Kurdistan iracheno

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Kurdistan iracheno
regione
in arabo: كردستان العراق‎, Kurdistān al-ʿIrāq
in curdo: هەرێمی کوردستان‎‎, Herēmī Kurdistān
Kurdistan iracheno – Stemma Kurdistan iracheno – Bandiera
(dettagli)
Localizzazione
Stato Iraq Iraq
Amministrazione
Capoluogo Arbil
Governatore Mas'ud Barzani (PDK) dal 14 luglio 2005
Lingue ufficiali curdo
Data di istituzione Ottobre 1991
Territorio
Coordinate
del capoluogo
36°11′N 44°00′E / 36.183333°N 44°E36.183333; 44 (Kurdistan iracheno)Coordinate: 36°11′N 44°00′E / 36.183333°N 44°E36.183333; 44 (Kurdistan iracheno)
Superficie 80,000 km²
Abitanti 4,380,000 (2009)
Densità 0,05 ab./km²
Altre informazioni
Fuso orario UTC+3
Cartografia
     Territorio ufficiale della regione del Kurdistan iracheno      Territorio incorporato dal Kurdistan iracheno      Territorio rivendicato dal Kurdistan iracheno      Resto dell'Iraq

     Territorio ufficiale della regione del Kurdistan iracheno

     Territorio incorporato dal Kurdistan iracheno

     Territorio rivendicato dal Kurdistan iracheno

     Resto dell'Iraq

Il Kurdistan iracheno, chiamato anche Regione autonoma del Kurdistan, è un'entità federale autonoma del Nord dell'Iraq. La regione confina con l'Iran a Est, con la Turchia a Nord, con la Siria a Ovest. Il capoluogo del Kurdistan iracheno è Arbil (o Erbil).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Benché istituito già nel 1991 il territorio del Kurdistan Iracheno assume le attuali caratteristiche di autonomia solo con l'introduzione della nuova costituzione nel 2005.

Nel 2008 Stati Uniti, principale forza d'occupazione straniera a seguito della seconda guerra del Golfo, e Iraq firmano un accordo sullo status delle forze armate nel quale si fissa il ritiro di tutte le truppe americane entro la fine del 2011.

Benché continuino i combattimenti sia contro il governo iracheno e le truppe straniere, sia fra le diverse comunità etnico-religiose, la scadenza viene rispettata e nel 2011 le truppe straniere terminano il ritiro dall'Iraq.[1]

A partire dal 2012 l'Iraq, ed il Kurdistan con esso, subisce le ripercussioni della guerra civile siriana, essendoci un intenso scambio di guerriglieri fra i gruppi islamisti che operano nella Siria orientale e quelli che operano nell'Iraq occidentale (a maggioranza sunnita, dove è forte il risentimento verso il governo di Baghdad, dominato dagli sciiti).[2]

Nel 2013 Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico dell'Iraq fondato nel 2006 come parte della rete di al-Qāʿida, annuncia l'unione del suo gruppo con al-Nusra, il principale movimento islamista della guerriglia siriana. L'unione, respinta dalla maggior parte della dirigenza di al-Nuṣra e da al-Qāʿida, provoca l'allontanamento dalla rete di al-Qāʿida del nuovo gruppo, che prende il nome di Stato Islamico dell'Iraq e del Levante (ISIS o ISIL nella sigla inglese, Da'ish in quella araba).[3]

All'inizio del 2014 questo gruppo assume il controllo della città di Falluja e di buona parte della provincia irachena occidentale di al-Anbar, oltre che della Siria orientale, e si espande poi fra giugno e luglio a nord e a est, prendendo in particolare le città di Mossul e Tikrit e spingendosi fino al territorio del Kurdistan. In questo periodo, rotti definitivamente i legami con al-Qāʿida, proclama la creazione di un califfato universale (o Stato Islamico, IS nella sigla inglese) con a capo il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi, che prende il nome di califfo Ibrāhīm.[4] L'avanzata dell'IS viene frenata dai raid degli Stati Uniti e dalle milizie curde e sciite.[5]

