Scat

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Lo scat è un virtuosismo canoro nato nella musica jazz con l'imitazione vocale di strumenti musicali tramite la riproduzione di fraseggi simili a quelli strumentali. Non prevede l'uso di parole compiute, bensì di fonemi dal suono accattivante che il cantante utilizza in chiave ritmica oltre che melodica. I brani in cui si può ascoltare lo scat sono di solito veloci e allegri, e non di rado esso viene utilizzato in chiave grottesca e caricaturale.

Lo scat, si è affermato in ambito live sia in estemporanei assoli su schemi armonici prestabiliti, sia in fraseggi contrappuntistici o “concertati” alternati con altri strumenti.

Da un punto di vista fonatorio lo scat si avvale di un’infinita varietà di suoni svincolati da linguaggi convenzionali. Memorabili alcune storiche performances scat in vari concerti di Leo Watson, di Mark Murphy, del docente Bob Stoloff, di Ella Fitzgerald, Mel Tormé, Cab Calloway, Dizzy Gillespie, nel Vocalese (forma di scat più complessa) dei pionieri King Pleasure, Eddie Jefferson, Jon Hendricks e in epoca più recente di Al Jarreau, George Benson e del “percussionista vocale” Bobby McFerrin. Buoni improvvisatori anche i nostri Gegè Telesforo e Lucio Dalla. Fra i gruppi i Manhattan Transfert.

Con lo scat la voce si fa davvero strumento. Espressività istintuale, tecnica e virtuosismo si fondono sfiorando vette esclusive, raggiungibili da pochi. Non è un caso che alcune tra le forme più avanzate e sperimentali di questo genere vocale richiamino direttamente studi di avanguardia accademica.

Per essere valorizzato al meglio questo stile canoro così istintuale e liberatorio implica, paradossalmente, la padronanza tecnica di determinanti attributi preferenziali di natura razionale, quali: conoscenza di stili e linguaggio di ambito jazz-blues e relative scale e assoli, una minima cognizione di canto impostato e relativi cambi di colore e intensità del suono, dimestichezza nel sapersi “muovere” in complesse armonie spesso dissonanti, spiccato senso del ritmo, grande agilità.

Nella musica occidentale nei normali brani con tempi in 2/4, 3/4 e 4/4 le note del canto hanno una durata ben precisa, con una nota di riferimento (semibreve) da cui nascono le varie frazioni: la minima, (metà della semibreve), la semiminima (metà della minima), la croma, (metà della semiminima e un ottavo della semibreve), e così via. In queste comuni canzoni è poco frequente superare crome e semicrome (ottavi e sedicesimi) mentre nello scat si utilizzano regolarmente semicrome, biscrome e semibiscrome, cioè sedicesimi, trentaduesimi e sessantaquattresimi della semibreve. Tradotto in tempo reale si parla di raffiche velocissime di note vocali (la voce nel normale cantato non raggiunge la velocità esecutiva degli strumenti musicali) nell’ordine delle 8-10 e più note al secondo. In più ci sono le non facili terzine e i complessi tempi dispari (come il famoso cinque quarti di “Take Five”). Il tutto supportato da molta fantasia, scioltezza fonatoria e versatilità nell’improvvisazione.

Una diffusa leggenda attribuiva l'invenzione dello scat a Louis Armstrong: egli raccontò di aver avuto per caso l'idea di cantare sillabe senza senso al posto di un testo quando, durante una registrazione della canzone Heebie Jeebies, nel 1926, il brano che stava leggendo gli cadde dal leggio. Questa attribuzione di paternità è stata smentita, anche se rimane innegabile che Armstrong sia stato uno dei principali artefici della diffusione dello scat a partire dalla metà degli anni venti.

Nel film di animazione di Walt Disney Gli Aristogatti (The Aristocats, 1970) uno dei gatti protagonisti si chiama Scat Cat ed è appunto un artista di jazz. Nei primi anni ottanta del XX secolo lo scat ha fatto il suo ingresso anche nel reggae, grazie all'eccentrico cantante giamaicano Eek-A-Mouse.

Negli anni novanta è stato usato nella musica dance da Scatman John (John Paul Larkin) e da Jonathan Davis, membro della band nu metal Korn, in alcune canzoni come Ball Tongue, Twist, Freak on a Leash, Got the Life, Liar e B.B.K. Bono, il cantante degli U2, ha più volte utilizzato questa tecnica durante le esibizioni dal vivo della canzone Party Girl.


Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • John F. Szwed, Jazz! Una guida completa per conoscere e amare la musica jazz, EDT/Siena Jazz, 2009 ISBN 9788860403650

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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