Uroboro

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«Liberarsi dal cerchio che dà affanno e pesante dolore»

(Laminetta orfica di Turi, 6, Colli 4 (A 65))
Un'immagine (Uroboro) disegnata nel 1478 da Theodoros Pelecanos in un trattato alchemico intitolato Synosius

L'uroboro[1], o uroburo[2], o uroboros[3] o ouroboros[4][5], è un simbolo molto antico, presente in molti popoli e in diverse epoche[6]. Rappresenta un serpente o un drago che si morde la coda, formando un cerchio senza inizio né fine[7].

Apparentemente immobile, ma in eterno movimento, rappresenta il potere che divora e rigenera se stesso, l'energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose,[7] che ricominciano dall'inizio dopo aver raggiunto la propria fine. Simboleggia quindi l'unità e l'androgino primordiale, la totalità del tutto, l'infinito, l'eternità, il tempo ciclico, l'eterno ritorno, l'immortalità e la perfezione[8].

Significato simbolico nella tradizione occidentale[modifica | modifica wikitesto]

Origine del nome[modifica | modifica wikitesto]

Uroboro deriva dal greco οὐροβόρος/οὐρηβόρος [ὄφις], ourobóros/ourēbóros [óphis] ‘[serpente] che si morde la coda’[9]. Un'etimologia «ermetica», non linguistica, legata alla tradizione alchimistica, farebbe risalire l'ouroboros a un «re serpente»: «In lingua copta Ouro significa "re", mentre ob, in ebraico, significa "serpente"»[10]. Alexander Roob la mette in relazione ad alcune illustrazioni del serpente ouroboros, che si trovano nell'opera Donum dei dell'alchimista Abraham Eleazar, pubblicata a Erfurt nel 1735[11].

Antico Egitto[modifica | modifica wikitesto]

Horus bambino, il Sole nascente circondato dal serpente Mehen nel Papiro di Dama-Heroub

La più antica rappresentazione occidentale di un Ouroboros si trova in un antico testo funerario egizio, chiamato The Enigmatic Book of the Netherworld, ritrovato nella Tomba (KV62) del Faraone Tutankhamon della XVIII Dinastia.

Nell'immagine, incisa all'interno del secondo scrigno, che conteneva il Sarcofago del Re, sono rappresentati due serpenti che si mordono la coda e circondano la testa e i piedi di una figura divina mummiforme[12]. Entrambi i serpenti sono manifestazioni della divinità Mehen, il benefico Dio serpente che protegge la Barca solare di Ra e il cui nome significa "colui che è arrotolato"[13].

Un'altra famosa immagine è quella che si trova nel Papiro di Dama-Heroub[14], della XXI dinastia, nella quale si trova Horus bambino, all'interno del Disco Solare, sostenuto dal Leone Akhet (simbolo dell'orizzonte dove il sole sorge e tramonta) e circondato dal dio serpente Mehen, ancora una volta nella forma di un Ouroboros.

Un capitolo a parte va riservato all'interpretazione della figura geroglifica dell'Ourobors fatta da Orapollo, scrittore egiziano di Nilopoli, autore di Hieroglyphiká, un'opera in due libri in lingua copta sui geroglifici, non anteriore al sec. IV d.C., scoperta nel 1422 dal viaggiatore Cristoforo Buondelmonti e portata alla corte di Cosimo de' Medici. Quest'opera, concepita probabilmente in un ambiente di eruditi che cercavano di recuperare la misteriosa scrittura egizia, di cui ormai si erano perse le tracce, ebbe un'ampissima diffusione nel Rinascimento e nei secoli successivi. Fino, infatti, alla scoperta del reale significato dei geroglifici egizi compiuta da Champollion, si ritenne che il libro di Orapollo fosse in grado di rivelare i significati morali e religiosi dei misteriosi geroglifici egizi.

