Condizione della donna in Iran

La condizione della donna in Iran comprende l’insieme delle configurazioni storiche, sociali e culturali che hanno inciso sulle esperienze di vita delle donne nell’area iranica nel lungo periodo, dalle civiltà protostoriche alla contemporaneità.[1]
L’analisi di tali configurazioni prende in considerazione l’accesso all’istruzione e al lavoro, i comportamenti demografici e familiari, la partecipazione alla vita economica e pubblica, le rappresentazioni culturali del femminile e le forme di presenza e di azione delle donne in relazione ai mutamenti politici, sociali e territoriali.[2][3]
Nel corso della storia iraniana questi ambiti hanno assunto configurazioni differenti: dai contesti pre-islamici, attraverso la progressiva regolamentazione normativa in età islamica, fino alle politiche di modernizzazione del XX secolo, segnate da profonde fratture sociali e politiche.[4][5]
Il periodo pahlavide (1925-1979) è stato caratterizzato da riforme dallo Stato, tra cui l'estensione del suffragio femminile, l'apertura delle università alle donne e l'abolizione forzata del velo (kashf-e hijab), interventi che suscitarono ampie tensioni sociali e culturali.[6][7]
Con la Rivoluzione del 1979, l'instaurazione della Repubblica Islamica ha introdotto una legislazione basata sulla shari'a, imponendo l'obbligatorietà del velo, la segregazione di genere e un sistema di controllo della moralità pubblica. Questo assetto ha contribuito alla riduzione delle libertà femminili e a una marginalizzazione delle donne dal mercato del lavoro formale, promuovendo un modello sociale incentrato sul ruolo domestico.[8][9]
In tale quadro, la crescita della scolarizzazione e della presenza sociale femminile si è sviluppata in tensione con l’assetto politico e normativo, alimentando dinamiche di mobilitazione e protesta che nel XXI secolo hanno assunto dimensione nazionale.[10]
Storia
[modifica | modifica wikitesto]Epoca pre-islamica
[modifica | modifica wikitesto]Shahr-e Sukhte (IV-III millennio a.C.)
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Gli scavi archeologici a Shahr-e Sukhteh, insediamento preistorico nella provincia di Sistan e Baluchistan, hanno rivelato uno status sociale ed economico elevato delle donne. I sigilli cilindrici scoperti nelle tombe femminili – strumenti di commercio e amministrazione che garantivano l’autenticità delle transazioni – erano posseduti quasi esclusivamente da donne (70‑90% secondo varie analisi).[11][12] Le tombe femminili presentano, in media, corredi più ricchi di oggetti di pregio rispetto a quelle maschili, specie nel secondo periodo (ca. 2800‑2500 a.C.).[11] Uno studio bioarcheologico del 2024 ha rilevato che il 58% dei resti adulti è femminile: in un sistema matrilocale (dove lo sposo si trasferisce dalla moglie), questo sbilanciamento demografico è atteso, poiché gli uomini emigrano mentre le donne restano nel territorio natale.[13]
Impero Achemenide (550-330 a.C.)
[modifica | modifica wikitesto]Le donne achemenidi godevano di diritti di proprietà, gestione economica autonoma e visibilità pubblica, soprattutto tra classi alte; fonti come le tavolette di Persepoli attestano razioni alimentari (grano, vino) pagate come salario a lavoratrici in numero pari agli uomini.[14][15]

Donne della casa reale come Atossa (figlia di Ciro, moglie di Dario I) e Parysatis (madre di Artaserse II) amministravano vasti possedimenti terrieri, viaggiavano e sigillavano ordini con sigilli personali; Erodoto e Tucidide le descrivono come figure potenti, capaci di influenzare le decisioni regali. Le tavolette di Persepoli attestano razioni per "dukšiš" (principesse), "madre del re" (sunki ammari) e "moglie del re" (sunki irtiri), con autonomie economiche confermate da sigilli personali.[14]
Gli unici limiti all'autorità della madre del re erano fissati dallo stesso monarca.[16] Nonostante i diritti economici, le donne erano tuttavia subordinate al re/padre/marito; il matrimonio era monogamo per i liberi, ma il re praticava la poligamia.[17]
Le tavolette documentano lavoratrici (''kurtaš'' o ''haldis'') che dirigevano squadre di operai, ricevendo razioni extra per competenze e responsabilità come arashshara (supervisore di alto rango).[14][18][19] Le donne in gravidanza e puerpere ricevevano razioni supplementari.[19]
Riguardo ai costumi, e in particolare l'uso del velo, alcuni studiosi attribuiscono a Ciro il Grande questa imposizione, adottata per proteggere la castità femminile, dodici secoli prima dell'Islam. Secondo questa teoria, il velo sarebbe passato dagli Achemenidi ai Seleucidi ellenistici, quindi ai Bizantini e infine agli arabi conquistatori, trasformandosi nell'hijab diffuso nel mondo musulmano.[20] Tuttavia, altre interpretazioni storiche suggeriscono che l'uso di veli e lettighe coperte fosse in primo luogo un simbolo di alto status sociale, e che servisse a distinguere le donne nobili dalle lavoratrici e a proteggerle dalla polvere e dallo sguardo pubblico, indicando il loro privilegio piuttosto che un obbligo religioso di reclusione.[21]
Imperi arsacide e sasanide (247 a.C. – 651 d.C.)
[modifica | modifica wikitesto]Le donne partiche godevano di maggiore visibilità pubblica rispetto ai periodi precedenti: monete, rilievi (Hatra, Kuh-i Khwaja) e testi (iscrizioni di Bisotun) le ritraggono a cavallo armate, in abiti elaborati con velo come simbolo di status nobiliare. Regine come Musa (moglie/sorella di Fraate IV) regnarono autonomamente (2 a.C-4 d.C.); donne nobili patrocinavano templi zoroastriani, amministravano patrimoni e commissionavano opere d'arte.[14][22]

