dimostrato alla casa Ducale[15]. Con Decreto del 23 aprile 1787 dell’I.R. Consiglio di Governo fu riconosciuta l’antica e generosa nobiltà di questa famiglia, in persona dei fratelli Don Gerolamo e del Capitano Don Luigi. Secondo la genealogia provata nel 1787, il capostipite di questo ramo dei Curti fu il suddetto Giovanni Andrea, nativo di Gravedona e Sindaco Fiscale delle Tre Pievi in nome del papa Pio IV[16].

Probabilmente originaria di Gravedona, la Famiglia Curti per antichità e censo era ritenuta tra le più cospicue di Ventimiglia, e da remoto tempo fu ascritta alla nobiltà cittadina[17]. Fra i personaggi distinti che appartennero alla nobile famiglia Curti si ricordano Ugo, che nel 1149 sedeva tra i Consoli del Comune di Ventimiglia; in un atto del 1258 inerente alle famiglie ventimigliesi e alla gestione di terreni, viene esplicitamente citato un Guillelmo Curto; Matteo, che nel 1642 era tra i Sindaci di Ventimiglia; Don Melchiorre, Dottore in teologia ed in ambe leggi, Preposito della Cattedrale e Vicario Generale nel 1695 per il trasferimento di Monsignor Naselli alla sede di Sarzana; Giovanni Maria (1722), sacerdote e Dottore in legge, del quale ci restano alcuni lavori letterari, storici e religiosi. I Curti ebbero cappella di giuspatronato con sepolcreto nella chiesa di S. Francesco dei Conventuali. Un ramo di questo nobile casato, si trasferì in Roma nella prima metà del XVII secolo nella persona di Giovanni Matteo Curti, che fu erede del patrimonio del facoltoso congiunto Giovanni Andrea Olignani, colà deceduto senza prole. Il 1° aprile del 1747 questa nobilissima famiglia, nella persona di Giovanni Andrea Curti veniva ascritta al Patriziato Romano.

Dalla Lombardia un ramo dei Curti si stabilì già nel XIII secolo a Mazzara e Trapani, e godette di nobiltà anche a Mineo e Palermo. Il Mugnos nel suo "Vespro Siciliano" ricorda infatti un Ugone De Curtibus barone al tempo di re Pietro I (1239–1285), ed un Antonio sotto Federico II nel 1296; un Giordano fu arcivescovo di Messina nel 1348[18]. Nel 1507 troviamo che la Baronia della salina di S. Todaro insieme con la tonnara chiamata "la Grotta Malfitana" fu concessa ad Andrea Curto del ramo di Trapani; tale ramo successivamente si trasferì a Spaccaforno (oggi Ispica, RG) nella prima metà del XVII secolo; quivi furono capitani di giustizia: Antonio I nell'anno 1689; Antonio II negli anni 1751-1753, ed infine Pasquale nell'anno 1810. Gli attuali discendenti del ramo di Spaccaforno sono i germani Antonio (Francesco, il figlio) e Giombattista Curto, ed i germani Vittorio (Giovanni, il figlio e Lorenzo il nipote) e Pietro (Alessandro il figlio, Niccolò Vincenzo e Riccardo, i nipoti). Attuale rappresentante del ramo di Mineo è Orazio Curtò. Il titolo di marchese di Balsamo fu posseduto per primo da Mario, già Proconservatore in Licata per investitura del 1 dicembre 1790, e quindi dal figlio Antonino, per investitura del 7 dicembre 1795.

Camillo Curti originario di Gravedona fu giureconsulto, e si stabilì alla fine del secolo XVI a Roma, dove acquistò una casa con terra presso la chiesa di S. Girolamo della Carità, nei pressi di Via Giulia[19]; tale dimora divenne poi l'attuale Palazzo Curti, sito in Via in Caterina nº 89, attribuito alla scuola di Antonio da Sangallo; lungo il cornicione dell'ultimo piano sono riportati in stucco gli emblemi araldici della famiglia. Camillo fu il capostipite dei conti Curti di Roma, morì nel 1640 e fu sepolto nella Chiesa del Gesù, dove ancora si legge la sua pietra sepolcrale, nei pressi della cappella di Sant'Ignazio di Loyola.

