Lev Isaakovič Šestov

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Lev Šestov nel 1927

Lev Isaakovič Šestov (in russo Лев Исаакович Шестов), nato Ieguda Lejb Švarcman (in russo Иегуда Лейб Шварцман; Kiev, 31 gennaio 1866Parigi, 19 novembre 1938) è stato un filosofo russo di origine ebraica, esponente dell'esistenzialismo.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La formazione[modifica | modifica wikitesto]

Lev Šestov, nom de plume di Ieguda Lejb Švarcman, nacque il 31 gennaio 1866 a Kiev in una famiglia ebraica. Ebbe un'educazione irregolare, fatta di tanti trasferimenti da una scuola all'altra a causa dei suoi scontri con le autorità. Avrebbe voluto studiare diritto e matematica all'Università di Mosca ma, dopo uno scontro con l'ispettore degli studenti, fu rimandato a Kiev, dove completò i suoi studi.

I primi scritti[modifica | modifica wikitesto]

La dissertazione che presentò gli impedì di divenire dottore in legge poiché fu rifiutata, in quanto troppo rivoluzionaria. Nel 1898 entrò a far parte di un circolo di prominenti intellettuali e artisti russi che includeva Nikolaj Berdjaev, Sergej Djagilev, Dmitrij Merežkovskij e Vasilij Rozanov. Šestov contribuì con i suoi articoli al giornale pubblicato dal circolo e, durante questo periodo, completò la sua prima opera filosofica maggiore: Il bene nella dottrina del conte Tolstoj e di F. Nietzsche (1899) (sia Tolstoj sia Nietzsche ebbero, insieme a Dostoevskij, una profonda influenza sulla sua filosofia).

Nel 1903 pubblicò una delle sue opere maggiori, La filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche, seguito nel 1905 da Tutto è possibile, dove adottò uno stile aforistico di stampo nietzscheano e accennò ad alcuni temi - religione, razionalismo, scienza - che avrebbe poi sviluppato pienamente in seguito. Il lavoro di Šestov conobbe inizialmente pochi consensi e critica fu anche la più stretta cerchia dei suoi amici che vedevano, nella sua rinuncia a ragione e a metafisica, una deriva verso il nichilismo.

I contrasti con i bolscevichi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1908 si trasferì a Friburgo, in Germania, dove visse fino a quando, nel 1910, non si trasferì nel villaggio svizzero di Coppet. Furono anni di prolifico lavoro, durante i quali pubblicò La grande vigilia e Le penultime parole. Ritornò a Mosca in piena Prima guerra mondiale, nel 1915, quando suo figlio Sergej fu ucciso in combattimento dai tedeschi. In questo periodo il suo lavoro divenne più attento ai problemi della religione e della teologia. L'avvento dei Bolscevichi al governo rese la vita difficile a Šestov: nel 1919 i marxisti gli imposero di scrivere una difesa della dottrina marxista come introduzione al suo nuovo lavoro Potestas Clavium, senza la quale non sarebbe stato pubblicato. Šestov si rifiutò e ritornò a Kiev, dove insegnò filosofia greca all'università.

L'esilio parigino[modifica | modifica wikitesto]

Il disaccordo con il regime sovietico portò Šestov a intraprendere un lungo itinerario lontano dalla Russia che lo portò ad approdare in Francia (1921), dove divenne popolare grazie al riconoscimento della sua originalità. Fu invitato a collaborare con riviste di filosofia e, negli anni tra le due guerre, continuò a sviluppare il suo pensiero (componendo tra l'altro un'opera atipica come Sulla bilancia di Giobbe) fino a diventare un filosofo di grande influenza, per quanto non partecipante ai circuiti accademici. Si immerse nello studio dei grandi filosofi, soprattutto Pascal e Plotino, tenendo nel frattempo lezioni alla Sorbona (1925). Nel 1926 incontrò Edmund Husserl, con il quale mantenne una cordiale relazione nonostante le radicali differenze tra le loro filosofie.

