Aldo Spallicci

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Aldo Spallicci
AldoSpallicci.jpg

Deputato dell'Assemblea Costituente
Gruppo
parlamentare
Repubblicano
Collegio XIII (Bologna)
Sito istituzionale

Senatore della Repubblica Italiana
Legislature I, II
Gruppo
parlamentare
Repubblicano
Circoscrizione Cesena
Sito istituzionale

Dati generali
Partito politico Partito Repubblicano Italiano
Titolo di studio Laurea in medicina e chirurgia
Professione Medico chirurgo

Aldo Spallicci (Santa Maria Nuova di Bertinoro, 22 novembre 1886Premilcuore, 14 marzo 1973) è stato un politico e medico italiano, nonché cultore e promotore dell'identità e delle tradizioni popolari della Romagna.

La vita[modifica | modifica wikitesto]

Dalla nascita al 1945[modifica | modifica wikitesto]

Il tenente medico Aldo Spallicci sul fronte di Podgora durante la prima guerra mondiale (1916). Sull'altopiano carsico, italiani ed austro-ungarici dettero vita a dodici battaglie tra il 1915 e il 1917.

Discendente da famiglia di piccola ma antica nobiltà originaria di Filottrano[1], Aldo fu figlio secondogenito di un medico condotto, Silvestro Spallicci, e di Maria Bazzocchi. Frequentò il Liceo Morgagni di Forlì. Al liceo conobbe Maria Martinez, che nel 1911 diventò sua moglie e da cui, nello stesso anno, ebbe la prima figlia, Ada. L'anno seguente (1912) si laureò in Medicina e chirurgia all'Università di Bologna.

Mazziniano nell'animo, nel 1912 si arruolò tra i ranghi della spedizione di volontari italiani (la Legione Garibaldina, guidata dal figlio di Garibaldi, Ricciotti), che combatterono al fianco della Grecia contro la Turchia[2]. Partecipò alla battaglia per la conquista della quota di Drisko (9-10-11 dicembre 1912).

Nell'agosto 1914 scoppiò la prima guerra mondiale. L'Italia scelse una posizione neutralista. Ma non Spallicci, convinto interventista, che si arruolò di nuovo volontario nella Legione Garibaldina. Partecipò alla difesa della Francia, combattendo a Nîmes. Nella primavera del 1915 nacque la secondogenita, Anna. Il 24 maggio l'Italia annunciò l'entrata in guerra contro l'Impero austriaco. Spallicci, desideroso che Trento e Trieste si riunissero alla madrepatria, si arruolò volontario; venne assegnato all'11º Reggimento fanteria "Casale", di stanza sulla linea del fronte tra il Monte Podgora e la piazzaforte di Gorizia come ufficiale medico. Prestò la propria opera in trincea e nei posti di medicazione allestiti dietro le linee di combattimento.

Rimase tra i ranghi della Brigata "Casale" fino alla primavera del 1917, quando venne trasferito al XXXI Gruppo Bombarde[3]. Si trovava nel Carso quando l'Austria-Ungheria lanciò l'offensiva di Caporetto, che determinò lo sfondamento delle linee difensive italiane e il ripiegamento al Piave.

Successivamente, Spallicci venne trasferito al 207º Reggimento della Brigata "Taro". Fu congedato con il grado di capitano[4]. Durante il conflitto fu insignito di tre croci di guerra. Al ritorno dal fronte riprese l'attività di medico pediatra a Forlì. Ottenne anche una libera docenza in Clinica pediatrica e in Storia della medicina. Nel 1919 nacque il terzo figlio, Mario. Spallicci affiancò alla sua professione l'attività di divulgatore della cultura romagnola.

A causa della sua opposizione al fascismo fu minacciato, poi arrestato (1926) e recluso nel carcere della Rocca di Forlì. La libera docenza gli fu revocata. Fu costretto a trasferirsi in domicilio coatto a Milano con la famiglia (1927). Nel capoluogo lombardo aprì un ambulatorio e visse poveramente, ma dignitosamente, mantenendo i rapporti con gli altri "esuli" romagnoli.

