Politica dell'Iraq

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L'Iraq è diventato indipendente dal Regno Unito nel 1932. Per un breve periodo nel 1958 ha formato una federazione con la Giordania come Unione Araba.

Dal 19 fino ad aprile 2003 l'Iraq è stato una repubblica dittatoriale governata dal Partito di Rinascita Araba Socialista (Baʿth). Soprattutto a partire dalla presa del potere da parte di Saddam Hussein il regime privilegiava gli arabi musulmani sunniti a danno degli arabi musulmani sciiti e dei curdi musulmani sunniti.

Nella primavera 2003, in seguito all’invasione dell’esercito statunitense e della coalizione alleata (seconda Guerra del Golfo) è caduto il regime di Saddam.

Lo stato attualmente è una repubblica parlamentare. La divisione amministrativa consiste in 18 governatorati. Nella nuova costituzione è previsto il federalismo, fra tre regioni: il Kurdistan iracheno a nord-est, nei territori abitati dai curdi, già autonomi dall’epoca della prima Guerra del Golfo del 1991, la regione centro-settentrionale a maggioranza araba sunnita e quella centro-meridionale a forte prevalenza araba sciita (d’ora in poi ci si riferirà agli arabi sunniti iracheni come “sunniti” e agli arabi sciiti iracheni come “sciiti”).

La caduta della repubblica dittatoriale governata dal Partito Ba'th (detto anche Partito di Rinascita Araba Socialista) di Saddam Hussein apre una nuova fase. Il regime fu abbattuto nel 2003 a seguito di una guerra lanciata da una coalizione guidata dagli Stati Uniti; ma il paese non è ancora stato stabilizzato ed è in corso una guerra a bassa intensità che contrappone le truppe straniere, l'esercito del nuovo governo iracheno e le milizie di alcune fazioni (specialmente i Curdi ed alcuni partiti politici sciiti) a gruppi eterogenei, composti soprattutto da sunniti[1] (già al potere con il precedente regime ed ora parzialmente esclusi dai posti chiave del governo) di estrazione sia laica (ex Ba'thisti) che islamica; ad essi si aggiungono gruppi apertamente terroristici legati ad al-Qāʿida, spesso composti da stranieri.

Lo stato iracheno è ora una repubblica parlamentare. La nuova costituzione assegna un ruolo importante alla religione islamica, proclamata religione di stato e "sorgente fondamentale della legislazione", vietando l'imposizione di leggi che contraddicano i principi fondamentali dell'Islam. Essa prevede pure che non possano essere imposte leggi contrarie ai principi democratici ed ai diritti umani e garantisce la libertà religiosa di tutti i cittadini.

La divisione amministrativa consiste in 18 province, cui la nuova costituzione concede la possibilità di formare delle confederazioni dotate di ampia autonomia. Queste disposizioni non sono ancora state attuate, ma se la costituzione non subirà modifiche è praticamente certo che le 3 province curde nel nord del Paese costituiranno una confederazione di questo tipo; è molto probabile che il loro esempio venga seguito dalle 9 province sciite del sud, mentre il destino politico-amministrativo delle 6 province centrali (3 delle quali sono a forte maggioranza sunnita, mentre le altre 3 - fra cui la capitale Baghdad - sono miste) appare incerto.

Attualmente (settembre 2006) il capo dello stato è il curdo Jalal Talabani che è a capo di un consiglio di presidenza che include un vicepresidente sunnita (Tariq al-Hashimi) ed un vicepresidente sciita (Adel Abd al-Mahdi). Il primo ministro è lo sciita Nuri al-Maliki, del Partito Islamico Da'wa, giunto al governo nella primavera del 2006.

Un ruolo informale molto importante è svolto dai capi religiosi, specialmente dai quattro grandi ayatollah sciiti che hanno sede nella città santa di Najaf, fra cui il più influente è ʿAlī al-Sistānī.

La scena politica irachena all'indomani della caduta di Saddam (2003)[modifica | modifica sorgente]

In teoria il regime di Saddam Hussein aveva imposto all'Iraq l'ideologia laica, nazionalista e con tendenze socialiste del partito Ba‘th. In pratica la società irachena era ancora percorsa da divisioni etniche, religiose e persino tribali. Il regime sfruttava queste divisioni e praticava discriminazioni sistematiche fra i vari gruppi, favorendo grandemente la minoranza (circa 25% della popolazione irachena) sunnita e specialmente i clan originari di Tikrit, città natale di Saddam. Gran parte delle posizioni di una certa responsabilità (dirigenti del partito, funzionari governativi, ufficiali dell'esercito ecc.) erano affidate a sunniti, possibilmente di tendenze laiche.

L'opposizione a Saddām era particolarmente forte fra coloro che erano danneggiati da queste discriminazioni, ovvero fra gli sciiti (oltre il 50% della popolazione) ed i curdi (circa il 20%).

Gli sciiti[modifica | modifica sorgente]

Nel sud sciita tutti i tentativi di rivolta (ad es. subito dopo la Prima Guerra del Golfo) erano stati repressi dal governo centrale e quasi tutti i leader politici erano dovuti fuggire in esilio. Fra questi erano particolarmente importanti l'Ayatollah Sayyed Muhammad Bāqir al-Hakīm ed Ibrāhīm al-Jaʿfarī, rispettivamente a capo del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq (noto con l'acronimo inglese SCIRI) e del Partito Islamico Da'wa (Daʿwa vuol dire "appello"), entrambi con forti legami con l'Iran.

