Manipolo (cattolicesimo)

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Un manipolo bianco
Due manipoli neri
Come viene indossato il manipolo

Il manipolo è un paramento liturgico adoperato nel rito romano della Chiesa cattolica. Durante la celebrazione eucaristica il presbitero, il diacono e il suddiacono lo portano nell'avambraccio sinistro.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il manipolo è consegnato durante la cerimonia di ordinazione suddiaconale e derivava da un fazzoletto (mappula) che veniva portato dai romani annodato al braccio sinistro. Poiché si suppone che la mappula, in origine, fosse utilizzata per detergere il viso da lacrime e sudore[1], gli allegoristi videro nel manipolo il simbolo delle fatiche del Sacerdozio e questa interpretazione fu recepita nelle preghiere per la vestizione, che, Ad Manipulum, recitano:

(LA)
« Merear, Domine, portare manipulum fletus et doloris: ut cum exultatione recipiam mercedem laboris. »
(IT)
« Che io sia degno, o Signore, di portare il manipolo di pianto e dolore: così con orgoglio raccoglierò la mercede del lavoro. »
(Preghiera Ad Manipulum)

Viene in seguito mantenuto in tutti gli altri gradi del Sacramento dell'Ordine (diaconato, presbiterato, episcopato).

Il suo uso è stato reso facoltativo nel 1967, con la seconda Istruzione per la retta applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia, Tres abhinc annos[2]. Il Novus Ordo Missæ non ne fa menzione alcuna, cosicché alcuni suppongo che il suo utilizzo sia lecito, in virtù di una consuetudine ab immemorabili. Va detto, però, che il manipolo era l'insegna del suddiaconato e che questo è stato soppresso nel 1972, con il motu proprio Ministeria quaedam. Naturalmente, questo paramento resta tuttora in uso nelle celebrazioni che si svolgono secondo il rito di San Giovanni XXIII.

Descrizione ed utilizzo[modifica | modifica sorgente]

Il manipolo è simile alla stola ma è di lunghezza minore, essendo lungo un metro circa. È piegato a metà e tenuto fermo da un fermaglio. Il manipolo presenta tre croci, due alle estremità ed una al centro.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ A.M. de' Liguori, op. cit.
  2. ^ Sacra Congregazione dei Riti, Tres abhinc annos, n° 25. URL consultato il 1º giugno 2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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