Caveja

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La Caveja e il galletto, simboli della Romagna. La Caveja era (ed è tuttora) uno dei tanti motivi decorativi utilizzati nella stampa a ruggine dei tessuti, tipica della tradizione romagnola.

La Caveja è considerata per eccellenza il simbolo della Romagna; questa parola dialettale proviene dalla tradizione contadina, ed indica un'asta d'acciaio saldata ad un apice ("pagella") decorata con anelli e immagini allegoriche. I simboli più diffusi, inseriti fra elementi decorativi, erano quelli del gallo, della mezzaluna, del Sole, dell'aquila e alcuni simboli cristiani, tra cui la Croce e la Colomba.

Funzione e utilizzo[modifica | modifica wikitesto]

L'immagine della Caveja è nota a tutti i romagnoli, ma pochi sanno che cosa in realtà essa rappresenti. Quando non esistevano i trattori, l'aratura veniva effettuata con i carri trainati dai buoi. I buoi erano legati attorno ad un grosso asse di legno, lungo alcuni metri: il timone. Nella parte finale del timone era piantato un bastone alto 70–80 cm in ferro battuto: la caveja.

I buoi (solitamente due, appaiati) erano legati al timone e inoltre erano fissati al giogo (e' zov in romagnolo). Ed ecco spiegata la funzione della caveja. In un tratto di terreno discendente, il carro avrebbe acquistato velocità e sarebbe finito addosso ai buoi, colpendoli sulle gambe. Questo però non succedeva perché il giogo andava a sbattere sulla caveja piantata sul timone, fermando così la corsa del carro. La caveja aveva la funzione di freno: impediva che il carro finisse addosso ai buoi e li colpisse nelle gambe. In questi casi, l'unica cosa che succedeva era che il giogo si sporgeva improvvisamente in avanti e colpiva le corna degli animali: nessun dolore.

La caveja non era un oggetto "senz'anima": dotata di anelli leggeri, il movimento dei buoi bastava a farli "suonare" . Ma ciò avveniva solo se gli anelli erano realizzati in ferro battuto. In questo caso la caveja veniva detta anche canterina (caveja campanèna). I contadini apprezzavano molto le caveje realizzate da fabbri professionisti. Il suono delle migliori caveje si diffondeva attraverso i campi e si sentiva a lunga distanza.

Agli inizi del Novecento Aldo Spallicci elevò la caveja a simbolo della Romagna[1]. Nel 1912 il medico bertinorese pubblicò la raccolta poetica La Caveja dagli anëll; da allora la "caviglia dalle anelle" uscì dal ristretto ambito rurale ed entrò a far parte del mondo letterario.

Simbolismo[modifica | modifica wikitesto]

Coppia di buoi addobbati a festa. Sopra le teste degli animali si nota la caveja romagnola (8 gennaio 1930).

Con il passare del tempo, le forti tradizioni scaramantico-religiose fecero sì che la Caveja assumesse nella cultura popolare il ruolo di oggetto magico, con proprietà propiziatorie. Frequente era il suo uso infatti in rituali specifici – ad esempio – per scongiurare l'arrivo di temporali o altre intemperie, per proteggere i campi e il raccolto, per prevedere il sesso dei nascituri, per attirare o catturare le api, o perfino per liberare qualcuno che si ritenesse colpito da una "fattura"; inoltre veniva impiegata, sempre a fini propiziatori, nelle case degli sposi novelli. Durante la Settimana Santa, inoltre, gli anelli della Caveja venivano legati dal giovedì fino al sabato Santo, come avveniva per le campane delle chiese. La parte alta (e votiva) del bastone è chiamata "padella".

La Caveja oggi[modifica | modifica wikitesto]

La Caveja vera e propria oggi viene utilizzata solo nei cortei storici in cui si attacca ancora il giogo con i buoi al carro.
Inoltre è molto diffuso il suo utilizzo come raffigurazione. Molte imprese romagnole (in modo particolare – ma non soltanto – quelle prettamente legate al territorio, come ad esempio ristoranti, alberghi o attività artigiane), adottano come proprio logo la stessa Caveja, oppure un suo particolare o una sua rielaborazione grafica.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Balzani: “La caveja-simbolo è invenzione di Spallicci”, corrierecesenate.com. URL consultato il 1° maggio 2016.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mario Bocchini, Romagna. La "Caveja" nel tempo, Edizioni Wafra, maggio 2005 (II ed.).
  • Vittorio Ghetti, I Gioielli di Romagna, 1993.

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