Il fu Mattia Pascal

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Il fu Mattia Pascal
LuigiPirandello.JPG
Luigi Pirandello
AutoreLuigi Pirandello
1ª ed. originale1904
Genereromanzo
Lingua originaleitaliano
Ambientazionefine 800 - inizi 900.
ProtagonistiMattia Pascal (Adriano Meis)
Altri personaggiRoberto Pascal, zia Scolastica, Batta Malagna, Romilda Pescatore, Marianna Dondi (vedova Pescatore), Oliva, Anselmo Paleari, Adriana Paleari, la signorina Caporale, Pinzone, Terenzio Papiano, Scipione Papiano, Gerolamo Pomino, Don Eligio Pellegrinotto

Il fu Mattia Pascal è un celebre romanzo di Luigi Pirandello che apparve dapprima a puntate sulla rivista Nuova Antologia nel 1904 e che fu pubblicato in volume nello stesso anno. Fu il primo grande successo di Pirandello, scritto nelle notti di veglia alla moglie, Maria Antonietta Portulano, paralizzata alle gambe.[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Mattia Pascal vive a Miragno, dove il padre ha lasciato in eredità la miniera di zolfo alla moglie e ai due figli. Batta Malagna, un disonesto amministratore, si interessa di gestire il patrimonio. Questi sposa Oliva, ragazza che Mattia conosce bene e di cui era invaghito.

L'amico Pomino dice al protagonista di essersi innamorato di una ragazza, Romilda, figlia di Marianna Dondi, vedova Pescatore, e cugina di Malagna. Pomino è però venuto a sapere, tramite una serva di Romilda, che Malagna sta tramando qualcosa con la cugina; questa gli avrebbe rimproverato di non riuscire ad avere un figlio, conseguenza dovuta al rifiuto di sposare Romilda. Ora lo zio si sarebbe pentito di non aver acconsentito al matrimonio con la nipote. Mattia e Pomino temono che Malagna e la cugina stiano architettando un modo per avere un figlio da Romilda. Pascal aiuta l'amico dicendogli che, per salvare la giovane, Pomino potrebbe sposarla. Con l'obiettivo dichiarato di facilitare questo matrimonio, con la scusa di una cambiale che Malagna dovrebbe pagare, Mattia si reca a casa di Marianna Dondi dove sa di trovare anche Malagna. Qui conosce Romilda, si trattiene poco a casa della vedova Pescatore, per poter tornare ancora da Romilda e dalla madre, che, però, non sembra contenta dell'annuncio di una sua prossima visita.

Nonostante il giovane le parli di Pomino, Romilda si innamora di Mattia, e lui ricambia l'amore. Un giorno, la ragazza, rimasta sola con lui dopo che la madre si è allontanata, gli si concede. Romilda rimane incinta di Mattia e questi pensa a come preparare la madre alla notizia del suo inevitabile matrimonio. Riceve, però, una lettera da Romilda, in cui lei gli dice che non devono più vedersi. Mattia non comprende il motivo che ha spinto la giovane a chiedergli una cosa simile.

A quel punto, Oliva si reca a casa sua per sfogarsi con la madre di Mattia per la disperazione cagionatale dal marito: Batta Malagna ha annunciato il prossimo arrivo del suo tanto atteso figlio. Mattia, compresa la ragione per cui Romilda gli ha detto che non avrebbero dovuto più vedersi, si sente ingannato da lei. Si reca così a casa di Oliva e le mostra la lettera di Romilda. La ragazza capisce che Malagna non è il vero padre del bambino che aspetta Romilda, ma Mattia le dice che deve far credere al marito che lui può veramente avere un figlio, inizia una relazione con Oliva e questa rimane incinta. Quando Malagna scopre che Oliva aspetta un figlio, capisce il tradimento della moglie e dice a Mattia che ha disonorato la nipote e che deve rimediare.