L'unica autorità a cui il regime era obbligato a concedere una minima autonomia era quella ecclesiastica, specialmente quella dei grandi ayatollah sciiti di Najaf (città santa dello Sciismo in quanto ospita la tomba di ʿAlī ibn Abī Ṭālib, quarto califfo e primo Imam sciita). Ciò non impedì l'assassinio (1999) del grande ayatollah Muhammad Sādiq al-Sadr (e di due suoi figli), fondatore di un movimento politico-religioso considerato pericoloso da Saddam. I suo assassinio non estinse il movimento sadrista, per quanto esso passasse in clandestinità e subisse una scissione: la maggioranza dei suoi membri rimase fedele a Muqtada al-Sadr (un altro figlio dell'ayatollah assassinato), mentre una consistente minoranza passò con lo sceicco Muhammad Ya'qubi (amico del padre di Muqtada e appoggiato del Grande Ayatollah iraniano Kadhim al-Haeri), che avrebbe successivamente fondato il partito Fadila (virtù).

L'assassinio di al-Sadr ebbe anche la conseguenza di rendere indiscussa la preminenza religiosa del grande ayatollah ʿAlī al-Sīstānī: egli è oggi la personalità più influente dell'Iraq.

I partiti sciiti accettarono con grande riluttanza l'occupazione americana, considerata un prezzo da pagare per poter rivendicare i propri diritti (oltre la metà della popolazione irachena è sciita). L'opposizione agli americani era particolarmente forte fra i sadristi, che fin dall'inizio li accusarono di voler trasformare l'Iraq in uno stato fantoccio se non addirittura in una colonia. Va inoltre notato che diversi di questi partiti disponevano (e dispongono) di milizie armate, fra cui le più importanti sono la Badr (dello SCIRI) e l'esercito del Mahdi (di Muqtada al-Sadr).

I curdi[modifica | modifica sorgente]

Negli anni novanta i curdi erano riusciti a stabilire nel nord quello che era quasi uno stato indipendente, nonostante i forti conflitti interni fra i due partiti maggiori, l'Unione Patriottica del Kurdistan di Jalāl Tālabānī ed il Partito Democratico del Kurdistan di Masʿūd Bārzānī. Entrambi questi partiti sono di tendenza relativamente laica, ma esiste pure un partito islamico curdo.

Prima dell'invasione americana l'entità curda era protetta dalla milizia dei peshmerga, che poi partecipò attivamente all'invasione stessa. I curdi sono i più fedeli alleati degli USA in Iraq, per quanto siano stati costretti da essi a rinunciare alle proprie aspirazioni di indipendenza totale, accontentandosi di una larga autonomia dal governo centrale iracheno.

I sunniti e la guerriglia[modifica | modifica sorgente]

I sunniti sono il blocco della popolazione irachena che ha visto la caduta del regime di Saddam nella luce peggiore. Essi infatti hanno controllato lo stato iracheno fin dall'istituzione della monarchia negli anni venti, spesso a spese degli altri gruppi etnico-religiosi iracheni: la caduta di Saddam ha segnato la fine di questo predominio. Inoltre moltissimi di loro erano parte dell'apparato governativo, dell'esercito o del partito Baʿth e l'epurazione o la dissoluzione di queste istituzioni li ha spesso lasciati senza lavoro. Tutto ciò si è sommato ad un nazionalismo particolarmente forte ed alla convinzione di essere vittime di un sopruso (i sunniti rifiutano di credere di non essere la maggioranza) ed ha creato un clima di ostilità diffusa nei confronti delle truppe occupanti e delle nuove istituzioni irachene.

Questo clima, unito alle competenze militari dei sunniti (ad es. gli ex ufficiali dell'esercito potevano attingere a depositi segreti di armi e munizioni disseminati da Saddam in tutto il Paese) ha portato alla formazione di numerosi gruppi armati di tendenze sia laiche (ex baʿthisti) che islamiche. Questi si sono spesso alleati con jihadisti provenienti dall'estero e facenti parte di gruppi esplicitamente terroristici come quello di al-Zarqawi, noto impropriamente come al-Qāʿida in Iraq.

A livello politico, vi sono diversi gruppi che vorrebbero rappresentare i sunniti. Fra questi l'Associazione del clero musulmano, il Fronte di Accordo Nazionale (entrambi di carattere religioso) ed il Consiglio Nazionale per il Dialogo (di tendenza laica). Questi partiti sono considerati i più vicini alla resistenza.

Gli esiliati laici[modifica | modifica sorgente]

Un ruolo di una certa importanza è svolto da alcuni esiliati laici come Iyad Allawi (sunnita, ex membro del partito Ba‘th fuggito dall'Iraq durante l'ascesa al potere di Saddam e poi entrato al servizio della CIA, primo ministro fra il giugno del 2004 e l'inizio del 2005), Ahmad Shalabī (scritto talora Chalabi; finanziere sciita legato ai gruppi neoconservatori americani - e forse anche ai servizi segreti iraniani - fonte di molte delle informazioni che hanno spinto gli USA alla guerra) ed Adnān Pachachī.

Altri gruppi[modifica | modifica sorgente]

Nella politica irachena vi sono poi gruppi di importanza minore, come le piccole minoranze turca e cristiana caldea, insediate in regioni ristrette del nord del paese (come la città di Kirkuk), o alcuni piccoli partiti (come i comunisti) non legati a gruppi etnici, religiosi o tribali.