Ancora da Milano intorno al XVI secolo un ramo della famiglia Curti si trasferì a Venezia, acquistando ingenti ricchezze grazie al commercio delle carni dall'Ungheria e dalla Croazia, ove possedeva titoli e feudi per concessione della Camera Imperiale di Vienna, ottenuti in compensazione dei crediti[20]. In occasione della Guerra di Morea i Curti contribuirono alle spese belliche della Serenissima Repubblica di Venezia con la notevole somma di centomila ducati d'oro, e come riconoscimento nel 1688 vennero ascritti alla Nobiltà di Venezia nella persona del barone Pietro Martire e suoi nipoti[21]. Avevano dimora in un elegante palazzo sul Canal Grande, oggi conosciuto come Palazzo Curti Valmarana.

Lo stemma araldico della famiglia Curti (Gravedona)

Lo stemma araldico della famiglia Curti di Gravedona secondo il Crollalanza[22] era così composto: interzato in fascia; nel 1° d'oro all'aquila spiegata di nero, coronata del campo (capo dell'Impero); nel 2° che è partito: a destra d'argento, al leone rampante al naturale; a sinistra di rosso, al castello a due torri d'argento, aperto e finestrato del campo; nel 3° sbarrato d'argento e di rosso . Tuttavia va osservato che nei blasoni più antichi da noi raccolti si trova sempre nel 3°, in luogo dello sbarrato, il palato di rosso e d'argento, esattamente come si vede nello stemma qui riportato.

Giova tuttavia precisare che in origine lo stemma dei Curti di Gravedona doveva essere privo del capo dell'Impero.[23] L’apposizione del capo dell’impero (l’aquila nera in campo d’oro), avvenne a seguito dell’investitura comitale di Pietro Curti da parte dell’Imperatore Corrado II nel 1030 (cfr. paragrafo precedente), anche al fine di dichiarare apertamente l’adesione della famiglia all’Imperatore, come tipico dei Ghibellini.

Il leone rimanda verosimilmente alla leggenda delle origini familiari nel vecchio Regno di Borgogna (Regno di Arles). Nel XII secolo, i Zähringen, in qualità di rectores burgundiae, apponevano il leone nei sigilli per autenticare i documenti come rappresentanti dell’imperatore. Anche la Franca Contea di Borgogna conserva, nel proprio stemma, l’antico simbolo del dominio borgognone.

Stemma dell'ex palazzo Curti a Groß-Umstadt (Assia)

Il castello simboleggia la concessione della contea di Omazzo da parte dell’imperatore Corrado II nel 1030, come ricordato nel paragrafo precedente, oppure l’amministrazione di altre fortezze o proprietà imperiali. Non è un caso che i Curti risiedessero per lungo tempo nell’antico Castello di Gravedona, prima di trasferirsi nel sito ove sorge l'attuale Palazzo Gallio, dove tuttavia lo stemma dei Curti è rimasto presente.[24][25]

Va inoltre osservato che l'uso degli smalti rosso ed argento nelle figure e nelle pezze dovrebbe richiamare i colori tipici della Franconia, ove per un periodo dopo la fuga dalla corte francese i Curti furono accolti, nell’area del Regno dei Franchi Orientali durante il passaggio al Sacro Romano Impero sotto l’imperatore Corrado II, originario del ducato di Franconia, trovando infine in Italia imperiale una nuova patria.

Lo stemma che appare in questo collegamento secondo il Crollalanza[22] apparteneva invece ai baroni Curti di Palermo, e si blasona così: interzato in fascia: nel 1° d'oro, all'aquila spiegata di nero, coronata del campo (capo dell'Impero); nel 2° che è partito: a destra d'oro, al leone bicipite passante di nero, le teste coronate del campo; a sinistra di rosso, al castello a due torri d'oro, aperto, finestrato del campo e sormontato da un'aquila d'oro coronata dello stesso; nel 3° di rosso, a tre pali d'oro.

