Dialoghi dei morti

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Dialoghi dei morti
Titolo originaleΝεκρικοί Διάλογοι
Alessandro Magno (356-323 a.C.) - Monaco - Glyptotek - Foto di Giovanni Dall'Orto.jpg
Busto di Alessandro Magno conservato a Monaco di Baviera
AutoreLuciano di Samosata
1ª ed. originaleII secolo d.C.
Genereraccolta di dialoghi
Sottogeneremitologica
Lingua originalegreco antico

I Dialoghi dei morti (in greco: Νεκρικοί Διάλογοι) sono trenta brevi discorsi degli Dei della mitologia greca e degli eroi scritti nel II secolo da Luciano di Samosata. Questa raccolta fa parte di altre quattro dei cosiddetti Dialoghi (comprendenti discorsi degli dei, sulle creature marine e sulle cortigiane). Tra i personaggi dei colloqui vi sono anche figure realmente esistite quali Alessandro il Grande e il padre Filippo il Macedone.

Struttura, temi e stile[modifica | modifica wikitesto]

Ciascun dialogo ha due o più interlocutori: un dio e un mortale riguardo al destino che è toccato all'uomo punito nell'Inferno. In altri invece si fa riferimento a determinate situazioni che hanno permesso l'incontro tra la divinità e il mortale. In particolare i "dialoghi" di Luciano si contraddistinguono per la loro scioltezza e capacità di coinvolgere il lettore, catapultandolo in universo totalmente diverso dal mondo religioso e dai miti che fino a quel momento si conoscevano. Infatti tali storie secondo le regole della mitologia erano formate da uno schema ben preciso che implicava l'errore dell'eroe o di un mortale qualsiasi e quindi la sua punizione da parte di una divinità. Luciano nei dialoghi cerca di mettere a luce le opinioni e i sentimenti dei condannati, creando una sorta di seguito di ciascun mito.
Lo stile adottato da Luciano è particolarmente semplice e diretto, capace di suscitare risa e stupore di fronte alle narrazioni dei personaggi, ma vi sono anche momenti seri e di riflessione, che non tralasciano tutto sommato nella storia i motivi delle cause e degli avvenimenti dei protagonisti.

I dialogo: Diogene e Polluce[modifica | modifica wikitesto]

Plutone e Proserpina, incisione di John Smith

Due defunti, dei quali uno è uno dei Dioscuri, stanno dialogando all'Inferno. Dato che sulla Terra i vivi non pensano ad altro che ad interrogarsi sul senso dell'esistenza come fanno i filosofi oppure a gozzovigliare e ridersela alle spalle dei più deboli e sfortunati come fanno i ricchi e gli avari, Diogene comanda a Polluce di risalire per breve tempo sulla Grecia e di portare delle parabole e dei consigli a ciascuna di determinate personalità. Il primo è Menippo il Cinico, un pensatore il quale si chiede cosa avverrà dopo la morte; Polluce gli dirà che assolutamente il superfluo verrà abolito nell'Ade, ma che non si perderà l'intelletto e soprattutto che quasi tutte le teorie stipulate dai filosofi nella loro vita riguardo alla materia infinita saranno errate, benché Polluce non sia un filosofo. Di seguito Diogene ordina a Polluce di spostarsi da Megillo di Corinto, uno degli uomini più belli e ricchi della zona il quale si auto esaltava e celebrava come un dio. Polluce, ammonendolo gli dirà che all'Inferno bellezza quasi femminea e abbondanza di denaro non serviranno a nulla giacché tutte le anime perderanno entrambe le cose, non essendo più vive e così i loro beni mondani rimarranno attaccati alle cose della vita. Alla fine, secondo il discorso di Diogene la morte apparirà bella solo per i poveri, i malati e gli sfortunati giacché non perderanno nulla nella loro trasmigrazione nell'Oltretomba, non avendo mai posseduto nulla nemmeno in vita, e inoltre essi si beeranno nel contemplare la tristezza e la disperazione delle anime dei ricchi che hanno perso tutto, visto che nell'Inferno regnava la legge dell'uguaglianza eterna tra gli spiriti. Diogene sta per comandare a Polluce di pronunciare un'ennesima invettiva contro la dura e severa legge di Sparta quando le suppliche dell'anima glielo impediscono; tuttavia egli si recherà comunque sulla Terra a dire le altre.

II dialogo: Plutone, Menippo, Mida, Sardanapalo e Creso[modifica | modifica wikitesto]

Morto Menippo di Gadara, la sua anima non cessa di castigare le debolezze altrui nemmeno nell'Ade. Infatti egli si mette a deridere le sfortune delle anime che non hanno saputo o far fruttare i loro guadagni o che sono state superbe durante la vita. E tra queste vi sono Re Mida: il sovrano che chiese al satiro Sileno il potere di tramutare tutto in oro ciò che toccava, finendo col pentirsi per il cibo che non riusciva a mangiare, e di seguito Sardanapalo e Creso per via della bellezza e dell'ingordigia. Visto che Menippo non la smetteva, le anime convocano un consiglio con Plutone (Ade), fratello di Zeus e sovrano degli Inferi. Anche Plutone, mostrando per la prima volta una leggera compassione, intima a Menippo di lasciar stare quelle anime alle loro pene, tuttavia egli rimane inflessibile sostenendo che lui era consapevole di dover morire, sebbene fosse molto ricco. Invece le altre anime pensavano solo a trascorrere gli ultimi attimi nell'ingordigia e nella lussuria più sfrenata, trovano ora nell'oscuro antro dolore e desolazione.

III dialogo: Menippo, Anfiloco, e Trofonio[modifica | modifica wikitesto]

Il colloquio ha ancora come protagonista Menippo. Egli si rivolge a Trofonio e Anficolo i quali, dopo morti, furono per molto tempo onorati come Dei in Beozia, Menippo ora trova l'occasione per sbugiardarli pubblicamente tra gli spiriti, anche se i due si dichiarano innocenti degli onori che li attribuiscono sul mondo dei vivi. Infatti entrambi erano imbroglioni i quali si fingevano grandi eroi artefici di grandi imprese. Tuttavia ora, come dice Menippo, nel luogo ove si trovano non sono nient'altro che gente morta e quindi priva di qualsiasi appiglio dove potersi salvare dalla verità. Trofonio prova a discolparsi sostenendo di essere l'incrocio tra un dio e una mortale, ma Menippo lo deride, ribadendo ancora che gli ora è nulla, anche se sulla Terra veniva ricordato e venerato, dato che i mortali conoscono una falsa identità di quella persona.

IV dialogo: Caronte e Mercurio[modifica | modifica wikitesto]

Caronte in un disegno di Gustave Doré

Caronte, il nocchiero dell'Inferno, e il dio messaggero Mercurio si ritrovano sulle porte dell'Ade a discorrere su dei soldi da consegnare al traghettatore per la sua barca da assicurare. Il dio datore ora chiede a Caronte quando verrà pagato e il nocchiero gli risponde che ciò avverrà solo quando moriranno molte persone. Infatti nell'Antica Grecia c'era l'usanza di porgere sugli occhi dei defunti o di infilare nelle loro tasche due monete d'oro (dracme) per pagare il passaggio dal cosiddetto "Antinferno" di Dante Alighieri all'Inferno vero e proprio dove si era costretti a patire per sempre le proprie colpe mediante la legge del contrappasso che sanciva la pena in base ai vari tipi di peccato.