Lo status delle donne sasanidi differiva a seconda della condizione sociale di appartenenza ed era caratterizzato da una polarità tra la subordinazione formale al tutore (salar) e una rilevante autonomia patrimoniale. Generalmente le donne, soprattutto quelle delle classi inferiori (amaragān, "gente comune"), erano considerate proprietà e spesso considerate schiave e minori.[23] Le donne reali godevano di numerosi privilegi ed esercitavano un controllo indipendente su grandi ricchezze. Sebbene lo zoroastrismo di Stato promuovesse un modello patriarcale e vigesse la poligamia, il codice giuridico Mādayān ī hazār dādestān (trad.: Libro delle mille sentenze) rivela che le donne godevano di una capacità giuridica superiore a molte civiltà coeve: anche se subordinate ai membri maschi della loro famiglia, potevano gestire proprietà, agire come partner commerciali e ricorrere autonomamente in tribunale.[24] Un esempio concreto era il diritto della moglie di gestire la propria dote e, in assenza di eredi maschi, di assumere il ruolo di capofamiglia (kadag-salar), garantendo la continuità legale del clan.[24][25]
Sotto il profilo sociale il passaggio dalla dominazione partica a quella sasanide segnò un incremento della segregazione degli spazi. Mentre in epoca partica le donne dell'aristocrazia godevano di maggiore visibilità pubblica, l'istituzionalizzazione sasanide favorì la distinzione tra sfera pubblica maschile e spazio privato femminile, anticipando il concetto di andaruni. Tale restrizione era tuttavia più marcata nei centri urbani e nelle classi elevate rispetto alle aree rurali.[26]
Nonostante la segregazione, la partecipazione femminile alla sfera bellica è documentata sia dall'archeologia (sepolture femminili con armi) sia dalle cronache bizantine. Lo storico Zonara riporta che, nel III secolo d.C., durante i conflitti con l'imperatore Valeriano, tra i prigionieri di guerra persiani furono rinvenute donne in armatura che avevano combattuto accanto agli uomini.[14] Questo ruolo militare non era una pratica di massa, ma un'estensione del dovere della nobiltà di difendere l'onore familiare e il trono, come confermato dall'ascesa al potere assoluto, in assenza di eredi maschi, delle regine Boran e Azarmidokht nel VII secolo.[27][28]
Trasformazioni tra l'epoca islamica classica e l'età moderna (VII-XVIII secolo)
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La conquista araba dell’Impero sasanide nel VII secolo introdusse nell’area iranica il diritto islamico (fiqh), che si sovrappose gradualmente alle consuetudini giuridiche e sociali di origine persiana. Questo processo non determinò una rottura immediata, ma diede luogo a una lunga fase di coesistenza e negoziazione tra norme religiose e pratiche locali, variabile a seconda dei contesti regionali e delle epoche.[29]
Nel quadro del diritto islamico, alle donne veniva riconosciuta una capacità giuridica formale: potevano possedere beni, amministrare la dote, stipulare contratti, ricevere quote ereditarie e, in circostanze specifiche, richiedere il divorzio. Al tempo stesso, il sistema giuridico consolidò una struttura di autorità maschile in ambito familiare e civile, attribuendo agli uomini prerogative più ampie in materia matrimoniale e processuale, inclusa una diversa valutazione della testimonianza.[4][30]
Tra l’XI e il XIV secolo, sotto i Selgiuchidi e soprattutto durante il periodo mongolo e ilkhanide, le fonti attestano una maggiore visibilità pubblica di donne appartenenti alle élite politiche. In contesti di origine nomadica, alcune donne esercitarono influenza a corte, parteciparono a decisioni politiche e godettero di una libertà di movimento relativamente ampia rispetto ai modelli urbani che si sarebbero affermati in epoche successive.[31]
Età safavide (XVI–XVIII secolo)
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Con l’instaurazione della dinastia safavide e l’adozione dello sciismo duodecimano come religione di Stato si avviò un processo di progressiva regolamentazione morale e giuridica che investì anche i comportamenti femminili, in particolare negli ambienti urbani e di corte. Le fonti coeve e gli studi recenti documentano ancora la presenza pubblica di donne di alto rango in cerimonie, viaggi e attività venatorie, mentre a partire dal tardo XVII secolo si osserva un rafforzamento delle pratiche di segregazione e di controllo della mobilità femminile, in parallelo con la crescente influenza del clero sciita.[32]
Le donne delle classi popolari continuarono a svolgere un ruolo attivo nell’economia agricola, artigianale e urbana, mentre quelle appartenenti all’aristocrazia safavide potevano amministrare proprietà, gestire rendite fondiarie e istituire fondazioni pie (vaqf). Alcune figure femminili di corte esercitarono un’influenza politica informale, pur restando escluse dalle cariche ufficiali dello Stato.[33]
Dinastia Qajar (1789-1925)
[modifica | modifica wikitesto]Economia e lavoro femminile
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Durante il periodo qajar, il lavoro femminile costituì una componente essenziale dell’economia domestica e artigianale. Le donne rurali, delle tribù nomadi e delle classi popolari erano attivamente impiegate nella produzione agricola, nella trasformazione alimentare e soprattutto nella tessitura domestica, in particolare dei tappeti, settore che assunse crescente rilevanza economica tra XIX e primo XX secolo con l’espansione dei mercati di esportazione.[34][35]
Nelle città le donne delle classi popolari lavoravano in ambiti come il ricamo, la manifattura tessile, la vendita ambulante, i bagni pubblici (ḥammām), oltre a svolgere mansioni di servizio domestico presso famiglie abbienti. I salari femminili erano generalmente inferiori a quelli maschili. Nelle città più popolose erano presenti donne impiegate come intrattenitrici o ballerine; la prostituzione, pur socialmente stigmatizzata, era tollerata in forme regolamentate e in alcuni casi coesisteva con l'istituto del matrimonio temporaneo (sigheh), utilizzato come dispositivo legale per regolare i rapporti mercenari e preservare il decoro formale.[36][37]
Struttura legale e sociale
[modifica | modifica wikitesto]I ruoli di genere, in assenza di codici civili o penali codificati, erano regolati dalla teoria giuridica islamica (fiqh), nello specifico dalla scuola di pensiero giafarita, che subordinava la donna alla tutela maschile (salar) in ambiti critici come il diritto di famiglia, il divorzio e la libertà di movimento. Questo sistema conferiva agli uomini un'autorità quasi assoluta sulle donne in materia di matrimonio, divorzio e tutela. La mobilità era limitata e la presenza pubblica delle donne non accompagnate erano scoraggiate socialmente; le violazioni delle norme di genere potevano comportare sanzioni sociali o a forme di coercizione morale.[38]
Nonostante tali limitazioni, alcune figure dell'élite esercitarono un'influenza politica significativa. Un esempio rilevante è rappresentato da Malek Jahan Khanom (Mahd-i Ulya), che in qualità di regina madre, una delle mogli di Muhammad Shah Qajar e madre di Naseraddin Shah, fu reggente de facto dell'Iran per un mese, tra la morte del marito e l'ascesa al trono del figlio ed esercitò una seria influenza politica durante il regno di suo figlio, dal 1848 fino alla sua morte nel 1873.[39]
Il "risveglio" e l'azione politica
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Il periodo tra il 1905 e il 1911 è indicato in molti studi come l'inizio del "risveglio" delle donne in Persia, un fenomeno spesso definito come l'origine del movimento femminista iraniano.[40] Le donne parteciparono alla Rivolta del tabacco del 1891, imponendo il boicottaggio persino all'interno dell'harem reale, e si mobilitarono attivamente durante i moti costituzionali. Nel 1911, l'assalto al Parlamento (Majilis) da parte delle donne dimostrò una consapevolezza politica senza precedenti.[41]
Il coinvolgimento non fu limitato alle élite: nel 1906, per sostenere la sovranità nazionale contro le ingerenze straniere, migliaia di donne comuni, incluse lavandaie e lavoratrici, donarono i propri gioielli e risparmi per finanziare la nascita della prima Banca Nazionale. Nel 1911, la protesta armata di centinaia di donne davanti al Parlamento (Majilis) contro l'ultimatum russo segnò uno dei momenti più radicali dell'attivismo femminile del periodo.[42][43]
Dinastia Pahlavi (1925-1979)
[modifica | modifica wikitesto]La dinastia Pahlavi emerse in un contesto segnato dalla crisi dello Stato qajariano, dall’instabilità politica del primo dopoguerra e dalla forte penetrazione degli interessi europei. Nel 1921 Reza Khan, ufficiale della Brigata cosacca persiana, guidò un colpo di Stato che gli consentì di consolidare progressivamente il controllo militare e politico del paese. Nel 1925, dopo la deposizione formale dei Qajar da parte del Parlamento, il Majlis lo proclamò Scià, inaugurando una nuova fase monarchica.[44]

Assunto il nome di Reza Shah, il sovrano avviò un progetto di costruzione statale fondato su centralizzazione amministrativa, rafforzamento dell’esercito e secolarizzazione parziale delle istituzioni.[45] Ispirandosi ai modelli di modernizzazione autoritaria allora prevalenti, in particolare all’esperienza kemalista in Turchia, introdusse riforme nei settori dell’amministrazione, della giustizia, dell’istruzione e delle infrastrutture, con l’obiettivo di trasformare l’Iran in uno Stato-nazione moderno
All’interno di questo progetto, la condizione femminile assunse un valore simbolico centrale. Il regime promosse l’accesso delle donne all’istruzione pubblica, incoraggiò la loro presenza nei settori emergenti dell’economia urbana e nella vita sociale e intervenne, in forma limitata, sulla normativa familiare. La storiografia ha definito questo approccio come una forma di modernizzazione dall’alto o di “autoritarismo modernizzatore”, che venne percepito da ampi settori religiosi e tradizionalisti come un’imposizione statale estranea ai codici sociali consolidati.[46]
Sul piano giuridico, le riforme introdotte sotto Reza Shah modificarono solo marginalmente la struttura patriarcale del diritto di famiglia. L’età minima per il matrimonio femminile venne innalzata a 15 anni e il consenso degli sposi assunse una maggiore rilevanza formale, ma il codice civile continuò a fondarsi su principi compatibili con l’interpretazione dominante della Shariʿa: il marito manteneva il diritto unilaterale di divorzio e la custodia dei figli restava prevalentemente maschile.[47] L'oggettivazione delle donne continuò: tra i diritti immateriali previsti nel matrimonio veniva mantenuto quello del marito di avere il controllo assoluto sulla sessualità della moglie e di ricevere "gratificazione sessuale nei momenti da lui scelti".[48]