Il motto di questa famiglia era: “Ingenium superat vires”, allusivo all'intelligenza, che sempre prevale sulla forza nelle avversità della vita. Si conosce anche un altro motto, di sicura origine medievale in quanto ripreso da un commento di Arnobio il Giovane[26] (monaco vissuto a Roma nel V secolo) al Salmo XXXVI: ”Quod differtur non aufertur”, che significa “ciò che viene rimandato non è perduto”, con chiara allusione alla tenacia, virtù che permette di raggiungere gli obiettivi prefissati, sapendo cogliere saggiamente il momento opportuno.

I rami principali

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Barone Giovanni Guglielmo Curti alias Curtius (1598-1678)

La famiglia Curti diede origine a vari rami, che aggiunsero al proprio un secondo cognome. Da ricordare a Gravedona i Curti Pettarda, i Curti Bassi, i Curti Maghini, i Curti Gialdino[12] (baroni), tuttora fiorenti in Sicilia e a Roma[27], ed infine ancora a Roma i Curti Lepri[28].

Altri rami si stabilirono a Ventimiglia (XII sec.)[29], e, come già accennato, a Milano (XIII sec.), a Palermo[30] (XIII sec.) e da qui a Ispica (XVII sec.), ed ancora a Roma (XVI sec.) e Venezia[31] (XVI sec. circa, provenienti rispettivamente da Gravedona e da Milano). Altri rami sono attestati anche a Bergamo, Treviso e Belluno.

Dalla città di Cantù in Lombardia un ramo della famiglia Curti si stabilì nel Cantone svizzero di Vallese, dove diede origine al Casato dei Conti De Courten (XIV sec.)[32], ed alla famiglia dei notai e mercanti Curta/Curtaz a Gressoney sul Monte Rosa (XV sec.), che comprendeva anche molti sacerdoti e qualche pittore, con molti discendenti in Germania (Kappel/Reno, Oberweier, Karlsruhe, Spira, Amburgo etc.), che si fanno chiamare Curtaz o Korta.[33]

Nel 1650 da Milano un Bernardo Curti, produttore e commerciante di seta, nastri, e oggetti in oro e argento si recò alla fiera di Zurzach. Un documento del municipio di Rapperswil ne attesta l'arrivo il 20 settembre 1650 in questa piccola città, che all'epoca rappresentava uno dei principali centri d'incontro europei per il commercio dei tessuti. Bernardo Curti fu eletto cittadino di Rapperswil nel 1665, ed ivi sposò Anna Maria Dumisin. Morì nello stesso anno, lasciando la sua attività al figlio, Giacomo Maria Curti, nato anch'egli a Milano. Quest'ultimo morì a Milano nel 1688, e suo cugino Giovanni Battista, anch'egli milanese, fondò il ramo Curti di Rapperswil, rilevando l'attività e il titolo di cittadino, con discendenti che si trovano ancora a Rapperswil, a Lucerna e Ginevra.[34]

Un altro ramo originario di Gravedona si stabilì in Germania nella regione del Palatinato, dove diede origine al casato dei Curtius, che ebbe il suo più illustre esponente nel baronetto Johann Wilhelm Curtius, importante diplomatico al servizio della corona inglese, vissuto nel XVII secolo.[35]

I personaggi storici

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Il compositore Franz Curti
Il compositore Franz Curti

Tra i personaggi storici più importanti della famiglia Curti ricordiamo:

  • Guglielmo Curti[36] (sec. XIV), cardinale Camerlengo e presidente del Santo Uffizio;
  • Girolamo Curti[37], (sec. XVI), maestro della pittura prospettica;
  • Johann Wilhelm von Curti / Curtius (1598-1678), fu diplomatico nel servizio inglese nel 1632, insignito baronetto inglese nel 1652, ufficiale e consigliere segreto del Palatinato;[38]
  • per ascendenza materna Maria Teresa Serri-Curti (sec. XVIII), meglio nota come Venerabile Maria Diomira del Verbo Incarnato, Badessa del Monastero di Fanano, mistica e stigmatizzata;
  • Pier Ambrogio Curti[39] (sec. XIX), Avvocato, patriota, scrittore, erudito e Deputato del primo parlamento italiano nel 1867.
  • Il compositore Franz Curti (1854-1898) proveniva dal ramo svizzero del lago di Zurigo. È uno dei più importanti compositori e musicisti svizzeri del suo tempo, ed è considerato musicalmente l'interfaccia tra Wagner e Mahler. Il Franz Curti Festival si tiene regolarmente in suo onore a Rapperswil.
  1. 1 2 Cfr. G. Corti: "La Famiglia Curti (di Milano), in: Giornale Araldico-Genealogico-Diplomatico 28 (1901), pag. 96.
  2. Giuseppe Stampa: Notizie storiche intorno al comune di Gravedona ed alle principali sue famiglie dai tempi più remoti fino al 1865, Milano 1866, p. 63.
  3. 1 2 Cfr. G. Romegialli - Storia della Valtellina Vol. I, pag. 132; A.M. Stampa - Annali Gravedonesi, 1715 (rist. anast. ediz. Como 1903) - editrice Delta, Gravedona, 1986; G. Corti in Giornale Araldico Genealogico. Bari, 1901, pag. 96; A. Alciati - Rerum patriae. Milano 1625, Libro III, pag. 191. Lo Stampa in proposito nei suoi "Annali Gravedonesi" riporta che i più illustri studiosi della storia della Lombardia e di Milano (tra i quali l'Alciati, il Fagnani, il Merola ed il Marinoni) sostengono l'origine delle varie famiglie Curti di Francia dai Curtii romani, senza tuttavia fornirne prove storico-genealogiche.
  4. Léon Vercoutere: Les Seigneurs de Briançon et d'Aigueblanche en Tarentaise du Xe au XIVe siècle, Paris 1933, pp. 15-16.
  5. A.M. Stampa: Annali Gravedonesi, 1715 (rist. anast. ediz. Como 1903) - editrice Delta, Gravedona 1986.
  6. Cfr. F. S. Quadrio: Dissertazioni Critico storiche intorno alla Rezia cisalpina detta oggi Valtellina, Vol. I, p. 173; G.P. De' Crescenzi: Anfiteatro Romano...delle famiglie antiche di Milano. Parte prima, p. 201; G. Rebuschini: Storia del Lago di Como, Vol. I, p. 88; C. Cantù: Storia della città di Como esposta in dieci libri [...] Vol. V, p. 357, in nota; G. Stampa: Notizie storiche intorno al comune di Gravedona, Milano 1886.
  7. .Cfr. G. Stampa: Notizie storiche intorno al comune di Gravedona, Milano 1886.
  8. In quella stessa occasione si stabilirono in Gravedona anche le famiglie Stampa e Canova, che divennero in seguito le fazioni in conflitto per la supremazia nel Comune. Cfr. G. Stampa: Notizie storiche intorno al comune di Gravedona, Milano 1886.
  9. 1 2 3 Cfr. G. Stampa – Notizie storiche intorno al comune di Gravedona. Milano, 1886.
  10. Cfr.J.H. De Randeck – Les plus anciennes familles du monde. Ginevra, 1984.Vol. I, pag. 387.
  11. Cfr. A. Crosta di Moncalvo - Famiglia Crosta, genealogia di una famiglia italiana dal 1350 ad oggi.
  12. 1 2 3 Cfr. G. Stampa – Notizie storiche intorno al comune di Gravedona.
  13. Cfr. G.B. Di Crollalanza – Dizionario Storico – Blasonico delle famiglie nobili e notabili. Pisa, 1886 Vol.I, pagg. 344, 345
  14. Si deve qui fare riferimento alla secolare contesa tra gli Stampa e i Canova per la supremazia su Gravedona. Cfr. G. Stampa - Notizie storiche di Gravedona (Milano 1866)