Una scena del film Il fu Mattia Pascal del 1937

Il protagonista capisce che Romilda non ha fatto nulla di male per far credere a Malagna di essere il padre del bambino che lei aspetta. La ragazza, infatti, sostiene che quando aveva rivelato alla madre l'amore che ormai la legava indissolubilmente a Mattia, Marianna Dondi era andata su tutte le furie, e le aveva detto che non avrebbe mai acconsentito a farla sposare con uno «scioperato». Giunto Batta Malagna, la vedova Pescatore aveva lasciato sola Romilda con lui. La giovane gli aveva rivelato il suo stato, chiedendogli di opporsi alla madre e di "indurla a più giusti consigli", dato che lei voleva restare fedele a Mattia. L'uomo si era intenerito, ma non troppo; le aveva detto che, essendo Romilda minorenne, era ancora sotto la potestà della madre e che avrebbe potuto anche agire giudiziariamente contro Pascal ma giungeva ad un compromesso accettando come suo il figlio che sarebbe nato da Romilda.

Ora però che Malagna si ritrova anche la moglie incinta, deve fare da padre al bambino che Oliva aspetta da Mattia e non può più riconoscere il figlio di Romilda. Mattia quindi è costretto a sposare Romilda, invidiosa del figlio che sarebbe nato ad Oliva tra gli agi, al contrario del suo che verrà al mondo nell'incertezza del domani, e "non può vedere Mattia". Per salvare il podere della Stìa col mulino, i Pascal devono vendere le case, e la madre del protagonista va a vivere con il figlio. Ma questo non basta; Pascal cerca un'occupazione, senza successo. La vedova Pescatore e Romilda non si dimostrano gentili con la madre di Mattia. Zia Scolastica, membro nubile della famiglia Pascal, si occupa di ospitare la madre di Mattia.

Un giorno, verso sera, Pascal incontra per caso Pomino. Egli è adirato con Mattia per il suo tradimento, ma il protagonista cerca di convincerlo che è stato Pomino a tradirlo, dato il sacrificio che deve compiere vivendo con Romilda e la vedova Pescatore. L'amico gli trova un lavoro: suo padre, entrato nel municipio, dice che la biblioteca di Boccamazza è in misere condizioni, e colui che se ne occupa è fisicamente debole.

Grazie a Pomino, Mattia diventa bibliotecario. Un giorno, gli giunge notizia che la moglie sta per dare alla luce il bambino. Lui si precipita a casa, dove Marianna Dondi gli dice di andare a cercare un medico. Dopo aver girato invano, Mattia, esausto, torna a casa, e vi trova il dottore. Pascal vede che sono due bambine quelle che Romilda gli sta dando: una è già nata, l'altra sta per venire al mondo. Una delle figlie muore a pochi giorni dalla nascita, l'altra quando ha quasi un anno. Con la piccola viene a mancare anche la madre di Mattia, nello stesso giorno e quasi nella stessa ora. Una notte intera Mattia vaga per il paese e le campagne, e alla fine si ritrova nel podere della Stìa, presso la gora del mulino. Viene aiutato da un vecchio mugnaio di nome Filippo, che lo fa sedere sotto un albero e gli parla della madre e del padre del protagonista. L'uomo lo consola, gli dice che non deve piangere e disperarsi così, perché la figlia è stata accolta nel «mondo di là» dalla sua nonna, che le parlerà sempre di lui e non l'abbandonerà mai.

Dopo una delle consuete liti con Romilda e la vedova Pescatore, che dopo la morte della sua bambina e della madre lo disgustavano, non riuscendo più a resistere alla sua miserabile vita, Mattia fugge dal paese. Strada facendo, pensa di recarsi a Marsiglia, da cui avrebbe potuto partire per l'America. Ma giunto a Nizza si ferma davanti ad una bottega, dove sono esposti opuscoli che pubblicizzano il gioco della roulette. All'inizio si allontana dalla bottega, ma poi vi entra e, per curiosità, compra uno di questi opuscoli. Quindi parte per Montecarlo. Arrivato al casinò, si ferma a giocare alla roulette, e, con sua sorpresa, vince.

Mattia continua a vincere e diventa ricco. Dati i suoi colpi fortunati, una donna gli propone di giocare con lei, ma il giovane Pascal la respinge. Anche uno «spagnuolo» gli porge la stessa richiesta, e lui, dopo averci parlato, se ne allontana. La mattina del dodicesimo giorno, Mattia viene a sapere che qualcuno si è ucciso: è un giovane che il protagonista conosceva, avendo entrambi giocato una volta allo stesso tavolino. Pascal ne copre pietosamente il viso con un fazzoletto e decide di smettere di giocare, conservando così buona parte delle vincite dei giorni precedenti. Torna a Nizza per partirne il giorno stesso, deciso a ritornare a casa per riscattare i suoi averi e vendicarsi dei soprusi della suocera. Tuttavia, mentre è in treno legge per caso su un giornale che a Miragno è stato ritrovato nella roggia di un mulino il cadavere di Mattia Pascal, scomparso da molti giorni, suicidatosi per dissesti finanziari.

