Josef Beran

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Josef Beran
cardinale di Santa Romana Chiesa
Josef kard Beran.jpg
Il cardinale Josef Beran
Eucharistia et Labor Coat Of Arms.jpg
Eucharistia et labor
Incarichi ricoperti
Nato 29 dicembre 1888, Plzeň
Ordinato presbitero 10 giugno 1911
Nominato arcivescovo 4 novembre 1946 da papa Pio XII
Consacrato arcivescovo 8 dicembre 1946 dall'arcivescovo Saverio Ritter
Creato cardinale 22 febbraio 1965 da papa Paolo VI (poi beato)
Deceduto 17 maggio 1969, Roma

Josef Beran (Plzeň, 29 dicembre 1888Roma, 17 maggio 1969) è stato un cardinale e arcivescovo cattolico ceco, perseguitato sia dal regìme nazista cecoslovacco che da quello successivo comunista.

Fu nominato cardinale della Chiesa cattolica da papa Paolo VI.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Gioventù e ordinazione[modifica | modifica wikitesto]

Figlio di un insegnante, nacque a Plzeň (Pilsen) il 29 dicembre 1888.[1]

Successivamente studiò al seminario della sua città natale e alla Pontificia Università Urbaniana a Roma. Fu ordinato prete il 10 giugno 1911[1], e svolse il suo lavoro pastorale a Pilsen fino al 1932, quando venne nominato direttore spirituale del seminario di Praga e professore alla Università Carolina della città. L'11 giugno 1936 Don Beran venne promosso monsignore.

La guerra e la deportazione[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 giugno 1942, mentre Praga era occupata dai nazisti, monsignor Beran ricevette, presso il seminario teologico dove era insegnante, la visita di un ufficiale ceco, uno dei pochi, tra quelli che erano attivi nella restenza interna, sfuggiti alle retate della Gestapo e per ora scampati alla conseguente deportazione nei campi di concentramento.[2] Beran fece diffondere la voce che la domenica seguente avrebbe celebrato la Messa proprio per gli ufficiali prigionieri dei tedeschi, e che lo avrebbe fatto in lingua ceca, disobbedendo così alle direttive dei nazisti di non usare il ceco nelle cerimonie pubbliche. Due giorni dopo l'affollatissima Messa, don Beran venne arrestato.[2]

Imprigionato (tra gli altri, assieme a Štěpán Trochta) nel carcere di Pankrác, a Terezín, tre mesi dopo Beran venne internato a Dachau, dove riuscì comunque a sopravvivere fino alla liberazione del campo (29 aprile 1945).

Durante la detenzione a Dachau, come testimoniato anche da Don Roberto Angeli e da molti dei tremila preti internati e poi sopravvissuti, Beran si impegnò nell'aiutare, per quanto possibile, coloro che vedeva più in difficoltà, secondo lo spirito cristiano.[2]

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Il 29 maggio 1945 Beran tornò nella sua Praga, che durante il conflitto aveva riportato danni limitatissimi. Un anno dopo, il 4 novembre 1946, Pio XII lo nominò arcivescovo di Praga[1][3], e quindi Primate della Chiesa Cecoslovacca. L'8 dicembre 1946 fu consacrato vescovo nella cattedrale di Praga dall'arcivescovo Saverio Ritter, con i vescovi Maurice Picha e Anton Eltschkner serventi come co-consacratori.[1]

All'importantissimo riconoscimento papale per quanto fatto negli anni della guerra si aggiunsero la Croce di Guerra e la Medaglia al valor militare, appuntati a Beran dal Presidente della Repubblica Cecoslovacca.[2]

Sotto il regime comunista[modifica | modifica wikitesto]

Una volta che il comunismo prese il potere in Cecoslovacchia (1948) la politica del governo si improntò verso drastiche riduzioni delle libertà dei cittadini e della democrazia. Gli elementi dissidenti con il regime furono eliminati a tutti i livelli della società, incluso quello religioso: la stampa cattolica fu soppressa, le scuole affidate ai religiosi, requisite; anche l'Azione Cattolica cecoslovacca venne sciolta.[2]

Monsignor Beran si operò per contrastare il governo: proibì al clero cecoslovacco qualsiasi atto di fedeltà verso il regime, che avrebbe significato un "tradimento della fede cristiana". Beran inoltre protestò pubblicamente per le misure illegali e incostituzionali che il regime aveva preso, soprattutto contro il sequestro delle proprietà della Chiesa e l'abolizione della libertà di religione. Dichiarò inoltre che la Chiesa cattolica dovesse poter esercitare tutta la libertà, secondo il diritto datogli da Dio e garantito anche dalla Costituzione. La voce di Beran però rimase inascoltata.

In contrasto sia con il papa sia con l'arcivescovo Beran, venne costituita una nuova "Azione Cattolica" approvata dal governo e le cui posizioni erano a favore dei comunisti e venne pubblicata una lista, contenente perlopiù nomi di persone decedute o inesistenti, di preti che avevano dato l'adesione alla nuova associazione. Beran, di fronte a questo sopruso, bollò come "scismatica" la nuova Azione Cattolica.