  15. Cfr. G. Corti in Giornale Araldico Genealogico, pag. 96.
  16. Cfr. V. Spreti - Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Vol I, pagg.678-679.
  17. Cfr. F. A. Bono – La nobiltà ventimigliese. Genova, 1924.Pagg. 21 – 22.
  18. Cfr. V. Spreti in Enciclopedia storico-nobiliare italiana. Milano, 1928. Vol I pagg. 679, 680; Vol.II pag. 591, Appendice, pag.665.
  19. Cfr. T. Amayden – La storia delle famiglie romane. Roma, 1911.Vol. I pagg.371, 372, 384 / 387, 415; Vol. II pagg. 18 e 19.
  20. Cfr. C. Freschot – La nobiltà veneta, ossia tutte le famiglie patrizie con le figure dei suoi scudi ed armi. Seconda edizione rinnovata e accresciuta della nobiltà o sia famiglie nuovamente aggregate fino all’anno 1706.Pag.7 e in Aggiunta, pagg. 9, 10.
  21. Cfr. G. Dolcetti – Il Libro d’argento delle famiglie venete. Pagg. 33, 34.
  22. 1 2 Cfr. G.B. Di Crollalanza, Dizionario storico-blasonico delle famiglie nobili e notabili, vol. I, Pisa, 1886, pp. 344-345.
  23. Uno stemma dei Curti di Gravedona "originario", cioè privo del capo dell'Impero, si può osservare presso il Curti Schloss, sito a Groß-Umstadt in Assia, antico castello che fu acquistato nel 1654 dal baronetto tedesco Johann Wilhelm Curtius (cfr. voce "Curti-Schloss" in de.wikipedia.org). Posto un tempo sopra la porta d'ingresso, lo stemma dei Curti di Gravedona venne riprodotto nella sua forma originaria, anteriore all’apposizione del capo dell’impero (l’aquila nera in campo d’oro), avvenuta nel 1030 a seguito dell’investitura di Pietro Curti da parte dell’Imperatore Corrado II (cfr. paragrafo precedente). Tale stemma è così composto: troncato (cioè diviso a metà in senso orizzontale), nel 1° partito (cioè diviso a metà in senso verticale): a destra d'argento, al leone bicipite rampante al naturale, a sinistra di rosso, al castello a due torri d'argento, aperto e finestrato del campo, sormontato da un'aquila; nel 2° palato di rosso e d'argento. Al di sotto dello stemma, un’epigrafe riporta inequivocabilmente: “CURTI DI GRAVEDONNA” (sic). Riproducendo nel XVII secolo questo antichissimo stemma a fianco della sua arma personale (di recente concessione come riconoscimento per la preziosa attività diplomatica prestata per la Corona d'Inghilterra), il baronetto Wilhelm Curtius, che si faceva chiamare anche Von Curti, dichiarava orgogliosamente la propria discendenza dalla famiglia Curti di Gravedona, della quale evidentemente conservava una profonda memoria storica.
  24. Mariuccia Belloni Zecchinelli, Luigi Mario Belloni: Palazzo Gallio, Menaggio 1993.
  25. Jean-Marie Curti, LES ORIGINES LOMBARDES DE LA FAMILLE ET DU NOM CURTI (PDF), su curti-curiosites.ch. URL consultato il 4 aprile 2026.
  26. Cfr. G. Fumagalli – L'ape latina. Milano, 1935.
  27. Cfr. G.B. Di Crollalanza, Dizionario Storico – Blasonico delle famiglie nobili e notabili. Pisa, 1886. Vol.I, pagg. 344, 345
  28. Cfr. T. Amayden – La storia delle famiglie romane. Roma, 1911 Vol. I pagg. 371, 372, 384 / 387, 415; Vol. II pagg. 18, 19.
  29. Cfr. F. A. Bono – La nobiltà ventimigliese. Genova, 1924, pagg. 21 – 22.
  30. Cfr. G.B. Di Crollalanza – Dizionario Storico – Blasonico delle famiglie nobili e notabili. Vol.I, pagg. 344, 345.
  31. Cfr. G. Dolcetti – Il Libro d’argento delle famiglie venete. Venezia, 1922, pagg. 33, 34.
  32. Cfr. J.H. De Randeck – Les plus anciennes familles du monde. Ginevra, 1984. Vol. I, pag. 387.
  33. Valentin Curta, Gressoney einst und jetzt. Aus alten Chroniken und Überlieferungen (Gressoney ieri e oggi. Antiche cronache e leggende), a cura di Centro Studi e Cultura Walser della Valle D'Aosta, Gressoney 1994, vedi anche Curta-Curtaz-Korta