Sebbene sconvolto, comprende presto che, credendolo tutti morto, può avere un'altra vita. Assume lo pseudonimo di Adriano Meis, prendendo sia il nome sia il cognome da un dialogo tra due passeggeri del suo treno. Per evitare di essere riconosciuto anche per caso, si taglia la barba, si lascia crescere i capelli e inizia a portare occhiali azzurrati, che nascondono in parte lo strabismo di cui è sempre stato affetto. Cerca inoltre di costruirsi un passato, decidendo che Adriano Meis è nato in Argentina, arrivato in Europa quando aveva ancora pochi mesi, e cresciuto a Torino. Per elaborare meglio questa nuova identità, si reca a Torino per memorizzare i luoghi. Inizia poi a viaggiare, sia in Italia sia all'estero, soprattutto in Germania, evitando sempre di creare qualsiasi legame personale per evitare di dover dare spiegazioni sulla sua vita presente e passata. Dopo circa due anni di girovagare, decide di dover diminuire le spese e si stabilisce quindi a Roma in una camera ammobiliata.

Il padrone di casa, Anselmo Paleari, è un grande appassionato di teosofia e ultimamente di spiritismo. Nella casa vivono anche la figlia di Paleari, Adriana, dolce e mite, Terenzio Papiano, il genero di Paleari, vedovo e pieno di debiti, il fratello di questi, Scipione, ammalato di epilessia, e un'altra inquilina di camera ammobiliata, Silvia Caporale. Adriano Meis, pur essendo molto reticente a creare legami, si fa pian piano coinvolgere negli accadimenti della casa e si innamora di Adriana. Si rende però conto che per lui, privo di documenti ufficiali, è impossibile sposarla. Durante una seduta spiritica avvenuta nella sua stanza, subisce un furto da parte di Terenzio Papiano, ma rinuncia a denunciarlo per non dover avere a che fare con le autorità. Poco dopo, ha un alterco con un pittore conoscente di Papiano e ne viene sfidato a duello; anche in questo caso è costretto a desistere dal far valere i suoi diritti per evitare indagini sulla sua identità.

Il susseguirsi di disavventure spingono Adriano Meis alla disperazione e alla nostalgia della vita come Mattia Pascal. Arriva al punto di pensare al suicidio, poi decide invece di inscenare il suicidio di Adriano Meis, per poter in seguito assumere nuovamente l'identità di Mattia Pascal. Lascia quindi il suo bastone, il suo cappello e un biglietto con il nome Adriano Meis su un ponte del Tevere, e si dirige a Miragno, deciso a riprendere Romilda in moglie, tenendo una condotta più decisa verso di lei e la suocera.

Tuttavia, negli ultimi due anni dalla sua presunta morte, la moglie si è risposata con Pomino e ha avuto una bambina. Questo scombussola i piani di Mattia Pascal, perché se si riappropriasse della sua identità, il matrimonio tra Pomino e Romilda sarebbe dichiarato nullo; Mattia non tollererebbe di riprendere in moglie Romilda dopo che questa è stata moglie di un altro, inoltre non saprebbe come fare con la bambina. Decide allora di non farsi dichiarare ufficialmente vivo e, nuovamente impossibilitato ad avere un'esistenza ufficiale, si ritira nella biblioteca polverosa dove lavorava in precedenza a scrivere la sua storia e ogni tanto si reca al cimitero per portare sulla tomba del "fu Mattia Pascal" una corona di fiori.

Nella Premessa seconda (filosofica) a mo' di scusa il protagonista decide di mettere per iscritto la sua strana vicenda: Mattia lascerà il manoscritto nella biblioteca dove aveva lavorato con l'obbligo però di aprirlo soltanto cinquant'anni dopo la sua terza, ultima e definitiva morte. La prima morte è quella che lo vede morto suicida nel mulino della Stìa, la seconda quella in cui "muore" il suo alter ego Adriano Meis. Il consiglio di mettere per scritto il suo caso viene a Mattia dal suo amico bibliotecario, don Eligio.