L’intervento più emblematico e controverso fu il Kashf-e hijab. Nel gennaio 1936 Reza Shah decretò l’abolizione obbligatoria del velo negli spazi pubblici, affidando alle forze dell’ordine il compito di far rispettare il provvedimento anche con la coercizione. Se da un lato la misura favorì la visibilità pubblica delle donne appartenenti alle élite urbane e alle classi medie, dall’altro produsse effetti di esclusione sociale per molte donne religiose, che reagirono ritirandosi dalla vita pubblica per evitare l’esposizione forzata.[49]
Coerentemente con la sua ostilità verso l’associazionismo indipendente, negli anni Trenta il regime sciolse o vietò le organizzazioni femminili autonome, promuovendo in loro sostituzione il Kanun-e Banovan (Centro per le donne), un organismo patrocinato dallo Stato e composto prevalentemente da donne delle élite, concepito come strumento di legittimazione dell’azione governativa in materia di “emancipazione femminile”.[50]
Il periodo di Mohammad Reza Pahlavi (1941-1979)
[modifica | modifica wikitesto]Con l'abdicazione di Reza Shah nel 1941 e l'ascesa al trono del figlio Mohammad Reza Shah, l'approccio statale alla questione femminile divenne più flessibile, pur restando saldamente ancorato a un modello autoritario. Il divieto assoluto del velo venne revocato, ponendo fine alla fase di rimozione forzata; tuttavia, i media e le istituzioni continuarono a promuovere l’estetica occidentale come segno di modernità, associando l’assenza del velo al progresso sociale e professionale.[51] In questo contesto, sebbene legale, il velo rimase confuso con una dimensione privata o tradizionale, risultando raramente presente nei contesti dell'alta amministrazione e delle élite urbane.[52][53]

Nel clima relativamente più aperto degli anni quaranta e cinquanta si svilupparono numerose associazioni femminili, incluse organizzazioni legate ai partiti politici. Tra queste, l’Unione Democratica delle Donne (Jame'y-e Democrat-e Zanan), affiliata al partito Tudeh, articolò una critica che intrecciava oppressione di genere e disuguaglianza di classe, rivendicando istruzione, migliori condizioni di lavoro e diritto di voto.[54] Tra il 1944 e il 1952 furono presentate al Parlamento diverse proposte di legge per l’estensione del suffragio alle donne, sostenute da oltre 100.000 firme raccolte dall'Unione Democratica delle Donne, tutte respinte anche a seguito della mobilitazione del clero sciita.[55]
Il colpo di Stato e la Rivoluzione bianca
[modifica | modifica wikitesto]Dopo il colpo di Stato del 1953 organizzato dalla CIA, che consentì a Mohammad Reza Shah Pahlavi di ristabilire il controllo diretto sul potere esecutivo, l’Iran entrò in una fase di consolidamento autoritario: i partiti politici furono sciolti o messi fuori legge, numerosi leader laici e religiosi vennero arrestati e alcuni condannati a pene detentive di lunga durata.[56][57] Sul piano internazionale, il regime si allineò stabilmente al blocco occidentale; la partecipazione statunitense all’economia iraniana, in particolare attraverso la cogestione delle esportazioni petrolifere, e i consistenti aiuti militari ed economici rafforzarono la dipendenza del paese dagli Stati Uniti.[58]

In questo quadro geopolitico e sotto le pressioni dell’amministrazione Kennedy affinché fossero introdotte riforme volte a stabilizzare il consenso interno, nei primi anni Sessanta lo Scià avviò un programma di ristrutturazione economica e sociale noto come Rivoluzione bianca, concepito come un progetto di modernizzazione dall’alto e di trasformazione dell’Iran in una potenza industriale regionale.[59]
Tale programma si fondava su sei principi: riforma agraria, nazionalizzazione delle terre forestali, vendita delle industrie statali; partecipazione agli utili nell'industria, emancipazione delle donne e istituzione di un corpo educativo per programmi di alfabetizzazione nei villaggi.[60]
Le riforme incisero profondamente sulla struttura economica, sulla composizione della forza lavoro e sulla divisione di genere del lavoro. Tra le misure adottate figurò la concessione del suffragio femminile, che consentì per la prima volta l’elezione di donne al Parlamento e l’accesso a incarichi di vertice nelle istituzioni statali.[61] In questo contesto si collocano la nomina di Farrokhroo Parsa a ministra dell’Istruzione e la carriera di Shirin Ebadi, che nel 1975 divenne la prima donna a presiedere un tribunale a Teheran.[62]
Come era già accaduto con il padre negli anni trenta, Ashraf Pahlavi promosse una riorganizzazione dall’alto del movimento femminile attraverso la creazione dell’Organizzazione delle donne dell’Iran (WOI), che riunì associazioni preesistenti in una struttura fortemente controllata dallo Stato.[63]
Sul piano del diritto civile, le Leggi sulla protezione della famiglia del 1967 e del 1973 introdussero cambiamenti significativi: il divorzio divenne una procedura giudiziaria sottratta all'arbitrio unilaterale maschile rappresentato dal triplo talaq verbale, la poligamia fu sottoposta a restrizioni legali e l’età minima per il matrimonio femminile venne elevata a 18 anni.[64]
Nel complesso, il periodo pahlavide fu caratterizzato da una trasformazione profonda ma contraddittoria della condizione femminile: l’ampliamento dell’istruzione, l’ingresso nel mercato del lavoro qualificato e l’accesso formale ai diritti politici coesistettero con la repressione del dissenso, il controllo statale delle organizzazioni e una rappresentazione strumentale della “donna moderna” come simbolo del progresso nazionale.
Dalla Repubblica islamica al XXI secolo
[modifica | modifica wikitesto]Alla fine degli anni Settanta, la crisi di legittimità della monarchia pahlavide fu alimentata dalla combinazione di autoritarismo politico, crescenti disuguaglianze socio-economiche e da una diffusa reazione culturale contro la modernizzazione forzata, percepita da ampi settori della società come una forma di alienazione dai valori religiosi e nazionali.[65]
Il movimento rivoluzionario del 1978–1979 vide una mobilitazione femminile su vasta scala, che coinvolse sia donne istruite delle aree urbane sia donne provenienti da contesti più tradizionali. In questa fase, il velo fu adottato anche da donne non religiose come simbolo politico di opposizione al regime dello Scià, assumendo un significato contingente e strategico piuttosto che esclusivamente confessionale.[66]
La Rivoluzione e la ristrutturazione giuridica
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Con la proclamazione della Repubblica Islamica nel 1979, il nuovo Stato avviò una profonda ristrutturazione giuridica e istituzionale basata su un’interpretazione rigorista della shari'a, che comportò una ridefinizione sostanziale dello status legale e sociale delle donne.[67] L’abrogazione della Legge sulla protezione della famiglia nel marzo 1979 segnò una rottura netta con il periodo precedente, determinando il ripristino di norme patriarcali in materia di matrimonio, divorzio e tutela familiare.[66]
Vennero chiusi asili nido e consultori familiari, vietato l'aborto e gli anticoncezionali, incoraggiato il mut'a (matrimonio temporaneo) e rimossi tutti gli ostacoli alla poligenia; licenziate le donne che esercitavano la professione di giudici.[68] L’annuncio dell’obbligatorietà del velo suscitò una forte reazione, culminata nelle manifestazioni dell’8 marzo 1979 a Teheran, durante le quali migliaia di donne protestarono contro l’imposizione dei codici di abbigliamento islamici. Nonostante tali proteste, tra il 1981 e il 1983 il hijab divenne obbligatorio negli spazi pubblici e lavorativi, accompagnato dall’istituzione di organi di vigilanza sul comportamento e sull’abbigliamento femminile. L'uso di cosmetici e profumi venne vietato in pubblico; vennero bandite dalla radio voci femminili e le cantanti dalla televisione.[69]
Il decennio di Khomeini (1980-1989)
[modifica | modifica wikitesto]Nel primo decennio successivo alla Rivoluzione islamica, sotto la guida di Ruhollah Khomeini, il nuovo regime elaborò un modello normativo di femminilità fondato sulla figura di Fatima, figlia del profeta Maometto, assunta a paradigma di virtù morale, sacrificio e impegno religioso-politico. Questa rappresentazione mirava a legittimare la presenza delle donne nello spazio pubblico entro confini ideologicamente definiti, subordinando la loro partecipazione sociale e politica agli obiettivi dello Stato rivoluzionario.[70][71]
L’istituzionalizzazione della Repubblica islamica comportò una profonda ristrutturazione del quadro giuridico e dei costumi, con un rafforzamento delle norme sulla segregazione di genere e sul controllo della vita privata e dell'intero sistema educativo. Durante la Rivoluzione culturale (1980–1983) l’accesso femminile all’università fu temporaneamente ristretto e alcune aree di studio furono dichiarate incompatibili con la moralità islamica e con i ruoli di genere prescritti.[72]
La mobilitazione bellica e il nuovo attivismo islamico
[modifica | modifica wikitesto]Le esigenze poste dalla guerra Iran-Iraq (1980–1988) e dall’organizzazione di un sistema sanitario rigidamente segregato resero tuttavia necessario un progressivo reinserimento delle donne nei circuiti formativi e professionali. La formazione di personale femminile qualificato divenne un elemento chiave per il funzionamento dello Stato, favorendo una ripresa della scolarizzazione e una crescente presenza delle donne in ambiti quali la sanità, l’istruzione e i servizi sociali già nella seconda metà degli anni Ottanta.