La nuova costituzione (2005)[modifica | modifica sorgente]

La travagliata redazione[modifica | modifica sorgente]

Il compito principale del parlamento eletto il 15 gennaio 2005 era di redigere una nuova costituzione. La Transitional Administrative Law (TAL) prevedeva che essa fosse approvata entro il 15 agosto, in modo da poterla sottoporre a referendum in ottobre. Queste scadenze si rivelarono difficili da rispettare. Un primo ostacolo fu la nomina del presidente e del nuovo governo, che occupò il parlamento fino al 29 aprile. Il problema si spostò poi alla scelta della commissione che avrebbe redatto la costituzione, ed in particolare al numero di sunniti che avrebbero dovuto farne parte. Il boicottaggio delle elezioni del 15 gennaio aveva lasciato i sunniti con pochissimi deputati e si cercava di evitare che la loro conseguente esclusione dalla stesura della costituzione potesse esacerbare ulteriormente gli animi. A fine giugno si arrivò al compromesso di aggiungere dei membri esterni all'iniziale commissione di 55 deputati, portando la rappresentanza sunnita a 25 membri su circa 80 (di cui 10 senza diritto di voto) [1]. La commissione cominciò a lavorare agli inizi di luglio e procedette con rapidità, salvo per due questioni fondamentali:

  • Il ruolo della religione islamica: per quanto l'ayatollah Sistani non fosse favorevole al modello iraniano in cui il clero è investito del potere di limitare le azioni del parlamento e dell'esecutivo (Sistani ritiene che l'autorità religiosa debba esercitare solo un'influenza indiretta), tutti i partiti religiosi sciiti ed anche alcuni dei sunniti erano molto favorevoli ad assegnare all'Islam un ruolo importante; a ciò si opponevano i curdi, il partito "laico" di ʿAllawi, i rappresentanti delle minoranze e la maggioranza dei sunniti. Gli USA erano contrari a questa ipotesi.
  • La forma federale dello stato iracheno: nel timore che un forte stato centralizzato potesse ripetere gli eccessi dell'epoca di Saddam, i curdi avevano proposto che le province irachene potessero formare delle confederazioni regionali (ciascuna composta di almeno 3 province) che avrebbero goduto di amplissima autonomia sia economica (trattenendo gran parte dei proventi petroliferi) che nel campo della sicurezza (ciascuna confederazione avrebbe avuto una propria polizia e forse persino un proprio esercito). A questa ipotesi si opponevano in primo luogo i sunniti (che occupano una regione povera di risorse naturali), ma anche i nazionalisti iracheni, da ʿAllawi ad al-Sadr, che consideravano l'istituzione delle confederazioni come l'anticamera della dissoluzione dell'Iraq. Gli USA (ed anche lo SCIRI) erano favorevoli ad una versione meno estrema di quanto proposto dai curdi.

Il totale disaccordo su questi temi obbligò il Parlamento ad spostare di 2 settimane la scadenza del 15 agosto. Sciiti e curdi giunsero infine ad un compromesso, che ignorava invece le richieste dei sunniti (e vanificava i precedenti sforzi di "coinvolgerli" nella stesura della costituzione): i curdi avrebbero accettato un articolo che impedisce l'approvazione di leggi contrarie ai "principi riconosciuti dell'Islam" (oltre che ai "diritti umani" ed ai "principi democratici"), mentre gli sciiti avrebbero acconsentito alle confederazioni regionali (sia pur in forma edulcorata rispetto alle proposte curde).

Esecutivo:

Presidente: Jalal Talabani (curdo) (2005) YNK

Vice-presidenti: Ghazi Mashal Ajil al-Yawer (sunnita, ʿIraqiyyūn) e Adel Abd al-Mahdi (sciita, SCIRI) (2005)

Primo ministro: Jawad al-Maliki (sciita, Daʿwa) (2006)

Elezioni costituenti del 30 gennaio 2005[modifica | modifica sorgente]

In un passaggio importante della transizione dal controllo straniero all'autodeterminazione, gli iracheni votarono per l'Assemblea Nazionale Irachena (rinominata Consiglio dei Rappresentanti dell'Iraq dopo il referendum costituzionale dell'ottobre 2005), un nuovo organo transitorio composto da 275 membri avente per compito la stesura della nuova costituzione democratica, oltre all'esercizio della funzione legislativa nel frattempo.

La partecipazione al voto fu pari al 58% (8,4 milioni di votanti), nonostante il quasi totale boicottaggio della componente sunnita e dei suoi partiti e ben 9 attacchi contro i seggi, che fecero 44 morti. I risultati definitivi furono ufficializzati il 13 febbraio. Dodici liste ottennero seggi all'Assemblea Nazionale. Il 48,2% dei voti e la maggioranza dei seggi (140) andarono a due partiti che rappresentavano la componente sciita (SCIRI: Abd al-Aziz al-Hakim, Daʿwa: Ibrahim al-Ja'fari), riuniti nella Alleanza Unita Irachena, tacitamente sostenuta dal Grande Ayatollah Ali al-Sistani. Anche la comunità curda fu ben rappresentata con il 25,7% dei voti e 75 seggi per la Alleanza Patriottica Democratica del Kurdistan, che riuniva i due principali partiti curdi (UPK: Jalal Talabani, PDK: Mas'ud Barzani). La Lista Irachena, guidata dal primo ministro Iyad Allawi, giunse terza con il 13,8% dei voti e 40 seggi. Nessun'altra lista superò il 2%: nel complesso ottennero 20 seggi.

Elezioni provinciali del 30 gennaio 2005[modifica | modifica sorgente]

Simultaneamente alle elezioni costituenti si tennero le elezioni dei consigli dei 18 governatorati (41 seggi in ciascun consiglio, 51 a Baghdad). I sunniti boicottarono anche queste elezioni. Liste sciite vinsero in 11 province, inclusa Baghdad. Liste curde vinsero in 5 province (Arbil, Dahuk, Ninawa (Ninive), Sulaymaniyya, al-Tamim). Liste sunnite vinsero in una provincia (al-Anbar). Non ebbe un chiaro vincitore una provincia (Salah al-Din). In questa data si elessero anche i 111 consiglieri della regione autonoma del Kurdistan iracheno.

Referendum costituzionale del 15 ottobre 2005[modifica | modifica sorgente]

La costituzione provvisoria del 2004 prevedeva che la nuova costituzione venisse approvata in un referendum nazionale prima di entrare in vigore. Per tutelare le minoranze, non solo i voti favorevoli dovevano prevalere a livello nazionale ma i voti contrari non dovevano raggiungere o superare i due terzi in più di 2 delle 18 province. La norma era stata pensata per tutelare i curdi, ma in realtà finì con il servire per i sunniti.

