Dialogo

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Il termine dialogo (dal latino dialŏgus, in greco antico διάλογος, derivato di διαλέγομαι «conversare, discorrere» composto da dià, "attraverso" e logos, "discorso") indica il confronto verbale che attraversa due o più persone come strumento per esprimere sentimenti diversi e discutere idee non necessariamente contrapposte.

Socrate

Il dialogo socratico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Comunicazione filosofica.

Nella filosofia socratica il dialogo è uno strumento che, tramite interrogazioni tra due o più interlocutori, mira alla correzione di un errore iniziale per giungere a una verità condivisa da rimettere sempre in discussione. Socrate non lasciò niente di scritto della sua filosofia perché pensava che la parola scritta fosse come il bronzo che percosso dà sempre lo stesso suono. Lo scritto non risponde alle domande e alle obiezioni dell'interlocutore, ma interrogato dà sempre la stessa risposta. Per questo i dialoghi socratici appaiono spesso "inconcludenti", nel senso non che girano a vuoto, ma piuttosto che non chiudono la discussione, perché la conclusione rimane sempre aperta, pronta a essere sottoposta nuovamente al dialogo. [1]

Come è stato evidenziato [2] tuttavia, la filosofia stessa di Socrate segna il passaggio da un tipo di cultura orale, basata sulla tradizione mimetico-poetica, a una mentalità di tipo concettuale-dialettico, preludio di un'alfabetizzazione maggiormente diffusa. Socrate è ancora l'ultimo rappresentante della cultura orale, ma in lui già si avvertirebbe l'esigenza di un sapere astratto e definitivo, da esprimere in forma scritta, esigenza che sarà fatta propria da Platone che d'altra parte conserverà nello scritto filosofico la forma dialogica che svanirà nelle opere della vecchiaia dove il dialogo sarà semplicemente quello dell'anima con se stessa. Lo stesso Platone d'altronde affermava che la sua filosofia va ricercata altrove rispetto ai suoi scritti.[3]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Dialettica.

La concezione del dialogo espressa nei principi dell'arte dialettica ha attraversato la storia della filosofia fino ai tempi più recenti con la filosofia del dialogo di Guido Calogero che riprende i principi socratici evidenziando i valori morali e politici del dialogo. [4]

Dialogo nella letteratura[modifica | modifica wikitesto]

Come pratica sociale, modello ideologico e forma letteraria, il dialogo appare caratteristico di società a larga facilità di comunicazione. Al tempo stesso, il dialogo è forma espressiva funzionale a culture prevalentemente orali, e la sua stessa utilizzazione come scrittura è una traccia manifesta di una situazione di oralità. [5]

La letteratura utilizza in numerosi modi il dialogo: nell'epica e nella narrativa, sia in versi che in prosa, il narratore può inserire nel suo racconto i dialoghi tra i personaggi attraverso l'uso del discorso diretto e anche i testi teatrali si basano sul susseguirsi di dialoghi.

"Il dialogo, come afferma Giulio Ferroni,[6] costituisce anche un genere letterario specifico, che può essere dedicato ai più vari problemi di ordine filosofico, scientifico, morale, politico: la trattazione teorica si svolge attraverso dialoghi in prosa tra personaggi diversi, reali o fittizi, ambientati spesso in luoghi particolari e definiti". Per risalire al modello «classico» di questo genere si deve andare ai dialoghi filosofici di Platone anche se nelle letterature antiche e nelle letterature moderne ci sono stati altri tipi di dialogo e svolgimenti diversi.

Dialoghi diegetici e mimetici[modifica | modifica wikitesto]

Bisogna intanto distinguere tra i «dialoghi diegetici», come quelli di Bembo e Castiglione che compaiono nel primo Cinquecento nei quali a presentare la situazione del dialogo è la voce dell'autore che, come accade nella narrativa, introduce volta per volta una precisa descrizione di luoghi e dei personaggi, e i «dialoghi mimetici» dove scompaiono i luoghi e restano i personaggi con le didascalie che introducono i discorsi dei personaggi che vengono quindi riprodotti in modo diretto come accade nel testo teatrale.[7]

Lo studioso russo Michael Bachtin ha riconosciuto in molti generi letterari il risultato di un dialogo tra forme, generi e linguaggi differenti e afferma esserci nella tradizione della letteratura europea il dominio del dialogismo, cioè dell'intreccio continuo tra più voci, fra tracce di discorsi differenti, nessuno dei quali viene ad imporsi in maniera assoluta e definitiva. Bachtin sostiene che questa tradizione avrebbe un'essenziale manifestazione nel carnevale e troverebbe la sua forma moderna nel romanzo, genere dialogico, che si svolge in modo polifonico, in cui ogni discorso subisce la suggestione di altri, senza il prevalere di una voce dominante.[8]

In generale, il dialogo è fenomeno tipico della cultura cittadina [9]; in questa prospettiva si contrappone al racconto monologo, prodotto di culture di tipo contadino-popolare o comunque a sociologia poco sviluppata.[10]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il motivo per cui Socrate non scrisse nulla si può anche vedere accennato nel Fedro platonico, nelle parole che il re egiziano Thamus rivolge a Theuth, inventore della scrittura: «Tu offri ai discenti l'apparenza, non la verità della sapienza; perché quand'essi, mercé tua, avranno letto tante cose senza nessun insegnamento, si crederanno in possesso di molte cognizioni, pur essendo fondamentalmente rimasti ignoranti e saranno insopportabili agli altri perché avranno non la sapienza, ma la presunzione della sapienza»
  2. ^ Francesco Sarri, Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, Vita e Pensiero, 1997 (Introduzione di Giovanni Reale p.X)
  3. ^ Platone, Lettera VII, 341 b.
  4. ^ Maurizio Pagano, La filosofia del dialogo di Guido Calogero, Firenze University Press, 2012
  5. ^ Eric A. Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura, Laterza 2006, pp.49-94
  6. ^ Giulio Ferroni, Il dialogo. Scambi e paesaggi della parola, Sellerio, Palermo 1985
  7. ^ Nuccio Ordine, Il Dialogo filosofico nel '500 europeo, FrancoAngeli, 1990 p.29 e sgg.
  8. ^ Giulio Ferroni, op. cit.
  9. ^ Giampiero Cito, Antonio Paolo, Italia Caput Mundi: I segreti delle imprese che per “fare” usano la testa, Rizzoli Etas
  10. ^ Carlo Beneduci, U figghiu du mercanti: (da un racconto popolare vibonese al Dolopathos del XII sec. e oltre), Pellegrini Editore, 1995 p.93

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