A partire dal 2015, lo Stato Islamico comincia a perdere terreno, e le offensive dell'esercito regolare e delle milizie a esso legate, unitamente ai raid aerei americani e alla pressione sul fronte siriano, portano alla riconquista irachena di diverse aree, incluse le città di Tikrit, Ramadi e Falluja.[6] A luglio 2016 l'unica grande città di cui lo Stato Islamico mantiene il controllo è Mossul, considerata la "capitale" del Califfato in Iraq fin dalla sua presa nel 2014.[7]

Alla fine del 2016 la popolazione curda sarà chiamata alle urne per decidere con un referendum se ottenere una completa indipendenza dall'Iraq[8].

Etimologia e nome ufficiale[modifica | modifica wikitesto]

La parola "Kurdistan" significa letteralmente Paese dei Curdi. Il termine "Curdo" viene dal latino Cordueni, che designa gli abitanti dell'antico regno della Corduena (o Cordyena), diventato provincia dell'Impero romano nel 66 a.C.

Circa il nome ufficiale, la nuova Costituzione irachena parla di Regione del Kurdistan.[9] Il governo regionale parla di Kurdistan-Iraq o Regione del Kurdistan ma evita il termine di Kurdistan iracheno.[10]. Il nome del governo regionale è "Governo Regionale del Kurdistan", ossia GRK (Hikûmetî Herêmî Kurdistan in curdo).

I Curdi chiamano la loro regione Kurdistana Başūr (Kurdistan del Sud) o Başūrī Kurdistan (Sud del Kurdistan), in riferimento alla localizzazione geografica della regione autonoma rispetto all'ideale unitario del Kurdistan.

Nei Paesi arabi, si chiama Kurdistan il solo Kurdistan iracheno.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

Il Kurdistan iracheno è assai montuoso, con la sua principale eminenza che misura 3611 metri, il Chikah Dar. I numerosi fiumi che fluiscono da tali montagne e bagnano la regione sono all'origine della fertilità del terreno e della sua lussureggiante vegetazione.

Le montagne, il clima e la qualità delle acque fanno del Kurdistan iracheno una regione a forte vocazione agricola e turistica. Inoltre questa regione possiede materie prime minerarie, in particolare il petrolio, che è sfruttato da numerosi decenni.

Il più grande lago della regione è il lago Dukan.

Politica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Governo Regionale del Kurdistan.

I principali partiti presenti in Kurdistan sono il PDK, radicato nei governatorati di Arbil e Dahuk, e l'UPK che ha invece la propria base nei territori di Kirkūk e Sulaymaniyya. Un altro partito che alle elezioni parlamentari del 2014 ha conquistato notorietà è il partito Gorran (trad. Cambiamento) nato da una scissione interna dell'UPK nel 2006 e che si è imposto nel territorio di Sulaymaniyya.

Governatorati[modifica | modifica wikitesto]

Il Kurdistan iracheno e i suoi Governatorati.
Regione autonoma del Kurdistan

Il Kurdistan iracheno è diviso in 6 Governatorati. Fra essi, 3 sono sotto il controllo del governo regionale del Kurdistan. Questi Governatorati sono chiamati parēzge in curdo.

  • I Governatorati sotto diretto controllo del governo regionale del Kurdistan sono:
  1. Sulaymaniyya
  2. Arbil
  3. Dahuk
  • I Governatorati rivendicati in tutto o in parte dal governo regionale del Kurdistan sono:
  1. Diyāla
  2. Kirkūk
  3. Nināwa (Ninive)
  4. Ṣalāḥ al-Dīn
  5. Wāsiṭ

Forze armate[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Peshmerga.

