Cipriano Facchinetti

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Cipriano Facchinetti
Ciprianofacchinetti.jpg

Ministro della difesa della Repubblica Italiana
Durata mandato 15 dicembre 1947[1] –
22 maggio 1948[1]
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore Mario Cingolani
Successore Randolfo Pacciardi

Ministro della guerra della Repubblica Italiana
Durata mandato 14 luglio 1946 –
4 febbraio 1947
Presidente Alcide De Gasperi
Predecessore Manlio Brosio
Successore Luigi Gasparotto

Senatore della Repubblica Italiana
Legislature I
Gruppo
parlamentare
Repubblicano
Circoscrizione Senatore di diritto

Deputato del Regno d'Italia
Legislature XXVII
Gruppo
parlamentare
Repubblicano
Circoscrizione ?? (XXVII)
Incarichi parlamentari
  • membro della giunta delle elezioni (26 giugno 1946 - 18 luglio 1946)

Deputato dell'Assemblea Costituente
Collegio Collegio unico nazionale

Dati generali
Partito politico Partito Repubblicano Italiano[1]
Professione Giornalista

Cipriano Facchinetti (Campobasso, 13 gennaio 1889Roma, 18 febbraio 1952) è stato un giornalista e politico italiano, nominato anche Ministro della difesa e senatore di diritto durante la prima legislatura.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Facchinetti nacque a Campobasso il 13 gennaio del 1889, da madre calabrese e padre bergamasco. Nella sua vita visse a Milano, Roma, Busto Arsizio, Trieste, Campobasso, in esilio a Parigi a Marsiglia e a Lugano. Fu deputato, senatore, ministro, giornalista, presidente dell'ANSA, presidente dell'aeroporto della Malpensa. Morì a Roma il 18 febbraio del 1952.

Il giornalista[modifica | modifica wikitesto]

Iniziò la sua attività nel mondo del giornalismo, a Varese presso il quotidiano "Cacciatori delle Alpi" di cui divenne il direttore. Più tardi passò al quotidiano il "Secolo" di Milano.

Dedicò la sua attività al giornalismo, ricoprendo la carica di presidente della Federazione Nazionale della stampa poi presidente del consiglio di amministrazione dell'ANSA.[2]

Il politico[modifica | modifica wikitesto]

Dagli inizi al 1920[modifica | modifica wikitesto]

Iniziò giovanissimo la sua missione politica con grandi idealità repubblicane. La tradizione garibaldina trovò in lui la più fulgida espressione. Nel 1911 quando i Malissori di Albania insorsero proclamando l'indipendenza nazionale, Ricciotti Garibaldi preparò una spedizione di camicie rosse per dare assistenza al movimento insurrezionale. La spedizione non poté avere luogo, ma Facchinetti si recò ugualmente a Trieste, e qui, nella redazione del giornale "Emancipazione", invitò una cinquantina di fidati compagni a trovarsi a Podgorica, dove infatti ne convennero una ventina, fra i quali molti irredenti, come il letterato Vaina, morto poi gloriosamente sul Carso e come Lamberto Duranti, garibaldino, caduto egli pure da valoroso nelle Argonne.

Con questi amici partì per l'Albania, costituendo così il gruppo italiano nella guerriglia fra le montagne. Quando scoppiò la guerra nei Balcani, accorse fra i primi nella Legione Repubblicana di Ricciotti Garibaldi, combattendo in Grecia. La sua vivace personalità politica cominciò ad affermarsi nel periodo che precedette il 1915. Coadiuvato da Corridoni, da Vidali e da altri, si prodigò a convincere il popolo della necessità di non restare estraneo allo storico conflitto. Accorso volontario in trincea, dopo otto mesi di guerra rimase gravemente ferito agli occhi durante un assalto all'Ermada nei pressi di Monfalcone, meritando la medaglia d'argento al valore. Grande invalido, divenne poi capo del Comitato d'Azione per la Resistenza fra invalidi di guerra, che, dopo la tragica ritirata di Caporetto, contribuì efficacemente alla resistenza eroica sul Piave in attesa della riscossa.

