Tirteo

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(GRC)

« Τεθνάμεναι γὰρ καλὸν ἐνὶ προμάχοισι πεσόντα
ἄνδρ' ἀγαθόν, περὶ ᾗ πατρίδι μαρνάμενον. »

(IT)

« Giacere morto è bello, quando un prode lotta
per la sua patria e cade in prima fila »

(Tirteo fr. 6,1-2 Gentili-Prato (traduzione di Filippo Maria Pontani))
Soldato spartano di bronzo

Tirteo (in greco antico: Τυρταῖος, Tyrtâios; ... – ...) è stato un poeta greco antico, vissuto nel VII secolo a.C.[1].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Visse soprattutto a Sparta, per la quale combatté durante la seconda guerra messenica (650 circa a.C.).[2] Varie fonti antiche affermano che era originario di Atene[3] e spiegano la sua presenza a Sparta con una leggenda secondo la quale gli Spartani, messi in crisi dai Messeni, su consiglio dell'oracolo di Delfi, chiesero un capitano agli Ateniesi, i quali mandarono a Sparta un maestro di scuola[4] o, secondo altre versioni, un poeta zoppo e deforme,[5] ma capace d'accendere gli ardori dei soldati con i propri canti[6] e condurli al trionfo in battaglia; secondo Pausania, gli Ateniesi inviarono proprio Tirteo, che sembrava zoppo e di scarsa intelligenza,[7] non volendo aiutare gli Spartani a conquistare la Messenia, ma neanche disobbedire all'oracolo del dio.[8] Si rivelò invece prezioso: Polieno racconta che durante una battaglia contro i Messeni, gli Spartani, decisi a vincerla o a morire, incisero i propri nomi sugli scudi, per poter essere riconosciuti in caso di morte. Tirteo decise di allentare la sorveglianza sugli iloti, nella speranza che alcuni disertassero, ed in effetti una parte si rifugiò tra le file nemiche e parlò loro delle scritte sugli scudi; i Messeni, intimoriti, opposero una scarsa resistenza e gli Spartani vinsero la battaglia.[9] Tirteo in realtà fu un cittadino spartano a pieno diritto; egli appare infatti perfettamente integrato nel sistema ideologico della πόλις (polis) aristocratica.

L'origine ateniese di Tirteo è stata messa in dubbio da alcuni studiosi moderni: poiché le prime testimonianze della leggenda sono riferite da Platone e Licurgo, è stata avanzata l'ipotesi che in realtà gli Ateniesi volessero negare che Sparta potesse produrre alcun importante poeta.[10]

Opere[modifica | modifica wikitesto]

La sua opera va inserita insieme a quella di Callino tra le elegie guerresche. Testi come questi hanno fatto pensare ad alcuni che l'elegia fosse destinata all'esercito, ma si tratta di un'ipotesi senza fondamento, perché l'elegia era destinata alla consorteria politica dell'eteria; Tirteo infatti utilizza la prima persona plurale nelle forme verbali cementando così l'identità del gruppo. A conferma dei temi guerreschi delle sue opere, Ateneo riporta la testimonianza dello storico Filocoro, secondo il quale gli Spartani, dopo la vittoria sui Messeni, presero l'usanza nelle campagne militari di cantare a turno le poesie di Tirteo dopo aver cenato.[11]

L'opera di Tirteo si può dividere in tre categorie: un'elegia chiamata Eunomia ("buon governo"),[12] le esortazioni (ὑποθῆκαι) in versi elegiaci e i canti di guerra (ἐμβατήρια) in anapesti.[10] Sono pervenuti a noi solo pochi frammenti della sua opera poetica, una raccolta di poesie elegiache divisa in cinque libri,[13] di cui solo tre elegie sono quasi integre.[14] Tra i testi pervenuti solo in forma frammentaria è anche l’Eunomia,[15] forse originariamente un poema o una raccolta di poesie riguardanti l'origine e la struttura del governo spartano:[16] in uno dei frammenti, tramandato da Plutarco,[17] Tirteo descrive il ruolo dell'assemblea dei cittadini (l'apella) e la possibilità per i re e per la gherusia di non ratificare le leggi approvate dall'assemblea se queste sono contrarie agli interessi dello Stato, come previsto dall'ultima parte della grande Rhetra.[18]

Il mondo poetico e concettuale di Tirteo[modifica | modifica wikitesto]

La lingua delle elegie di Tirteo è il dialetto ionico, ma vi sono tracce di una primitiva visione dorica. A Tirteo va riconosciuta, inoltre, l'innovazione dell'etica della polis: egli infatti per primo introdusse nella mentalità dell'uomo greco l'idea di una vita dopo la morte, anche se in che termini questa vita fosse da intendere non è ben specificato.

