Gualtiero di Caltagirone

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(Citazione di Gualtiero di Caltagirone)

Gualtiero di Caltagirone (... – Caltagirone, 22 maggio 1283) barone siciliano protagonista dei Vespri Siciliani.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Potente barone di origini francesi, Signore di Butera, Gulfi e Boalgino. Cognato del generale angioino Bertrando Buccardo detto Artus e sposo di Ioletta figlia di Giovanni di Lentini, vice ammiraglio di Carlo d'Angiò. Pur essendo quindi in buona parte filo-angioino intervenne nel Vespro caldeggiando in un primo momento la soluzione aragonese.

Tuttavia Gualtiero era assertore di una soluzione "siciliana" alla crisi, ovvero una reale indipendenza dell'isola, anche se sotto l'egida della Chiesa. Parteggiò quindi per gli aragonesi, finché Pietro III conquistata la Sicilia non iniziò a mirare alla conquista del Regno di Sicilia quando si pose in contraddizione anche con questo[1]. Tale scelta incise probabilmente anche sulla sua condanna a morte.

Gualtiero sollevò il proprio esercito contro gli aragonesi una prima volta nel corso del 1282, asserragliandosi a Butera (CL) ma venne persuaso a deporre le armi grazie all'intervento diplomatico del capitano Alaimo di Lentini, uomo di fiducia di Giacomo II d'Aragona luogotenente sull'isola della corte di Pietro.

Dopo l'incoronazione il re Pietro III, con un diploma del 2 settembre 1282, annunciò la prosecuzione della riscossione delle tasse e dei contributi per continuare la guerra oltre lo stretto di Messina. Molti Signori, ravvisando un comportamento simile agli agioini, si posero subito in contrapposizione: Gualtiero si ribellò apertamente[2] e nell'aprile del 1283 si asserragliò nuovamente nel suo castello di Butera con sessanta cavalieri[3]. Alaimo di Lentini intervenne di nuovo, catturando Gualtiero e condannandolo a morte (1283)[4].

Le decapitazioni[modifica | modifica wikitesto]

Gualtiero venne giustiziato per decapitazione il 22 maggio 1283 nel Piano di San Giuliano (oggi piazza Umberto I) a Caltagirone, insieme a Manfredi de Montibus e Francesco de Todis. La confusione sociale di quel periodo condusse ad una cruda resa dei conti, e diversi baroni, che si erano mostrati poco inclini ai nuovi conquistatori aragonesi, furono condannati al patibolo, come, oltre ai citati, Giovanni Bongiovanni e Tano Tusco nella sola Sicilia orientale. Alla successiva esecuzione per decapitazione assistette tutta la corte aragonese con in testa il futuro re Giacomo II d'Aragona e le più alte autorità civili e militari del regno fra cui il vicario Guglielmo di Calcerando, il Giustiziere Natale Ansaione, il Gran Giustiziere del Regno Alaimo di Lentini, il Gran Cancelliere del Regno Giovanni da Procida[5]. Fra le località siciliane che vennero coinvolte nella ribellione filo-angioina, a seguito del Vespro Siciliano, vi è il Castello di Sperlinga, dove i soldati angioini si rinchiusero aspettando un aiuto da parte di Carlo d'Angiò e resistendo all'assedio per quasi 13 mesi. Gli aragonesi ritenevano che la guarnigione avesse contatti con Gualtiero.

L'azione di Gualtiero volta alla indipendenza siciliana lo fanno spesso ricordare come martire ed eroe patriottico.

Nel 1983 ricorrendo l'anniversario del VII secolo dalla decapitazione nella piazza San Francesco di Caltagirone venne collocata una statua equestre di Gualtiero, opera di Giacomo Baragli. Il suo corpo è oggi sepolto all'interno di una colonna nella chiesa di Santa Maria del Monte a Caltagirone.

Note[modifica | modifica wikitesto]

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Scillama' B., "Gualtiero da Caltagirone", Catania 1869
  • Michele Amari, "La guerra del Vespro", Palermo XIX secolo.