Quindi Caronte garantisce a Mercurio il pagamento solo quando per una pestilenza o una strage sarebbe morta molta gente e di seguito ricorda col dio i bei tempi andati quando giungevano le anime di eroi, di grandi sovrani e di famosi guerrieri corpulenti e valorosi morti in battaglia. Infatti Mercurio si lamenta molto del fatto che ora arrivano solo gli spiriti di gente effeminata che pensava solo al guadagno o alla bellezza eterna senza accorgersi del parente che tramava contro di essa o di altri casi simili di morte.

V dialogo: Plutone e Mercurio[modifica | modifica wikitesto]

Il dio Ade convoca Ermes (Mercurio), ordinandogli di non recarsi da Eucrate di Sicione ad annunciarli l'imminente arrivo della sua fine, visto che era ultranovantenne. Infatti egli, essendo molto ricco, possedeva una gran quantità di nemici che si fingevano suoi compagni, a sua insaputa, e desideravano approfittare della sua morte per sperperargli tutti i guadagni. Mercurio incomincia ad infiammarsi di vendetta e promette e Plutone che ucciderà tutti i nemici, inclusi i giovani figli, di Eucrate e gli annuncerà anziché la morte la giovinezza eterna

VI dialogo: Tersione e Plutone[modifica | modifica wikitesto]

Thanatos, il dio della morte

Il giovane Tersione è arrabbiato con il dio Ade visto che lo ha fatto morire in tenera età, lasciando al vecchio Tucrito suo padre molti anni ancora di spensierata esistenza. Tuttavia Plutone ribadisce che ciò avvenne a causa del desiderio crudele di Tersione sulla morte imminente del padre per arraffargli i suoi beni. E il dio dei morti non si lascia nemmeno ingannare da un'orazione del defunto il quale esalta la gioventù e predica che prima dei ragazzi debbano morire i vecchi e non il contrario. Visto che non ha più alternative, Tersione si prostra davanti a Plutone, confidandogli che oltre a lui vi era un secondo nemico di Tucrito, assai anziano, che mirava alle sue ricchezze. Ade si fa confidare tutto e promette al giovane defunto che verrà riscattato uccidendo quell'uomo.

VII dialogo: Zenofante e Callidemide[modifica | modifica wikitesto]

Questo è uno dei dialoghi più particolari della raccolta perché mischia i temi della tragedia e del comico in una sola storia. I giovani amici Zenofante e Callidemide si trovano a discorrere da morti all'Inferno e l'uno chiede la morte dell'altro. Il primo morì a causa della sua ingordigia, affogato per non aver abbandonato in mare un grande sacco d'oro. Quando Zenofante chiede all'amico la sua storia questi inizia a raccontare di aver progettato per il padre una morte mediante l'avvelenamento. Infatti Callidemide era stato adottato da un ricco signore della città, come era abitudine in qualsiasi altro luogo (basti pensare alle dinastie romane dei Severi o dei Flavi, tutte dovute mediante il riconoscimento dell'imperatore di un uomo normale come suo figlio e successore), desiderava molto possedere subito tutte le sue ricchezze, e così ordinò ad un coppiere pasticcione di preparare due bicchieri di vino dove in uno dei quali avrebbe messo un veleno. Tuttavia lo sciocco servo mischiò male le coppe e così Callidemide si trovò a bere la bevanda avvelenata, finendo così immediatamente nell'Ade. Al termine del racconto Zenofante è ormai in preda alle risate e loda molto l'azione involontariamente sciocca del servitore.

VIII dialogo: Cnemone e Damnippo[modifica | modifica wikitesto]

Il giovane Cnemone si ritrova a singhiozzare nell'Oltretomba e Damnippo, suo amico, gli chiede il motivo di ciò. Egli durante la vita fu amico di un nobile e benestante signore e un giorno i due si accordarono di scrivere testamento dividendosi l'un l'altro i propri beni: a Ermolao sarebbero toccate le ricchezze di Cnemone e viceversa. Tuttavia poco prima della compilazione e della firma del contratto Cnemone morì per un incidente e ora si ritrova a piangere all'Inferno, mentre Ermolao gli ha rubato tutto.

IX dialogo: Similo e Polistrato[modifica | modifica wikitesto]

Un uomo adulto bacia un ragazzo, da un vaso greco conservato al Museo del Louvre

I due amici, molto attardati nell'età, si narrano le loro storie durante la loro vita terrena. Polistrato campò quasi cent'anni, succedendo al settantenne Similo e visse gli ultimi trent'anni in grande compagnia e felicità. Infatti possedeva una ricca dote e molti giovanotti e belle ragazze giungevano da tutta la Grecia e altrove sperando di finire nella lista degli eredi. Particolarmente a lui, anche se brutto e vecchio, erano attratti i ragazzi sui vent'anni con i quali passava ore felici tra amore e discorsi, e lo stesso avveniva con le ragazze. Tuttavia Polistrato rivela all'amico che questi erano degli imbroglioni e che si vendevano anima e corpo per arraffare i suoi beni dopo la morte. Continuando a parlare Polistrato narra al collega di un giovane proveniente dalla Frigia il quale era innamorato di lui non per i soldi ma per il carattere e la benevolenza. I due si volevano assai bene e così prima di morire Polistrato lasciò tutta la sua eredità a lui.

X dialogo: Caronte, Mercurio e diversi morti[modifica | modifica wikitesto]

Attraversamento di Dante e Virgilio del fiume Stige (Gustave Doré)

Durante una delle tante situazioni in cui Caronte deve traghettare con la barca le anime dei defunti attraverso l'Acheronte, si presentano al vegliardo una folta schiera di dannati. Tra loro vi è il noto Menippo di Gadara. Caronte, visto che la sua barca non ce l'avrebbe fatta a portare così tante persone e che di sicuro si sarebbe ribaltata (fatto mai avvenuto fino ad allora), chiede aiuto al buon dio oratore Mercurio (Ermes). Infatti egli comanda ai morti di spogliarsi di tutti i loro averi e di salire sulla barca; Menippo avrebbe aiutato Caronte e le anime nel procedimento.

Il dialogo è assai importante quando arrivano pian piano i morti che narrano brevemente i loro mestieri e le loro qualità, perché verranno spogliate da Mercurio e Menippo proprio di questi pregi, affinché per l'Oltretomba rimangano loro solo le parti peggiori. Quindi non solo le anime verranno private dei vestiti e dei pesi delle ricchezze, di trofei e di altri premi, ma anche delle loro qualità di lavoratori, pensatori e parlatori, come succede nel caso di un filosofo. Mercurio, procedendo nell'impresa, ad un certo punto invocherà il padre Giove affinché gli dia la forza per proseguire, essendo provato e allo stesso tempo contro le aspettative delle anime le quali credono di portarsi nel regno ultraterreno dell'Ade tutti i loro beni mondani.