Nel 1941 fu inviato per alcuni mesi al confino a Mercogliano (Avellino). Tornato a Milano, nel 1943 fu arrestato ed imprigionato nel carcere di San Vittore, dove rimase detenuto fino alla caduta del regime (25 luglio 1943). Liberato, dapprima partecipò a Milano alla riorganizzazione del Partito Repubblicano, poi ritornò stabilmente in Romagna, stabilendosi a Cervia con la famiglia[4]. Nel periodo del passaggio del fronte (1944), si unì alla VIII armata britannica di cui utilizzò la radio per diffondere programmi sulla Romagna in chiave insurrezionale antifascista.

Nel dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1945 Aldo Spallicci si iscrisse al Partito Repubblicano Italiano (PRI). Divenne ben presto uno dei maggiori esponenti repubblicani in Romagna. Il 2 giugno 1946 fu eletto deputato all'Assemblea Costituente per il PRI nel XIII Collegio (Bologna-Ferrara-Forlì-Ravenna). Collaborò soprattutto alla stesura del punto 5 dei Principi fondamentali (autonomie locali e decentramento amministrativo)[4]. Fu eletto senatore nella I legislatura, sempre per il PRI, nel collegio di Ravenna, e nella II legislatura nel collegio di Cesena.

Ebbe anche incarichi governativi: dal 1945 fu Alto commissario aggiunto per l'igiene e la sanità pubblica, collaborando alla nascita del Ministero della Sanità[5]. Fu Sottosegretario di Stato al Turismo nel VI e VII Governo De Gasperi (1950 e 1951). Una volta cessati gli impegni politici, continuò a Cervia la professione di medico pediatra e l'attività di divulgatore e promotore della cultura romagnola.

Nella seconda metà degli anni cinquanta, ravvisando nella linea politica del PRI un'attrazione innaturale verso le concezioni marxiste, decise di distanziarsi dalla dirigenza del partito, affermando la propria autonomia. Nel 1964, in seguito all'espulsione dal Partito Repubblicano di Randolfo Pacciardi, lo seguì nella nuova formazione politica da lui fondata, l'Unione Democratica Nuova Repubblica.

Aldo Spallicci morì a Premilcuore il 14 marzo 1973.

L'autonomia della Romagna[modifica | modifica wikitesto]

Spallicci affiancò all'attività medica un'intensa opera di divulgazione dell'idea dell'autonomia amministrativa della Romagna. Così spiegava il motivo:

« Siamo tutti italiani e la Repubblica è una ed indivisibile. La storia, la cultura, la stessa geografia ci ha, però, fatti diversi. È una opportunità da mettere a profitto nell'interesse generale del Paese responsabilizzando, nell'esercizio autogestionario, le varie popolazioni[6]. »

Spallicci fu sempre contrario allo "stato accentrato, napoleonico" e favorevole alla "regionalizzazione". Espresse la sua posizione in sede di dibattito in Aula ed in Commissione all'Assemblea Costituente (1946-47), dove chiese l'istituzione della Regione Romagna, precisandone anche i confini.

Nel suo intervento all'Assemblea Costituente del 4 giugno 1947, Spallicci si richiamò alla Romagna con questi termini:

« Forse in Italia non c'è altra terra meglio individuata della nostra. La caratteristica viva e passionale del suo senso politico sempre vigile dai primi albori del Risorgimento ai giorni nostri, la fede e l'ardore dei suoi migliori (…) La Romagna rimane e libera all'aria ed al vento la bandiera della sua passione per tutte le cause giuste[6] »

Spallicci intervenne spesso in difesa del patrimonio naturale (faunistico, botanico e paesaggistico) della sua terra, anche con proposte e interrogazioni parlamentari.

Per le sue battaglie politiche in favore del territorio, Spallicci è stato chiamato E' ba' dla Rumâgna (il babbo della Romagna), per la quale propose anche una bandiera[7].

Attività editoriale e letteraria[modifica | modifica wikitesto]

Copertina del numero 1 de «La Piê»

Spallicci ha dedicato un'intensa attività agli studi folclorici, letterari e storici sulla Romagna.

