Alaimo da Lentini

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Alaimo da Lentini
Macalda di Scaletta e Alaimo da Lentini.jpg
Alaimo, al centro, vicino alla moglie Macalda
Conte di Buccheri
Stemma
In carica 1283-1285/87
Investitura 1283, da parte di Pietro III di Aragona
Altri titoli conte di Palazzolo Acreide e Odogrillo, barone di Ficarra, signore di Butera, Messina e Lentini
Nascita Messina, 1210 circa[1]
Morte 1287
Dinastia Lentini
Padre Alanfranco
Coniugi Macalda
Macalda di Scaletta
Figli Tommaso, Alanfranco (seconde nozze)
Religione Cristianesimo

Alaimo da Lentini, o da Leontino (Messina, 1210 circa[2]1287), è stato un nobile italiano, conte di Buccheri, signore di Butera, Palazzolo e uno dei protagonisti dei Vespri siciliani.

Il re di Napoli Carlo I d'Angiò lo nominò nel 1271 consigliere e familiare regio, e nel 1274 giustiziere del principato di Benevento; prestò i propri servizi, poi, alla Corona d'Aragona e fu gran giustiziere del regno di Sicilia (1282-1284)[3].

La baronia di Ficarra gli fu conferita in qualità di marito di Macalda di Scaletta, già posseduta dal primo consorte Guglielmo Amico.[3]

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Lentini (famiglia) e Macalda di Scaletta.

Alaimo discendeva da una nobile famiglia di origine normanna che aveva come capostipite, secondo lo storico secentesco Filadelfo Mugnos, il cavaliere Lanfranco che, nell'813, aveva risolutamente difeso la città di Lentini e, come perenne ricordo dell'episodio, da essa assunse il cognome.[4] Due suoi discendenti, Alaimo e Lanfranco, ottennero nel 1101 le terre di Militello. L'Alaimo, di cui si parla, era figlio di un altro Alanfranco e fratello di Simone, vescovo di Siracusa nel 1269.[3] Nacque, probabilmente, a Messina, intorno al 1210.[5] La sua prima comparsa nella vita politica siciliana è fissata al 1254, quando partecipò alla congiura contro Manfredi[6]. Come conseguenza venne esiliato, e si distinse, nel 1268, quale fautore degli Angioini, nella repressione dei seguaci di Corradino. Nel 1271/1274 il re Carlo I, gli attribuì i menzionati privilegi.[6]. Sempre per volere del sovrano napoletano, gli fu data in sposa una donna molto più giovane di lui, ambiziosa e imperiosa, Macalda di Scaletta[7], dopo un primo matrimonio con un'altra donna, anch'ella di nome Macalda. Dalla vedova baronessa di Ficarra ebbe almeno due figli: Tommaso, barone di Castelvetrano (la cui posterità è ancora esistente) e Alanfranco, barone di San Basilio (in virtù di un legame matrimoniale con questa casata).[8]

Alaimo nella guerra del Vespro[modifica | modifica wikitesto]

Quando iniziò la rivolta del Vespro Alaimo si schierò con i sostenitori dell'indipendenza dell'isola, contando sulla protezione del papa Martino IV. Il 24 giugno 1282 Baldovino Mussone, primo capitano di Messina, fu sconfitto presso Milazzo. Alaimo prese il suo posto, organizzò validamente la difesa contro Carlo I d'Angiò e la città non fu espugnata. L'appoggio pontificio, però, venne meno e Alaimo, insieme ai palermitani, si rivolse al re d'Aragona Pietro III, consorte di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi e legittima erede del trono di Sicilia. Il monarca sbarcò nell'isola, fu incoronato re e ricoprì di onori Alaimo, tra cui la carica di gran giustiziere del regno, di stratigoto di Messina (funzionario giudiziario), la titolarità di alcuni importanti e redditizi feudi, della Segrezia di Sicilia (riscossione dei tributi).[9]L'influenza e l'agiatezza di Alaimo, anche grazie agli intrighi dell'ambiziosa moglie, aumentarono considerevolmente. Accompagnò, più tardi, Pietro III in Calabria e appianò la sommossa anti-aragonese di Gualtiero di Caltagirone. Il re dovette ritornare a Barcellona e gli affidò la custodia dei figli e della consorte, invisa a Macalda. La grande popolarità goduta da Alaimo nell'isola, il suo contradditorio passato, i continui maneggi della sposa, la grazia concessa a Carlo lo Zoppo gli nocquero notevolmente suscitando la ferma disapprovazione di Giacomo II, figlio di Pietro III cui succedette come re di Sicilia.[10]