La guerra contribuì inoltre ad ampliare il ruolo sociale delle donne, chiamate a sostenere lo sforzo bellico non solo nella sfera domestica, ma anche attraverso attività assistenziali, sanitarie, logistiche e, in alcuni casi, paramilitari. Nel 1984, su richiesta di Khomeini, i Basij reclutarono donne, addestrandone circa 4.000 per compiti di intelligence e sicurezza nei Pasdaran, con l'obbiettivo dichiarato di "raddoppiare la forza degli uomini".[61]

In questo contesto nacquero le Khaharan-e Zeynab (Sorelle di Zeynab), un corpo di volontarie incaricato di monitorare il rispetto dei codici morali e dell'obbligo del velo negli spazi pubblici. Prendendo il nome da Zeynab bint Ali, figura centrale dell'Islam sciita nota per il coraggio e l'eloquenza dopo la battaglia di Kerbala, queste militanti incarnavano il nuovo modello di donna rivoluzionaria: politicamente attiva, socialmente presente, ma rigorosamente fedele ai precetti islamici e alle direttive dello Stato.[73]
La partecipazione femminile venne sollecitata anche in ambito elettorale. Se nel 1964 Khomeini aveva condannato il voto femminile come "non islamico", nel 1979 lo definì "dovere religioso, islamico e divino". Tuttavia nella prima Assemblea consultiva islamica (Majles) del 1980, vennero elette solo quattro donne (Maryam Behrouzi, Gohar Dastgheib, Azam Taleghani, Atefeh Sediqi), su 270 seggi, contro le ventidue presenti nella legislatura del 1975.[61][74]
Nel complesso il periodo khomeinista fu caratterizzato da una tensione costante tra controllo normativo e necessità dello Stato: se da un lato vennero riaffermate asimmetrie giuridiche e simboliche di genere, dall’altro le dinamiche sociali, demografiche e belliche resero irreversibile l’inserimento delle donne in settori chiave della società iraniana.[61]
Dal pragmatismo post-rivoluzionario ai primi decenni del XXI secolo
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Dopo la morte di Khomeini nel 1989 le presidenze di Akbar Hashemi Rafsanjani e Mohammad Khatami segnarono una fase di maggior pragmatismo statale, in particolare nei settori dell'istruzione, della sanità e delle pianificazione familiare.[75]
Con l’elezione di Mohammad Khatami (1997–2005), in particolare, il discorso riformista introdusse un lessico politico incentrato su società civile, stato di diritto e partecipazione, creando nuove opportunità per l’azione femminile.
In questo clima emersero forme di attivismo femminile riformista che operarono prevalentemente all’interno del quadro istituzionale e discorsivo della Repubblica islamica. Attraverso riviste come Zanan, fondata nel 1992 da Shahla Sherkat, avvocate e intellettuali promossero una rilettura delle fonti religiose in chiave di genere, rivendicando diritti educativi, occupazionali e una maggiore tutela giuridica senza mettere apertamente in discussione l’ordine politico, contribuendo ad ampliare gli spazi di rinegoziazione del ruolo delle donne nella società iraniana.[76]
La politologa Nesta Ramazani ha interpretato questa fase attraverso il modello del “flusso e riflusso” (ebb and flow), sottolineando il carattere non lineare della condizione femminile nella Repubblica islamica.[77] Secondo l'autrice, alla fase iniziale di forte restrizione (1979–1989) si sarebbe affiancata una graduale riapertura, determinata dalla necessità del regime di mobilitare e mantenere il consenso delle donne. Dopo il riflusso dei diritti degli anni '80, il dinamismo femminile avrebbe generato un nuovo flusso, costringendo il regime a negoziare la propria legittimità attraverso concessioni graduali.[77]
Consolidamento conservatore e nuovi fronti di contestazione
[modifica | modifica wikitesto]Con l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad (2005) prese avvio una fase segnata dal rafforzamento dell’asse conservatore all’interno delle istituzioni della Repubblica islamica, con ripercussioni significative sulla regolazione di genere. L’esecutivo promosse una nuova ondata di “islamizzazione” degli spazi educativi e lavorativi, reintroducendo quote e restrizioni all’accesso femminile ad alcuni corsi universitari e incoraggiando la separazione di genere in contesti formativi e professionali. Vennero potenziati i dispositivi di controllo sull’abbigliamento e sulla presenza femminile nello spazio pubblico, attraverso una maggiore attivazione della polizia morale e campagne periodiche contro il cosiddetto “mal‑velo” (cosiddetto “mal‑velo”, bad-hijab).[78][79][79]