Nel 1912 pubblicò la raccolta poetica La Caveja dagli anëll; per la prima volta la caveja uscì dal ristretto ambito rurale ed entrò a far parte del mondo letterario. È opinione degli studiosi che Spallicci sia stato il principale artefice dell'elevazione della caveja a simbolo della Romagna[8].

La lingua romagnola non aveva mai avuto una grafia uniforme per tutte le sue varianti locali. Nel corso della sua attività letteraria, Aldo Spallicci fu il primo a sviluppare un sistema di grafia unificato per la scrittura del romagnolo che rispondesse a criteri di rigore scientifico[9]. A Spallicci si deve anche l'ideazione del trebbo poetico. Il primo si tenne a Montemaggio di Bertinoro il 13 settembre 1914. Spallicci riprese la tradizione romagnola delle veglie notturne nelle case dei contadini, dove le famiglie trascorrevano le fredde sere invernali in compagnia di cantastorie e favolisti.

Aldo Spallicci è stato attivo sia come curatore editoriale che come editore:

  • Nel 1907-1909 (quando è ancora studente di medicina) fonda il giornale satirico E' Pestapevar (ironico termine per "chimico"); tra i collaboratori figura Antonio Beltramelli[10];
  • Il 4 ottobre 1911 esce il primo numero[11] del quindicinale d'illustrazione romagnola Il Plaustro[12]. Direttore è Spallicci; la rivista prolunga le sue uscite fino al 1914, anno della cessazione (con il n. 49-50 del 31 dicembre);
  • Nel dicembre 1919 fonda, con Francesco Balilla Pratella e Antonio Beltramelli, la rivista La Piê, volta agli studi locali e alla ricerca poetica e culturale in genere, al recupero del dialetto e delle tradizioni popolari romagnole.[13] Particolarità della rivista (che ha mantenuto fino ad oggi) furono le copertine, illustrate da xilografie rigorosamente inedite. A partire dal 1923 la rivista si scontrò con la decisa ostilità del regime fascista. Nel 1931 furono sequestrati i nn. 4 e 5[14]. Nel 1933 La Piê fu soppressa[4]. Fu una delle prime decisioni prese dal regime dopo aver approvato la svolta "antiregionalisica". La rivista, rinata nel 1946, sempre sotto la sua direzione, è attiva ancora oggi ed è un punto di riferimento della vita letteraria della Romagna;
  • Nel 1945 è fondatore e direttore del settimanale La voce di Romagna[15];
  • Nel 1960 promosse i “Quaderni” della Rubiconia[16] Accademia dei Filopatridi.

Merito fondamentale di Spalicci è stato l'aver conferito al romagnolo la dignità di lingua letteraria, al pari di ogni lingua nazionale. Negli anni in cui Spallicci esordiva come poeta, il romagnolo era considerato la lingua "dei poveri e degli ignoranti", incapace di esprimere sentimenti e finezze letterarie. «Se c'è da iscriversi all'elenco degli ignoranti e dei poveri, questa è la mia scelta», tagliò corto Spallicci, che aggiunse:

« Ho deciso di cantare nel mio dialetto-madre perché in esso mi trovo più vicino all'anima delle cose, al cuore degli uomini, al mio Dio. »

([4])

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Poesia in lingua romagnola[modifica | modifica wikitesto]

Aldo Spallicci è il poeta romagnolo che ha composto il maggior numero di opere e nel più lungo arco di tempo (1909-1973):