XI dialogo: Diogene e Crate[modifica | modifica wikitesto]

I due morti si mettono a dialogare sulla sorte dei parenti Mirico e Aristea, entrambi commercianti. Infatti loro avendo molti quattrini si scambiavano carezze l'un l'altro per arraffare l'eredità del primo che sarebbe morto. Perfino gli Dei patteggiavano e scommettevano su chi per primo sarebbe caduto, visto che continuavano ad accumulare denaro per arricchire ancor di più la dote, fino ad un tragico imprevisto. Entrambi i cugini morirono nello stesso giorno e così i guadagni passarono a due imbroglioni che perirono poco dopo durante un viaggio a Sicione. Commentando l'accaduto Crate dichiara all'amico di non essersi dovuto dolere molto durante il trapasso, visto che egli conteneva a differenza delle ricchezze dei defunti solo la sua sapienza, dono del filosofo Antistene di Rodi. Diogene ridendo gli comunica che l'intelligenza è un grande dono perché dev'essere sempre coltivato altrimenti si guasterebbe.

XII dialogo: Alessandro, Annibale, Minosse e Scipione[modifica | modifica wikitesto]

I tre nobili condottieri e generali Alessandro il Macedone, Annibale Barca e Scipione l'Africano si trovano al cospetto di Minosse, noto re dell'isola di Creta. Egli dopo morto essendo stato un uomo dalle grandi decisioni in vita, ora per ordine di Ade si trova all'Inferno a giudicare le colpe dei defunti e a stabilire la loro pena in base ai peccati. Annibale e Alessandro si contendono il rango e la fama persino da defunti e il loro litigio viene fermato da Minosse il quale stabilisce di decidere chi fosse il più grande condottiero solo dopo aver sentito le loro imprese.

Incomincia Annibale: egli visse nel III secolo a.C. e fu sovrano dell'Africa e della capitale Cartagine. Compì grandi imprese quali la sottomissione assieme al padre Amilcare e al fratello Asdrubale quali la sottomissione dei Celtiberi e dei Galati e soprattutto fu sconfitto nella seconda guerra punica contro Roma, capitanata da Scipione. Erano circa trent'anni che Roma non si fronteggiava più coi cartaginesi e la nuova guerra che si prepara ad affrontare sarà assai tremenda e peggiore della prima. Oltrepassate le Alpi con l'esercito, Annibale sconfisse l'esercito di Roma in varie battaglie incluse quella del lago Trasimeno e di Canne nel 216 a.C. Respinti in Spagna e poi di nuovo in Italia, i romani grazie a Scipione incominciano a ricacciare a sconfiggere il nemico in vari scontro fino alla battaglia definitiva di Zama nel 202 a.C. dove la guarnigione di Annibale fu completamente debellata.
Continuando a parlare, Annibale ne approfitta per ingiuriare Alessandro, ritenuto da lui un rampollo che ha avuto sin da giovane la strada spianata verso il successo, essendo appunto figlio del sovrano Filippo il Macedone.

Alessandro il Grande

Inoltre Annibale, nemico dichiarato della civiltà greca e romana, ammette di non concepire alcune usanze di Alessandro come leggere in continuazione l'Iliade di Omero o pregare gli Dei affinché gli avessero concesso la vittoria durante la battaglia contro la Persia e Dario III. Infatti nel dialogo secondo Annibale un condottiero doveva essere fiero ma non troppo pomposo e pieno di onori da renderlo simile a un dio; bensì astuto e feroce, facendo appello solo al suo intelletto e alla virtù.

A questo punto Minosse concede ad Alessandro di parlare. Innanzitutto egli trovò un regno sconvolto dopo l'improvvisa morte del padre vittima di una congiura. Infatti Filippo perì per mano di un suo amante e guerriero di nome Pausania, poi Alessandro, divenuto sovrano, fu costretto a sedare la ribellione di Tebe, città greca sempre nemica dichiarata del governo della Macedonia. Rasa al suolo la città tranne la casa del poeta defunto Pindaro, uomo sempre amato assieme all'intera letteratura greca da Alessandro, il giovane re partì per l'Asia con un solo scopo: liberarla dalla presenza della Persia. Oltre a ciò Alessandro sentiva il profondo desiderio di far conoscere la cultura del suo paese della Grecia al mondo intero, e per far ciò il sovrano Dario doveva essere sconfitto. Le battaglie memorabili di Alessandro Magno contro Dario III furono tre: la prima combattuta nel fiume Granico, la seconda ad Isso e la terza presso la colonia di Gaugamela. Dario sconfitto disastrosamente sebbene disponesse di un esercito assai più imponente di quello del nemico, fu inoltre tradito dai suoi consiglieri che lo uccisero mentre si accingeva a tornare presso Babilonia. Alessandro fece una cose che nessun monarca avrebbe mai immaginato di compiere, inseguì, trovò e uccise tutti i congiurati e diede sepoltura al re, anche se poco tempo dopo distrusse un suo palazzo.

Ottenuto il dominio supremo e comandando l'intera Asia dalla città di Babilonia, Alessandro continuò ad inseguire il suo sogno di conquistatore e colonizzatore fondando varie città a cui dette il nome di "Alessandria" (inclusa quella d'Egitto) fino ai confini dell'India. Lì a causa dell'estrema distanza dalla sua patria, del morale basso degli uomini e soprattutto per le cattive condizioni climatiche e per l'ostilità dei popoli che l'uomo occidentale non conosceva, Alessandro fu costretto a ritornare presso Babilonia. Ma la ritirata fu dura attraverso il deserto e infine Alessandro, forse avvelenato, morì a trentadue anni nel 323 a.C.
Dopo aver raccontato la sua storia, il sovrano macedone dichiara sia a Minosse che ad Annibale che non è colpa sua se sulla Terra lui era considerato come il migliore dei sovrani e dipinto come un dio, tuttavia si ritiene felice e soddisfatto di aver introdotto il suo progetto di riunire tutti i domini del mondo allora conosciuto in un'unica unità dove non era sovrano il potere tirannico ma lo spirito aperto e colto dell'uomo. Inoltre concludendo Alessandro ingiuria Annibale paragonandolo ad un uomo rozzo e crudele che pensa solo al potere e a conquistare popoli, specialmente mirano alla loro distruzione fisica e morale, come tentò di fare con Roma.

Infine sulla scena giunge anche un terzo personaggio: Scipione l'Africano che sconfisse Annibale nella guerra cartaginese contro Roma. Visto che egli in vita dimostrò grande humanitas nei confronti degli stranieri, inclusi i Cartaginesi, fondando inoltre in Italia il Circolo degli Scipioni, luogo destinato alla conversazione e alle riunioni con i poeti e gli scrittori più famosi del tempo per favorire la cultura nella provincia, Minosse infine decide il suo verdetto. Alessandro sarà il primo fra i condottieri più famosi del mondo fino ad allora, Scipione secondo e Annibale ultimo ma non meno importante.