La vittoria di Ahmadinejad si inserì in un clima politico che aveva già visto, nel 2004, il ritorno dei conservatori alla maggioranza parlamentare e il conseguente arresto di alcuni progetti di riforma legale in senso egalitario. Diverse misure a favore delle donne, in particolare nel campo della pianificazione familiare e della salute riproduttiva, furono ridimensionate o private di copertura finanziaria, mentre la retorica ufficiale insisteva su modelli di femminilità centrati sulla maternità e sulla domesticità. In questo quadro si collocarono anche iniziative legislative e amministrative intese a valorizzare l’occupazione maschile come prioritaria in un contesto di crisi economica, con effetti restrittivi sulle opportunità lavorative femminili.[80][81]
Nonostante l’inasprimento normativo e repressivo, le donne continuarono a svolgere un ruolo centrale in forme di mobilitazione politica e civile. Esse furono visibilmente presenti nel Movimento verde del 2009, sia come attiviste sia come simbolo della contestazione, e in successive ondate di protesta economica e politica che attraversarono il paese nel 2017‑2018 e nel 2019.[82]
Anche durante le presidenze di Hassan Rouhani (2013‑2021), caratterizzate da un discorso più moderato, il margine di riforma strutturale rimase limitato: vi furono alcune aperture nella rappresentanza istituzionale e nel linguaggio ufficiale sui diritti delle donne, ma il quadro legale sulla famiglia, sulla cittadinanza e sull’abbigliamento obbligatorio rimase sostanzialmente invariato. In questo periodo, l’azione delle attiviste e delle parlamentari sensibili alle istanze femministe si misurò con vincoli stringenti imposti dagli apparati giudiziari e di sicurezza, mantenendo aperto, ma irrisolto, il “dossier” della questione femminile all’interno della Repubblica islamica.[83]
Società
[modifica | modifica wikitesto]Le sezioni seguenti analizzano la condizione delle donne nell’Iran contemporaneo attraverso l’esame dei principali ambiti sociali in cui essa si manifesta: l’istruzione e la ricerca, le dinamiche demografiche e le trasformazioni del matrimonio e della struttura familiare, la partecipazione al lavoro e alla vita pubblica, nonché le rappresentazioni culturali del femminile e le forme di mobilitazione e attivismo.
L’analisi considera tali dimensioni in relazione ai mutamenti intervenuti nel periodo post-rivoluzionario, tenendo conto delle differenze territoriali e delle trasformazioni strutturali della società iraniana.
Istruzione e ricerca
[modifica | modifica wikitesto]Nel contesto iraniano, l’istruzione ha costituito uno dei principali ambiti di trasformazione della posizione sociale delle donne. A partire dalle riforme avviate nel periodo Pahlavi e, con modalità diverse, nel corso della fase post-rivoluzionaria, l’accesso femminile alla scolarizzazione e all’istruzione superiore ha conosciuto un’espansione significativa, seppur disomogenea sul piano territoriale e sociale.[84][85]
La sezione esamina l’evoluzione dell’alfabetizzazione, l’accesso ai percorsi educativi e accademici, nonché il rapporto tra istruzione, carriere professionali e divari geografici.
Scolarizzazione, carriere professionali e divari territoriali
[modifica | modifica wikitesto]L’accesso femminile all’istruzione in Iran ha conosciuto trasformazioni profonde nel corso del XX e XXI secolo, in stretta relazione con le politiche statali, le riforme giuridiche e le differenze territoriali tra aree urbane e rurali. I processi avviati durante il periodo Pahlavi hanno posto le basi per un’espansione di lungo periodo della scolarizzazione femminile, che ha assunto dimensioni di massa nella fase post-rivoluzionaria, pur in presenza di nuovi vincoli ideologici e normativi.
Anni Sessanta e Settanta: riforme Pahlavi e alfabetizzazione
[modifica | modifica wikitesto]L’accesso femminile all’istruzione in Iran conobbe una prima accelerazione strutturata nel corso degli anni Sessanta, in seguito alle riforme avviate dalla monarchia Pahlavi nell’ambito della cosiddetta Rivoluzione bianca.
Un ruolo centrale ebbe l’istituzione nel 1963 del Corpo di alfabetizzazione (Sepāh-e dāneš, letteralmente Esercito del sapere), un programma educativo proposto dall'amministrazione Kennedy e composto da giovani diplomati impiegati come insegnanti rurali in sostituzione del servizio militare obbligatorio, con il fine di estendere la scolarizzazione primaria alle aree periferiche.[86]

A tale iniziativa si affiancò, nel 1968, la creazione del Corpo di alfabetizzazione femminile (Sepāh-e dāneš-e doxtarān), che mobilitò migliaia di volontarie in corpi civili inquadrati militarmente. La presenza femminile nelle zone periferiche e tradizionaliste facilitò in particolare l’accesso scolastico delle bambine, superando resistenze culturali che avevano fino ad allora ne limitato la frequenza scolastica.[87]
Dal 1966 al 1979 il programma abbassò notevolmente il livello di analfabetismo della popolazione sopra i quindici anni, dal 67,2% al 44,2% per gli uomini e dall'87,8% al 53% per le donne.
Nel 1973, dieci anni dopo l'inizio della Rivoluzione bianca, la percentuale di ragazze che frequentavano la scuola primaria salì dal 31% del 1963 al 46%; nella secondaria la frequenza femminile aumentò di quattro volte (tre quella maschile), nelle università di sette volte, con 28.869 iscritte, pari al 30% del totale.[87]
L'accesso all'università venne esteso a discipline precedentemente precluse alle donne, come medicina, biologia e giurisprudenza.[88]
Il miglioramento risultò più marcato nei centri urbani, mentre nelle campagne la persistenza di modelli familiari tradizionali e le difficoltà logistiche di accesso alle strutture educative limitarono l’impatto delle riforme.[89]
Questo processo favorì l’ingresso delle donne nell’amministrazione pubblica, nelle professioni liberali e nel settore culturale, delineando un nuovo profilo di donna istruita e professionalmente attiva. La storiografia riconduce tale sviluppo a una combinazione di fattori: investimenti statali nell’istruzione superiore, crescita economica e riforme del diritto di famiglia, tra cui l’innalzamento dell’età minima per il matrimonio a 18 anni nel 1975 che contribuì a posticipare la formazione del nucleo familiare, a prolungare i percorsi di studio femminili e a favorire il successivo inserimento nel mercato del lavoro.[89]
Dal 1979 agli anni Duemila: espansione quantitativa e nuovi vincoli
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Dopo la Rivoluzione islamica del 1979 il sistema educativo fu sottoposto a una profonda riorganizzazione ideologica. Per due anni le università e alcune scuole superiori vennero chiuse e i docenti dissidenti epurati; molte delle riforme legislative precedenti furono revocate e l’istruzione venne riorientata secondo i principi della Repubblica islamica, attraverso la revisione dei curricula, la segregazione di genere e un controllo più stringente degli spazi scolastici.[72]
Quando le università riaprirono nel 1982, per accedervi era necessario superare esami nazionali e non superare le quote di genere stabilite. Per le donne era preclusa l'iscrizione a particolari campi di studio, tra cui scienze veterinarie, geologia, scienze agrarie e ingegneria; il codice di abbigliamento imponeva l'hijab.[72]
Verso la metà degli anni '90, anche su pressione del Consiglio Culturale e Sociale delle Donne, molte delle restrizioni vennero abolite e le donne ammesse, consolidando un’espansione quantitativa senza precedenti nel campo dell'istruzione.[89]
Nel corso di tre decenni la diffusione capillare della scuola primaria e secondaria, insieme all’accesso crescente all’università, contribuì a una riduzione progressiva del divario di genere nell’alfabetizzazione. Nel 1976 solo il 42,3% delle giovani donne sapeva leggere e scrivere, mentre nel 2010 il tasso di alfabetizzazione nella fascia 15-24 anni raggiunse il 97,7%, con una significativa attenuazione delle differenze tra aree urbane e rurali.[85]