  34. Arthur Curti: Durch drei Jahrhunderte. Geschichte einer Familie, Zurigo 1936.
  35. Uno stemma dei Curti di Gravedona "originario", cioè privo del capo dell'Impero, si può osservare presso il Curti Schloss, sito a Groß-Umstadt in Assia, antico castello che fu acquistato nel 1654 dal baronetto tedesco Johann Wilhelm Curtius (cfr. voce "Curti-Schloss" in de.wikipedia.org). Posto un tempo sopra la porta d'ingresso, lo stemma dei Curti di Gravedona venne riprodotto nella sua forma originaria, anteriore all’apposizione del capo dell’impero (l’aquila nera in campo d’oro), avvenuta nel 1030 a seguito dell’investitura di Pietro Curti da parte dell’Imperatore Corrado II (cfr. paragrafo precedente). Tale stemma è così composto: troncato (cioè diviso a metà in senso orizzontale), nel 1° partito (cioè diviso a metà in senso verticale): a destra d'argento, al leone bicipite rampante al naturale, a sinistra di rosso, al castello a due torri d'argento, aperto e finestrato del campo, sormontato da un'aquila; nel 2° palato di rosso e d'argento. Al di sotto dello stemma, un’epigrafe riporta inequivocabilmente: “CURTI DI GRAVEDONNA” (sic). Riproducendo nel XVII secolo questo antichissimo stemma a fianco della sua arma personale (di recente concessione come riconoscimento per la preziosa attività diplomatica prestata per la Corona d'Inghilterra), il baronetto Wilhelm Curtius, che si faceva chiamare anche Von Curti, dichiarava orgogliosamente la propria discendenza dalla famiglia Curti di Gravedona, della quale evidentemente conservava una profonda memoria storica.
  36. Cfr. J.C.F. Hoefer, Nouvelle biographie generale, Vol. XII. Parigi, 1886.
  37. Cfr. A. Bolognini Amorini – Vite dei pittori ed artefici bolognesi. Bologna, 1843. Pagg. 102 / 119.
  38. de.wikipedia.org, https://de.wikipedia.org/wiki/Wilhelm_von_Curti. URL consultato il 4 aprile 2026.
  39. Cfr. A. De Gubernatis – Dizionario biografico degli scrittori contemporanei. Firenze, 1879. Pagg. 332, 333.
  • A. Alciati - Rerum patriae. Milano, 1625.
  • F. A. Bono – La nobiltà ventimigliese. Genova, 1924.
  • T. Amayden - La storia delle famiglie romane. Roma, 1911.
  • G. Corti - Giornale Araldico Genealogico. Bari, 1901.
  • C. Cantù - Storia della città di Como esposta in dieci libri [...]. Como, 1829.
  • G.P. De' Crescenzi - Anfiteatro romano... Parte prima, pagg. 201-202. Milano, 1648.
  • J.H. De Randeck - Les plus anciennes familles du monde. Ginevra, 1984.
  • G. B. Di Crollalanza - Dizionario Storico-Blasonico delle famiglie nobili e notabili. Pisa, 1886.
  • G. Dolcetti - Il Libro d'argento delle famiglie venete. Venezia, 1922.
  • G. Fumagalli - L'ape latina. Milano, 1935.
  • E. Gaddi Ercolani - Stemmi di famiglie romane ed altri, manoscritto riprodotto in Rivista del Collegio Araldico di Roma, anno 1986.
  • C. Freschot - La nobiltà veneta, ossia tutte le famiglie patrizie con le figure dei suoi scudi ed armi. Seconda edizione rinnovata e accresciuta della nobiltà o sia famiglie nuovamente aggregate fino all’anno 1706. Venezia, 1707.
  • P. Guelfi Camajani - Dizionario Araldico. Milano, 1940.
  • J.C.F. Hoefer - Nouvelle biographie generale. Vol. XII. Parigi, 1886.
  • C. D'Hozier - Armorial General de France. Parigi, 1884.
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  • F. Tribolati - Grammatica Araldica. Milano, 1904.
  • M. Trigilia - Ispica, 1995.

Voci correlate

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