L'accusa di tradimento e la prigionia[modifica | modifica wikitesto]

Il 19 novembre 1284, sotto accusa di tradimento, il conte fu convocato a Barcellona e imprigionato fino al 2 giugno del 1287 nel castello della Suda di Lleida, a 160 chilometri dalla capitale. Finché regnò Pietro III, lealmente legato al barone siciliano, l'accusa poté essere respinta. Quando però, nel novembre del 1285, Pietro morì, Giacomo ottenne dal fratello Alfonso III credito alle presunte prove di colpevolezza di Alaimo, che chiese inutilmente di essere sottoposto a regolare giudizio. Il 4 agosto del 1287, Alaimo e i nipoti Adinolfo da Mineo e Giovanni da Mazzarino furono consegnati agli inviati di Giacomo, Gilberto de Castelletto e Bertrando de Cannellis.[11]

La condanna a morte[modifica | modifica wikitesto]

Sulla nave che, salpata dalla Catalogna, avrebbe dovuto ricondurli in Sicilia, venne letta ai due prigionieri la sentenza di morte e, in vista delle coste, presso l'isola di Marettimo (la più occidentale delle Egadi), entrambi vennero gettati in mare, avvolti in lenzuoli e zavorrati, secondo il rito della mazzeratura[6][12].

I continui voltafaccia del vecchio Alaimo e il nefasto ascendente della contessa Macalda gli furono letali. La spregiudicata donna fu rinchiusa nel castello di Matagrifone, nei dintorni di Messina, dove diventarono famose le sue partite a scacchi con il bey di Tunisi. Non si conosce la precisa data della sua morte e come questa avvenne.[13][14]

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ D'Alessandro, p. 10
  2. ^ D'Alessandro, p. 10
  3. ^ a b c Tradición, Famiglia Lentini
  4. ^ Mugnos, pag, 389
  5. ^ Runciman, p. 77
  6. ^ a b c Alaimo da Lentini
  7. ^ Michele Amari, La guerra del vespro siciliano o Un periodo delle istorie siciliane del secolo XIII, Volume I, Tipografia Helvetica, 1845 (p. 174)
  8. ^ Runciman, p. 80
  9. ^ Runciman, pp. 83-84
  10. ^ Runciman, p. 86
  11. ^ Amari, La guerra del vespro siciliano, p. 182
  12. ^ Runciman, p. 120
  13. ^ Runciman, p. 220
  14. ^ D'Alessandro, p. 188

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • AA.VV., Alaimo di Lentini: episodio della guerra del Vespro siciliano, dramma, Palermo 1884.
  • Michele Amari, Biblioteca arabo-sicula, Loescher, Torino 1880.
  • Id., La guerra del vespro siciliano, Pomba e Compagnia, Torino 1852.
  • Id., Racconto popolare del vespro siciliano, Forzani, Roma 1882.
  • Nicolò Francesco D'Alessandro, Macalda di Scaletta baronessa di Ficarra, Mreditori, Trentola-Ducenta (CE) 2015. ISBN 978-8899008291
  • William Galt, Il Vespro siciliano, illustrato da Luigi Natoli, La Madonnina, Milano 1951.
  • Francesco Giunta, Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, Roma 1966.
  • Filadelfo Mugnos, Teatro genologico delle famiglie nobili, titolate, feudatarie ed antiche del fedelissimo regno di Sicilia, Pietro Coppola, Palermo 1647.
  • Steven Runciman, I vespri siciliani, Dedalo, Bari 1997.
  • Salvatore Tramontana, Gli anni del Vespro, Dedalo, Bari 1989.
  • Giovanni Villani, Nuova Cronica, libro VIII, ed. Guanda, Parma 2007.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]