Ambientazione[modifica | modifica wikitesto]

Luoghi e tempi non sono molto bene specificati, in quanto la storia è un enorme flashback. Possiamo tuttavia identificare dei luoghi chiave (come via Ripetta a Roma, Oneglia, Nizza e Montecarlo). Possiamo inoltre immaginare che il periodo sia a cavallo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento (periodo in cui è vissuto Pirandello). La storia non ha una durata specificata però gli eventi che vanno dalla presunta morte di Mattia Pascal al suo ritorno a Miragno coprono un periodo di "due anni e mesi".

Quando Mattia Pascal è sul treno di ritorno a Miragno da Montecarlo, sul giornale “Il Foglietto” dove trova la notizia del suicidio alla Stìa, legge di altri due avvenimenti: l’imperatore tedesco aveva ricevuto a Potsdam l’ambasciata marocchina e lo zar e la zarina di Russia avevano ricevuto a Perterhof una missione tibetana. Questi avvenimenti storici sono realmente accaduti nell'estate del 1901, quindi Pascal inizierebbe la sua avventura verso l’inizio di quell’anno.

Narrazione[modifica | modifica wikitesto]

Narratore[modifica | modifica wikitesto]

Il narratore della vicenda è lo stesso Pascal, che in prima persona ricorda le vicende passate e in terza persona descrive le ambientazioni e i personaggi (si dice che il narratore è autodiegetico). Il tipo di focalizzazione è interna.

Fabula e intreccio[modifica | modifica wikitesto]

Fabula e intreccio non coincidono. Infatti il libro è costituito da due cornici: la prima, che corrisponde all'inizio e alla fine della storia, si svolge nella biblioteca; la seconda, invece, è una lunga analessi e corrisponde agli eventi principali del romanzo.

Luogo[modifica | modifica wikitesto]

I due luoghi principali dove si svolge la vicenda sono Miragno, suo paese natale, e Roma, dove risiede presso la famiglia Paleari. Durante la narrazione Mattia compie molti viaggi visitando sia città estere che italiane, come Milano, Torino, Pisa e Nizza.

Tempo[modifica | modifica wikitesto]

L'autore non riferisce precisi elementi che riescano a determinare l'anno preciso dell'ambientazione dell'opera, ma, grazie alle informazioni che dà di Roma, ormai diventata capitale del Regno d'Italia, si sa che si svolge tra il 1870 e l'inizio del Novecento. Si può dedurre anche dal fatto che ci sono i treni e l'elettricità e il Ponte Umberto I a Roma. Viene anche specificato da Anselmo Paleari che durante la permanenza a Roma di Adriano Meis il papa è Leone XIII. La storia narrata dura sicuramente più di 2 anni (due anni e mesi, Cap. XVIII), che sono quelli trascorsi da Mattia Pascal-Adriano Meis girovagando per l'Italia e l'Europa.

Personaggi[modifica | modifica wikitesto]

Mattia Pascal / Adriano Meis[modifica | modifica wikitesto]

È il protagonista e narratore della vicenda. Sul nome del protagonista, Pirandello stesso ci ha suggerito un'ipotesi interpretativa attraverso le parole di Roberto Pascal, fratello di Mattia: «Mattia, l'ho sempre detto io, Mattia, matto… matto! Ma no! Matto!».[2]