Il voto ebbe luogo in presenza di forti misure di sicurezza. La partecipazione toccò il 63%. I risultati erano previsti dopo quattro giorni, ma ne furono necessari dieci. A livello nazionale i sì toccarono il 79%. Il no prevalse in tre province, ma solo in due passò la soglia dei due terzi (vi furono accuse di brogli nella terza). L'approvazione della costituzione mise in moto il processo per le elezioni parlamentari di dicembre.

Elezioni parlamentari del 15 dicembre 2005[modifica | modifica sorgente]

Iracheni in coda davanti ai seggi elettorali nella città a prevalenza sunnita di Husaybah, durante le elezioni nazionali del 15 dicembre 2005. Solo poche settimane prima, i marines e l’esercito americano hanno combattuto contro gli insorti in questa città situata presso il confine siriano.

Dopo le elezioni per l’assemblea costituente (e parlamento provvisorio iracheno) del 31 gennaio 2005 e il referendum di ratifica della costituzione del 15 ottobre 2005, la nuova tappa per passare dalle istituzioni provvisorie irachene a quelle definitive è stata contrassegnata dalle elezioni parlamentari del 15 dicembre 2005 per eleggere i 275 membri dell’Assemblea Nazionale (Majlis al-Watani) permanente.

Sistema elettorale[modifica | modifica sorgente]

Almeno un terzo dei candidati di ogni lista deve essere una donna. Il parlamento eletto il 31 gennaio del 2005 ha anche funzioni di assemblea costituente.

Anche queste elezioni si sono svolte con un sistema proporzionale, come quelle del 31 gennaio, ma usando un metodo più complicato di ripartizione dei seggi. 230 seggi su 275 sono stati suddivisi in 18 circoscrizioni corrispondenti ai governatorati, in proporzione al numero di elettori registrati nelle precedenti elezioni. Per ottenere seggi in un governatorato, occorre che una lista ottenga un numero sufficientemente alto di voti in quella circoscrizione. Questo modo di ripartire i voti è stato adottato per favorire una maggiore rappresentanza dei sunniti in caso di un nuovo boicottaggio. Alle elezioni di gennaio infatti, gran parte degli elettori sunniti non aveva partecipato, secondo le indicazioni dei loro principali partiti, risultando sottorappresentati all’assemblea costituente. In queste elezioni invece, per fare un esempio, nella provincia di Anbar a grande predominanza sunnita, nonostante una affluenza più bassa della media delle altre province sono stati eletti in ogni caso 9 deputati.

I rimanenti 45 deputati, vengono ripartiti a livello nazionale, compresi i voti dei residenti all’estero, e distribuiti in primo luogo tra le liste che eventualmente raggiungano 1/275 dei voti totali (circa 0,36%) senza aver ottenuto seggi nei governatorati (“seggi compensatori”); quindi, se rimangono dei seggi non assegnati, vengono distribuiti in proporzione ai voti ottenuti dalle liste più votate a livello nazionale (ad es., se rimangono 44 seggi, vengono assegnati alle liste che ottengono grosso modo più della metà di 1/44 dei voti). Il 25% dei seggi deve essere occupato da donne [2].

Votazioni[modifica | modifica sorgente]

Per quanto riguarda l’affluenza al voto, c’è stato ancora una volta un elevato afflusso di elettori ai seggi nelle province a maggioranza curda, un forte incremento dell’affluenza anche nelle province a maggioranza sunnita, visto che i principali partiti sunniti questa volta non hanno boicottato il voto, e un’affluenza abbastanza elevata anche nelle province a maggioranza sciita, anche se in queste ultime c’è stata una flessione rispetto alle elezioni di gennaio. Di conseguenza, per via del sistema elettorale, in termini di seggi è stata un po’ penalizzata l’Alleanza del Kurdistan, considerata l’affluenza elevata nelle province curde, mentre sono state favorite le principali coalizioni a maggioranza sciita, poiché la distribuzione dei seggi premia le liste che ottengono buoni risultati nei vari governatorati, anche dove l’affluenza non è elevata.

Risultati[modifica | modifica sorgente]

Per avere dei risultati complessivi, anche se non ancora certificati, è stato necessario aspettare fino al 20 gennaio 2006, mentre per quelli definitivi si è dovuto attendere sino al 10 febbraio 2006, per via di ritardi dovuti alle accuse di irregolarità e frodi portate avanti dalle liste sunnite e da quella di Allawi.

I risultati finali evidenziano ancora una volta la vittoria della Coalizione Irachena Unificata (oltre il 41% dei voti e 128 seggi), la lista con grande prevalenza di partiti islamici sciiti, che questa volta non ha avuto l’appoggio esplicito del grande ayatollah sciita Ali al-Sistani, che ha preferito mantenersi neutrale. La lista ha tuttavia perso la maggioranza assoluta dei seggi e una consistente quota percentuale di voti (meno 7%, pur aumentando il numero di voti), a causa soprattutto della forte affluenza al voto dei sunniti. La coalizione ha patito alcune defezioni di scarso rilievo, compensata per contro dall’aggiunta di nuovi piccoli partiti. Pur confermandosi come la principale formazione politica dell’odierno Iraq, essenziale per la formazione di qualsiasi governo, anche questa volta la Coalizione Irachena Unificata avrà bisogno di ampie alleanze per formare il nuovo governo, considerato che secondo la costituzione, per eleggere presidente della repubblica e primo ministro sono necessari i voti di due terzi dell’Assemblea Nazionale.