Il governo regionale del Kurdistan dispone di una forza armata nota sotto la denominazione di "Guardie regionali curde" (Kurdish Regional Guards), chiamate anche Peshmerga, dotate di solo armamento leggero. Due divisioni dell'esercito iracheno (la 15ª e la 16ª) erano, alla data del 2008, in fase di costituzione con dette unità.

Nell'agosto 2014, alcuni battaglioni della milizia peshmerga sono stati integrati nella Guardia Nazionale Irachena (al-Ḥaras al-Watanī), e sono parte della nuova 2ª divisione irachena, di base a Mossul. Attualmente hanno all'attivo circa 200.000 soldati.[11][12]

Nella loro lotta contro l'ISIS i Pashmerga stanno godendo di ampio supporto da nazioni estere aderenti alla Coalizione internazionale anti-ISIS ottenendo ingenti carichi di armi dell'ultimo tipo tra cui: Heckler & Koch MP5, Heckler & Koch G36, M40, AK-47 e Beretta MG 42/59; oltre a queste dispongono anche di armi pesanti come RPG-7, AT4, MILAN[6] e razzi HEAT. La coalizione assicura ai curdi anche supporto logistico per le truppe peshmerga grazie ad addestramenti militari in Iraq.[10]

Media[modifica | modifica wikitesto]

Il Kurdistan possiede numerosi canali televisivi in lingua curda; in particolare, la compagnia che riceve i maggiori finanziamenti è la Rudaw, proprietaria anche di un quotidiano e di una stazione radiofonica.[13]

Minoranze[modifica | modifica wikitesto]

All'interno del territorio sono presenti varie minoranze etniche. Una importante minoranza è quella religiosa pre-islamica yazida maggiormente presente nel territorio intorno a Sinjar nel Governatorato di Ninawa e che ha il proprio luogo più sacro nella tomba dello Shaykh ʿAdī a Lālish a nord-ovest di Mossul.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Last Convoy of American Troops Leaves Iraq, nytimes.com, 18 dicembre 2011. URL consultato il 18 giugno 2015.
  2. ^ Syrian Rebels Tied to Al Qaeda Play Key Role in War, nytimes.com, 8 dicembre 2012. URL consultato il 18 giugno 2015.
  3. ^ Iraq’s Branch of Al Qaeda Merges With Syria Jihadists, nytimes.com, 9 aprile 2013. URL consultato il 18 giugno 2015.
  4. ^ Il califfo dell'Isis al-Baghdadi appare a Mossul,obbeditemi, ANSA.it, 6 luglio 2014. URL consultato il 19 giugno 2015.
  5. ^ Iraq, nuovi raid Usa su Isis. “Jihadisti minacciano di giustiziare 4.000 Yazidi”, ilfattoquotidiano.it, 9 agosto 2014. URL consultato il 17 agosto 2014.
  6. ^ http://www.corriere.it/esteri/16_luglio_02/isis-califfato-sta-cambiando-pelle-ma-piu-vivo-che-mai-1adae28a-4020-11e6-9b09-25e75ee8bd2e.shtml
  7. ^ http://www.haaretz.com/middle-east-news/isis/iraq/1.729093
  8. ^ Sputnik, I curdi dell’Iraq verso referendum per l’indipendenza, su it.sputniknews.com. URL consultato il 19 agosto 2016.
  9. ^ (EN) Full Text of Iraqi Constitution, washingtonpost.com, 12 ottobre 2005. URL consultato il 21 agosto 2014.
  10. ^ (EN) Kurdistan Regional Government (KRG), krg.org. URL consultato il 21 agosto 2014.
  11. ^ Raja Abdulrahim, Are Iraq's renowned peshmerga fighters any match for Islamic State?, su LATimes.com. URL consultato il 3 dicembre 2015.
  12. ^ Isabel Coles, Outgunned and untested for years, Kurdish peshmerga struggle, su Reuters, 13 agosto 2014. URL consultato il 3 dicembre 2015.
  13. ^ Rudaw - About us, su Rudaw Media Network. URL consultato il 13 settembre 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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