Anche il cognome Pascal non sembra una scelta casuale. Il cognome Pascal, tipico dell'area piemontese-ligure, allude infatti alla resurrezione[3]. Tuttavia, secondo alcuni studiosi, Pirandello nella scelta del cognome Pascal si sarebbe ispirato a un filosofo francese, Théophile Pascal[4] le cui opere sono presenti nella biblioteca del personaggio Anselmo Paleari. Il personaggio si dimostra essere un attento osservatore della realtà e della società che lo circonda narrando fatti accaduti che riguardano altre persone che fanno parte della sua vita, infatti ad ognuna di esse offre una caratterizzazione fisica e psicologica. Egli è intollerante ai comportamenti della suocera, la vedova Pescatore, Marianna Dondi, ed ella è una delle numerose cause che condurranno Mattia alla decisione di fuga; essa infatti si può considerare l'antagonista di Mattia, e dunque tormentatrice della sua vita coniugale. Da un punto di vista fisico si può dedurre che egli non è un bell'uomo, di corporatura robusta e porta i capelli molto corti e la barba ben curata, la sua particolarità e ciò che marca il suo aspetto è lo strabismo dell'occhio sinistro. Nelle vesti di Adriano Meis egli porta i capelli lunghi che lo fanno assomigliare ad un "filosofo tedesco", è sbarbato e col tempo si fa correggere il suo difetto all'occhio con un'operazione chirurgica. (p. 92) Il protagonista narra che il nome di "Adriano Meis" gli fu offerto in treno, partito da poche ore da Alenga per Torino, viaggiando con due signori che discutevano animatamente di iconografia cristiana. Accadde che uno dei vecchi ripeté il nome "Adriano", tante volte, sempre con gli occhi rivolti a Mattia, e in seguito ad una domanda pronunciò "Camillo de Meis". Mattia credette che gridasse a lui quel nome e ripetendo meccanicamente il nome "Adriano", alla fine buttò via quel "de" e tenne il "Meis". Gli parve che questo nome quadrasse bene con il suo aspetto e si battezzò "Adriano Meis". Per quanto riguarda la caratterizzazione culturale e socio- economica (p40) di Mattia, essa è pessima in quanto egli stesso narra, rivolgendosi anche a Berto (suo fratello): "Fummo due scioperati; non ci volemmo dar pensiero di nulla, seguitando, da grandi, a vivere come nostra madre, da piccoli, ci aveva abituati". Dunque la madre non ha mai voluto mandarli a scuola e così un tal Pinzone divenne il loro precettore, il quale allevò i due con false citazioni di autori inventati, per cui Mattia aveva ricevuto una educazione che rasentava l'analfabetismo. Da un punto di vista economico, egli possiede dei poderi, ma spesso parla di una mancanza di qualsiasi capacità, quindi di un'inettitudine da parte di Batta Malagna, una persona avida, che contribuisce a creare i problemi economici del Pascal. Quando il padre era ancora in vita, la famiglia Pascal godeva di una posizione sociale privilegiata e di una discreta disponibilità economica; dopo la morte del padre, la famiglia Pascal subì dei torti da parte di Batta Malagna e Mattia Pascal dovette andare a lavorare come bibliotecario. Da un punto di vista psicologico, Mattia assume atteggiamenti negativi e mostra rancore nei confronti di Batta Malagna, persona avida, la vedova Pescatore, persona gelida, Terenzio Papiano, sembra voglia approfittarsi di Adriana; dunque Mattia è anche una persona a cui stanno a cuore le persone a lui care, infatti mostra empatia, dunque compassione nei confronti della madre e dunque verso Adriana, la quale è una persona debole e istigata da Terenzio Papiano. Mattia è una persona molto malinconica, questo anche perché si trova in solitudine, dunque ciò mostra anche un'inaspettata forza. Mattia discute di forti contrasti esistenziali che lo assillano, con il signor Anselmo Paleari, come la vita, la morte, e anche la cosiddetta "lanterninosofia".

La madre di Mattia[modifica | modifica wikitesto]

Mattia ha un particolare rapporto di devozione e di affetto nei confronti della donna che l'ha messo al mondo. È una donna molto gracile, ha una voce nasale e viene definita da Mattia stesso una "bambina cieca" che non si accorge di ciò che la Talpa (Batta Malagna) sta facendo. È sempre stata molto buona con i figli e non ha mai fatto mancare loro niente, neanche nei periodi nei quali, per colpa di Batta Malagna, la famiglia era sommersa dai debiti. La donna è inoltre succube del comportamento iroso e maleducato della suocera di Mattia, che riversa la sua delusione per il matrimonio della figlia proprio sulla povera donna, nel periodo in cui per i noti dissesti finanziari la coppia l'aveva ospitata per qualche tempo a casa, prima che si trasferisse da sua cognata, la zia Scolastica. Mattia ha una vera e propria devozione nei riguardi di sua madre, il rapporto fra i due è di tenerezza e stima. È molto pacata, placida, quasi infantile.

È molto gracile e spesso malata dopo la morte del marito, anche se non si lamenta mai dei propri mali. Ciò che probabilmente più la preoccupa è la sorte dei suoi figli, rimasti praticamente senza nulla dopo la morte del padre e dopo che la stessa signora Pascal aveva lasciato tutte le sue ricchezze e proprietà sotto l'amministrazione di Batta Malagna. Non accorgendosi degli imbrogli fatti alle sue spalle può solo facilitare la sua rovina. Quando Mattia si sposa con Romilda non riesce a sopportare la vicinanza della violenta e bisbetica vedova Pescatore e finisce con il diventarne una vittima. Fugge di casa con la cognata ma la morte la colpisce dopo poco, a causa degli affanni e dei feroci litigi subiti in precedenza.