In una situazione simile si trova l’Alleanza del Kurdistan (21,7% e 53 seggi), coalizione dei principali partiti curdi, di ispirazione prevalentemente laica, che ha perso circa il 4% dei voti sempre a causa della forte affluenza dei sunniti e ben 22 seggi rispetto alle elezioni del 31 gennaio. La coalizione ha patito inoltre la defezione degli islamisti curdi dell’Unità Islamica del Kurdistan, in parte compensata dall’aggregazione degli islamici del Gruppo Islamico del Kurdistan - Iraq. Anche l’alleanza curda ha comunque confermato il suo ruolo centrale nell’attuale politica irachena, essenziale per la formazione di una coalizione di governo.

Un buon risultato hanno ottenuto le due principali coalizioni sunnite, quella di matrice religiosa del Fronte dell'Accordo Iracheno (o Fronte della Concordia Irachena) e quella di matrice laica, fortemente critica verso la nuova costituzione, del Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale. I leader politici sunniti (non i guerriglieri), pentiti per il boicottaggio alle elezioni del 31 gennaio, che ha portato ad un ruolo marginale del loro gruppo nell’elaborazione della costituzione, hanno invitato ad un massiccio afflusso al voto. Il Fronte dell'Accordo Iracheno dominato dal Partito Islamico Iracheno, principale partito islamista sunnita, guidato da Mohsen Abd al-Hamid e Adnan al-Dulaymi, ha ottenuto oltre il 15% dei voti e 44 seggi; questa formazione è critica nei confronti della nuova costituzione, ma disposta ad accettarla in cambio della promessa di emendamenti al testo, diretti non solo a favore dei sunniti, ma anche a dare maggior importanza alla legge islamica. Il Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale che ha ottenuto oltre il 4% dei voti e 11 seggi, è come detto molto critico verso la nuova costituzione, soprattutto per quanto riguarda il federalismo, che assegnerebbe ai sunniti un territorio con scarse risorse petrolifere, abbondanti invece nei territori curdi e sciiti; questa lista di tendenza laica, guidata da Salah al-Mutlak e alla quale aderiscono molti ex-appartenenti al Ba'th, accusa tra l’altro i militanti musulmani del Fronte dell'Accordo Iracheno per l’inclinazione al compromesso sulla costituzione e di rompere l’unità dei sunniti trattando [3] con i rappresentanti curdi per il nuovo governo (2 gennaio 2006 [4] [5]). In ogni caso, un nuovo governo iracheno non potrà prescindere dall’apporto di una di queste due liste, soprattutto quella islamica del Fronte dell'Accordo Iracheno, poiché i laici del Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale sono accusati da buona parte della Coalizione Irachena Unificata di connivenze con i terroristi [6]

Grande delusa di questa consultazione è la Lista Irachena Nazionale, coalizione di ispirazione laica guidata dall’ex primo ministro ad interim, lo sciita filo-americano Iyad Allawi, ma comprendente anche i leader sunniti Ghazi Mashal Ajil al-Yawer, influente capotribù, e il liberale Adnan Pachachi, il Partito Comunista Iracheno, il Raggruppamento Repubblicano Iracheno e altri partiti sciiti, sunniti e turcomanni. Questa larga coalizione, intenzionata a dare una connotazione più filo-occidentale alla politica irachena, senza trascurare il dialogo con gli insorti arabo-sunniti, rischia di essere esclusa dal nuovo governo per via di veti incrociati e in particolare per l’ostilità mostrata dai seguaci di Moqtada al-Sadr, a capo di una delle più importanti fazioni della Coalizione Irachena Unificata, nei suoi confronti [7]. Ma la delusione nasce soprattutto per il risultato elettorale molto inferiore alle attese: questa lista, sommando tutte le sue componenti, partiva da un risultato complessivo di circa il 17%, 47 deputati e oltre un milione e quattrocentomila voti ottenuti alle elezioni parlamentari precedenti, e si è trovata ad ottenere l’8%, 25 parlamentari e poco meno di un milione di voti in queste consultazioni; considerando anche i pronostici di alcuni sondaggi pre-elettorali ad essa favorevoli, i rappresentanti della Lista Irachena Nazionale hanno avanzato accuse di frodi elettorali alle due coalizioni vincitrici, quella sciita e quella curda, appoggiati in questo dalle liste sunnite.

Tra le liste minori, hanno ottenuto seggi al parlamento:

  1. i militanti islamici curdi dell’Unità Islamica del Kurdistan, che nelle precedenti elezioni facevano parte della Alleanza del Kurdistan, che hanno ottenuto 5 deputati e l’1,3% dei voti;
  2. la lista dei Promotori del Messaggio (al-Risāliyyūn, chiamati anche “I Progressisti”), una formazione di seguaci di Moqtada al-Sadr che non appoggiano l’alleanza con la Coalizione Irachena Unificata (CIU), e capeggiati da uno dei collaboratori di al-Sadr, lo sceicco Abd al-Hadi al-Darraji (1,2% e 2 seggi);
  3. il Blocco di Riconciliazione e Liberazione, guidato dal leader arabo-sunnita Mishaane al-Juburi, (1,1%, +0,7%, e 3 seggi, +2);
  4. il Fronte Turcomanno Iracheno, rappresentante la minoranza turcomanna, presente alle precedenti elezioni come Fronte Turcomanno dell'Iraq, che ha visto diminuire i suoi voti passando da 3 seggi a 1; va considerato comunque che molti turcomanni votano per liste apparentate ad altre coalizioni o per partiti non turcomanni; inoltre i turcomanni possono recriminare per il fatto che nella città a prevalenza turcomanna di Tal Afar, nella provincia di Kirkuk, non si è votato per via delle operazioni di guerra in corso durante il periodo elettorale [8];
  5. la Lista del Rafidayn (o “Lista della Mesopotamia”), erede della Lista del Rafidayn Nazionale, che rappresenta la minoranza cristiana, e capeggiata da Yonadim Kana, già rappresentante dei cristiani nel Consiglio di Governo Iracheno, nominato dagli americani dopo l’invasione; questa lista ha mantenuto il suo seggio e percentuali di voto attorno allo 0,4%; anche in questo caso va ricordato che molti cristiani votano per altre liste o coalizioni (soprattutto per partiti curdi e coalizione di Allawi), ma lo scarso risultato dei partiti cristiani è comunque indicativo della sempre minore presenza di questa comunità in Iraq, a causa della forte emigrazione degli ultimi anni di molti membri delle tradizionali comunità assira e caldea; in effetti i leader cristiani contavano molto sul voto delle comunità residenti all’estero, che è arrivato, ma in misura molto minore di quanto sperato;
  6. la Lista Mitāl al-Ālūsī per la Nazione Irachena, capeggiata da Mitāl al-Ālūsī, leader sunnita liberale e decisamente filo-occidentale, che si propone come partito nazionale interetnico; ha ottenuto il suo seggio nella circoscrizione di Baghdad;

