Poema del mio Cid

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Il Poema del mio Cid (in spagnolo Cantar de mio Cid) è un poema epico, formato da 3.733 versi di autore anonimo, risalente al 1140 circa e considerato il primo documento letterario spagnolo. Fu diffuso da giullari e poeti erranti che si spostavano di luogo in luogo.

Riproduzione della prima pagina del manoscritto del Cantar de mio Cid conservato nella Biblioteca Nacional de España

Il poema si conserva in un unico manoscritto del XIV secolo custodito attualmente a Madrid nella Biblioteca Nacional de España, nel quale compare la data del 1207, che potrebbe essere quella del manoscritto originale, e la firma dell'amanuense Per Abbat.

Indice

[modifica] Ipotesi sul poema

Del suo autore non si sa nulla e gli studiosi hanno azzardato alcune ipotesi:

[modifica] Struttura e trama del poema

Il poema è composto da 3700 versi e manca di un foglio all'inizio e di due fogli al centro. Esso narra le vicende di Rodrigo Diaz de Vivar, il Cid Campeador, ed é diviso in tre parti: l'esilio, le nozze, l'oltraggio.

[modifica] Il canto dell'esilio

« Il Cid volgeva i capo, lagrimando fortissimamente degli occhi, e contemplava. Vide le porte delle sue case smantellate e gli usci senza stanga e le pertiche da uccelli senza più falchi e astori di muda e senza più le pelli e i manti per la caccia. E poiché aveva un molto profondo dolore, il Cid sospirò."[2] »
  • "Il canto dell'esilio", dove sono raccontate le avventure dell'eroe durante il periodo del suo esilio, dove si ritrova obbligato ad abbandonare la moglie e le figlie nel monastero di San Pedro per dedicarsi alla battaglia contro i mori e il conte di Barcellona.

Don Rodrigo Díaz viene accusato ingiustamente di essersi appropriato dei tributi dovuti ad Alfonso VI re di Spagna e da questi viene quindi inviato in esilio. Lasciata la sua terra e la sua casa, il Cid parte con dolore insieme ad alcuni fidati compagni. Arrivato a Burgos, dove non riesce ad ottenere ospitalità perché tutti temono le rappresaglie del sovrano, il Cid si accampa presso il torrente Arlanzon circondato da un gruppo di uomini decisi a seguirlo. Per ottenere denaro egli invia un suo messo, Martin Antolínez, da due ebrei che gli fanno il prestito ed ottengono dal Cid, come garanzia, due cofani che egli dichiara pieni d'oro ma che sono invece pieni di sabbia.

Prosegue quindi il viaggio e si reca al monastero di San Pedro di Cardeña dove sono rifugiate, con la protezione dell'abate, la moglie Jimena e le figlie, Elvira e Sol. Congedatosi poi da loro con grande sofferenza, varca la soglia del confine e comincia a guerreggiare contro i Mussulmani conquistando moltissimi territori da Teruel a Saragozza. Ottenuto un ricco bottino egli manda al re la parte legittima "trenta cavalli tutti con sella e con bei finimenti e con una spada ad ogni arcione". Il re accetta e, pur non revocando la condanna, consente che "i sudditi buoni e valorosi del regno che volessero andare in aiuto al Cid vadano...". Il Cid continua la sua marcia e, arrivato a Barcellona, dopo aver combattuto e vinto il Conte della città, lo fa prigioniero ma in seguito lo rimette cavallerescamente in libertà.

[modifica] Il canto delle nozze

  • " Il canto delle nozze" che racconta la conquista di Valenzia per merito delle truppe del Cid e le nozze delle figlie con i principi di Leòn, i quali accettano la proposta del re Alfonso VI solo per arricchirsi con i possedimenti del Cid, poiché le promesse spose appartenevano ad un alto rango sociale.

Il Cid continua le sue conquiste e dopo aver sottomesso Valencia invia al re una gran parte del bottino ottenuto chiedendogli di inviargli la moglie Jimena con le figlie e il re accetta.

Grande è la gioia del Cid nell'avere con sé le sue donne alle quali mostra orgoglioso, dall'alto dell'Alcazar, tutto il territorio conquistato.

Per riconoscenza egli dona duecento cavalli al re che accetta non potendo fare a meno di ammirare le virtù del Cid.

Ma alla corte di Alfonso i Conti Don Diego e Don Fernando, Infanti di Carrion, e il Conte Don Garcia, acerrimo nemico del Cid, provano una grande invidia e molto rancore. Per poter ottenere fama e ricchezza, i due infanti manifestano al re Alfonso il loro desiderio di sposare le figlie del Cid. Il re approva e fissa un incontro con il Cid sulle rive del Tago per discutere. Il Cid, pur non essendo molto convinto dei due pretendenti, per non dispiacere al re concede la mano delle figlie che presto si sposano con una grande cerimonia.

