Sinesio di Cirene

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« La mia vita è stata una di libri e di caccia, tranne il tempo che ho speso come ambasciatore. »
(Sinesio, De insomniis, IX)

Sinesio di Cirene (latino: Synesius; Cirene, 370 circa – Cirene, 413) è stato un filosofo, vescovo e scrittore greco antico, neoplatonico, discepolo di Ipazia, poi vescovo di Tolemaide di Libia.[1]

Fu scrittore di inni religiosi, saggi (tra cui la sua opera più importante, gli Egizi, o della provvidenza) e lettere. Ebbe anche interessi scientifici, come attestato dalla sua lettera ad Ipazia, in cui è presente il più antico riferimento ad un idrometro, da un lavoro sull'alchimia sotto forma di commento allo pseudo-Democrito e da un trattato sulla costruzione di un astrolabio.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Carriera politica e letteraria[modifica | modifica sorgente]

Sinesio nacque a Cirene intorno al 370 da una ricca famiglia che affermava di discendere dai fondatori della città, a loro volta pretesi discendenti dell'eraclide Euristeo.[2] Verso il 392 si recò assieme al fratello Evozio in Grecia; nel 393 andarono invece a studiare ad Alessandria d'Egitto, dove divenne un neoplatonico e un discepolo della filosofa Ipazia.

Intorno all'anno 397 ritornò nella città d'origine; qui venne scelto per condurre un'ambasciata delle città della Pentapoli dorica presso la corte imperiale, con lo scopo di chiedere all'imperatore Arcadio una riduzione delle tasse. Il suo discorso all'imperatore, noto come All'imperatore sulla regalità o De regno, presenta gli argomenti che dovrebbero essere studiati da un governante saggio e afferma che il primo dovere di un sovrano è la lotta alla corruzione.

Durante i suoi tre anni di permanenza a Costantinopoli si dedicò alla stesura di un'opera letteraria, gli Aegyptii sive de providentia: si tratta di un'allegoria in cui il buon Osiride e il cattivo Tifone (che rappresentano i ministri di Arcadio Aureliano e il goto Gainas) lottano per il predominio; nell'opera viene affrontata la questione dell'esistenza del male permessa da Dio.

Se la composizione degli Aegyptii aveva lo scopo di ingraziarsi Aureliano, Sinesio riuscì nel suo intento, perché nel 400 la riduzione delle tasse richiesta venne concessa e Sinesio poté tornarsene a casa. Si stabilì in una sua proprietà nell'interno, ad Anchimachus, dove si dedicò ai libri e alla caccia, tornando in città solo quando richiesto dagli affari; nel 402 si recò in visita ad Atene, la cui scuola filosofica trovò inferiore a quella di Alessandria; forse nel 403 si sposò ad Alessandria: il celebrante fu il vescovo Teofilo, mentre il nome della sposa non è noto, sebbene si trattò sicuramente di una donna cristiana, dalla quale ebbe tre figli che morirono tutti in tenera età.

Vescovato[modifica | modifica sorgente]

Nel 409/410 Sinesio venne scelto per volontà popolare come vescovo di Tolemaide; dopo lunghe esitazioni causate da motivi personali e dottrinali, Sinesio accettò l'incombenza con molta renitenza[3] e venne consacrato vescovo da Teofilo ad Alessandria. Gli venne concesso di mantenere la propria moglie, cui era profondamente affezionato; rifiutò di accogliere molti dogmi cristiani - la creazione dell'anima, la resurrezione della carne e la fine del mondo - anche se accettò di fare alcune concessioni durante le sue lezioni pubbliche. In sostanza, egli accettò del cristianesimo quanto concordava con la sua filosofia, ma successivamente (e progressivamente, come attestano le sue lettere), aderì anche a questi altri dogmi non trovandoli in contrasto con l'essenza della filosofia platonica.

La sua reggenza del vescovato fu afflitta da sofferenze personali e pubbliche: la morte dei figli, la corruzione amministrativa, le incursioni barbariche, durante le quali dette prova di abilità di comando militare, ed ebbe un rapporto conflittuale col praeses Andronico, che scomunicò per aver interferito col diritto d'asilo della Chiesa.

La data della sua morte non è nota; si propende per il 413 in quanto non sembra essere venuto a conoscenza della morte violenta di Ipazia. Una leggenda volle farlo santo,[4] ma tutti gli studiosi non gli concedono nemmeno la qualifica di padre della Chiesa.[5]

Opere[modifica | modifica sorgente]

Opere pervenute fino al giorno d'oggi (raccolte in Jacques-Paul Migne (a cura di), Patrologiæ Cursus Completus, Series Græca, Parigi, 1859, vol. 66):

  • De regno ad Arcadium imperatorem ("Sulla regalità all'imperatore Arcadio"): discorso ad Arcadio sui doveri di un sovrano.
  • Dio, vel de suo ipsius vitæ instituto ("Dione, o del vivere secondo il suo ideale"): difesa della formazione letteraria e della scelta di vita filosofica.
  • Calvitii encomium ("Elogio della calvizie"): risposta all'Elogio della capigliatura di Dione Crisostomo
  • Aegyptius, sive de Providentia ("Racconto egiziano, o sulla Provvidenza"): opera allegorica in due libri.
  • De somniis: un trattato sui sogni, rimasto celebre e commentato estensivamente dal Cardano.
  • Homiliæ: due omelie.
  • Epistolæ: raccolta di 157 lettere, di cui una, la numero 57, è di fatto un discorso.
  • Catastasis e Constitutio: due allocuzioni relative alle incursioni barbare nel territorio della Cirenaica.
  • De dono astrolabii: sul dono di un astrolabio.
  • Hymni: nove inni di matrice neoplatonico-cristiana, più uno spurio attribuito a Giorgio "scellerato".

È noto che compose anche:

  • un libro dal titolo "Le Cinegetiche", probabilmente di argomento venatorio.
  • vari poemi, di cui si fa cenno nelle lettere.
  • un trattato matematico sulle curve risultanti dalle sezioni del cono.

Sinesio scriveva in dialetto attico, anche se gli inni sono in dialetto dorico.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ M. Barbanti. Sinesio di Cirene, in Enciclopedia filosofica, vol.11. Milano, Bompiani, 2006, pag. 10671 e segg. anche Henry Chadwick Sinesio di Cirene in Dizionario di Antichità classiche, Milano, Paoline, 1995, pag.1949.
  2. ^ Nell'Epistola 113 Sinesio rivendica orgogliosamente la sua mitica discendenza
  3. ^ Epistola 105
  4. ^ H. I. Marrou, Synesius of Cyrene and the Alexandrian Neoplatonism, in «The conflict between Paganism and Christianity in the fourth century», Oxford, Clarendon 1963, pp. 126-150
  5. ^ H. v. Campenhausen, Griechischen Kirchenväter, Stuttgart, Kohlhammer 1967, p. 125

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Lendering, Jona, "Synesius of Cyrene", livius.org
  • J. Bregman, Synesius of Cyrene (1982)
  • Chr. Lacombrade, Synesios de Cyrène. Hellène et Chrétien (1951)
  • J. H. W. G. Liebeschuetz, "Why Did Synesius Become Bishop of Ptolemais?", Byzantion, 56 (1986) pp. 180-195.
  • T. Schmitt, Die Bekehrung des Synesios von Kyrene (2001)

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 102323982 LCCN: n81055375