Nel 1929, durante un viaggio a Friburgo, incontrò Martin Heidegger e intraprese uno studio più approfondito del lavoro di Kierkegaard. Fu per lui una scoperta che lo portò a rendersi conto che le loro filosofie avevano forti somiglianze (per esempio, il rigetto dell'idealismo e la convinzione che la conoscenza umana passi più attraverso il pensiero soggettivo che attraverso la ragione oggettiva e totalitaria). Comunque, Šestov aveva già maturato indipendentemente dal filosofo danese il proprio pensiero e riconobbe in quest'ultimo un "lottatore sconfitto", arresosi prima della fine alla "Necessità", come testimonia Kierkegaard e la filosofia esistenzialista, edito nel 1936, opera fondamentale del proto esistenzialismo.

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Ammalato, continuò a lavorare intorno alla sua opera capitale, Atene e Gerusalemme, dove spiega perché la ragione debba essere esclusa dalla filosofia. Il metodo scientifico, sostiene, ha reso la filosofia e la scienza incompatibili fra loro. Se la scienza si occupa di osservazioni empiriche, la filosofia al contrario si deve occupare per Šestov di libertà, di Dio, di immortalità: problemi, conclude, dove la scienza è del tutto inutile.

Nel 1938 cadde gravemente malato; morì il 19 novembre in una clinica della capitale francese. Volle che durante la sua sepoltura fosse recitato il Kaddish, anche per testimoniare la sua appartenenza carnale ad Israele. Questo particolare è ribadito da Benjamin Fondane.

Il pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Una filosofia frammentaria[modifica | modifica wikitesto]

La filosofia di Šestov non presenta unitarietà sistematica, né un insieme coerente di proposizioni e nemmeno un'esposizione teoretica dei problemi filosofici che affronta. Gran parte del suo lavoro è di fatto frammentario, sia nella forma (aforismi, non linearità, più espressività che argomentatività) sia nei contenuti; ogni pagina sembra contraddire la precedente, e sempre Šestov ricerca il paradosso. Questo perché Šestov ritiene che la vita stessa sia, in ultima analisi, profondamente paradossale, impossibile da comprendere attraverso un'indagine logico-razionale. Šestov crede che nessuna teoria possa risolvere il mistero della vita, perciò la sua filosofia non risolve problemi, ma li crea, e prova a rendere l'apparire della vita il più enigmatico possibile.

La critica al razionalismo[modifica | modifica wikitesto]

Punto di partenza di Šestov non è una teoria, ma un'esperienza di vita: l'esperienza della perdita, ovvero del venir meno delle certezze, dalla libertà, del senso. La radice della perdita è ciò che spesso chiama necessità, ma anche ragione, idealismo, fato: un certo modo di pensare (ma anche allo stesso tempo un aspetto reale del mondo) che sottomette la vita a idee, astrazioni, generalizzazioni e così facendo la sopprime, ignorando l'unicità e la vitalità del reale.

"Ragione" è l'obbedienza e l'accettazione di "certezze" che ci dicono che determinate cose sono eterne e immutabili, mentre altre sono impossibili. È questo il motivo per cui la sua filosofia è una forma di irrazionalismo, anche se Šestov non si oppone affatto alla ragione o alla scienza, ma soltanto al razionalismo e allo scientismo: la tendenza a considerare la ragione come una sorta di Dio onnipotente e onnisciente. La sua filosofia è anche una forma di personalismo, giacché le persone non possono essere ridotte a idee, strutture sociali o comunità mistiche.

Spiega Šestov in Atene e Gerusalemme:

Ma perché attribuire a Dio, al Dio che non ha limiti né di tempo né di spazio, lo stesso rispetto e amore per l'ordine? Perché parlare sempre di "totale unità"? Se Dio ama gli uomini, che bisogna ha di subordinare gli uomini alla sua volontà divina e di privarli della loro stessa volontà, la cosa più preziosa che ha donato loro? Non esiste alcuna necessità. Di conseguenza, l'idea di una totale unità è un'idea assolutamente falsa (...). Non è vietato per la ragione parlare di unità, o anche di più unità, ma essa deve rinunciare all'idea di unità totale.

Attraverso questo attacco all'autoevidenza, Šestov rimanda al fatto che siamo tutti allo stesso modo soli con la nostra sofferenza e che non possiamo essere aiutati dagli altri, né tanto meno dalla filosofia. Ed è questo il motivo per il quale non ha elaborato un sistema filosofico organico.