Giambattista Malagna[modifica | modifica wikitesto]

Giambattista Malagna, detto "la Talpa" è l'unico amico del Signor Pascal, a cui per questo la madre ha affidato l'amministrazione delle sue ricchezze dopo la morte del marito, cosa che ha naturalmente portato alla rovina della famiglia di Mattia. Ha un viso lungo incorniciato da baffi melensi e pizzo; il pancione languido che sembra arrivare fino a terra, le gambe corte e tozze: secondo Mattia, ha il volto e il corpo che più non si addicono ad un ladro come lui. Anche per quanto riguarda altri aspetti (come i sentimenti) Malagna è sempre pronto ad agire con egoismo e avidità: ad esempio il caso di Oliva, ragazza amata da Mattia ma successivamente sposa di Malagna, che viene trattata male poiché non riesce a dargli un erede. Il Malagna accusa Oliva di essere infertile ma, riuscendo a rimanere incinta di Mattia Pascal, egli dovette prenderla in sposa sostenendo che il figlio che ella aspettava era suo.

La vedova Pescatore, Marianna Dondi[modifica | modifica wikitesto]

È sicuramente antagonista, in quanto tormentatrice della vita coniugale di Mattia, ma non ha esattamente la stessa influenza che avevano i precedenti sul protagonista: ella è una delle numerose cause che condurranno Mattia alla decisione di fuga. Cugina della "talpa" Malagna, anche a lei è attribuito un nomignolo che le si addice, "la strega". Marianna Dondi, Vedova Pescatore, esprime fin dall'inizio l'antipatia nei confronti di Mattia: "non mi parve che accogliesse con molto piacere la mia seconda visita: mi porse appena la mano: gelida mano, secca, nodosa, gialliccia". Diventata la suocera poi si scatena contro di lui, tormentandolo ininterrottamente con i suoi rimproveri risentiti.

Adriana Paleari[modifica | modifica wikitesto]

È la figlia di Anselmo Paleari, proprietario della pensione di via Ripetta a Roma dove Mattia Pascal, sotto l'identità di Adriano Meis, alloggia durante il suo soggiorno nella capitale. È una ragazza pura, gentile, educatissima, tenera e discreta ma allo stesso tempo è responsabile di se stessa e di tutta la famiglia. È molto amata da Mattia proprio per queste sue doti particolari che la rendono unica, lei ricambia l'amore ma la "non identità" del protagonista impedirà il matrimonio e quindi qualsiasi altra evoluzione del rapporto.

Terenzio Papiano[modifica | modifica wikitesto]

Terenzio è il cognato di Adriana (era il marito dell'ormai defunta sorella della fanciulla) e cerca a tutti i costi di sposarsi con la ragazza per non perdere la dote. È un uomo spietato pronto a fare di tutto per il denaro. È proprio lui che durante la seduta spiritica ruba del denaro a Mattia (12.000 lire). È un personaggio negativo che sfrutta anche il fratello malato.

Gerolamo Pomino[modifica | modifica wikitesto]

È un amico d'infanzia di Mattia Pascal che già da ragazzo nutre un profondo affetto per Romilda Pescatore. Infatti Mattia conosce quest'ultima proprio per metterla in contatto con Pomino. Tuttavia dopo una relazione si trova costretto a sposarla. Pomino però non serba rancore e aiuta Mattia a trovare lavoro presso la biblioteca del paese per risollevare la situazione finanziaria della famiglia. Quando Mattia ritorna rivelando di essere vivo, egli nel frattempo si è sposato con Romilda e ora conducono una vita agiata e tranquilla con una figlia. Gerolamo è spaventato da un eventuale ritorno di fiamma e appare insicuro, timoroso e impacciato col suo vecchio amico.