  • Rumâgna. Cinquanta sonetti in dialetto forlivese, Forlì, Tipografia Rosetti; Faenza, Litografia Morgagni, 1909
  • I campiùn d'Furlè, Forlì, Tip. Rosetti, 1910
  • La caveja dagli anëll; Genova, Ed. Formiggini, 1912
  • La Zarladòra, Forlì, Ed. "Il Plaustro", 1918
  • La Biojga. Poesie, Forlì, Ed. "Il Plaustro", 1919
  • Al Canti, 1920
  • È canòn drì dla seva, 1926
  • La Madunê. Poesie in dialetto romagnolo (raccolta), copertina, Milano, Mondadori, 1926
  • Fior d'radécc, Forlì, Ed. Zanelli, 1930
  • A Vella Glöri, Milano, Officina grafica "Roma", 1932 (durante gli anni dell'esilio a Milano)
  • La Ciuzzeta. Prefazione di Attilio Momigliano, Milano, Treves, 1936 (durante gli anni dell'esilio a Milano)
  • È Stardacc [lo strillozzo] Faenza, F.lli Lega, 1939
  • Bisèt, Milano, Garzanti, 1949
  • È Sarnèr, Roma, Ed "Il Belli", 1950
  • Sciarpa nigra: cravatta a svolazzo, Forlì, Ed. de "La piê", 1956
  • Salut a Pullè, Riccione, 14 febbraio 1960
  • Adess ch' l'à smess a piovar, 1960
  • Poesie in volgare di Romagna (raccolta), Milano, Garzanti, 1961[17]
  • Mintàstar, Milano, Garzanti, 1966
  • Cùdal, Milano, Garzanti, 1969
  • La Pâmpna, Milano, Garzanti, 1971

Saggistica[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ambito della storia della medicina, è autore di:

  • I medici e la medicina in Plinio, il naturalista, Milano, Scalcerle, 1936
  • La medicina in Plinio il Giovane, Milano, Scalcerle, 1941
  • La medicina in Cicerone, Ravenna, Caber, 1968
  • La medicina in Ovidio (in appendice: La medicina in Catullo, La medicina in Tibullo, La medicina in Properzio), Ravenna, Caber, 1977

L'Opera Omnia di Spallicci è stata curata da Dino Pieri e da Maria Assunta Biondi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Andrea Borella (a cura di): Annuario della Nobiltà Italiana, XXXI edizione (2007-2010), Teglio, 2010, volume II
  2. ^ L'Impero turco manteneva ancora dei vasti possedimenti nella penisola balcanica. La coalizione Serbia-Bulgaria-Grecia (Macedonia compresa), alla luce della vittoria dell'Italia del 1911, decise che era venuto il momento di riconquistare i restanti territori che riteneva le appartenessero.
  3. ^ La bombarda è un pezzo d'artiglieria a tiro parabolico. Nate nel XV secolo, ai tempi della Prima guerra mondiale le bombarde erano lunghe parecchi metri e potevano sparare proiettili talmente grandi da creare crateri nelle trincee. Il loro calibro variava dai 58 mm ai 240 mm.
  4. ^ a b c d e Dino Pieri, Aldo Spallicci a 40 anni dalla scomparsa, in «la Ludla», aprile 2013.
  5. ^ Il ministero entrò in funzione nel 1958
  6. ^ a b Stefano Servadei, «E Ba' dla Rumâgna», La Voce di Romagna, 19 ottobre 2008, pag. 10.
  7. ^ PREMILCUORE. I sindaci battezzano la bandiera di Spallicci per la Romagna forlivese
  8. ^ Balzani: “La caveja-simbolo è invenzione di Spallicci”, su corrierecesenate.com. URL consultato il 1º maggio 2016.
  9. ^ La Ludla, gennaio 2001
  10. ^ Antonio Mambelli, Il giornalismo in Romagna, Forlì, Camera di Commercio, 1966, pp.139-140.
  11. ^ Paolo Turroni, Il plaustro, in giornalistinews.it, 5 giugno 2013. URL consultato il 7 gennaio 2015.
  12. ^ Tipo di carretto agricolo molto diffuso in Romagna.
  13. ^ La fondazione avviene a villa Sisa di Coccolia (Ravenna), casa di Antonio Beltramelli. Nel 1921 Beltramelli e Pratella, vicedirettori, abbandonarono la rivista, lasciando a Spallicci tutta la responsabilità.
  14. ^ Ufficialmente per un articolo «esaltante il delitto politico».
  15. ^ Nel 1952 La voce diventerà l'organo del PRI di Ravenna.
  16. ^ Dal fiume Rubicone.
  17. ^ Nel sonetto E' rumagnôl appare il celeberrimo versetto e' vigliacaz de' rumagnôl spudé.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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