Diversi studi hanno evidenziato la contraddizione tra le politiche volte a incoraggiare l'istruzione femminile e l'islamizzazione dei curricola e del sistema educativo. Golnar Mehran ha definito questa particolarità "the paradox of tradition and modernity": in Iran l'istruzione sarebbe stata favorita proprio dall'islamizzazione del sistema scolastico che creando un ambiente "moralmente sicuro" avrebbe spinto le famiglie più conservatrici a scolarizzare le figlie; tuttavia, questo ingresso massiccio delle donne nelle scuole, pur rafforzando i modelli normativi centrati sulla complementarità dei ruoli di genere, ha trasformato paradossalmente la tradizione nel principale motore della modernizzazione femminile.[85][90]
Nel complesso l’istruzione si è affermata come uno dei principali strumenti di mobilità sociale per le donne iraniane e come uno spazio di negoziazione costante tra vincoli normativi, aspirazioni individuali e trasformazioni strutturali della società.[91]
Presenza femminile nelle discipline scientifiche e tecniche
[modifica | modifica wikitesto]L’espansione dell’istruzione femminile registrata a partire dagli anni Novanta non si limitò a un aumento quantitativo delle iscrizioni, ma si tradusse anche in una significativa redistribuzione per aree disciplinari. Diversi studi hanno rilevato come una quota crescente di studentesse si sia concentrata nelle discipline scientifiche, mediche e tecnologiche, trasformando progressivamente la composizione di settori tradizionalmente a prevalenza maschile.[92][93]
In particolare, le scienze di base e le professioni sanitarie divennero ambiti di forte attrazione per le donne già a partire dagli anni ottanta, quando le esigenze del sistema sanitario segregato e della guerra Iran-Iraq avevano reso necessaria la formazione di personale femminile qualificato.[94] Questa tendenza si consolidò nei decenni successivi, fino a fare delle donne una componente maggioritaria in diversi percorsi universitari scientifici e medici nei primi anni Duemila.[85][92]
La letteratura ha interpretato questa concentrazione nelle aree STEM come il risultato di una combinazione di fattori strutturali e culturali. Da un lato tali discipline venivano percepite come ambiti tecnici e “neutri”, più facilmente conciliabili con i modelli di rispettabilità promossi dallo Stato islamico; dall’altro, l’istruzione scientifica rappresentava per molte giovani donne una strategia di investimento a lungo termine, finalizzata all’autonomia economica e al riconoscimento sociale in un contesto caratterizzato da forti vincoli giuridici e occupazionali.[95][96]
Tuttavia l’aumento della presenza femminile nei percorsi STEM non si è tradotto automaticamente in un pari accesso alle carriere scientifiche, accademiche o tecniche. Numerosi studi hanno messo in luce un persistente scarto tra livelli di qualificazione e opportunità professionali, evidenziando come le barriere strutturali del mercato del lavoro, la segregazione occupazionale e le asimmetrie giuridiche continuino a limitare la piena valorizzazione del capitale educativo femminile, dando origine a quello che è stato definito un “paradosso educativo” della Repubblica islamica.[89][97]
Limiti ideologici e politiche di contenimento
[modifica | modifica wikitesto]Contestualmente all'espansione dell'istruzione superiore, lo Stato ha esercitato un controllo ideologico sui curricula e sugli spazi universitari, promuovendo un modello femminile centrato sulla conciliazione tra partecipazione sociale e ruoli familiari tradizionali.[85][98]
In diverse fasi, in particolare tra la metà degli anni Duemila e l’inizio degli anni Dieci, sono state introdotte politiche di contenimento della presenza femminile, tra cui quote di genere (jensiat-bandi) e restrizioni all’accesso a specifici corsi di laurea, soprattutto nelle discipline scientifiche e ingegneristiche. con l’obiettivo dichiarato di riequilibrare la presenza femminile.[99][100] Tali misure non hanno tuttavia modificato la tendenza generale all’elevata scolarizzazione universitaria femminile.[85]
Dinamiche demografiche
[modifica | modifica wikitesto]La Repubblica Islamica ha conosciuto una transizione demografica tra le più rapide al mondo, passando da 25 milioni di abitanti nel censimento del 1966 a oltre 85 milioni stimati nel 2021. Questo aumento netto, più che triplicato in 55 anni, riflette il boom demografico legato alle politiche pro-nataliste degli anni Settanta e Ottanta, segnando poi un marcato rallentamento dovuto al successo del programma di pianificazione familiare avviato nel 1989.[101]
I dati censuari evidenziano il trend: tra il 1966 e il 1986 i tassi di crescita annua medi raggiunsero il 3,5% circa (3,0% al censimento 1976, 3,9% al 1986), portando la popolazione da 25 a quasi 50 milioni; dal 2006 in poi il ritmo si è stabilizzato tra l’1,2% e l’1,8%, nonostante la popolazione continui ad aumentare per effetto dell'espansione demografica delle generazioni giovani già nate.[83]
Evoluzione della popolazione iraniana secondo i censimenti (1966-2021)
| Anno (Censimento) | Maschi (mln) | Femmine (mln) | Totale (mln) | Tasso crescita annuo (%) |
|---|---|---|---|---|
| 1966 | 12,98 | 12,10 | 25,08 | - |
| 1976 | 17,35 | 16,31 | 33,66 | 3,0 |
| 1986 | 25,28 | 24,16 | 49,44 | 3,9 |
| 2006 | 35,86 | 34,63 | 70,49 | 1,8 |
| 2011 | 37,90 | 37,24 | 75,14 | 1,3 |
| 2016 | 40,49 | 39,43 | 79,92 | 1,2 |
| 2021 (stima) | 42,90 | 42,10 | 85,00 | 1,2 |
Fonte: Statistical Centre of Iran / World Bank / UN Demographic Yearbook[102]
Questo andamento è strettamente legato alle politiche governative: il picco del 3,9% nel 1986 riflette l’impatto delle misure pro-nataliste post-rivoluzione (1979-1989), volte a sostenere la popolazione durante la guerra Iran-Iraq; il crollo successivo è attribuibile al programma di pianificazione familiare del 1989, che ha portato il tasso di fecondità totale (TFR) da 6,58 figli per donna nel 1976 a 1,9 nel 2006. Il valore di 1,7 nel 2020 (World Bank/UN Population Division) conferma la stabilizzazione sotto la soglia di rimpiazzo generazionale (2,1), nonostante la recente svolta pro-natalista del 2021.[103]

La piramide demografica del 2020 mostra chiaramente le tracce di queste politiche: una generazione post-bellica particolarmente numerosa (anni ’70-’80), seguita da una base progressivamente più stretta.
Pianificazione familiare e salute riproduttiva
Un primo programma di pianificazione familiare, rivolto prevalentemente alla popolazione urbana, era stato introdotto nel 1967, durante il periodo Pahlavi, ma ebbe un impatto limitato e non modificò in modo significativo i modelli di fecondità.[104][105]
Il programma nazionale di pianificazione familiare avviato nel 1989 è considerato dalla storiografia demografica un caso di successo nel contesto dei paesi a maggioranza musulmana per la capacità di integrare politiche di salute pubblica e legittimazione religiosa.[106][107]
A differenza dell’esperienza precedente avviato durante la dinastia Pahlavi, il nuovo programma si caratterizzò per una struttura capillare e istituzionalizzata: la pianificazione familiare venne integrata nel sistema sanitario nazionale, accompagnata da misure economiche, tra cui la rimozione dei sussidi alle famiglie numerose, e da un'ampia campagna religiosa.[105]
Nel febbraio 1989 l'Ayatollah Khomeini e successivamente Khamenei emisero fatwa che dichiaravano i contraccettivi non contrari all'Islam e funzionali al benessere familiare.[104] L'uso dei contraccettivi aumentò dal 49,9% nel 1989 al 73,8% nel 2000.[107]
Un ruolo centrale fu svolto dalla rete delle “Case della salute” (behvarz), gestite in larga parte da operatrici sanitarie e ginecologhe formate nel periodo post-rivoluzionario per rispondere alle esigenze della segregazione di genere.[105] Questa infrastruttura risultò particolarmente efficace nel superare le barriere culturali nelle aree rurali, facilitando l’accesso alla salute riproduttiva e contribuendo alla riduzione della mortalità materna.[106][108]
Negli anni '70 e '80 in Iran la popolazione maschile aveva un'aspettativa di vita più alta di quella femminile, così come in altri paesi asiatici tra cui Bangladesh, Bhutan, India.[109]
L’azione dello Stato si innestò su trasformazioni sociali già in corso, producendo una delle più rapide transizioni demografiche del XX secolo: tra gli anni Settanta e i primi anni Duemila il tasso di fertilità scese da oltre sei figli per donna a meno di due, portando il Paese al di sotto della soglia di rimpiazzo generazionale.[106][108]
| Indicatori demografici | 1976 | 2006 |
| Tasso di fertilità (figli per donna) | 6,58 | 1,9 |
| Età media femminile al primo matrimonio | 19,7 | 23,2 |
| Uso di contraccettivi (popolazione femminile) | 37% | 73% |
Fonte: Statistical Centre of Iran / World Bank / Abbasi-Shavazi
Svolta pro-natalista del XXI secolo
[modifica | modifica wikitesto]A partire dalla metà degli anni Duemila, in particolare sotto la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, la Repubblica Islamica inaugurò una nuova fase di politiche familiari improntate a un rafforzamento ideologico dei ruoli di genere. Il calo della popolazione giovanile venne progressivamente interpretato come una minaccia alla sicurezza nazionale e alla “forza della nazione”, secondo una retorica sostenuta dalla Guida Suprema Ali Khamenei, che dal 2010 in poi definì la bassa natalità come un “pericolo strategico” per il futuro del Paese.[110]
Questa svolta culminò nell’approvazione della Legge sulla giovinezza della popolazione e protezione della famiglia (2021), che introdusse incentivi alla natalità ma al contempo limitò l’accesso alla contraccezione, ai servizi di salute riproduttiva e alle informazioni in materia, rafforzando il controllo statale sulla sfera privata e riproduttiva.[111][112][113] Tali misure si inserirono in un più ampio irrigidimento normativo e culturale, che interessò anche l’abbigliamento, la segregazione di genere e l’accesso agli spazi pubblici.[110]
Nonostante le restrizioni culturali, i controlli morali rafforzati e un discorso pubblico più esplicitamente patriarcale, numerosi studi sottolineano come le trasformazioni strutturali avviate nei decenni precedenti, in particolare la scolarizzazione di massa, l’urbanizzazione e la transizione demografica, abbiano prodotto una soggettività femminile ormai diffusa e difficilmente reversibile, che continua a entrare in tensione con i tentativi statali di riaffermare modelli patriarcali di genere.[114]
Trasformazioni del matrimonio e della struttura familiare
[modifica | modifica wikitesto]Il passaggio dalla monarchia alla Repubblica Islamica ha invertito la tendenza riformista precedente. Nel 1979 il nuovo governo, seguendo i dettami della pubertà biologica sciita, ha ridotto a nove anni l'età minima per il matrimonio che la Legge sulla Protezione della Famiglia (1975) aveva innalzato a quindici.[108][115] Nel 2002 un emendamento all'Art. 1041 del Codice Civile ha fissato il limite a tredici anni per le ragazze e quindici per i ragazzi.[116]
L'evoluzione dei comportamenti demografici evidenzia tuttavia uno scarto netto tra il quadro legislativo e le dinamiche sociali: l'età media al primo matrimonio per le donne è passata dai 19,5 anni nel 1976 ai 23,2 anni del 2006, con punte superiori di 26 anni nei centri urbani.[106]

