Cool jazz

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Il cool jazz (generalmente tradotto come jazz fresco, calmo, rilassato, in senso riduttivo freddo, anche se raramente si tiene conto del fatto che, usato in gergo, il termine cool può tradursi come figo, giusto) è una corrente del jazz affermatasi tra la fine degli anni quaranta e l'inizio degli anni cinquanta. Pur facendo proprie alcune delle acquisizioni dell'allora imperante bebop, il cool jazz ne fornisce una versione più rilassata, per certi versi cantabile, priva di alcune asprezze armoniche e dalle linee melodiche meno involute, con non pochi riferimenti alla musica eurocolta.

Placca commemorativa di Chet Baker.

Al suo apparire fu da molti considerato come la risposta "bianca" al "nero" bebop, anche se tra i musicisti che contribuirono al suo successo vi furono anche diversi strumentisti neri.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le prime incisioni che si possono definire in stile cool appaiono a New York alla fine degli anni quaranta, con l'orchestra di Claude Thornhill che, avvalendosi degli arrangiamenti di Gil Evans, presentava uno stile rilassato e melodico che al tempo stesso recepiva gli insegnamenti armonici del bebop. (La parola inglese cool ha il significato letterale di fresco, ma, riferito ad una persona o a un atteggimento, significa più spesso rilassato, imperturbabile, figo).

La definitiva consacrazione dello stile cool avvenne nel 1949 ad opera di un musicista di colore, Miles Davis, che, dopo essersi formato nel quintetto di Charlie Parker, inizia a sperimentare nuove sonorità, ispirato dalla frequentazione del suo amico Gil Evans, compositore e arrangiatore canadese. Dalle conversazioni tra Evans e il gruppo di musicisti che frequentava la sua casa nacque l'idea di una formazione originale. Davis e Evans sponsorizzarono infatti la formazione di un nonetto - poi noto come la Tuba Band - dalla strumentazione insolita, comprendente un Corno e una Tuba. L'idea musicale di base era di poter lavorare con un tessuto sonoro formato da voci strumentali che suonavano come voci umane. Davis - citando come modelli Duke Ellington e il già ricordato Claude Thornhill - dice che, dal punto di vista della composizione, del suono e degli arrangiamenti, l'obiettivo era creare una musica rilassata il cui suono si avvicinasse a quello delle big band del passato, tenendo però conto dei cambiamenti portati dal bebop.

« Cool Jazz è un termine stupido. Il jazz che suonavamo non era affatto freddo. Era rilassato, era privo di spettacolarità, era serio e impegnato, questo sì. »
(Lennie Tristano)

Il nuovo genere non attecchì subito a New York - dove la Tuba Band suscitò molti entusiasmi ma anche tante perplessità - e molti dei musicisti coinvolti nell'idioma cool si rivolsero alla California, dove tra l'altro venne calorosamente accolto dal movimento letterario beatnik (animato da Jack Kerouac, Allen Ginsberg ed altri letterati che facevano esplicito riferimento al jazz nelle loro composizioni).

Di tutti le formazioni che negli anni successivi avrebbero animato la scena cool, la più famosa dell'inizio degli anni '50 fu il cosiddetto pianoless quartet diretto, tra il 1952 e il 1954, da Gerry Mulligan al sax baritono con Chet Baker alla tromba. Gli arrangiamenti curati di Mulligan, l'affascinante dialogo contrappunto tra il sax baritono e la tromba, e la bellezza vagamente maledetta di Baker catapultarono il quartetto alla ribalta della cronaca: la loro interpretazione di My Funny Valentine divenne famosa anche al di fuori dell'audience specializzata e nel 1954 Baker vinse la classifica dei trombettisti della rivista Down Beat superando tra gli altri Davis (che la prese male e considerò questo premio - non del tutto a torto - una manifestazione di razzismo) e Clifford Brown. (In seguito a questo premio, Baker - che non era un tecnico del suo strumento - finì per dover prendere parte a una specie di gara tra trombettisti a New York, un'occasione imbarazzante nella quale Baker, anche a causa della pressione psicologica, figurò abbastanza male.)

Forse più che per altre correnti jazz, l' etichetta cool resta una denotazione molto vaga che dovrebbe comprendere musicisti diversi come Davis, Tristano, Brubeck e il Modern Jazz Quartet. Al di là della classificazione musicale e del periodo storico, esiste comunque un atteggiamento jazzistico cool che venne piuttosto vagamente individuato in quegli anni e che fa oggi parte del patrimonio del genere. La vaghezza del termine è comprovata dal fatto che molti tendono ad includere il jazz modale tra gli sviluppi della corrente cool: mentre è chiaro che molti degli interpreti dell'area modale condividevano certe scelte stilistiche (e talvolta avevano preso parte attiva al movimento cool, come l'onnipresente Davis, che lanciò l'esperienza modale con l'album Kind of Blue) è altrettanto chiaro che molti altri si distanziavano chiaramente da quell'estetica (si veda ad esempio l'esperienza modale di John Coltrane).

La tipica performance cool privilegia i tempi ed i registri medi e crea atmosfere a volte molto rarefatte: gli strumenti ritmici cercano di costruire tappeti morbidi per le improvvisazioni dei solisti i quali, a loro volta, sembra vogliano "discutere" in maniera pacata intorno ad un argomento interessante (il batterista del quartetto di Mulligan si lamentò in un'intervista che verso la fine Davis gli permetteva di usare solo le spazzole). Si tratta di uno stile che riscopre il contenuto melodico del jazz, che il bebop, favorendo lo sfruttamento delle possibilità armoniche, aveva messo in ombra, e predilige una dimensione più rilassata delle ritmiche, in netta contrapposizione con i frenetici tempi staccati dai vari Charlie Parker e Dizzy Gillespie. La provenienza dagli studi classici di molti degli esponenti di questo genere è messo in evidenza dalla cura posta nella sperimentazione degli arrangiamenti per i singoli strumenti. Raramente le sessioni cool assomigliano alle estemporanee blowing sessions così popolari negli ambienti del bebop.

Musicisti principali[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (EN) Gioia, Ted. West Coast Jazz: Modern Jazz in California 1945-1960 (Oxford University Press, 1992)
  • (EN) Gordon, Robert. Jazz West Coast: The Los Angeles Jazz Scene of the 1950s (Quartet Books, 1986)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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