[modifica] Il canto dell'affronto

  • "Il canto dell'affronto" che inizia con l'episodio centrale del poema: i principi che si ritrovano ridicolizzati a Valenzia a causa della loro codardia, del disprezzo che provano nei confronti del Cid e delle sue figlie. Essi arrivano al punto di maltrattare e abbandonare le loro spose, dando l'ultima dimostrazione della loro cattiveria e avidità. Il Cid si vendica di loro vincendo un processo effettuato nella corte, ottiene l'annullamento dei matrimoni e ottiene nuove nozze per le figlie con i re di Navarra e Aragona. In questo modo, l'eroe che parte da una situazione pessima a causa di un esilio che lo disonorava, arriva ad essere famoso e ricco, recuperando l'onore perduto.

Alla corte del Cid, dove regna il valore, i due conti, che vengono derisi per la vigliaccheria dimostrata in varie situazioni, si rodono dalla rabbia e meditano vendetta. Fingendo di voler far vedere i loro possedimenti si mettono in viaggio con le loro spose per Carrion, ma, giunti in un fitto bosco, le flagellano a sangue e le abbandonano seminude.

Grazie all'aiuto di un nipote del Cid, Felez Muñoz, esse riescono a ritornare presso il padre che, addolorato e offeso, chiede al re giustizia. Don Alfonso allora convoca le Cortes a Toledo e ordina che abbia inizio il processo. Per prima cosa viene ordinato che i due Infanti restituiscano tutto quello che hanno ricevuto in regalo e in dote dal Cid, vengono in seguito ascoltate le accuse e alla fine avviene il duello tra tre valorosi compagni del Cid da una parte e i due Infanti e Asur Gonzales, che si era presentato come il loro campione, dall'altra. Il duello è vinto dai campioni del Cid con grande umiliazioni degli Infanti.

Dopo il duello si presentano davanti alle Cortes due sconosciuti cavalieri che chiedono per i loro signori, il principe di Navarra e il principe di Aragona, la mano delle figlie del Cid. Il Cid accetta e avviene così un nuovo matrimonio che fa di donna Elvira e donna Sol due regine.

[modifica] Poetica

Il poema ha un carattere realista che era poco comune nei poemi epici, le cifre dei morti in battaglia rientrano in un limite razionale. Si riflette la necessità di guadagnarsi la vita ogni giorno, non ci sono elementi magici solamente in una occasione interviene la divinità. Si può notare anche un ritratto psicologico dei personaggi, soprattutto per quel che riguarda il protagonista e i suoi avversari, i principi di Leon, che appaiono sempre uniti.

Il Cid è un vassallo leale che incarna il massimo grado di civiltà nella società del suo tempo, è generoso ed è un buon padre di famiglia. Questo ultimo aspetto, di vita famigliare, gli conferisce un lato umano che completa il suo ritratto e permette ai lettori d'identificarsi in lui.

[modifica] Stile e lingua

Nel poema, tanto importante per la letteratura spagnola, si trova la documentazione della lingua nascente che al momento era formata da un miscuglio di catalano, di galiziano-portoghese e di castigliano, oltre che dell'epopea del popolo che combatte per la patria e per la religione.

Esso venne pubblicato per la prima volta nel 1779 da Tomás Antonio Sánchez che aveva scoperto il manoscritto, privo di qualche foglio, riportante la data del 1303 e la firma di Per Abbat, probabilmente l'amanuense o il giullare che aveva riordinato il materiale si presume circa quarant'anni dopo la morte dell'autore. L'edizione critica del manoscritto fu poi allestita da Ramón Menéndez Pidal nel 1908-1911.

Il Poema del mio Cid, insieme alla Chanson de Roland, rappresenta la testimonianza del diverso grado di cultura e di civiltà latina nel periodo delle origini in confronto alle popolazioni d'origine germanica. Lontano dallo spirito barbarico dei Nibelunghi, il Cantar de mio Cid è l'interpretazione della realtà cristiana della Castiglia del X secolo. Il protagonista denota la sua origine cristiana e latina che si esprime nella fede in Dio, nella devozione al proprio Signore, nell'affetto per la famiglia e in quei sentimenti di giustizia e perseverante pazienza che gli fanno affrontare stoicamente le difficoltà.

[modifica] Note

  1. ^ Dolores Oliver Pérez, El cantar de Mio Cid: génesis y autoria arabe, Fundacion Ibn Tufayl de Estudios Arabes, pp. 410
  2. ^ Il cantare del Cid, trad. di G. Bertoni, Laterza, pag. 27

[modifica] Voci correlate

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