La letteratura demografica correla questo slittamento a un concorso di fattori: la permanenza prolungata nel sistema educativo, l'urbanizzazione e le mutate condizioni economiche che rendono la formazione di un nuovo nucleo familiare un processo più tardivo rispetto ai decenni precedenti.[108] A queste variabili strutturali si è affiancata una rinegoziazione dei ruoli familiari; la scolarizzazione ha favorito una maggiore autonomia decisionale delle giovani donne, orientando i modelli di nuzialità verso scelte individuali legate al completamento degli studi o alla ricerca di stabilità professionale.
Contestualmente a questi mutamenti, la condizione delle donne all'interno del nucleo familiare ha beneficiato di riforme nate dalla pressione della società civile, come quella che ha innalzato il diritto di custodia dei figli di entrambi i sessi da parte della madre fino ai sette anni, eliminando la precedente norma che la limitava a due anni per i maschi (art. 1169 del 2003). (Afary)
Nonostante le leggi pro-nataliste introdotte tra il 2021 e il 2024, il modello di famiglia ristretta e il rinvio della nuzialità appaiono come dati socioculturali consolidati.[117][118]
Lavoro e partecipazione economica
[modifica | modifica wikitesto]Modernizzazione economica e lavoro femminile nel tardo periodo Pahlavi
[modifica | modifica wikitesto]A metà degli anni Settanta l’Iran conobbe una crescita economica senza precedenti su scala globale: il tasso di incremento del PIL, passò dall’8% annuo negli anni Sessanta, al 41,9% nel biennio 1974–1975. Questa espansione fu caratterizzata da una profonda trasformazione che privilegiò l'industria e i servizi a scapito dell'agricoltura tradizionale; quest'ultima, che all'inizio del secolo rappresentava l'80-90% del PIL, si ridusse al 27% nel 1965 e appena al 10% nel 1975.[119]
Nonostante la perdita di centralità economica del settore primario, l’agricoltura continuò a rappresentare il principale bacino occupazionale per le donne delle aree rurali, garantendo una forma diffusa, seppur spesso informale, di partecipazione femminile alla produzione.[120][121]
Rivoluzione, guerra e contrazione dell’occupazione femminile (1979–1989)
[modifica | modifica wikitesto]Il primo decennio successivo alla Rivoluzione islamica fu segnato da una contrazione sistematica di tutti gli indicatori occupazionali femminili. I dati censuari analizzati dalla Banca Mondiale mostrano come il tasso di partecipazione attiva delle donne sia sceso dal 12,9% nel 1976 all’8,2% nel 1986, mentre il tasso di occupazione reale toccò un minimo storico del 6,1%, rispetto al 10,8% del periodo pre-rivoluzionario. La quota femminile sulla forza lavoro salariata complessiva scese sotto il 10%, a fronte del 13,8% registrato nel 1976.[122][123]
Invisibilizzazione statistica e ideologia del lavoro domestico
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Valentine Moghadam ha sottolineato come la drastica riduzione della presenza femminile nelle statistiche occupazionali debba essere letta anche alla luce di una ristrutturazione dei criteri di rilevazione. In particolare, la percentuale ufficiale delle lavoratrici agricole passata dal 17% all’8%, viene interpretata dalla studiosa non come un reale abbandono delle attività produttive, ma come l’esito di una riclassificazione burocratica.[124]
Il censimento del 1986 definì infatti circa 11 milioni di donne come “casalinghe”, contribuendo a rendere invisibile il lavoro rurale femminile e a normalizzare, sul piano simbolico e statistico, il ritorno delle donne alla sfera domestica, in linea con il nuovo ordine morale promosso dalla Repubblica Islamica.[125] Questa lettura è confermata da Shahrashoub Razavi, che ha evidenziato come i nuovi criteri censuari, centrati sulla figura del capofamiglia maschile, abbiano sistematicamente escluso le lavoratrici familiari non salariate dalle rilevazioni ufficiali.[126]
Settore pubblico, segregazione di genere e occupazione protetta
[modifica | modifica wikitesto]Nelle aree urbane e nel settore pubblico, la politica del nuovo regime fu caratterizzata da una profonda selettività. Lo Stato avviò una sistematica epurazione ideologica del personale amministrativo, considerato un eccesso burocratico del precedente regime e un potenziale focolaio di valori occidentali. In questo contesto si inserisce la propaganda dell'Ayatollah Khomeini del 1983, che prendendo di mira le impiegate statali le definì "bambole dipinte", esortandole al pensionamento anticipato o alle dimissioni per purificare gli uffici pubblici.[127] Tale assetto fu rafforzato da un quadro giuridico restrittivo, culminato nell’articolo 1117 del Codice Civile che permetteva ai mariti di bloccare l'impiego delle mogli in tutti gli altri settori ritenuti contrari al prestigio familiare.[128]