Anni venti e anni trenta[modifica | modifica wikitesto]

Dopo l'Armistizio, diresse a Milano il giornale "L'Italia del Popolo" nel quale agitò le più importanti questioni politiche e sociali del tempo, e fu a fianco di Leonida Bissolati, propugnando una pace democratica e di giustizia; insieme con lui e con altri patrioti, fondò la Famiglia Italiana per la Lega di tutte le Nazioni. Nel 1924 fu eletto deputato di Trieste. Tenace e saldo oppositore del fascismo, fu nel novembre del 1926 dichiarato decaduto dal mandato parlamentare, e minacciato d'arresto anche a causa della sua partecipazione alla secessione aventiniana, prese la via dell'esilio, continuando all'estero la sua intensa attività politica e sociale.

Durante l'esilio in Francia prese parte alla costituzione del movimento antifascista Giustizia e Libertà e la segreteria nazionale del Partito Repubblicano Italiano, di cui faceva parte, fu affidata alla sezione di Parigi e dal febbraio 1935 all'aprile 1938 fu segretario nazionale del PRI collegialmente con Mario Angeloni fino al luglio 1936 e poi da solo. Contemporaneamente, ricoprì un ruolo di vertice nell'ambito della massoneria, essendo stato nominato, nel 1931, alla carica di Primo Sorvegliante nel Consiglio dell'Ordine del Grande Oriente d'Italia in esilio; era affiliato alla Loggia "Eugenio Chiesa" di Parigi[3].

Anni quaranta e anni cinquanta[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1943, trovandosi esule a Marsiglia, fu arrestato dai tedeschi e tradotto a Roma al carcere di Regina Coeli, fino al 25 luglio. Liberato, in seguito alla caduta del fascismo, dovette dopo l'8 di settembre riprendere la via dell'esilio, essendo ricercato dalla polizia, e si rifugiò in Svizzera, prendendo parte attiva alla lotta partigiana. Nel 1944, avvenuta la liberazione dell'Italia meridionale e centrale, ritornò a Roma e fu uno dei maggiori esponenti della vita politica del paese. Nel 1946 fu designato membro della Consulta Nazionale, in rappresentanza del Partito Repubblicano. Il 28 giugno partecipò alle elezioni per l'elezione del Presidente della Repubblica, piazzandosi subito dopo il neoeletto Enrico De Nicola. Nello stesso anno assunse il dicastero della guerra nel secondo governo De Gasperi, e fu ministro della Difesa nel quarto governo De Gasperi. Eletto deputato nella Costituente, nel collegio unico Nazionale, fu poi nominato senatore di diritto.

Inno di Mameli[modifica | modifica wikitesto]

Storia curiosa è quella che lega l'Inno di Mameli a Cipriano Facchinetti; nel Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, fu proprio egli che propose come inno per il giuramento delle Forze Armate di quell'anno, in qualità di Ministro della Guerra, il "Fratelli d'Italia". La nuova formula del giuramento sarebbe stata sottoposta all'Assemblea Costituente, insieme ad uno schema di decreto con indicazione di usare come inno provvisorio nazionale proprio l'inno di Mameli.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Scheda sul sito del Senato Italiano, senato.it. URL consultato il 19 febbraio 2014.
  2. ^ Si veda pagina 5 di questo documento
  3. ^ Alessandro A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano, 1972, pagg. 610 e 642.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Fedele, Santi, I repubblicani in esilio nella lotta contro il fascismo (1926-1940), Firenze, 1989.
  • Spinelli, Alessandro, I repubblicani nel secondo dopoguerra (1943-1953), Ravenna, 1998.

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Ministro della guerra della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Manlio Brosio 14 luglio 1946 - 4 febbraio 1947 Luigi Gasparotto
Predecessore Ministro della difesa della Repubblica Italiana Successore Emblem of Italy.svg
Mario Cingolani 15 dicembre 1947 - 24 maggio 1948 Randolfo Pacciardi
Predecessore Segretario del PRI Successore
Mario Bergamo giugno 1928 - marzo 1932 Raffaele Rossetti I
Giuseppe Chiostergi febbraio 1935 - aprile 1938
(con Mario Angeloni fino al luglio 1936)
Ottavio Abbati II
Ottavio Abbati luglio 1938 - gennaio 1942
(con Randolfo Pacciardi)
Mario Carrara III
Controllo di autorità VIAF: (EN90253636 · SBN: IT\ICCU\MILV\274870
Biografie Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie