Ammutinamento del Bounty

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Ammutinamento del Bounty
Mutiny HMS Bounty.jpg
Gli ammutinati lasciano alla deriva gli ufficiali e il comandante della HMAV Bounty
Luogo Oceano Pacifico
Obiettivo Capitano William Bligh
Data 28 aprile 1789
Mattino – Pomeriggio
Responsabili Marinai ammutinati
Motivazione Durezza della vita di bordo

L'Ammutinamento del Bounty, avvenuto nel 1789, è il più famoso ammutinamento nella storia della marina britannica. Dalla sua storia sono stati tratti diversi film e un racconto di Jules Verne, I ribelli del Bounty.

L'ammutinamento[modifica | modifica sorgente]

L'equipaggio del Bounty
Lista completa dell'equipaggio; in corsivo gli ammutinati.
Ufficiali
Tenente di Vascello (comandante) William Bligh
Primo ufficiale John Fryer
Nostromo William Cole
Capo artigliere William Peckover
carpentiere William Purcell
Medico di bordo Thomas Huggan
Secondo Ufficiale Fletcher Christian
Terzo Ufficiale William Elphinstone
Guardiamarina
John Hallet
Thomas Hayward
Peter Heywood
George Stewart
Robert Tinkler
Edward Young
Sottufficiali
Peter Linkletter
John Norton
George Simpson
James Morrison
John Mills
Charles Norman
Thomas McIntosh
Lawrence Lebogue
Charles Churchill
Josheph Coleman
Thomas Denman Ledward
John Samuel
John Smith
Marinai
Henry Hillbrant
Thomas Hall
Robert Lamb
William Muspratt
Thomas Burkett
Michael Byrn
Thomas Ellison
William McCoy
Isaac Martin
John Millward
Matthew Quintal
Richard Skinner
Alexander Smith
John Sumner
Mathew Thompson
James Valentine
John Williams
David Nelson, Giardiniere
William Brown, assistente Giardiniere

Il Bounty (una fregata mercantile armata con 28 cannoni) salpò da Spithead il 23 dicembre 1787, con l’intenzione di raggiungere Tahiti doppiando Capo Horn. L’ordine di partire, arrivato in ritardo rispetto alle speranze del comandante William Bligh, rese di fatto impossibile seguire tale rotta a causa del tempo pessimo. Così, dopo aver tentato per 31 giorni di doppiare il capo, Bligh dovette invertire la rotta e dirigere verso Tahiti navigando verso est.

Durante il viaggio furono avvistate le isole Bounty, al largo della Nuova Zelanda, che Bligh così chiamò in onore della propria nave. Durante la traversata morì un solo membro dell’equipaggio, James Valentine, a causa delle inadeguate cure del medico di bordo, l’alcolizzato dottor Huggan. Dopo un lungo e difficile viaggio, Tahiti viene raggiunta e grazie agli ottimi rapporti di Bligh con il re e la regina di Otaheite la nave si riempie di centinaia di piante. Il già piccolo bastimento ne è completamente invaso.

Inoltre i contatti dei marinai e alcuni ufficiali con la popolazione si fanno sempre più stretti; la libertà sessuale delle donne di Tahiti sconvolge gli uomini. Durante il viaggio di ritorno, il 28 aprile 1789 parte dell'equipaggio, con alcuni ufficiali, tra cui spiccano il secondo ufficiale Fletcher Christian e il guardiamarina Peter Heywood, stanchi della vita di bordo e col pensiero ancora alle fanciulle polinesiane, si ammutinano al comando di William.

Bligh viene condotto sul ponte ancora in camicia da notte, sotto la minaccia di una baionetta puntatagli contro da Christian. Degli altri 42 uomini dell'equipaggio, sul ruolo recitato da ciascuno vi sono testimonianze contrastanti: 17 si ammutinarono, 2 non si schierarono, e 23 restarono fedeli al comandante. All'ultimo tentativo di Bligh di far cambiare idea al suo sequestratore, pare che Christian rispondesse Sono all'Inferno, all'Inferno! (I'm in hell, in hell!)[1].

██ Rotta del Bounty a Tahiti e al luogo dell’ammutinamento

██ Percorso del Bounty dopo l’ammutinamento, al commando di Christian

██ Tragitto della scialuppa di Bligh nel viaggio a Coupang

Fletcher e i suoi uomini, una volta preso il comando della nave, abbandonarono il capitano Bligh assieme a 18 membri dell'equipaggio rimastigli fedeli in una lancia (un'imbarcazione non pontata, lunga 7 metri, larga 2) e fecero vela per Tahiti al grido, come dichiarò Bligh, di Huzzah for Otaheite "Urrà per Tahiti".

Alcuni membri dell'equipaggio che non vollero ammutinarsi furono trattenuti a forza, alcuni per le loro competenze specializzate indispensabili al governo della nave, altri perché la lancia era piena e non poteva imbarcare più uomini. Questi si affrettarono a gridare al comandante la loro innocenza, al che Bligh, che agli occhi di tutti andava incontro a sicura morte, li rassicurò che non li avrebbe dimenticati[2].