Tirteo utilizza un linguaggio tradizionale, prevalentemente omerico,[19] ma adattato alle esigenze del codice di valori che si prefigge di esprimere. I suoi scritti contengono alcuni caratteri stilistici tipici della poesia a destinazione orale: il prevalere della paratassi, le numerose ripetizioni concettuali e lessicali, la struttura sintattica semplice, il ricorso all'antitesi e l'ampio uso di particelle connettive. Il tutto era finalizzato a catturare l'attenzione degli ascoltatori, che dovevano avere una comprensione immediata del testo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ San Girolamo pone il floruit di Tirteo (Myrtaeus nei manoscritti, emendato in Tyrtaeus) nel 633 a.C., al tempo della XXXVI Olimpiade (Chronicon, Ol. 36, 96b, 17 Helm), mentre la Suida pone il suo floruit alla XXXV Olimpiade (Suida, τ 1205 Adler).
  2. ^ Strabone, VIII, 4, 10 cita un passaggio delle elegie di Tirteo nel quale affermava di aver comandato le truppe spartane durante questo conflitto.
  3. ^ Platone, Leggi, 1, 629a e relativi scolii; Licurgo, Contro Leocrate, 106; Diodoro Siculo, Biblioteca storica, XV, 66, 3. Secondo la Suida, τ 1205 Adler era invece nato a Sparta o a Mileto ed era figlio di un certo Archembroto, mentre Claudio Eliano dice semplicemente che Tirteo non era di Sparta (Varia historia, XII, 50). Plutarco ricorda una battuta dello spartano Pausania che, a chi gli chiedeva il motivo per cui Tirteo era stato fatto cittadino spartano, rispondeva: «affinché non possa apparire che uno straniero sia il nostro comandante» (Moralia 230d).
  4. ^ Scholia in Platonem, Leges, 1, 629a.
  5. ^ Suida, τ 1206 Adler. Commentando un passo di Orazio in cui si parla di Tirteo (Arte poetica, 402), Pomponio Porfirione riferisce la leggenda su Tirteo, specificando che il poeta era deforme in tutto il corpo, zoppo e orbo (Holder, pp. 176-177).
  6. ^ Orazio, Arte poetica, 402-403. Plutarco ricorda un giudizio simile espresso da Leonida: «un poeta bravo ad infiammare i cuori dei giovani» (Vita di Cleomene, II, 3; Moralia, 959b), e quello pronunciato da uno spartano anonimo (Moralia, 235f).
  7. ^ È definito "folle" in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, II, 43.
  8. ^ Pausania, Periegesi della Grecia, IV, 15, 6. Anche secondo Giustino (Historiarum Philippicarum Libri, III, 5) e Ampelio (Liber memorialis, XIV, 5) gli Ateniesi inviarono Tirteo per disprezzo degli Spartani.
  9. ^ Polieno, Stratagemmi, I, 17. Una versione meno dettagliata è in Diodoro Siculo, Biblioteca storica, VIII, 27.
  10. ^ a b Irwin.
  11. ^ Ateneo di Naucrati, Deipnosofisti, XIV, 630f (= FGrHist 328 F 216). Anche Suida, τ 1205 Adler, Dione Crisostomo (Orazioni, 36, 10) e Giovanni Tzetzes (Chiliades, I, 692) accennano all'usanza degli Spartani di cantare le poesie di Tirteo durante le spedizioni militari. Alcuni studiosi hanno però messo in dubbio l'attendibilità della testimonianza di Filocoro: si veda Bowie, pp. 224-225 e n. 15 per una discussione di questo problema.
  12. ^ Chiamata la "costituzione degli Spartani" in Suida, τ 1205 Adler.
  13. ^ Suida, τ 1205 Adler.
  14. ^ Testimonianze e frammenti in Gentili-Prato, pp. 6-39 e Gerber 1999, pp. 24-71.
  15. ^ Strabone, VIII, 4, 10.
  16. ^ Gerber 1997, p. 103.
  17. ^ Plutarco, Vita di Licurgo, 6, 5.
  18. ^ Fr. 1b Gentili-Prato. La rhetra è discussa da Plutarco nel capitolo 6 della Vita di Licurgo.
  19. ^ Gerber 1997, p. 106.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Raccolte di frammenti e testimonianze
Fonti secondarie

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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