XIII dialogo: Alessandro e Diogene[modifica | modifica wikitesto]

Alessandro Magno raffigurato come il dio Elio, il Sole

Alessandro, trovandosi da poco all'Inferno, incontra il filosofo Diogene. Già tra i due vi era stato un precedente incontro quando entrambi erano in vita: Alessandro, passando per il deserto, si fermò per vedere il filosofo che viveva praticamente di rendita, ma sempre mantenendo un aspetto fiero. Quando Alessandro gli chiese di cosa aveva bisogno, visto che gli appariva come un mendicante, Diogene rispose se il re poteva scostarsi visto che gli faceva ombra e lui voleva essere illuminato dalla luce della sapienza.

Ora negli Inferi Diogene, felice di rivedersi con quel giovane, gli chiede come mai sia morto, dato che molti oracoli, quali quello di Ammone nell'oasi egiziana di Siwa gli aveva predetto di essere il vero figlio di Zeus sceso sulla Terra. E oltre a ciò vi erano le dicerie sulla madre Olimpiade d'Epiro la quale si sarebbe congiunta con un serpente (in realtà Dioniso) e che presiedesse di notte riti satanici in un bosco. Alessandro quindi conclude che tutto ciò chiaramente era stato falso visto che lui è sempre stato un mortale e che morì di malattia (o avvelenamento). Continuando a parlare, Diogene chiede cosa sia avvenuto del corpo del giovane sovrano e Alessandro gli risponde che inizialmente Perdicca, dopo aver ricevuto in punto di morte da lui il comando dell'impero d'Asia, lo portò assieme a Tolomeo in Babilonia ma che successivamente il cadavere sarebbe stato condotto in Egitto per essere imbalsamato e poi mummificato come un faraone. Alla domanda di Diogene se lui ogni tanto si ricordasse di tutte le sue conquiste e di tutti i suoi momenti più belli della vita, Alessandro scoppia in pianto, maledicendo inoltre gli insegnamenti di Aristotele che gli aveva impartito da ragazzo, visto che il filosofo puntava solo a far spiccare la bravura letteraria di Alessandro, frenandolo nei suoi progetti ambiziosi di conquista.
Dato che il giovane appare sempre più sconvolto, Diogene gli consiglia di recarsi presso il fiume Lete e di berne l'acqua che aveva i poteri di far dimenticare alle anime tutti i ricordi della loro vita mortale. Il filosofo esorta Alessandro a sbrigarsi anche perché di lì stavano passando le anime di Parmenione e Clito il Nero, entrambi condottieri amici del sovrano macedone che però furono sospettati da lui stesso di tradimento e fatti ammazzare.

XIV dialogo: Alessandro e Filippo[modifica | modifica wikitesto]

Testa di Alessandro il Macedone (British Museum)

Alessandro e Filippo suo padre si ritrovano a parlare dopo il colloqui con Diogene. Anche qui Filippo coglie l'occasione per rammendare al figlio di aver sbagliato nella vita a farsi dipingere e ad apparire in pubblico come un Immortale, visto che era figlio suo e che l'oracolo di Zeus Ammone aveva predetto solo fandonie per atterrire i nemici. Infatti oltre a ciò Filippo rimprovera il figlio di non essersi comportato nelle battaglie come lui che era intento sempre a farsi valere e a fronteggiare popoli ignoranti e feroci. Invece per Filippo Alessandro preferiva combattere al fianco di uomini da poco più valenti nella poesia che nell'uso della spada e che soprattutto vinse facilmente la Persia perché corrotta all'interno dal potere e dalla lussuria. Infatti, come ricorda Filippo, i Grandi Re persiani quali Dario I e il figlio Serse furono già debellati un centinaio di anni prima inizialmente a Maratona nel 490 a.C. e poi a Salamina nel 480 a.C.

Moneta ritraente Filippo II di Macedonia

Tuttavia a questo punto Alessandro perde la pazienza anche perché Filippo ha definito turpe e quasi morboso il suo attaccamento e more per il compagno Efestione, così risponde per le rime dicendo di aver sofferto molto di più nella sua campagna militare contro la Scizia e il popolo dell'India e che soprattutto egli, a differenza del grezzo padre, non si comperava le vittorie corrompendo il nemico e che soprattutto rispettava i diritti degli sconfitti come la moglie di Dario III che non uccise quando Alessandro fece il suo ingresso trionfale a Babilonia. Ma Filippo coglie un'ulteriore occasione per rimettere in guardia il figlio ricordandogli l'uccisione di Clito il Nero, valente generale greco già fedelissimo a Filippo e poi dopo la sua morte nel 336 a.C. al successore. Infatti durante un banchetto serale in un villaggio dell'India Alessandro aveva ecceduto nel bere e si stava rendendo ridicolo assieme ai compagni e agli araldi indigeni i quali offesero alcuni usi della Grecia, facendolo andare in bestia. Clito offese inizialmente gli indiani e poi Alessandro che era intervenuto in loro difesa, dicendogli di essere solo un ambizioso che aveva completamente dimenticato la sua patria e i suoi doveri di condottiero; inoltre Clito dichiara di essersi trovato meglio quando lavorava per Filippo, lodandone le imprese. A questo punto Alessandro andò in bestia e lo trafisse con la lancia.

Tuttavia Alessandro, ormai messo in difficoltà dalla severità del padre, risponde ancora parlando della sua impresa contro il popolo indiano degli Ossidrachi, ricordandone la sanguinosa battaglia. Allora Filippo lo beffeggia definitivamente dicendogli che un dio, o perlomeno un uomo che si ritiene di esserlo come Alessandro protetto da Ammone, non avrebbe di certo permesso che fosse ferito dalle lance e dalle frecce durante uno scontro; e che inoltre non si sarebbe fatto subito portare via in salvo dagli amici, in caso di ferimento, mentre poco prima era in testa ai suoi durante un assedio. Alessandro tenta di ricordare un altro assedio: quello dell'Aorno svoltosi sempre in India vicino al monte Caucaso dove fu incatenato Prometeo da Zeus e dichiara che solo il possente Eracle e il dio ebbro Dioniso furono capaci di tali imprese di scavalco di monti. Ma ormai la sentenza di Filippo è decisa e alzando la voce conferma ad Alessandro che ormai non c'è più niente da fare e che è inutile piangere sul latte versato e di lasciar perdere le opinioni dei mortali su di lui, perché oramai Alessandro è morto e morto sarà per sempre.