Pinzone[modifica | modifica wikitesto]

Insegnante dei due Pascal, spesso complice dei due nelle loro scorribande. Il suo vero nome sarebbe stato Francesco, o Giovanni, di cognome Del Cinque, narra Mattia nel racconto; anche se dice che tutti lo chiamavano Pinzone e che infine si presentava lui stesso come Pinzone. Il suo aspetto fisico appariva ossuto: di una magrezza da far ribrezzo; e molto alto. Alquanto discutibile come precettore, poiché tutta la sua cultura consisteva in filastrocche, sonetti e indovinelli composti da strambi poeti. Inoltre si dilettava lui stesso a comporre rime balzane per il suo piacere personale, come l'Eco citata nel testo del Fu Mattia Pascal: -In cuor di donna quanto dura amore? (Ore) -Ed ella non mi amò quant'io l'amai? (Mai) -Or chi sei tu che sì ti lagni meco? (Eco)

Zia Scolastica[modifica | modifica wikitesto]

Zia di Mattia, che aiuta sia la cognata sia il nipote nei momenti di difficoltà, e cerca inutilmente di aprire gli occhi alla cognata, mentre Batta Malagna continua a danneggiarli. Insiste inoltre che la cognata prenda nuovamente marito, per il bene della famiglia. Presso questa zia Mattia si ritroverà a vivere, una volta tornato a Miragno.

Oliva[modifica | modifica wikitesto]

Ragazza del paese, povera e onesta e corteggiata da Mattia. Sposata con il Malagna, che poi la vuole lasciare perché non gli ha dato figli, con lei il Mattia intrattiene una relazione sessuale a dispetto del Malagna in modo che la giovane non sia umiliata. Così rimane incinta dello stesso Mattia, il figlio però verrà cresciuto da Batta Malagna come se fosse suo. In questo modo Mattia si vendica di Malagna e risarcisce Oliva.

Anselmo Paleari[modifica | modifica wikitesto]

«Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta»

(dal testo)

Padre di Adriana Paleari, è il sessantenne proprietario della pensione di via Ripetta a Roma. Quando Mattia lo incontra per la prima volta, nota il suo torso nudo "roseo, ciccioso, senza un pelo" (cap. X). Paleari è un uomo completamente estraneo alla realtà che lo circonda a causa delle sue grandi riflessioni che espone continuamente al povero Pascal-Meis, come la "lanterninosofia". Ormai non può più lavorare e tutta la sua vita è dedicata alla lettura, alla filosofia ed alle riflessioni sul suo tema preferito: l'occulto. L'occulto è l'argomento che più interessa ad Anselmo e organizza spesso sedute spiritiche con lo scopo di richiamare le anime dei morti.

Lanterninosofia[modifica | modifica wikitesto]

La lanterninosofia è una teoria filosofica di Luigi Pirandello, esposta nel capitolo XIII de Il fu Mattia Pascal ad opera di un personaggio, Anselmo Paleari.

Secondo questa teoria, a differenza del mondo vegetale, privo di sensibilità, l'essere umano ha la sfortuna di avere coscienza della propria vita, cioè di "sentirsi vivere", con la conseguenza di subordinare la realtà esterna oggettiva a questo sentimento interno della vita, la cui caratteristica è l'ingannevole mutevolezza.

"E questo sentimento della vita per il signor Anselmo era appunto come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé acceso; un lanternino che ci fa vedere sperduti su la terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che proietta tutt'intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l'ombra nera, l'ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi, ma che noi dobbiamo pur troppo credere vera, fintanto ch'esso si mantiene vivo in noi. Spento alla fine a un soffio, ci accoglierà la notte perpetua dopo il giorno fumoso della nostra illusione, o non rimarremo noi piuttosto alla mercé dell'Essere, che avrà soltanto rotto le vane forme della nostra ragione?" [Il fu Mattia Pascal, cap. XIII]

In pratica questi lanternini rappresentano l'idea interiore del mondo esterno, che viene assunta come unico metro di valutazione. I lanternini più grandi e colorati (ciascuno secondo la propria caratteristica) sono quelli delle ideologie, anch'essi fallaci e propensi a cadere, lasciando così l'individuo senza più capacità di giudizio, nel buio più totale, che però non esisterebbe se non fosse risultato quale contrapposizione al flebile bagliore delle lanterne:

"Nell'improvviso bujo, allora è indescrivibile lo scompiglio delle singole lanternine: chi va di qua, chi di là, chi torna indietro, chi si raggira; nessuna più trova la via: si urtano, s'aggregano per un momento in dieci, in venti; ma non possono mettersi d'accordo, e tornano a sparpagliarsi in gran confusione, in furia angosciosa: come le formiche che non trovino più la bocca del formicajo, otturata per ispasso da un bambino crudele" [ibid.]