La penultima parola[modifica | modifica wikitesto]

Ma la perdita, la disperazione, è solo la "penultima" parola. L'ultima parola non può essere detta in un linguaggio umano, né può essere catturata in una teoria. La filosofia di Šestov inizia con la perdita, il suo intero pensiero è disperato, ma Šestov tenta di individuare qualcosa oltre alla perdita e oltre alla filosofia. È ciò che chiama "fede": non una credenza, non una certezza, ma un altro modo di pensare che si soffermi nel mezzo del dubbio e dell'insicurezza più profondi. È l'esperienza che "tutto è possibile" delineata da Dostoevskij ne I fratelli Karamazov. L'opposto della necessità non è il caso o l'accidente, ma la possibilità: che esista un Dio che dia una libertà senza limiti o muri invalicabili.

Šestov riafferma che dobbiamo continuare a combattere contro il caso e contro la necessità, anche se un esito vittorioso non è affatto garantito. E proprio nel momento in cui tutti gli oracoli sono ridotti al silenzio, allora noi dovremmo abbandonarci a Dio, colui che solo può sostenere l'anima sofferente.

Atene e Gerusalemme[modifica | modifica wikitesto]

Non soltanto nell'omonima opera principale, ma in tutto il pensiero di Šestov ricorre l'immagine, metaforica come gran parte del suo pensiero, del contrasto tra Atene e Gerusalemme, a volte anche definiti come i due piatti della bilancia che misura il valore della vita umana. Atene, per Šestov, è la visione del mondo dominata dalla razionalità: per riprendere Hegel, è quella dove è reale soltanto ciò che è razionale, misurabile, verificabile; è il mondo visto con gli occhi della scienza, retto dalla logica e dalla matematica. Ma, per quanto non intuitivamente, Šestov insiste nell'affermare che questa visione del mondo è soltanto una delle possibilità, indubbiamente utile per la vita quotidiana, ma del tutto insufficiente per placare le ansie di senso dell'uomo. Ad essa, contrappone Gerusalemme, il regno di ciò che c'è di più prezioso (il to timiòtaton di Plotino): l'emozione, il sentimento, l'amore, il paradosso, la fede, pefino l'arbitrio e il capriccio. Non c'è nessun motivo per investire tutto su un piatto solo, argomenta Šestov, e men che mai su quello di Atene

La fortuna[modifica | modifica wikitesto]

Il pensiero di Šestov, pur originale e ricco di spunti, non conobbe una vasta diffusione, anche se tra i suoi estimatori si contano nomi di spicco della cultura europea del Novecento. I primi ad apprezzarne il valore furono, naturalmente, i filosofi e teologi russi coevi, come Nikolaj Berdjaev e Sergej Bulgakov.

Importante fu anche il suo lascito in Francia, dovuto soprattutto alle pagine che dedicarono a Šestov Albert Camus (che sul suo pensiero elaborò una sezione de Il mito di Sisifo), Benjamin Fondane, Emil Cioran e Gilles Deleuze; in Inghilterra la sua fortuna è legata soprattutto all'interessamento di D.H. Lawrence. Attualmente è attivo un gruppo di studiosi, facenti capo a Ramona Fotiade, che si occupano di divulgare il pensiero di Sestov e ne editano contributi critici, anche attraverso una rivista: Cahiers Léon Chestov.

Opere principali[modifica | modifica wikitesto]

  • La notte del Getsemani (1923; trad. it. Luni Editrice 2014)
  • Shakespeare e il suo critico Brandes (1898; trad. it. Bompiani 2010);
  • Il bene nella dottrina del conte Tolstoj e di F. Nietzsche (1899; trad. it. Castelvecchi 2014);
  • La filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche (1903; trad. it. Edizioni Scientifiche Italiane 1950; rist. Marco 2004);
  • L'apoteosi dello sradicamento (1905; trad. it. Trauben 2005);
  • Gli inizi e le fini (1908; trad. it. Arktos 2011);
  • Potestas Clavium (1919; trad. it. Bompiani 2009);
  • Sulla bilancia di Giobbe. Peregrinazioni attraverso le anime (1929; trad. it. Adelphi 1991);
  • Kierkegaard e la filosofia esistenziale (1934; trad. it. Bompiani 2009);
  • Atene e Gerusalemme. Saggio di Filosofia Religiosa (1938; trad. it. Bompiani 2005);
  • Speculazione e rivelazione (postumo, 1964; trad. it. Bompiani 2011).

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