Il Bounty non si diresse subito a Tahiti, ma cercò un’isola su cui fondare una colonia e la individuò in Tubuai. Solo dopo gli ammutinati si diressero a Tahiti, dove imbarcarono donne e uomini indigeni per aiutarli nell’impresa di costruire un fortino cui diedero, in onore al re d’Inghilterra, il nome di Fort George.

Dopo circa due mesi, a fortino quasi ultimato, a causa di contrasti con la popolazione locale di Tubuai, decisero, dopo votazione, di tornare a Tahiti. Dei 25 inglesi, 16, tra i quali i membri dell'equipaggio che non avevano potuto imbarcarsi con Bligh, optarono per restare a Tahiti, 8 di seguire Christian, che avrebbe, secondo la versione di John Adams, chiesto di essere lasciato solo alla deriva col Bounty, alla ricerca di un altro luogo dove rifugiarsi.

L'incredibile impresa di Bligh[modifica | modifica sorgente]

William Bligh e i suoi 18 uomini potevano contare su pochi giorni di razioni, 4 sciabole da arrembaggio, una bussola e un orologio da tasca, un quadrante ed un sestante rotto e inaffidabile[3]; non disponeva di carte nautiche ma di tavole di navigazione, indispensabili per stabilire la posizione. Con queste ridottissime risorse Bligh riuscì incredibilmente a raggiungere la colonia olandese di Timor, coprendo cioè 3.618 miglia nautiche (6.700 km) in imbarcazione aperta in 47 giorni, un record ancora imbattuto. Durante il tragitto, solo il nostromo della nave William Cole morì, ucciso da indigeni dell'isola di Tofua, durante uno sbarco per procurarsi del cibo, dopodiché Bligh decise di non approdare più fino ad un porto civilizzato.

Tuttavia, molti uomini morirono una volta sbarcati a causa delle febbri tropicali o nel viaggio di ritorno verso l’Inghilterra. Bligh, animato da volontà di rivalsa, fu il primo a tornare in Europa con la notizia dell'ammutinamento, lasciando, contro le regole, al pilota Fryer il compito di organizzare le cure ed il ritorno degli altri. Solo del nuovo medico di bordo, Ledward, nominato dopo la morte di Huggan, avvenuta a Tahiti, non si conosce la sorte; fu imbarcato per tornare in Inghilterra su una nave olandese andata dispersa[4].

Bligh raggiunse l'Inghilterra dove venne aperta un'inchiesta sull'accaduto; assolto dalla corte marziale continuò la sua fortunata carriera navale (tra l'altro, comanderà una nave di linea alle battaglie di Copenhagen e Camperdown), ostacolata solo dal suo temperamento poco tollerante. Fu in seguito nominato governatore del Nuovo Galles del Sud, dove dovette subire una nuova ribellione, la cosiddetta Rum Rebellion. Nonostante ciò raggiunse prima di ritirarsi il grado di vice ammiraglio.

La spedizione di Edwards[modifica | modifica sorgente]

Tramonto sullo Stretto di Torres

L'HMS Pandora, sotto il comando del Capitano Edward Edwards, salpò il 7 novembre 1790 per recuperare il Bounty ed arrestare gli ammutinati. Giunse a Tahiti il 23 marzo 1791, dove nel frattempo due degli ammutinati erano già morti in una disputa. Infatti uno di questi, Churchill, divenuto molto amico di un capo di un’isola vicina, alla morte di questo fu eletto capo a sua volta. Il suo amico Thompson durante una lite lo uccise e fu poi vittima della vendetta dei neo-sudditi di Churchill.

I quattro uomini che si erano dichiarati leali a Bligh, ma che erano stati costretti a restare sul Bounty, si consegnarono spontaneamente, mentre altri dieci furono catturati. Tutti, senza distinzioni, vennero rinchiusi in una piccola gabbia approntata al momento sul ponte della nave, alla quale i prigionieri affibbiarono il nomignolo di vaso di Pandora (Pandora's box). Durante il viaggio di ritorno la nave si incagliò sulla Grande barriera corallina mentre tentava di attraversare lo Stretto di Torres e affondò il 29 agosto 1791; quattro prigionieri morirono insieme a 31 uomini della ciurma del Pandora.

Al processo contro gli ammutinati Bligh, tramite lettera, identificò i superstiti marinai che erano stati costretti a restare sul Bounty come innocenti, ma non dimostrò alcuna disponibilità ad atti di clemenza verso gli altri imputati, nonostante le ovvie pressioni perché almeno il guardiamarina Heywood sfuggisse all'impiccagione. Peter Heywood e gli altri furono condannati date le prove schiaccianti a loro carico, ma Heywood e Morrison furono successivamente perdonati e reintegrati nella Royal Navy. Un terzo, Muspratt, scampò all’esecuzione grazie ad un cavillo legale. Restavano tre marinai, John Millward, Thomas Burkett, Thomas Ellison. Furono impiccati ai pennoni della HMS Brunswick a Spithead il 29 ottobre 1792.