XV dialogo: Achille e Antiloco[modifica | modifica wikitesto]

Achille uccide un giovane troiano

Achille, valente eroe greco che combatté contro Troia e Antiloco, uno dei molti figli del saggio re Nestore, sono ormai morti da tanto. Quando Ulisse, l'eroe greco dal multiforme ingegno e dai mille inganni, scese all'Inferno sotto comando della maga Circe per convocare l'indovino Tiresia affinché gli spiegasse cosa sarebbe accaduto durante il suo viaggi di ritorno verso Itaca, Achille lo incontra. Infatti prima di vedere l'anima di Tiresia, Ulisse vede innanzitutto Agamennone, sovrano di Argo e fratello di Menelao il quale gli comunica di guardarsi sempre dalla furia assassina delle donne perché sarebbe capitato che potesse essere ucciso in futuro da sua stessa moglie una volta ritornato in patria, come accadde per lo stesso re defunto con la moglie Clitemnestra. Dopodiché Ulisse incontra lo spirito piangente di Achille il quale, da grande eroe semidio qual era nella terra dei vivi, ora nel mondo dei morti si ritrova ad esserne loro sovrano. Achille sospirando comunica all'eroe che avrebbe preferito essere il peggior e più maltrattato servo del maggior crudele padrone della Grecia piuttosto che regnare su delle ombre. A questo punto, dopo che Ulisse risale nel mondo dei vivi, giunge l'anima di Antiloco il quale rimprovera severamente l'eroe di essersi abbandonato a tali forme patetiche di pianto e sofferenza, ricordandogli chi veramente fosse sulla Terra. Dato che Achille appare inconsolabile, anche se è cosciente della legge che grava sulle anime, condannate ad essere dimenticate e ad essere l'una uguale all'altra nell'Ade, Antiloco gli ricorda che la Morte avviene per tutti e che non bisogna dispiacersene perché è solo il passaggio da uno stato ad un altro. Infatti egli gli comunica che presto sarebbe morto anche il valente Ulisse e che di nuovo tutti gli eroi si sarebbe di nuovo rincontrati in quell'antro oscuro per ricordare insieme le imprese di un tempo.

XVI dialogo: Eracle e Diogene[modifica | modifica wikitesto]

Gaetano Gandolfi: Diogene ed Alessandro Magno

Il filosofo Diogene Sinopeo e Eracle si ritrovano a parlare insieme su un antro dell'Inferno. Il buon sofista chiede ad Eracle come egli sia morto dato che egli era figlio di Zeus e questi gli ribatte che lui era solo l'ombra di sé stesso mentre la sua vera essenza era stata portata sull'Olimpo e resa divina dal padre.

Ercole libera Deianira e uccide Nesso (affresco conservato nel Museo di Napoli)

Allora Diogene coglie l'occasione per sbeffeggiare l'eroe chiedendogli se veramente il padre avesse compiuto ciò e che non avesse sbagliato facendo salire in Cielo l'ombra e non la sua vera essenza, facendo montare Eracle su tutte le furie. La minaccia fa ancora più sganasciare dalle risate il filosofo il quale, essendo morto, non può subire alcun male; dopodiché esorta l'eroe a raccontare le sue origini e il momento della sua fine.

Anfitrione era partito in una spedizione contro dei nemici e la moglie Alcmena era rimasta sola in casa. Al che, Zeus prende immediatamente le sembianze del marito, sostenuto dal figlio Ermes che si tramuta nel servo Sosia, per consumare tre notti d'amore con la donna. Infatti il Padre degli Dei aveva ordinato alle Ore, al dio Sole e a tutti gli altri dei di far scendere sulla Terra la notte per tre giorni e tre notti, affinché i due non fossero disturbati. Venuto alla luce, il piccolo Eracle viene affidato alle cure di Dioniso per istruirlo nell'arte della musica e del ballo e dal centauro Chirone nell'arte della lotta e della guerra.
Tuttavia dopo qualche anno dallo sposalizio con Deianira Eracle e sua moglie s'imbattono in un centauro: Nesso che tenta di rapire Deianira, ma Eracle lo trafigge appena in tempo. Negli ultimi istanti di vita Nesso si rivolge a Deianira dichiarandole di intingere una tunica nel suo sangue e di metterlo sulle spalle del marito, se questi un giorno si fosse innamorato di un'altra. Deianira bagna la camicia del sangue e si accorge che dopo qualche anno ancora Eracle non comincia più a darle le attenzioni di un tempo, così gli mette la tunica. In realtà il centauro aveva mentito perché il suo sangue è avvelenato e si attacca alla pelle causandole dolori micidiali tanto che Eracle, pazzo di follia, erige una pira e vi si dà fuoco.

A questo punto Diogene conclude che le essenze di Eracle non sono due bensì tre: ovvero la prima divina risiede sull'Olimpo, la seconda mortale è cenere bruciata sulla Terra e la terza è l'ombra che vaga nell'Inferno. Stupito l'eroe gli chiede di sia e il filosofo si rivela.

XVII dialogo: Menippo e Tantalo[modifica | modifica wikitesto]

Tantalo in un dipinto di Gioacchino Assereto

L'anima di Menippo di Gadara s'imbatte nel dannato Tantalo il quale è costretto da Zeus a soffrire la fame e la sete, anche se non ce l'ha, impedendogli di rifocillarsi e di abbeverarsi. Mosso dalla curiosità di sapere se veramente gli dei conoscessero tutte le azioni dei mortali, un giorno servì loro le carni del figlio Pelope. Tutti gli dei, tranne Demetra che era addolorata per la scomparsa della figlia Persefone, ovviamente rifiutarono il banchetto sacrilego e, risuscitato Pelope, gli sostituirono una spalla (mangiata da Demetra) con una di avorio. Altri autori antichi, come Pindaro, rifiutano questo tipo di misfatto credendo che invece il figlio Pelope fosse stato rapito da Poseidone, dio del mare, in preda alla passione e che fosse stato portato da costui sull'Olimpo per fargli da coppiere. Per tutte le offese agli Dei, Tantalo, dopo la morte, fu gettato nell'Ade dove, a memoria eterna del suo misfatto, non poteva né cibarsi né bere, nonostante fosse circondato da cibo e acqua. Tantalo, infatti, era legato ad un albero da frutto carico di ogni qualità di frutti, fra i quali pere e lucide mele, in mezzo ad un lago la cui acqua arrivava fino al suo mento. Ma non appena Tantalo provava a bere il lago si asciugava, e non appena provava a prendere un frutto i rami si allontanavano, o un alito di vento improvviso li faceva volare via lontano dalle sue mani.[1]

XVIII dialogo: Menippo e Mercurio[modifica | modifica wikitesto]

Menippo e il dio messaggero Mercurio (Ermes) scorgono nelle cave dell'Oltretomba varie anime orribilissime: quelle delle donne che causarono sciagure ai mariti e ai valenti eroi di un tempo. Menippo, stanco di stare con gli uomini, vorrebbe incontrare lo spirito di qualche bella fanciulla ad esempio Elena di Troia, quella che scappando da Menalo con Paride fece causare la guerra di Troia. Mercurio gliela mostra e ciò che appare a Menippo è un teschio scarno e marcio, tanto raccapricciante da far quasi svenire Menippo sebbene fosse già morto. L'anima domanda al dio cosa sia accaduto a quelle anime e Mercurio risponde che tutti quelli artefici di grandi sciagure sulla Terra ora all'Inferno appaiono orrendi e ossuti, l'esatto contrario della sfavillante bellezza e sensualità che emanavano e scagionavano sulla Grecia.