il Movimento dei Yazidi per il Progresso e la Riforma, che rappresenta la minoranza etnico-religiosa degli Iazidi, che pratica lo Yazidismo, culto di origine gnostica, con influenze da islam e cristianesimo, professato da un paio di tribù curde (non prevede il proselitismo, si diventa Yazidi per discendenza); gli Yazidi sono in genere tolleranti verso le altre religioni; buona parte dei Yazidi hanno votato per l’Alleanza del Kurdistan; il Movimento dei Yazidi per il Progresso e la Riforma ha ottenuto il suo seggio nella provincia di Mossul, dove si trova la loro maggiore concentrazione (in particolare nell’area di Sinjar) article/2005/12/26/AR2005122600717_pf.html.

I più delusi da queste elezioni sono forse la Lista del Congresso Nazionale Iracheno, capeggiata dal leader sciita laico Ahmad Shalabi, già alleato degli Stati Uniti caduto poi in disgrazia, e la Coalizione Islamica, di matrice islamico-sciita. I principali partiti di queste coalizioni alle elezioni del 31 gennaio 2005 facevano parte della Coalizione Irachena Unificata. Una volta fuoriusciti da questa coalizione, hanno ottenuto percentuali dello 0,3-0,2% e nessun seggio in parlamento.

Va infine notato che le liste minori solitamente si sono presentate solo in alcuni governatorati, venendo quindi in parte penalizzate nella conta complessiva dei voti, che potrebbe servire per ottenere un seggio compensatorio (per chi ottiene almeno 1/275 dei suffragi).

Tabella sintetica dei risultati[modifica | modifica sorgente]

Fonte: IECIraq, Commissione Elettorale Irachena (in inglese) [9]

Riassunto delle elezioni del 15 dicembre 2005 per l’Assemblea Nazionale (Majlis al-Watani)

Liste Voti % Seggi Vinti/ persi
la Coalizione Irachena Unificata, al-Iʿtilāf al-ʿIrāqī al-Muwahhid 5.021.137 41,19 128 -12
l’Alleanza del Kurdistan, al-Tahalluf al-Kurdistānī 2.642.172 21,67 53 -22
Fronte dell'Accordo Iracheno, Jabha al-Tawaffuq al-ʿIrāqiyya 1.840.216 15,09 44 +44
la Lista Irachena Nazionale, al-Qāʾima al-ʿIrāqiyya al-Wataniyya 977.325 8,02 25 -22
il Fronte Iracheno del Dialogo Nazionale, al-Jabha al-ʿIrāqiyya al-Hiwār al-Watanī 499.963 4,10 11 +11
l’Unità Islamica del Kurdistan, al-Ittihād al-Islāmī al-Kurdistānī 157.688 1,29 5 (1)
i Promotori del Messaggio al-Risāliyyūn 145.028 1,19 2 +2
Blocco di Riconciliazione e Liberazione, Kutla al-Musallaha wa al-Tahrīr 129.847 1,07 3 +2
il Fronte Turcomanno Iracheno, al-Jabha al-Turkmāniyya al-ʿIrāqiyya 87.993 0,72 1 -2
la Lista del Rafidain (o “Lista della Mesopotamia”), al-Qāʾima al-Rafidayn 47.263 0,39 1 0
Lista del Congresso Nazionale Iracheno 33.624 0,28 0 (2)
Lista Mitāl al-Ālūsī per la Nazione Irachena 32.245 0,26 1 +1
Partito al-Wala'a Islamico, Hizb al-Walaʿa al-Islāmī 27.691 0,23 0 0
Blocco di lana al-Ghadd, Kutla lana al-Ghadd 26.413 0,22 0 0
Coalizione Islamica, al-Iʿitilāf al-Islāmī 23.551 0,19 0 (3)
il Movimento dei Yazidi per il Progresso e la Riforma 21.908 0,18 1 +1
Movimento dei Rivoluzionari della Rivolta di Sha'baniyya / Quartier Generale in Iraq 18.766 0,15 0 0
Consiglio Comune Nazionale Iracheno 17.786 0,15 0 0
Movimento del Popolo Iracheno 17.009 0,14 0 0
Raggruppamento dell'Unione Nazionale Irachena, Tajammuʿ al-Wahda al-Wataniyya al-ʿIrāqī 16.062 0,13 0 0
Quadri ed Elite Nazionali Indipendenti, islamici radicali sciiti, vicini a Moqtada al-Sadr.   (4) 0 -3
Organizzazione di Azione Islamica in Iraq - Comando Centrale, islamico sciita. 9.676 0,08 0 -2
Alleanza Nazionale Democratica, guidata dal sunnita ʿAbed Faysal Ahmad 3.951 0,03 0 -1
Totale (affluenza  %)   275  

(1) Alle precedenti elezioni del 31 gennaio 2005 faceva parte della Alleanza del Kurdistan (che allora si chiamava Lista Alleanza del Kurdistan). (2) Il principale partito della coalizione, il Congresso Nazionale Iracheno di Ahmed Shalabi, alle elezioni del 31 gennaio 2005 faceva parte della Coalizione Irachena Unificata. (3) I due principali partiti della coalizione, Organizzazione di Azione Islamica e Raggruppamento dei Faili Islamici in Iraq, alle elezioni del 31 gennaio 2005 facevano parte della Coalizione Irachena Unificata. (4) I dati di questa lista possono forse essere confrontati con quella dei Promotori del Messaggio, costituita ugualmente da seguaci di Moqtada al-Sadr non aderenti alla CIU.