Gemma gnostica con Ourobors

Nel Libro Primo, Capitolo Secondo non viene nominato l'Ouroboros, ma viene descritto un Serpente che si divora la coda quale simbolo usato dagli antichi Egizi per descrivere il Mondo, l'Universo e l'Unità di Tutte le cose:

«Quando vogliono scrivere il Mondo, pingono un Serpente che divora la sua coda, figurato di varie squame, per le quali figurano le Stelle del Mondo. Certamente questo animale è molto grave per la grandezza, si come la terra, è ancora sdruccioloso, perché è simile all'acqua: e muta ogn'anno insieme con la vecchiezza la pelle. Per la qual cosa il tempo faccendo ogn'anno mutamento nel mondo, diviene giovane. Ma perché adopra il suo corpo per il cibo, questo significa tutte le cose, le quali per divina providenza son generate nel Mondo, dovere ritornare in quel medesimo[15]»

Gnosticismo[modifica | modifica wikitesto]

Lo gnosticismo fu anche un importante movimento del cristianesimo delle Origini, sviluppatosi soprattutto ad Alessandria d'Egitto nel II-III secolo e suddiviso in numerose scuole. Il serpente era il principale animale simbolico degli Ofiti (dal greco ὄφις, ofis, "serpente") e dei Naasseni (dall'ebraico nâhâsh, "serpente"), che gli attribuivano facoltà demiurgiche e talvolta lo associavano al Cristo. Anche il dio gnostico Abraxas era un ibrido umano-animale, con la testa di gallo ed il corpo di serpente e diffusissimi erano i suoi talismani con scritte magiche incorniciate dal serpente Ouroboros, quale simbolo del dio Aion, espressione gnostica della totalità del tempo, dello spazio e dell'oceano primordiale che separava il regno superiore dello pneuma, dalle tenebrose acque del mondo inferiore[16].

Tradizione alchemica[modifica | modifica wikitesto]

Compendio alchemico Pandora explicata del 1706 di Johann Michael Faust con l'Ouroboros doppio

Nella tradizione alchemica l'Ouroboros è un simbolo palingenetico (dal greco πάλιν, palin, "di nuovo" e γένεσις, génesis, "creazione, nascita", ovvero "che nasce di nuovo") che rappresenta il processo alchemico, il ciclico susseguirsi di distillazioni e condensazioni necessarie a purificare e portare a perfezione la "Materia Prima". Durante la trasmutazione la Materia Prima si divide nei suoi principi costitutivi, per questo motivo l'Ouroboros alchemico viene spesso rappresentato anche nella forma di due serpenti che si rincorrono le code. Quello superiore, alato, coronato e provvisto di zampe rappresenta la Materia Prima in forma volatile, quello sottostante il residuo fisso, dalla loro ri-unione in un unico Ouroboros con le zampe e incoronato (quindi vincitore), si ottiene la pietra filosofale, il "grande elisir" o "quintessenza"[17].

L'Ouroboros nella Chrysopoeia di Cleopatra (uroboro, Ἓν τὸ πᾶν, «L'Uno il Tutto »)

La più antica rappresentazione di un Ouroboros collegato all'alchimia si trova in una raccolta di scritti greci dell'XI secolo che illustra un trattato sulla "produzione dell'oro" scritto da un'alchimista chiamata Cleopatra vissuta ad Alessandria d'Egitto nel tardo IV secolo d.C.

La Chrysopoeia di Cleopatra (da χρυσός, chrysós, "oro" e ποιεῖν, poieîn, "fare"), contiene l'immagine di un Ouroboros, metà bianco e metà rosso, con all'interno la scritta ἒν τὸ Πᾶν (hèn tò Pân), traducibile come "l'Uno (è) il Tutto" oppure «Tutto è Uno».

Nella stessa pagina si trova un alambicco, alcuni simboli alchemici e un cerchio composto da tre anelli concentrici con scritte in greco che specificano ulteriormente il significato del serpens qui caudam devorat. Nel cerchio centrale si riconoscono i simboli dell'argento (mezzaluna) e dell'argento aurificato (semicerchio radiante). Nel primo anello si legge: "Uno (è) il Tutto; e per lui il Tutto e in lui il Tutto; e se non contiene il Tutto, il Tutto è nulla". Nel secondo anello una seconda scritta riporta la frase "Il Serpente è Uno, colui che ha il veleno con le due composizioni"[18]. Questi motti ricordano la famosa espressione eraclitea "Tutte le cose sono uno"[19], riadattata da Plotino nel detto "Tutto è ovunque e tutto è uno e uno è tutto"[20].

