Hubal
Hubal (arabo هبل) è il nome del betilo venerato in età preislamica a Mecca nel santuario urbano della Kaʿba.
Secondo la tradizione riportata in età islamica da Ibn al-Kalbī nel suo Kitāb al-aṣnām (Libro degli idoli), l'idolo sarebbe stato portato a Mecca, forse dalla Mesopotamia, nella prima metà del III secolo d.C. da ʿAmr ibn Luhayy, il mitico organizzatore dei culti idolatrici a Mecca.
La foggia dell'idolo era quella di un vecchio con un arco e una faretra, al cui interno le frecce, senza punte né impennaggi, sarebbero servite al sādin (custode del santuario) per emettere a pagamento vaticini belomantici ( istiqsām bi-azlām[1]) su richiesta degli interessati.
Il betilo sarebbe stato di cornalina rossa e si narra che un braccio, il destro, si sarebbe rotto e sarebbe stato sostituito con un nuovo arto d'oro.
Il nome della divinità sembra essere semplicemente la variante araba del nord-semitico ha-Baʿl, vale a dire "il Dio" e non è forse un caso che l'espressione usata in età islamica per chiamare Dio fosse quella di Rabbi al-Bayt, vale a dire "Il Signore del Santuario", la medesima cioè usata precedentemente per Hubal.
A lui venivano sacrificati animali nel mese lunare di rajab, la cui sacralità (con ben altri significati) si è in parte conservata nell'Islam.
[modifica] Note
- ^ Ibn Hishām, al-Sīrat al-nabawiyya (Vita del Profeta), ed. Muṣṭafà al-Saqqā et alii, I, pp. 152-3.
[modifica] Bibliografia
- Ibn Hishām, al-Sīrat al-nabawiyya (Vita del Profeta), ed. Muṣṭafà al-Saqqā, Ibrāhīm al-Abyārī e ʿAbd al-Ḥāfiẓ Shalabī, Il Cairo, Muṣṭafà al-Bābī al-Halabī, 1955 (rist. dell'ediz. del 1937).
- Hišām Ibn al-Kalbī, Kitāb al-aṣnām (Libro degli idoli), ed. a cura di Aḥmad Zakī Pāshā, Il Cairo, Dār al-kutub, 1913.
- al-Azraqī, Akhbār Makka (Le notizie [riguardanti] Mecca), Beirut, 1986 (rist. dell’ediz. orig. del 1934 curata da Rushdī al-Ṣāliḥ Malḥas, 2 voll.
- T. Fahd, Le panthéon de l’Arabie centrale à la veille de l’Hégire, Parigi, Librairie Orientaliste Paul Geuthner, 1968.