Sorte degli ammutinati[modifica | modifica sorgente]

John Adams, arruolatosi col nome di Alexander Smith, unico ammutinato ufficialmente sopravvissuto

Gli ammutinati, dopo il tentativo di stabilirsi a Tubuai, ritornarono a Tahiti, dove imbarcarono viveri, 6 uomini (due da Tubuai), 12 donne ed una bambina, partendo poi alla ricerca di un nuovo rifugio, giungendo infine all'isola di Pitcairn, un'isola scoperta da pochissimo le cui coordinate risultavano errate sulle carte di navigazione. Dopo aver dato alle fiamme il Bounty per impedire che potesse essere avvistato dalla marina britannica, gli ammutinati cercarono di fondare una nuova comunità.

Con il passare degli anni però sembra che i rapporti tra gli inglesi e i polinesiani, questi ultimi trattati come schiavi, cominciassero a logorarsi. Nell’autunno 1791 alcuni tahitiani si ribellarono e la pace fu ristabilita solo con l’uccisione di due di loro da parte di altri tahitiani. Nel settembre 1793 vi fu una nuova ribellione dei polinesiani, probabilmente fomentata dall’ex guardiamarina Edward Young. Durante la rivolta trovò la morte la maggior parte dell'equipaggio tra i quali (pare) lo stesso Fletcher Christian, insieme a John Williams, John Mills, Isaac Martin e William Brown. Tra i pochi inglesi rimasti in vita, John Adams, che a quel tempo usava ancora il falso nome di Alexander Smith con cui si era imbarcato sul Bounty, con lungimiranza riuscì a rappacificare le due etnie, compito semplificato dal fatto che tutti i polinesiani maschi erano stati uccisi.

La bibbia del Bounty in mostra alla chiesa di Adamstown (isola di Pitcairn)

Seguirono alcuni anni pacifici, che terminarono quando McCoy scoprì come produrre un micidiale liquore dalle radici del ti (Cordyline terminalis), una pianta del luogo. Nel 1796, sotto l'influsso della sua invenzione, si gettò in mare con una pietra al collo. Qualche anno dopo la moglie di Quintal precipitò nel vuoto mentre cercava uova d'uccello, e in breve tempo gli influssi della bevanda resero Quintal tanto farneticante che Adams e Young dovettero difendersi dai suoi attacchi con un'ascia. Young morì di asma nel 1800 lasciando John Adams come unico maschio adulto sopravvissuto. Ispirato dalla religione, Adams prese le dieci donne e i 23 bambini sotto la propria ala protettrice e cominciò a educarli con i libri trovati sul Bounty.

Nel 1808 una nave, l’americana Topaz del capitano Folger, riuscì a scoprire l'isola scovando i rifugiati. La marina britannica ignorò la notizia e nel 1814 due navi inglesi, Briton e Tagus, riscoprirono Pitcairn e la sua colonia. Il successo di Adams nell’instillare, durante gli anni da patriarca indiscusso, un profondo senso religioso nella comunità gli valse l’approvazione della puritana società inglese. La colonia di Pitcairn fu portata ad esempio di come tramite solo una Bibbia (e un libro di preghiere) anche un fuorilegge potesse convertirsi e costruire una comunità pacifica, serena ed invidiabile. Grazie a questo, gli isolani di Pitcairn furono "adottati" dalla marina britannica e, anche grazie all’aiuto offerto ad alcune navi naufragate nelle vicinanze, l’importanza di avere una colonia in mezzo al Pacifico fu riconosciuta e tutelata. Intanto alcuni marinai di passaggio decisero di fermarsi sull’isola, portando nuovo sangue e nuovi cognomi. Fra questi anche alcuni avventurieri che turbarono non poco l’armonia dell’isola, dopo la morte di Adams (5 marzo 1829).

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Nella lettera scritta da Bligh alla moglie da Timor, che costituisce il primo resoconto dell'ammutinamento, Christian si sarebbe limitato ad un prosaico Not a word, Sir, or you're dead (Silenzio, Signore, o l'ammazzo)
  2. ^ C. Alexander The Bounty, Pag. 19
  3. ^ C. Alexander The Bounty, Pag. 149
  4. ^ C. Alexander, The Bounty pag 166

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Caroline Alexander, The Bounty - The True Story of the Mutiny of the Bounty. Harper/Collins, Londra, 2003. ISBN 0-00-653246-2
  • William Bligh et al., Il viaggio e l'ammutinamento del «Bounty» 1787-1790, a cura di Franco Marenco, Milano, Longanesi, 1969.
  • John Boyne, Il ragazzo del Bounty, 2009
  • Eugenio Corti, L'Isola del Paradiso, (2000)
  • Jules Verne, I ribelli del Bounty (Les Révoltés de la Bounty, 1879)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]