XIX dialogo: Eaco, Protesilao, Menelao e Paride[modifica | modifica wikitesto]

Morte di Piramo e Tisbe, affresco di Pompei

Tutti quanti i protagonisti hanno a che fare con la triste vicenda di Protesilao il quale fu ucciso appena sceso dalla nave sulla spiaggia di Troia durante il famoso assedio greco. Qualche giorno prima della guerra di Troia il giovane Protesilao s'innamora perdutamente dell bella Laodamia, figlia di un nobile sovrano acheo che ha prestato giuramento sull'onore di Elena, se fosse stata rapita. Accade che il giovane principe troiano Paride, giunto con un'ambasceria a Sparta, s'invaghisce della moglie di Menelao e se la porta a Troia. Tutti i capi achei si preparano per la spedizione contro i nemici, sebbene il padre di Laodamia protesti. Tuttavia il re decide di ordire un astuto complotto e manda l'ignaro Protesilao assieme ai guerrieri, promettendogli la mano della sua amata.
Il giovane parte ma, a causa della dea Afrodite (altri dicono per colpa di Ulisse), Protesilao scende per primo sul suolo nemico e viene trafitto da una lancia di Ettore.
La notizia vola fino in Grecia all'orecchio di Laodamia che scoppia in pianto e prega gli Dei affinché gli concedano un'ultima notte d'amore con il suo Protesilao. Gli dei commossi accettano la richiesta di Laodamia e fanno resuscitare per una sola notte Protesilao. Giunti gli amanti in camera, Laodamia chiede al suo amore di posare per lei, affinché possa fabbricare con la cera una statua simile a lui, per poterlo abbracciare piangendo ogni notte.
Protesilao accetta a malincuore e così ogni notte la povera Laodamia si stringe alla statua sospirando e gemendo. Il padre la scorge dal buco della serratura e ordina che la statua venga bruciata in un calderone. Quando la scultura di cera viene gettata, anche Laodamia si butta tra le fiamme.

Ora che Protesilao è all'Inferno, non sa con chi prendersela e quindi i suoi interlocutori lo confondono l'uno addossando la colpa all'altro e lo sfortunato innamorato cade imbrogliato ai loro trabocchetti, fin quando non gli dicono che la colpa della sua morte fu di Amore che colpisce tutti con le sue frecce incantate.

XX dialogo: Menippo, Eaco ed alcuni filosofi[modifica | modifica wikitesto]

Socrate insegna ad un giovinetto, dipinto di José Aparicio

Menippo ed Eaco si trovano in giro per l'Inferno e passeggiando scorgono le anime di molti che furono dei veri giganti sul mondo dei vivi. Inizialmente i due passano attraverso le porte dell'Oltretomba, incontrando il nocchiero Caronte sulla barca nel fiume Acheronte, poi le tre Erinni, dee mostruose che perseguitavano i matricidi ed infine il terribile cane gigante a tre teste Cerbero. Tra gli eroi si scorgono Achille, Agamennone, Menelao, Ulisse e Diomede i quali sono in preda a grandi accessi d'ira e di pianto ora che sono morti e impotenti, costretti a rimpiangere per sempre la loro grande vita da guerrieri valenti. Successivamente i due viaggiatori incontrano i condottieri più famosi dell'Ellade e della Persia quali Alessandro Magno e Serse I. Menippo non si trattiene da pronunciare un'invettiva contro il sovrano persiano il quale durante la campagna militare contro la Grecia fece costruire un ponte enorme tra la città di Abydos e il monte Athos. Dato che all'inizio una tempesta impedì la costruzione, il sovrano persiano per far comprendere a tutti la sua potenza, anche alle cose materiali e naturali inanimate, fece flagellare con le fruste e le torce il fiume Ellesponto visto che si era permesso di contrastare, secondo l'ottuso re Serse, i suoi piani. Tra i filosofi invece i due incontrano Pitagora, Talete di Mileto, Empedocle, Solone e Socrate. Pitagora vuole da Eaco delle fave perché è costretto a patire la fame, Empedocle è depresso per il suo presunto suicidio sul Monte Etna in Sicilia e Socrate appare il più tranquillo tra tutti. Infatti egli chiede notizie da Atene, città dove risiedeva e filosofeggiava, e gli viene risposto che i suoi allievi ora gli hanno preso il posto predicando le loro teorie, tuttavia non rispettando i canoni prestabiliti da Socrate. Infatti il filosofo ammette di aver predetto ciò, visto che il vero sofista e sapiente appare grande umile solo riconoscendo di non poter conoscere in una vita tutti i segreti delle cose materiali e spirituali, appunto in quanto umano e quindi mortale. Appunto egli si aggirava per le strade di Atene cercando di far ragionare le persone riguardo tale principio, visto che tra i molti cittadini vi erano delle persone che con presunzione ammettevano di sapere molte cose, non conoscendole affatto in realtà.

Terminato il colloquio, Eaco e Menippo salutano i filosofi e proseguono per la loro strada.
Il dialogo è di particolare importanza perché ha molte analogie con i colloqui di Dante Alighieri e Virgilio con le anime nei canti dell'Inferno. Oltre a ciò anche in questo colloquio, come nella Divina Commedia le anime dei maggiori pensatori di un tempo rimpiangono la patria e il destino che si catapulterà contro i crudeli e i superbi, come in tal caso con Socrate che pronuncia un'invettiva contro la presunzione di Atene, sua patria.

XXI dialogo: Menippo e Cerbero[modifica | modifica wikitesto]

Cerbero in un ritratto di William Blake

Menippo, da codardo e imbroglione qual era, interroga il cane enorme Cerbero, guardiano di una delle porte degli Inferi affinché gli riferisca come avvenne il passaggio di Socrate dalla vita alla morte. Infatti il filosofo era stato condannato dai suoi stessi concittadini a bere la cicuta, potente veleno ricavato da una particolare pianta, visto che era stato accusato di corrompere le menti dei giovani con false idee e di non credere negli Dei. Sebbene Socrate si fosse difeso in piazza nel 399 a.C. smantellando brillantemente tutte le accuse facendole apparire insensate a mosse contro di lui da gente invidiosa e ignorante, non ci fu niente da fare, ma lui stesso da grande stoico andò incontro al suo destino non tentando minimamente di fuggire da Atene o di abbandonarsi a forme patetiche di pentimento supplicando la giuria.
Tuttavia Cerbero afferma che Socrate una volta morto si fosse veramente reso conto di ciò a cui stava andando incontro e che soprattutto una volta accostatosi all'orlo della voragine dell'Oltretomba si fosse messo a piangere come un bambino quando il guardiano canino lo addentò al piede per trascinarlo in mezzo alle anime. Benché inizialmente spaventato, continua Cerbero, Socrate alla fine si abituò al clima lugubre dell'Inferno, oppure fece e continua a far finta di trovarsi bene, manifestando però in entrambi i casi grande forza e spirito combattivo. Invece Menippo, ammette assieme al guardiano di essere un cane visto che in vita pensò solo ai guadagni ed ora, sebbene accetti di essere morto, sbeffeggia chi si sente più intimorito e chi morì per tragici eventi.