Sviluppi successivi (2006-2008)[modifica | modifica sorgente]

Dopo trattative durate mesi, per via dei veti incrociati tra gli sciiti della Coalizione Irachena Unificata (CIU) e i principali partiti curdi e sunniti, la situazione si è sbloccata quando il primo ministro Ibrahim al-Ja'fari, sostenuto dalla CIU, ma fortemente criticato dagli altri schieramenti per non aver migliorato la sicurezza del paese, ha rimesso il suo incarico alle decisioni della dirigenza della sua coalizione. La CIU ha quindi indicato come candidato premier Jawad al-Maliki (nome di battaglia scelto negli anni ottanta, vero nome Nuri Kamil Hassan), dal 1968 militante del partito al-Daʿwa (“la Chiamata”) come Ibrahim al-Ja'fari. Trovato l’accordo anche per le altre cariche istituzionali, il 22 aprile 2006 il curdo Jalal Talabani è stato rieletto presidente dell’Iraq per il secondo mandato dal parlamento, riunito dopo le elezioni del 15 dicembre 2005. Il curdo Talabani è il primo presidente non arabo di un paese arabo. La rielezione di Talabani è stata preceduta dalla nomina del sunnita Mahmud Mashhadani a presidente del parlamento. Talabani ha subito conferito l'incarico per formare il governo a Jawad al-Maliki. Secondo molti osservatori un governo di unità nazionale era l’unico modo per evitare l’aggravarsi del clima da strisciante guerra civile iniziato alla fine di febbraio con l’attentato alla Moschea di Samarra. Una spinta decisiva per sbloccare la situazione di stallo nelle trattative per la formazione del nuovo governo è stata data dalla diplomazia degli Stati Uniti, preoccupati del fatto che il vuoto di potere potesse favorire i numerosi gruppi guerriglieri e di terroristi.

Il 20 maggio 2006, dopo cinque mesi di attesa, venne infine votata la fiducia al nuovo governo di unità nazionale guidato da Jawad al-Maliki. I deputati hanno dovuto approvare uno ad uno per alzata di mano ciascuno dei 37 ministri. All’inizio della seduta, alcuni deputati sunniti del Fronte dell'Accordo Iracheno hanno abbandonato l’aula in segno di protesta, facendovi poi comunque ritorno. Le trattative per la formazione del nuovo governo non hanno portato ad un accordo definitivo sugli importanti ministeri dell’Interno e della Difesa, ma il nuovo Primo Ministro ha deciso comunque di presentarsi al parlamento, considerando che il paese aspettava da troppo tempo un governo definitivo. I due ministeri chiave sono stati diretti ad interim da Jawad al-Maliki (Interno) e dal vicepremier sunnita Salam al-Zubaie (Difesa). Il giorno della presentazione al parlamento del governo, la cosiddetta “Zona Verde” di Baghdad, dove sono concentrati i ministeri, è stata presidiata ancor più del solito dalle forze di sicurezza, ma la giornata è stata comunque funestata come ogni giorno da attentati e uccisione; in particolare nella stessa Baghdad (quartiere di Sadr City, e nella cittadina di Qa'im, presso il confine con la Siria. Tra le priorità del nuovo governo vi era naturalmente la sicurezza e il tentativo di impedire che nel paese scoppiasse definitivamente una guerra civile provocata dai gruppi armati. A tale scopo sono state avviate trattative di pace con alcuni gruppi di guerriglieri sunniti che non hanno compiuto attentati contro i civili ed è stata espressa dal Primo Ministro l’intenzione di sciogliere o assorbire nelle forze regolari le milizie dei vari partiti. Inoltre, furono promessa la lotta alla corruzione e la definizione di un calendario per sostituire con forze irachene i militari stranieri della forza multinazionale.

Tra il 2007 e il 2008, anche grazie all'incremento di truppe americane e alla maggiore presenza e autonomia delle truppe irakene, a partire dal "Movimento del Risveglio" (tribale) nella provincia di al-Anbar, un numero crescente di sunniti ha abbandonato il fiancheggiamento di al-Qa'ida in Iraq e la resistenza baathista - saddamista per accettare il nuovo regime. Anzi molti sunniti sono entrati nell'organizzazione militare anti-qaedista "Figli dell'Iraq", che a fine 2008 contava 90.000 militanti. Finanziati inizialmente dagli USA, a fine 2008 i Figli dell'Iraq erano pagati dal governo che di fatto ha riconosciuto loro uno status ufficioso e che si è impegnato a incorporarne almeno una parte nelle forze dell'ordine. Come contrappeso, e per svuotare i ranghi del movimento radicale sciita retto da Moqtada al-Sadr, il governo ha finanziato la formazione di gruppi simili anche nelle aree sciite. Di conseguenza la violenza settaria è fortemente diminuita (soprattutto nella capitale Baghdad, ma non solo): stime indipendenti hanno contato 6.700-8.000 iracheni uccisi nel 2008, meno della metà del dato del 2007, e la Associated Press ha indicato in 314 le perdite USA nel 2008, a fronte di 904 nel 2007.

