Dialetto romanesco nelle arti

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Il dialetto romanesco tradizionale di Roma, ha una sua importanza autonoma, sia letteraria che "culturale", ma la cultura romanesca non si limita alla sua parte letteraria (si pensi ad esempio a Bartolomeo Pinelli o al festival della canzone romanesca di San Giovanni).

In ambito letterario gli scrittori più famosi tra quelli che lo hanno usato sono Giuseppe Gioachino Belli, Trilussa, Cesare Pascarella e Mario dell'Arco.

Un elenco più ampio comprende i seguenti autori ed opere:

Letteratura in romanesco di prima fase[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura in romanesco di seconda fase fino a Belli[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura in romanesco di seconda fase da Belli a oggi[modifica | modifica wikitesto]

Letteratura sul romanesco[modifica | modifica wikitesto]

Il romanesco nello spettacolo[modifica | modifica wikitesto]

In ambito culturale (prendendo il termine con un'accezione ampia) ha avuto importanza nell'ambiente cinematografico e televisivo; a partire dal Dopoguerra infatti, vista la presenza a Roma di Cinecittà, si è spesso usato un miscuglio di italiano e romanesco nelle sceneggiature, in quanto questo dialetto, privato dei tratti più idiolinguistici, si confondeva in qualche modo con l'italiano parlato, allora basato, per volontà del regime, sulla pronuncia romana. In particolare con il neorealismo, il romanesco è stato utilizzato per rappresentare efficacemente una parlata di taglio quotidiano, in controtendenza alla paludata ampollosità degli usi precedenti, giocando la romaneschità del quotidiano contro la romanità della retorica fascista. In questo senso il romanesco fu oggetto di un uso di vasta scala, grazie alla sua vicinanza con la lingua nazionale (cui solo il napoletano veniva fatto seguire, secondo per importo d'utilizzo e di materiale artistico) e perciò ad una supposta sua migliore e più vasta comprensibilità rispetto ad altri dialetti.

A questo si aggiunga la tradizione delle compagnie teatrali e di avanspettacolo cittadine. Bisogna però dire che in realtà quello che si trova nei mezzi di comunicazione ormai non è romanesco ma italiano regionale romano, ovvero una parlata italiana con contenute inflessioni dialettali. Alcuni attori noti (anche) per la parlata romanesca sono Aldo Fabrizi, Anna Magnani, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Gigi Proietti, Carlo Verdone, Renato Rascel.

Tra i registi, colui che ha raffigurato meglio di tutti la Roma tradizionale e il potere temporale dei papi è sicuramente il monticiano Luigi Magni (collaboratore artistico, tra l'altro, della commedia musicale Rugantino).

Capostipiti, comunque, dello spettacolo di rivista e poi cinematografico, sono stati il caustico Ettore Petrolini, assieme al trasformista Leopoldo Fregoli, che vinse anche il festival della canzone romanesca di San Giovanni del 1891. Tuttavia la tradizione teatrale romanesca affonda le sue radici molto più lontano. Solo per un secolo a noi relativamente vicino, l'Ottocento, ci si imbatte nei nomi dei mattatori Filippo Tacconi e Annibale Sansoni, dei commediografi Alessandro Barbosi, Giovanni Giraud (da leggersi giràud), Augusto Topai, Luigi Randanini, e Giggi Zanazzo, degli attori Pippo Tamburri, Oreste Raffaelli e Gastone Monaldi solo per citare quelli (allora, non certo oggi) famosi. Per non parlare del Sor Capanna, stornellatore, del cantore (all'epoca non usava cantautore) Romolo Balzani, autore peraltro di numerose commedie musicali di ambientazione ovviamente romanesca, che ebbero notevole successo, e di Giovanni Mascetti il "Giuseppe Verdi della musica romanesca", o del tenore lirico Tommaso Fiorentini, che fu anche ottimo attore romanesco e a cui si deve tra l'altro il successo di Affaccete Nunziata.

Bartolomeo Pinelli, Vera Trasteverina

Il romanesco propriamente detto, quello di tradizione popolare, è ormai sostanzialmente perduto per gli effetti dell'industrializzazione, per l'influenza dei mezzi di comunicazione di massa, di una diffusa scolarizzazione italofona (non è mai decollato il progetto di insegnare il dialetto a scuola, pure formalmente approvato, per via delle difficoltà finanziarie della Regione Lazio), e soprattutto per la gentrificazione del centro storico e per l'arrivo di grossi flussi migratori in città da molte regioni italiane sin dall'unità d'Italia e ora anche da fuori, ma anche a causa del diffuso pregiudizio piccolo-borghese per cui parlare in romanesco impedisca di mostrarsi benestanti e di far parte della Roma "bene".

Va notato anche che lo sfruttamento turistico del centro storico ha favorito lo spostamento dei romani in periferia, alzando oltremodo i prezzi dei beni di prima necessità, gli affitti e le case, ma ha anche comportato in loco uno spostamento della richiesta di beni in direzioni diverse da quelle tradizionali: molti artigiani e altri bottegai hanno visto ridursi le loro quote di mercato (una popolazione residente non stabilmente come quella turistica non ha bisogno ad esempio di comprare oggetti per la casa) e hanno chiuso oppure si sono spostati in periferia, mentre hanno preso il loro posto alberghi, pub, ristoranti, bar e supermercati. Un esempio significativo è Trastevere, dove la popolazione americana cresce a scapito di quella locale, costretta ad andar via, il mercato di San Cosimato è sostanzialmente morto e l'ospedale pubblico Regina Margherita è stato trasformato in "Guardia medica turistica". Alla festa de Noantri la maggioranza dei partecipanti sono da anni ex-trasteverini in trasferta che solo in questa ricorrenza si ritrovano uniti nel rione perché ormai si sono dovuti stabilire altrove.

Conseguenza di tutto ciò è che ormai il centro storico di Roma non ha più né il ruolo di centro né altro ruolo nella cultura dialettale contemporanea, la quale paradossalmente vive piuttosto nelle periferie che nel centro, come già notava Pier Paolo Pasolini quando il fenomeno era ancora in fase di svolgimento.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]