XXII dialogo: Caronte, Menippo e Mercurio[modifica | modifica wikitesto]

Rapimento di Proserpina (Persefone) da parte di Plutone (Ade)

Caronte traghetta oltre il fiume Acheronte il mortale Menippo appena trapassato. Tuttavia al momento di pagare l'obolo per il nocchiero, com'è usanza nella mitologia greca, Menippo si accorge di non averlo e così si accende una feroce disputa tra di due. Menippo cerca di dissuadere Caronte dall'esigere il soldo, dicendogli che lo ha aiutato a remare durante la traversata e di aver sofferto più di tutte le altre anime. Ma Caronte non vuole requie e così interviene Mercurio, dicendo al vecchio marinaio di aver scortato sulla sponde dell'inferno una delle maggiori personalità della Grecia, famosa per essere assi ricca ma anche generosa e parsimoniosa. Lo sciocco nocchiero si lascia abbindolare e consente il passaggio borbottando.

XXIII dialogo: Protesilao, Plutone e Proserpina[modifica | modifica wikitesto]

Protesilao è appena morto per un trucco di Tetide, madre di Achille. Infatti durante le prime fasi dell'assedio di Troia le navi degli Achei sbarcarono sulla spiaggia ma una profezia oscura aveva predetto che il primo guerriero a scendere sul suolo nemico sarebbe caduto subito ucciso. Così Tetide per non far morire il figlio adorato spinse dall'alto dell'Olimpo Protesilao facendolo cadere per terra, appena egli si rialzò fu trafitto da una lancia del principe troiano Ettore. Ora che egli è all'Inferno si dirige nella sala dei sovrani Ade e Persefone affinché gli concedano di rivedere almeno per pochi istanti un'ultima volta la sua sposa Laodamia. All'inizio Ade nega il permesso, ma poi le suppliche dell'anima hanno la meglio sull'animo di Persefone. Infatti tale caso per la regina è molto simile alla sua storia con il Signore degli Inferi. Quando era fanciulla lei assieme alla madre Demetra (Cerere), la dea dell'abbondanza e dell'agricoltura, si divertiva a giocare sui prati della Terra, raccogliendo fiori di ogni genere. Ma un giorno mentre Persefone era intenta nel giocare con le amiche una voragine si aprì sul terreno e Ade comparve con il suo cocchio nero di cavalli infernali e la rapì in un batter d'occhio portandola all'Inferno. Dato che la madre non si dava pace, Zeus, dopo molti anni passati dal terribile avvenimento si accordò con Ade affinché la ragazza passasse una parte dell'anno con la madre e l'altra nell'Oltretomba. Durante il periodo roseo Demetra faceva crescere piante e frutti do ogni tipo e nel periodo buio non faceva spuntare nulla dalla terra. Così nacquero le stagioni.

Avviene così che Persefone, commossa dalla preghiere di Protesilao, gli concede assieme al marito Ade il permesso di rimanere solo una notte con la sposa amata.

XXIV dialogo: Mausolo e Diogene Sinopeo[modifica | modifica wikitesto]

Mausolo, noto satrapo persiano per la costruzione del primo mausoleo della storia, ora si ritrova all'Inferno a conversare con il filosofo Diogene. Egli loda le sue imprese in Lidia, in Persia e in Africa, citando specialmente la costruzione della tomba più grande che un monarca potesse mai meritarsi per essere ricordato presso Alicarnasso; tuttavia viene frenato dalla saggezza di Diogene. Infatti l'uomo gli dichiara che oramai essendo morto tutto ciò che ha fatto nella Terra non gli riguarda più, sebbene fosse ancora ricordato nella sua patria, ma ciò è strettamente collegato ai vivi. Dunque Mausolo rimane alquanto sconcertato e chiede a Diogene se anche la sua tomba sia stata una cosa inutile, e lui ribatte che egli non potrebbe fare a meno di odiarla ora che è defunto.

XXV dialogo: Nireo, Tersite e Menippo[modifica | modifica wikitesto]

Tersite e Nireo si trovano all'inferno da tanto tempo e incontrano l'anima di Menippo il Piantagrane. Entrambi i morti furono tra i combattenti della guerra di Troia. Nireo Insieme a numerosi altri pretendenti, desiderò sposare Elena, la quale tuttavia fu assegnata per un sorteggio a Menelao. Legato per un giuramento quando la donna fu rapita da Paride, si unì alla flotta achea con un ausilio di solo tre navigli. Durante lo sbarco in Misia, gli Achei si scontrarono col re del posto, Telefo, figlio di Eracle, il quale aizzò il suo esercito contro gli invasori. La stessa moglie di Telefo, Iera, che è nominata da alcuni autori col nome di Laodice o Astioca, la quale secondo alcuni era una sorella di Priamo, riunì un esercito di donne guerriere e aiutò il marito nel respingere gli assalitori, venendo uccisa proprio da Nireo, mentre Telefo veniva gravemente ferito con una lancia da Achille. Nireo venne ucciso la notte della caduta di Troia da Euripilo, figlio di Telefo, il quale era giunto in aiuto di Priamo dalla Misia, insieme ai suoi uomini. I Greci lo seppellirono con onore. Pare che in epoca storica moltissimi viaggiatori si fermassero nella Troade ad ammirare la sua presunta tomba. Una seconda versione sostiene che Nireo non morì ucciso in questa guerra ma che avesse accompagnato l'amico Toante nei suoi viaggi, dopo la presa di Troia.
Tersite è tutto il contrario di Nireo, anziché bello egli era bruttissimo e deforme, inoltre usava molto l'astuzia al posto dell'audacia e dell'onestà e soprattutto si divertiva ad ingiuriare le azioni più turpi e oltraggiose che commettevano gli eroi i quali tanto venivano pre-glorificati come Dei. Infatti si ricordano l'ingiuria scagliata da lui contro Agamennone il quale, passati nove anni dall'inizio dell'assedio a Troia, non era ancora riuscito ad espugnarla e ora stava progettando di ripartire per la Grecia facendo finta che non fosse successo niente. Tersite profitta dell'occasione per rinfacciarli tutte le fatiche che hanno sopportato i soldati mentre il re se ne stava nella sua tenda a crogiolarsi nelle ricchezze dei bottini di guerra e soprattutto per aver offeso Achille dopo la contesa con la schiava Briseide, pretendendo di voler essere risarcito con moltissimi doni da parte dell'esercito. Tuttavia Tersite viene immediatamente ammonito e picchiato da Ulisse che lo fa tacere; successivamente verrà ucciso da Achille dopo un'ennesima ingiuria.

Nel dialogo i due eroi sono talmente tardi anche da defunti che appaiono come due scheletri, tanto orrendi da essere l'uno più brutto dell'altro; tuttavia chiedono a Menippo chi dei due sia il più bello; Tersite addirittura imbroglia dichiarando che il poeta Omero il quale cantò le gesta degli eroi della guerra di Troia era talmente cieco da essersi sbagliato nel descriverlo come un essere ripugnante. Dopo aver riflettuto a lungo, Menippo conclude che nessuno all'inferno è brutto o stupendo in volto, essendo tutte le anime fedeli ad un unico principio dell'uguaglianza.