Altra celebre immagine dell'Ouroboros, anche questa di origine alessandrina, è quella riprodotta da Theodoros Pelecanos nel 1478 sulla base del Synosius un manoscritto andato perduto e attribuito a Sinesio di Cirene (370-413 d.C.)[21]. In questa figura si vede l'Ouroboros più simile a un drago, con le zampe, la cresta e il corpo color rosso e verde[22].

Anche nell'alchimia islamica la cosmologia e la concezione ermetica dell'Uno-Tutto si incarnano nella figura dell'Ouroboros[23] come si può vedere in un antico e celebre manoscritto arabo, il Kitab al-Aqalim di Abu' l-Qāsim al-ʿIrāqī ispirato ai geroglifici egizi[24] (Londra, British Library, MS Add 25724). In esso un serpente che si morde la coda racchiude i quattro elementi che danno origine al cosmo[25].

Influenza nell'arte[modifica | modifica wikitesto]

Il talismano Auryn che compare ne La storia infinita di Ende, e nei suoi adattamenti televisivi e cinematografici

Il simbolo dell'uroboro ha lasciato una traccia ben visibile sia nell'arte classica, sia nella cultura di massa.

Dal punto di vista artistico, esempi di uroboro si trovano nel monumento funebre a Maria Cristina d'Austria del 1805, a Vienna, nel quale Antonio Canova pone sul vertice della piramide un medaglione col busto della defunta racchiuso in un uroboro, e nel Pantheon di Roma dove, sul monumento funebre al cardinale Consalvi, lo scultore Bertel Thorvaldsen ha raffigurato un uroboro che circonda il cristogramma.