Al cinema[modifica | modifica wikitesto]

Sono tre le trasposizioni cinematografiche dell'opera di Pirandello. La prima - muta - risale già al 1926: Il fu Mattia Pascal, per la regia del francese Marcel L'Herbier e con Ivan Mosjoukine nel ruolo di Mattia. Nel 1937 è ancora la volta di un regista francese, Pierre Chenal, che scelse Pierre Blanchar come protagonista per il suo Il fu Mattia Pascal.

Nel medesimo anno fu distribuita anche una pellicola di produzione italiana firmata sempre da Chenal dallo stesso titolo. La più recente versione è italiana: nel 1985 Mario Monicelli dirige Le due vite di Mattia Pascal, una versione trasferita ai giorni nostri, con Marcello Mastroianni.

A teatro[modifica | modifica wikitesto]

Il romanzo di Pirandello è stato adattato anche per il teatro da Tullio Kezich e portato in scena:

Nel 2009 il regista Stefano Mecca ha scritto e diretto Io sono la tua pazzia, che incrocia la trama del romanzo con la vita del suo autore Luigi Pirandello; con interpreti Max Brembilla, Andrea Rodegher e Alessandra Spinelli.[7]

Nel 2016 Tato Russo ha presentato una nuova versione del romanzo con Carmen Pommella, Peppe Mastrocinque, Katia Terlizzi.[8]

Nei fumetti[modifica | modifica wikitesto]

Il numero 67 di Dylan Dog, intitolato L'Uomo Che Visse Due Volte, è il romanzo di Pirandello in chiave horror: si narra infatti di un uomo che ha perso la memoria, un certo Matthew Pascal, che deve fare i conti con la sua metà oscura, che di nome fa Adrian Mehis.

Nota storica[modifica | modifica wikitesto]

Un fatto realmente accaduto in Sicilia tra il 1853 e il 1865, pubblicato nel 1889 da un poco conosciuto scrittore siciliano, può aver dato a Pirandello l'ispirazione per Il Fu Mattia Pascal. L'autore è Vincenzo Guarrella Ottaviano e il suo libro, dal titolo La moglie dei due mariti fu ripubblicato nel 2010 e nel 2014 (Publisher: Vito A. Gambilonghi - 2010 - ASIN: B009307VCI) con aggiunta di note storiche, nonché della copia fotografica dei due atti di matrimonio realmente celebrati. Inoltre fu riadattato sotto forma di musical da Tato Russo nel 2002.[senza fonte]

Edizioni[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gaspare Giudice, Luigi Pirandello (1963), Unione Tipografico-Editrice Torinese, pag. 178.
  2. ^ Luigi Pirandello, Op. Cit., p. 210.
  3. ^ Luigi Sedita, La maschera del nome. Tre saggi di onomastica pirandelliana, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1988, p. 20.: «Pascal è un cognome presente in Italia nell'area di confine ligure piemontese; come il corrispettivo Pascale diffuso in tutto il paese (…) è la cognomizzazione del nome Pasquale (…). Pirandello avrà voluto dare una coloritura ligure al nome del personaggio dal momento che Miragno, il paese di Mattia, è immaginato in Liguria? (…). Il cognome Pascal(e) rimanda evidentemente alla Pasqua ed è quindi allusivo della Resurrezione».
  4. ^ Giovanni Macchia, Pirandello o la stanza della tortura, Mondadori, Milano 1981, p. 46.
  5. ^ Alberto Blandi, "Mattia Pascal", sulla scena a settant'anni dal romanzo, su La Stampa, 16 novembre 1974, p. 7.
  6. ^ L'avventura romana di "Mattia Pascal", su la Repubblica, 22 marzo 1986.
  7. ^ Io sono la tua pazzia, su bergamonews.it.
  8. ^ Sara Bellebuono, L'identità come una maschera: il "Fu Mattia Pascal" di Tato Russo, su corrieredellospettacolo.com, 20 gennaio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Macchia, Pirandello o la stanza della tortura, Mondadori, Milano 1981.
  • Luigi Sedita, La maschera del nome. Tre saggi di onomastica pirandelliana, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1988

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