XXVI dialogo: Menippo e Chirone[modifica | modifica wikitesto]

Busto di Antistene

Menippo nel suo peregrinare nell'Oltretomba incontra Chirone, il centauro immortale che addestrò nell'arte della poesia e della guerra molti eroi e De quali Dioniso, Eracle, Teseo ed Achille. Menippo si stupisce nel vederlo dato che lui, sebbene divino, abbia deciso di morire. Infatti la bestia gli comunica di aver fatto tale scelta perché stufo di vivere tante centinaia di anni, costretto a vedere i suoi amici più cari morire, mentre lui restava sempre in vita assieme al mondo e alla natura che ora gli pareva tutta uguale e senza senso. Menippo però lo contraddice dicendogli che anche all'inferno, una volta conosciutolo tutto si sarebbe annoiato, concludendo che ognuno deve accontentarsi di ciò che gli capita.

XXVII dialogo: Diogene, Antistene e Crate[modifica | modifica wikitesto]

I filosofi Diogene il Cinico e Antistene si ritrovano assieme a Crate a discutere riguardo alla disperazione che provano i defunti quando vengono traghettati da Caronte all'Inferno. Tra questi i tre scorgono Arsace II della Persia il quale si lamentava ancora per una sua ferita all'inguine. E difatti Antistene narra che durante una battaglia il sovrano fu trafitto assieme al cavallo nel punto che gli ha sempre doluto fino alla morte. La cosa stupefacente del racconto era che, secondo il filosofo, durante l'assedio il cavallo sia fosse scagliato contro la lancia nemica per scavalcare il guerriero, tuttavia venendo trafitto assieme all'inguine di Arsace. Successivamente Diogene introduce il suo discorso parlando di un uomo il quale, essendo ormai tardo in età, non pensava ad altro che ai suoi soldi, dimenticandosi dei suoi giovani nipoti e dei suoi figli. Prima di morire però egli perse tutto e perì con grandi sofferenze. E difatti appena conclude il discorso, Diogene si trova vicino l'anima di un povero il quale si rivelerà essere proprio il protagonista dell'ultimo racconto.

XXVIII dialogo: Menippo e Tiresia[modifica | modifica wikitesto]

Menippo camminando per l'Inferno, incontra l'anima dell'indovino cieco Tiresia e gli domanda come ci si sentisse trasformati in donna. Infatti da giovane Tiresia aveva subito per ira divina una curiosa metamorfosi. Inizialmente egli non era altri che un pecoraio che viveva sul Monte Cillene. Qui vide due serpenti che avevano un copulavano e disgustato dalla scena, Tiresia uccise la femmina. Venendo punito, egli fu tramutato in donna e visse così finché, trovatosi sempre di fronte a due serpenti che copulavano, uccise il maschio ritornando così uomo. Dopo alcuni anni, sull'Olimpo scoppiò una rissa tra Giunone e Giove. Infatti l'uno riteneva che nell'amplesso godesse di più la donna, l'altra diceva che era l'uomo a simulare più orgasmo. Così venne convocato dagli dei Tiresia, già noto per la sua fama d'indovino. Dato che, secondo la preveggenza del mortale, Giove aveva ragione, Giunone, irata per l'affronto, privò della vista Tiresia, ma lo premiò facendolo vivere per sette generazioni.

Concludendo il discorso Tiresia ammette che non era poi tanto disonorevole aver subito tale metamorfosi e che, essendo sterile, non avesse subito vergogna.

XXIX dialogo: Aiace ed Agamennone[modifica | modifica wikitesto]

Aiace e Odisseo (Ulisse) si contendono le armi di Achille (oinochoe conservata al Museo del Louvre)

Aiace Telamonio è uno dei compagni che accorre sul posto dove muore Achille per mano della fidanzata Polissena e delle frecce di Paride scagliate sul suo tallone. Riportato il corpo all'accampamento acheo, si procede al giudizio delle armi dell'eroe, fabbricate dal divino Efesto per volere di Teti, madre dell'eroe.
Aiace si aspetta che Agamennone assegni il premio a lui, dato che si è dimostrato sempre valoroso e combattivo in battaglia, ma Atena, nemica dei greci, con un trucco fa donare al re le armi all'astuto Ulisse. Accecato dalla furia, Aiace giura vendetta e si incammina per i boschi e i pascoli, facendo strage delle capre e delle pecore che trova, prima legandole a dei pali, e poi percuotendole a sangue, spacciandole per i suoi nemici connazionali.

Minosse giudica i dannati (incisione di Gustave Doré)

Dopo un po' Atena fa riacquistare la ragione ad Aiace che si vergogna terribilmente per i crimini che ha commesso. Così l'eroe, dopo aver invocato l'aiuto degli dei e maledetto un'ennesima volta i suoi compatrioti e in particolare Agamennone ed Ulisse, pianta la spada sulla terra con la punta rivolta verso l'alto e vi si getta sopra, facendo bene attenzione e farla penetrare nell'ascella, unico suo punto vulnerabile.

Ora che è all'Inferno egli incontra l'anima di Agamennone che gli chiede se fosse ancora infuriato con Ulisse. Dato che Aiace schiuma ancora di rabbia Agamennone gli comunica freddamente che gli eroi scelsero il re di Itaca per la sua intelligenza e capacità assai perspicace di tessere trame e inganni contro i troiani, a differenza di lui che, sebbene coraggioso e possente, sapeva usare solo la forza in battaglia. Tuttavia Aiace non si contenta di ciò e maledice Teti che è stata così capricciosa da aver fatto riforgiare al dio fabbro Efesto armi nuove per Achille, quando gliele avrebbero potute prestare o regalare i suoi compagni.

XXX dialogo: Minosse e Sostrato[modifica | modifica wikitesto]

Sostrato, famoso ladro che ingannò Ade, viene condotto di fronte al tribunale di Minosse per essere giudicato. Tuttavia l'uomo chiede al giudice da chi proviene il giudizio per i mortali, oltreché al suo, e lui gli risponde che le Parche (Moire) sono le tessitrici della vita umana e quindi anche del loro fato. Quindi Sostrato inizia ad analizzare la situazione dell'animo umano e formula tante domande a Minosse riguardo alla punizione per chi causa la morte di un altro, come ad esempio le congiure di palazzo o gli assedi alle città o addirittura il matricidio. Dalle risposte di Minosse Sostrato conclude che la colpa delle azioni umane ricade su Cloto, la Moira che sfilaccia la corda della vita umana che poi passa a Lachesi che ne delimita la lunghezza degli anni e infine ad Atropo che la taglia, mettendo fine ad un'esistenza. Minosse, ormai scocciato dal filosofeggiare di quell'anima e dalla lunga fila formatasi dietro Sostrato lo lascia passare senza colpa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Diodoro Siculo, libro IV, 74.

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