L'arresto[modifica | modifica wikitesto]

La permanenza del divieto di stampa rendeva impossibile agli organi cattolici di contrastare e contestare le falsità del regime. Di fronte a questa provocazione, sotto l'ala carismatica di Beran, i vescovi cecoslovacchi decisero di preparare una circolare, rivolta a tutti i cristiani della nazione, in cui si sarebbe fatta chiarezza sulle bugie del governo e sulla posizione che il clero cecoslovacco aveva realmente preso. La circolare avrebbe dovuto essere letta in tutte le chiese della Cecoslovacchia il giorno 19 giugno 1949.[2]

Beran, che da tempo era considerato un elemento pericoloso dal regime, non sapeva che la sala in cui gli ecclesiastici avevano preso la decisione era sorvegliata da agenti del governo.[2] Il 16 giugno un commissario del governo, assieme a dei poliziotti, irruppe nel palazzo arcivescovile con l'ordine di sequestrare il ciclostile e il bollo con il quale Beran avrebbe dovuto convalidare l'atto.[2] In seguito il bollo arcivescovile fu utilizzato per obbligare tutti i parroci dello stato di leggere eventuali circolari provenienti dai vescovi. Beran, tenuto prigioniero nel suo palazzo, riuscì a liberarsi dal blocco della polizia ed a raggiungere la chiesa di Sarakov. Qui, di fronte a molti fedeli, cercò di spiegare brevemente la situazione:

« Può darsi che di qui a poco alla radio sentiate dire di me ogni sorta di calunnie. Forse vi diranno che ho confessato delitti innominabili. Spero che avrete fiducia in me. Io dichiaro qui solennemente, davanti a Dio e alla Nazione, che mai concluderò un accordo che intacchi i diritti della Chiesa. Desidererei parlarvi di tante cose, ma non lo farò: non voglio che voi siate perseguitati per causa mia. »

(Josef Beran)

[2]

Qualche decina di minuti dopo la fine del discorso, mentre Beran cercava di farsi largo tra la folla commossa, la polizia irruppe nella chiesa, disperse la folla, arrestò l'abate di Sarakov per aver permesso a Beran di parlare e portò via l'arcivescovo.[2]

Quattordici anni di silenzio[modifica | modifica wikitesto]

Statua del cardinale Beran nei pressi dell'Università cattolica di Praga.

Beran ritornò agli arresti domiciliari in una residenza fuori dalla diocesi di Praga: fu inoltre privato di tutte le sue libertà personali e dei suoi diritti come arcivescovo. Da quel momento su di lui calò il silenzio: fu ordinato ai cattolici di dimenticarlo e gli venne negato ogni contatto con l'esterno, tanto che perfino una lettera di papa Giovanni XXIII (in occasione del cinquantesimo anno della sua ordinazione sacerdotale, nel 1961) fu rispedita al mittente.[2] Poco dopo essere stato costretto agli arresti domiciliari, nel 1951, Beran decise volontariamente di rientrare in prigione: durante quegli anni fu così rinchiuso in varie carceri (Roželov, Růžodol, Paběnice, Mukařov, Radvanov).

Nonostante la lunga prigionia il regime cecoslovacco non intentò nessun processo contro Beran: egli era un eroe della resistenza antinazista, il suo nome era celebre in patria ma anche all'estero, soprattutto tra i cattolici ed un processo alla sua persona, con un'eventuale condanna, avrebbe potuto destabilizzare gli equilibri con la popolazione cecoslovacca e con il Vaticano. Vi erano anche altre ragioni, tra le quali il fatto che Antonín Novotný, presidente della Cecoslovacchia nel periodo 19571968, era stato anch'egli internato come Beran nei campi di concentramento nazisti.[2]

La libertà e il viaggio a Roma[modifica | modifica wikitesto]

Il 4 ottobre 1963, dopo una serie di estenuanti trattative tra il Vaticano e il governo cecoslovacco, monsignor Beran venne liberato. Nel febbraio del 1965 Beran partì per Roma, dove papa Paolo VI lo elevò al rango di cardinale presbitero di S. Croce in via Flaminia, nel concistoro del 22 febbraio 1965[1]. Lo stesso anno Beran partecipò all'ultima sessione del Concilio Vaticano II.

La morte[modifica | modifica wikitesto]

Il cardinale Josef Beran si spense a Roma, il 17 maggio 1969[1] all'età di 80 anni per un tumore del polmone: fu sepolto nelle Grotte vaticane, ricevendo così un privilegio di solito destinato esclusivamente ai papi.

Il 2 aprile 1998 l'arcidiocesi di Praga ha aperto il processo di beatificazione di Beran.

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Cavaliere di I Classe dell'Ordine di Tomáš Garrigue Masaryk - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di I Classe dell'Ordine di Tomáš Garrigue Masaryk
— 1991

Genealogia episcopale[modifica | modifica wikitesto]

Successione apostolica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f (EN) David Cheney, Josef Beran, su Catholic-Hierarchy.org. Modifica su Wikidata
  2. ^ a b c d e f g h i j k l Teresio Bosco, Uomini come noi, Società Editrice Internazionale, 1968
  3. ^ Dal 18 febbraio 1965 sostituito di fatto dal suo futuro successore come amministratore apostolico: Josef Beran si era trasferito in quell'anno a Roma, essendogli impedita dal regime comunista ogni attività episcopale in patria

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Predecessore Arcivescovo metropolita di Praga Successore ArchbishopPallium PioM.svg
Karel Boromejský Kašpar 4 novembre 1946 - 17 maggio 1969 František Tomášek
Predecessore Primate della Repubblica Ceca Successore PrimateNonCardinal PioM.svg
Karel Boromejský Kašpar 4 novembre 1946 - 17 maggio 1969 František Tomášek
Predecessore Cardinale presbitero di Santa Croce in Via Flaminia Successore CardinalCoA PioM.svg
- 25 febbraio 1965 - 17 maggio 1969 Bolesław Kominek
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