Questi risultati hanno facilitato, alla fine del 2008, un accordo tra Stati Uniti ed Iraq sul ritiro delle truppe americane entro la fine del 2011 (e da tutte le città entro metà 2009), uno degli ultimi atti della presidenza Bush. Siglato dopo lunghe trattative, è stato approvato dal Parlamento irakeno, tra le forti critiche dei partiti di opposizione.

Elezioni provinciali del 31 gennaio 2009[modifica | modifica sorgente]

Le elezioni provinciali si sono regolarmente tenute in 14 delle 18 le province dell'Iraq, con 15 milioni di elettori, 14.431 candidati per 444 seggi. Non hanno votato le tre province del Kurdistan, che avevano già eletto i propri consigli, e Kirkuk, contesa fra curdi, arabi e turcomanni, e per la quale non si è ancora raggiunto un accordo istituzionale. La partecipazione di tutte le componenti etnico-religiose del paese fa aumentare la rappresentanza e il potere dei sunniti, che avevano boicottato le elezioni del 2005 perdendo il controllo politico delle province a maggioranza sunnita, a spese dei curdi e degli sciiti. Questi però ottengono l'accettazione del nuovo sistema politico ed istituzionale e allontanano il rischio di una ripresa della ribellione sciita.

Nonostante l'assenza di boicottaggi, la partecipazione al voto è scesa leggermente, al 51%, forse a causa del divieto di circolazione veicolare imposto per ragioni di sicurezza. In ogni collegio elettorale sono stati presenti osservatori internazionali, un risultato raggiunto per la prima volta. La pubblicazione dei risultati definitivi è avvenuta il 19 febbraio; sono stati annullati, per irregolarità procedurali, gli scrutini di solo 60 seggi su 42.000. Il Partito Islamico Dawa (sciita moderato) del primo ministro Nuri al-Maliki è risultato il primo in 9 province (fra cui la capitale Baghdad), ma mai con la maggioranza assoluta; liste sunnite hanno ottenuto la maggioranza relativa in 4 province. Nelle province sciite gli altri maggiori partiti sono nell'ordine il Supremo Consiglio Islamico Iracheno di Abd al-Aziz al-Hakim, il movimento radicale filo-iraniano di Muqtada al-Sadr e quello riformista dell'ex-primo ministro Dawa Ibrahim al-Jaafari. Nelle province sunnite non esite un movimento chiaramente dominante: in due ha prevalso l'islamista Fronte dell'Accordo Iracheno, in un'altra la Lista Nazionale Irachena laica dell'ex-primo ministro Iyad Allawi e dell'ex-presidente Ghazi al-Yawar, in una quarta il Progetto Nazionale Iracheno, mentre ha avuto buoni risultati la Lista del Risveglio (ex-combattenti baathisti sunniti). La lista unitaria curda si è classificata seconda nelle province di Diyala e di Ninive.

Dovrà essere tenuto prima del 30 luglio 2009 un referendum nazionale sulla richiesta di un ritiro più rapido delle truppe americane. Se approvata, le truppe americane dovrebbero ritirarsi entro luglio 2010, un orizzonte temporale già proposto dal neo-presidente Barack Obama nella sua campagna elettorale.

Elezioni parlamentari del 21 gennaio 2010[modifica | modifica sorgente]

Dopo quattro anni, come previsto, il parlamento verrà rinnovato. Le migliori condizioni di sicurezza lasciano prevedere una piena partecipazione dei sunniti e una modifica della legge elettorale che permetterà di rendere noti i nomi dei candidati nelle liste, e quindi di esprimere un voto di preferenza. Inoltre, i temi della campagna dovrebbero divenire più "normali": la lotta alla corruzione e il rafforzamento dello stato di diritto, gli investimenti pubblici in infrastrutture, la lotta alla disoccupazione in tempi di crisi, il bilancio pubblico (il calo dei prezzi del petrolio nella seconda metà del 2008 ha già ridotto fortemente le entrate).

A seguito delle elezioni, si hanno i seguenti risultati:

Alliances and parties Votes % Seats +/–

Iraqi National Movement (al-ʿIrāqiyya) 2,849,612 24.72% 91 +54

State of Law Coalition 2,792,083 24.22% 89 +64

National Iraqi Alliance 2,092,066 18.15% 70 –35

Kurdistan Alliance 1,681,714 14.59% 43 –10

Movement for Change (Gorran) 476,478 4.13% 8 +8

Unity Alliance of Iraq 306,647 2.66% 4 +4

Iraqi Accord Front (al-Tawafuq) 298,226 2.59% 6 –38

Kurdistan Islamic Union 243,720 2.12% 4 –1

Islamic Group of Kurdistan 152,530 1.32% 2 +1

Minorities 61,153 - 8 +6

Total (turnout 62.4 %) 11,526,412 100% 325 +50

Di conseguenza, nonostante il candidato primo ministro con il partito più eletto sia Iyad Allawi, vi sono varie polemiche per la differenza risicata e riconteggi dei voti, dai quali però non sono emersi brogli. Segue una fase di instabilità in cui vi è ancora indecisione su chi debba essere eletto premier, e ciò cambierà a seconda delle alleanze. Il periodo elettorale e quello immediatamente successivo sono stati disseminati da decine di attentati, che hanno fatto molte vittime. Nel maggio 2010 l'Iraq è dunque in una fase di commistione tra instabilità politica e numerose serie di attentati, e ciò fa dire ad Allawi che si potrebbe arrivare, dopo la relativa calma del 2009, a una nuova e sanguinosa guerra civile [10], che potrebbe sconvolgere non solo l'Iraq, ma il mondo intero.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ In questo articolo il termine sunnita verrà utilizzato nel senso di sunnita di etnia araba, escludendo quindi i Curdi (che pure sono in larga maggioranza di religione sunnita).

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