Meo Patacca

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Pinelli, il Meo Patacca.
Tavola 52: Nuccia accetta Meo Patacca come sposo
Meo Patacca maschera romanesca in un disegno dell'Ottocento

Meo Patacca (Bartolomeo) ovvero Roma in feste ne i Trionfi di Vienna è il titolo di un'opera in versi di Giuseppe Berneri (1637 - 1701)

L'opera[modifica | modifica wikitesto]

È scritta nel dialetto romanesco del XVII secolo ed è un importante documento sia sulla lingua parlata a Roma in quel periodo, sia per comprendere meglio il tipo di vita della città.

È la storia di uno sgherro, un popolano bravo con le armi, che avuta notizia dell'assedio di Vienna, decide di organizzare una sua spedizione in aiuto della città.

L'episodio dell'assedio accadde realmente nel 1683, quando l'esercito ottomano guidato da Kara Mustafa Pasha (Bassà nell'opera) assediò Vienna per due mesi (da non confondere con l'assedio di Vienna del 1525).

Subito prima della partenza giunge tuttavia la notizia che Vienna si è liberata dell'assedio ed il denaro raccolto viene così usato per organizzare i festeggiamenti.

Nell'ultimo canto c'è un riferimento al fanatismo religioso: viene assediato il ghetto con il futile pretesto che gli ebrei abbiano aiutato i Turchi.

Particolarmente importanti sono le descrizioni dei posti, delle usanze, delle abitudini e dei costumi del popolo romano.

Il poema, scritto in 1245 ottave, suddivise in XII canti, fu pubblicato nel 1695.

Nel 1823 uscì Il Meo Patacca o vero Roma in feste nei trionfi di Vienna. Poema giocoso nel linguaggio Romanesco di Giuseppe Berneri. Romano Accademico Infecondo. Edizione seconda, arricchita di num. 52 tavole inventate ed incise da Bartolomeo Pinelli romano in Roma, presso L. Fabri in Via Capo le Case n° 3.

Nel 1835 al teatro Pallacorda andò in scena Un pranzo a Testaccio o Il matrimonio di Marco Pepe, che prendeva spunto da Meo Patacca.

Nell'Ottocento il poema di Giuseppe Berneri fu ripreso e riscritto da due famosi attori, Annibale Sansoni e Filippo Tacconi detto "il Gobbo Taccone". La loro versione aveva come titolo Meo Patacca e Marco Pepe la crapetta e sortì uno straordinario successo, arrivando a contare circa 1500 repliche.

Dall'opera sono stati tratti, oltre a diversi spettacoli, il film Meo Patacca di Marcello Ciorciolini interpretato, tra gli altri, da Mario Scaccia e Gigi Proietti.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

L'azione prende inizio dall'arrivo di un corriere a Roma con la notizia che i Turchi hanno stretto d'assedio Vienna. Meo Patacca «er più bravo trà gli Sgherri Romaneschi», pensa di radunare una truppa di «Sgherri arditi e scaltri» per soccorrere la città assediata. Nuccia, sua innamorata, lo scongiura di non andare alla guerra e con le sue lacrime lascia turbato Meo, il quale è infatti alla sua prima esperienza di guerra.

Meo vaga pensoso per Roma e passa per Piazza Navona dove c'è una magnifica fontana:

Ce so' poi sopra quattro cantonate,
Et altrettante statue, una pe' parte;
Ce stanno iofamente qui assettate
Se i posti da sedè glie fece l'arte.
Questi so' fiumi con le fogge usate,
Assai famosi in tell'antiche carte:
Nilo, Gange, Danubio, e c'è di più,
Detta rio de la Plata, il gran Pegù.

[...]

Et ecco, che già tutto v'ho mostrato,
Sol resta a dirvi, che fu autor famoso
Di quest'opera granne, (et io m'inchino
Alle sue grolie), il Cavalier Bernino.

Prima, Meo aveva bastonato Calfurnia, una specie d'indovina che non gli aveva dato un'interpretazione soddisfacente di un suo sogno. Calfurnia, offesa, si vendica sparlando di lui con Nuccia ed inducendo Marco Pepe, un altro degli «Sgherri» romaneschi, a sfidare Meo a duello.

Meo sconfigge astutamente Marco Pepe e Calfurnia è ingiuriata e percossa in malo modo da Nuccia, indignata. Fornito il suo esercito di armi ed insegne, fatta la rassegna delle forze alla presenza del popolo e della nobiltà romana, che lo incoraggia con sussidi in denaro, Meo si rappacifica con Nuccia. Alla vigilia della partenza, giunge di notte la notizia che l'assedio di Vienna è stato tolto, e che anzi gli Austriaci hanno conquistato Buda. Allora, Meo lieto di aver evitato la pugna dà inizio alle feste di esultanza, con grande pompa di fuochi e luminarie.

Più ch'in ogn'altro loco, assai gustosa
Rescì 'sta festa in una strada ritta,
Longa un miglio, et in Roma assai famosa;
Pe' nominata antica, il Corzo è ditta.
Nel Carnevale è piena 'sta calcosa
Di gente così nobil, come guitta,
A diluvio le maschere ce vanno,
E la Curza, li Barbari ce fanno.

Le feste vengono rinnovate quando giunge la conferma ufficiale della vittoria. Tra il tumulto della folla Meo si trova impegnato in mille brighe dalle quali esce vittorioso dando prova di possedere realmente quel senso cavalleresco che tanto decantava. Il poema termina con le liete nozze di Meo con Nuccia.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • F. Onorati (a cura di): Se chiama e se ne grolia, Meo Patacca. Giuseppe Berneri e la poesia romana fra Sei e Settecento, Roma, Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, 2004.

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