Influenza nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Nella cultura di massa il simbolo conta numerose raffigurazioni, in ambito letterario, cinematografico, televisivo, fumettistico e videoludico, specie in ambientazioni di genere fantasy o del mistero. Il simbolo è ricorrente, ad esempio, nelle serie televisive Teen Wolf, Freaks!, Millennium, The Lost World, Hemlock Grove e Altered Carbon, così come nella serie manga e anime Fullmetal Alchemist, dove è presente sul corpo degli Homunculus e nell'anime e manga The Seven Deadly Sins, nei quale è presente come simbolo del protagonista Meliodas, Drago dell'Ira. Nel celebre romanzo di Michael Ende La storia infinita, il talismano Auryn è basato sull'uroboro, e Il serpente Ouroboros è il titolo di un romanzo fantasy di Eric Rücker Eddison del 1922. In una puntata della serie televisiva "The X-Files" la coprotagonista Dana Scully se ne fa tatuare uno sulla schiena. L'uroboro è anche il simbolo del personaggio Hazama nel gioco BlazBlue: Continuum Shift.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Uroboro, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  2. ^ Hans Biedermann, Enciclopedia dei simboli, a cura di Paola Locatelli, Milano, Garzanti, 1991, ISBN 88-11-50458-9. 1ª ed. originale: (DE) Knaurs Lexikon der Symbole, München, Droemersche Verlaganstalt Th. Knaur Nachf., 1989.
  3. ^ Chevalier & Gheerbrant 1986, II, p. 526.
  4. ^ Cooper 1987, p. 212.
  5. ^ Corinne Morel, Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze, traduzione di Enrica Crispino, Firenze, Giunti, 2006, ISBN 978-88-09-04071-7. 1ª ed. originale: (FR) Dictionnaire des symboles, mythes et croyances, Paris, L'Archipel, 2004.
  6. ^ Izzi 1989, 270-271.
  7. ^ a b Cf. Nicola Ubaldo, Atlante illustrato di filosofia, Firenze, Giunti Editore. p. 263, 2000, ISBN 88-440-0927-7, ISBN 978-88-440-0927-4. nuova ed., 2005, ISBN 88-09-04192-5, ISBN 978-88-09-04192-9.
  8. ^ Cooper 1987, p. 212.
  9. ^ Franco Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino, Loescher, 1995.
  10. ^ Roob 2007, p. 331.
  11. ^ Roob 2007, p. 331.
  12. ^ Dana Michael Reems, The Egyptian Ouroboros: An Iconological and Theological Study, Los Angeles, University of California, 2015, p. 324.
  13. ^ Erik Hornung, The Ancient Egyptian Books of the Afterlife, traduzione di l tedesco da David Lorton, Cornell University Press, 1999, p. 78.
  14. ^ Dana Michael Reems, The Egyptian Ouroboros: An Iconological and Theological Study, Los Angeles, University of California, 2015, p. 350.
  15. ^ Prima traduzione italiana incompleta da Oro Apolline Niliaco, Come descrivono il Mondo, in Delli segni Hierogliphici, cioè delle significationidi sculture sacre appresso aggli Egittij, tradotto in lingua volgare per M. Pietro Vasolli da Fivizzano, appresso Gabriel Giolito de Ferrarri, 1547, p. 3. Per una traduzione più attuale vedere: Horopallo l'Egiziano, Trattato sui Geroglifici, in Quaderni di Aion, testo, traduzione e commento a cura di Franco Crevatin e Gennaro Tedeschi, nº 8, Napoli, Università degli Studi “L'Orientale”, Dipartimento di Studi del Mondo Classico e Mediterraneo antico, 2002, p. 61. Per una versione del testo con immagini rinascimentali vedere ΩΡΟΥ ΑΠΟΛΛΟΝΟΣ ΝΕΙΛΩ ΟΙ, Ori Apollonis Niliaci, Ἱερογλυφικά - De sacris notis & sculpturis libri duo, vbi ad fidem vetudti codicis manu scripti restituta sunt loca permulta, corrupta ante ac deplorata, su Parisiis, Apud Iacobum Keruer, 1551.
  16. ^ Roob 2007, p. 344.
  17. ^ Famose sono le immagini di due Serpenti che si ricorrono la coda, tratte dai disegni dell'Opera Chimica Antichissima (1760) e dal Donum Dei (1735) di Abraham Eleazar visibili in Roob 2007, p. 330-331. Il manoscritto è visionabile on line sul sito e-rara.ch la piattaforma per la consultazione di edizioni antiche digitalizzate conservate nelle biblioteche svizzere, collegata alla Foundation of the Works of C.G. Jung.
  18. ^ Vedi Paolo Lucarelli, L'Alchimia Greco-Alessandrina, in Abstracta, Curiosità della Cultura e Cultura della Curiosità, 45, a. IV, giugno 1990, pp. 14-21. L'immagine è raffigurata sul foglio 88v del Codice Marciano della Biblioteca San Marco, Venezia, e riprodotta in Berthelot, Collection des anciens alchimistes grecs, I-III (3 voll.), Parigi, 1887-1888.
  19. ^ Eraclito, I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Oscar Classici Latini e Greci, nº 43, Milano, Mondadori, 2000, p. 37, ISBN 88-04-16937-0.
  20. ^ Plotino, Enneadi, V. 8.
  21. ^ Il Codex Parisinus graecus 2327, che contiene anche altri manoscritti alchemici dell'XI secolo, dell'epoca di Psello, si trova nella Bibliothèque nationale de France.
  22. ^ Calvesi 1986, p. 50-51.
  23. ^ Pereira 2001, p. 89.
  24. ^ El Daly 2005.
  25. ^ I quattro elementi rappresentano l'interazione dell'alto e il baso, ovvero la terra sferica in qualità di Corpus o principio concreto manifesto circondata da 3 uccelli che rappresentano la sostanza volatile, ma anche l'Intelletto, l'Anima e lo Spirito. L'immagine di questo manoscritto arabo è visibile anche in Paolo Lucarelli, Alchimia ed Ermetismo: i fondamenti teorici della filosofia ermetica, la Cosmologia, in Abstracta, nº 19, ottobre 1987, 20-25.

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