Tuttavia, con il protrarsi della guerra Iran-Iraq (1980-1988) e l'irrigidimento delle norme sulla segregazione, emerse un fabbisogno critico di manodopera femminile specializzata. Poiché la legge islamica imponeva che le donne fossero visitate da ginecologhe ed educate da insegnanti donne, lo Stato fu costretto a invertire la tendenza nei settori della sanità e dell'istruzione pubblica, dove le donne rimasero indispensabili.[129]
Questa ambivalenza si tradusse in una forte polarizzazione del mercato del lavoro: mentre il settore privato rimaneva estremamente fragile - nel 1986 solo il 19% delle donne occupate percepiva un salario regolare - il settore pubblico offriva una relativa stabilità, seppur entro ruoli rigidamente femminilizzati.[124]
Nel settore giuridico l’evoluzione della condizione femminile ha seguito un percorso di parziale riabilitazione. Dopo l’esclusione delle donne dalle cariche giudiziarie negli anni immediatamente successivi alla rivoluzione, e il divieto formale del 1982 di emettere sentenze definitive, una serie di riforme introdotte negli anni Novanta ha consentito il loro reinserimento nei tribunali civili speciali in qualità di avvocate e consulenti legali.[130]
Il paradosso istruzione-lavoro e i dati del censimento 1996
[modifica | modifica wikitesto]Il censimento del 1996 ha evidenziato il persistere di profonde barriere strutturali nonostante l'avanzamento dei livelli di istruzione. Sebbene la quota di donne nella popolazione economicamente attiva fosse risalita al 12,7%, il tasso di disoccupazione femminile (12,5%) rimaneva significativamente più alto di quello maschile (8,3%).[92] Il divario era particolarmente marcato tra i diplomati e i laureati: nelle aree urbane, il 51% delle donne disoccupate possedeva un diploma di scuola superiore (contro il 27% degli uomini) e il 12% aveva un'istruzione superiore, a fronte del solo 4,7% dei disoccupati maschi.[131]
Questa dinamica rifletteva una segregazione settoriale in cui le donne professioniste erano concentrate nel settore pubblico (63,3% delle impiegate statali risiedeva in città), mentre il 55% della forza lavoro femminile totale operava nel settore privato, prevalentemente in aree rurali e in condizioni non salariate. Nel comparto manifatturiero, pur rappresentando il 22,8% della forza lavoro totale, le donne erano quasi esclusivamente confinate alla produzione tradizionale rurale, mentre la manifattura moderna e urbana rimaneva un dominio quasi totalmente maschile.[132] Nonostante queste rigidità, il periodo riformista di Mohammad Khatami segnò una svolta politica con la nomina delle prime donne in ruoli decisionali apicali, come Massoumeh Ebtekar alla vicepresidenza e Zahra Shojai alla direzione per gli affari femminili, segnando l'inizio di una nuova fase di visibilità istituzionale.[133]
Stagnazione occupazionale e paradosso istruzione-lavoro (anni Novanta–XXI secolo)
[modifica | modifica wikitesto]A partire dagli anni novanta, nonostante l'elevata scolarizzazione, la partecipazione delle donne al lavoro formale è rimasta strutturalmente stagnante, oscillando storicamente tra il 13% e il 18% fino al 2019.[134]
Questo fenomeno delinea un profondo paradosso: mentre la costante crescita delle iscrizioni femminili universitarie testimoniava una piena integrazione culturale, il mercato del lavoro continuava a riflettere una marginalizzazione sistematica.[2][135] I dati del censimento del 1996 analizzati da Moghadam chiariscono che questa stagnazione era causata da barriere d'accesso sproporzionate e non da una mancanza di iniziativa. Nelle aree urbane, infatti, oltre la metà delle donne disoccupate (51%) possedeva un diploma di scuola superiore, e il 12% una laurea, percentuali di gran lunga superiori a quelli dei colleghi maschi disoccupati, che si attestavano rispettivamente al 27% e al 4,7%.[131]
La struttura dell'occupazione è rimasta inoltre caratterizzata da una rigida segregazione settoriale. Se il settore pubblico ha garantito spazi d'inserimento nei rami professionali della sanità e dell'istruzione, il settore privato ha confinato la forza lavoro femminile prevalentemente in contesti rurali e informali. Ad esempio, nel 1996, pur rappresentando oltre il 22% della forza lavoro nel comparto manifatturiero, le donne sono rimaste quasi totalmente escluse dalla produzione industriale moderna e urbana, venendo impiegate massicciamente nella manifattura tradizionale rurale e non salariata, dove la loro quota raggiungeva il 45,2%.[132]
Questa dinamica è culminata nel sorpasso storico del periodo 2002-2003, quando le donne hanno raggiunto il 52% degli ammessi totali alle università e oltre il 65% nelle discipline scientifiche.[92] Il consolidamento di questo primato educativo nel primo ventennio del XXI secolo non ha tuttavia scardinato le rigidità del sistema produttivo: la persistente incapacità dell'economia nazionale di assorbire l'alto profilo professionale delle nuove generazioni ha trasformato l'istruzione femminile in un capitale umano ampiamente sottoutilizzato, alimentando una tensione crescente tra aspettative sociali e realtà occupazionale.[93][96]
Diseguaglianze intersezionali e imprenditoria
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La partecipazione economica delle donne in Iran è influenzata non solo dal genere, ma anche da fattori etnici, linguistici e di classe, che concorrono a produrre forme di svantaggio cumulativo. Uno studio condotto nel 2024 ha evidenziato un significativo divario salariale su base etnica: le donne appartenenti a gruppi non persiani, come curde, azere o baluche, percepiscono redditi medi inferiori sia rispetto agli uomini sia rispetto alle donne di etnia fars (persiana).[136] Tali disparità risultano particolarmente marcate nelle province periferiche e nei contesti a basso reddito, mentre tendono ad attenuarsi nei ceti medi urbani.[137]
In un contesto di partecipazione occupazionale complessivamente ridotta, una quota rilevante dell’attività economica femminile si colloca nel settore dell’autoimpiego. Secondo i dati del Global Entrepreneurship Monitor, il tasso di imprenditoria femminile si è attestato tra il 4% e il 6% della popolazione femminile, con una maggiore concentrazione nei settori dell’artigianato di qualità, del design e delle iniziative digitali e tecnologiche.[138] Questi ambiti consentono in parte di aggirare le restrizioni legate alla segregazione di genere e ai limiti del mercato del lavoro tradizionale.[137][139]
L’accesso ai capitali continua tuttavia a rappresentare un ostacolo rilevante. Pur in assenza di divieti legali espliciti, le prassi bancarie e la limitata disponibilità di garanzie, spesso connesse alle disparità previste dalle norme ereditarie, riducono l’accesso al credito per le imprenditrici, rendendo molte iniziative economiche dipendenti dal sostegno familiare o da circuiti informali di microfinanza.[1]
Forme di attivismo femminile e rappresentanza nella Repubblica Islamica
[modifica | modifica wikitesto]L'attivismo femminile nella Repubblica Islamica si è strutturato, a partire dagli anni Ottanta, come un campo d'azione eterogeneo volto a rinegoziare il ruolo della donna all'interno del nuovo assetto post-rivoluzionario. Superata la fase di forte restrizione iniziale, la mobilitazione ha ridefinito il rapporto tra genere, religione e politica attraverso diversi percorsi di rivendicazione.
Accanto alla cooptazione istituzionale promossa dallo Stato, si svilupparono correnti riconducibili al cosiddetto femminismo islamico, impegnate nella reinterpretazione delle fonti religiose sciite in chiave egualitaria, in particolare nei campi dell’istruzione, del lavoro e del diritto di famiglia.[140][141] Soprattutto nel corso degli anni Novanta si sono consolidate anche reti laiche e riformiste, attive attraverso riviste, associazioni professionali e iniziative legali, che hanno concentrato la propria azione sulla riforma normativa e sull’ampliamento dei diritti civili.[142][143]
Tali forme di partecipazione e mobilitazione, tuttavia, non si sono tradotte in modo lineare in un accesso paritario alle sedi formali del potere politico, rendendo evidente uno scarto persistente tra visibilità pubblica e rappresentanza istituzionale.
Rappresentanza nelle istituzioni politiche
[modifica | modifica wikitesto]La presenza delle donne nello spazio pubblico iraniano è caratterizzata da un elevato grado di visibilità e partecipazione, che contrasta con la limitata rappresentanza nelle istituzioni politiche apicali. Nel Parlamento iraniano, la presenza femminile è rimasta strutturalmente marginale, passando dall'1,5% degli anni ottanta al picco del 6% nel 2016 - quando per la prima volta le 18 deputate elette superarono numericamente i membri del clero - fino alla recente contrazione al 4,83% nelle elezioni del 2024, segnate dal consolidamento delle fazioni conservatrici.[144][145][146]
Trasformazioni della soggettività femminile nel XXI secolo
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A questa marginalità istituzionale fa riscontro l'emergere di una soggettività autonoma, non più confinata entro i margini di manovra concessi dallo Stato. Analizzando il passaggio dall’era Khatami al Movimento Verde, Paola Rivetti ha evidenziato come una pluralità di figure femminili abbia sviluppato la capacità di operare attraverso reti informali e spazi non istituzionali. Questa attitudine avrebbe consentito di attraversare la fase repressiva dell’era Ahmadinejad, mantenendo una memoria politica poi riemersa nelle mobilitazioni successive.[82]
Tale prospettiva converge con gli studi di Asef Bayat sulla "politica della presenza", che descrive come singole cittadine e giovani generazioni (definiti "non-movimenti sociali") si siano affermate come soggetti politici capaci di incidere sulla sfera pubblica attraverso la visibilità quotidiana e azioni ordinarie come lavorare, studiare, fare sport o semplicemente passeggiare per strada, trasformando lo spazio urbano in un terreno di contestazione politica.[147]
L'attenzione sociologica si è dunque spostata verso forme di agency diffuse attraverso le quali le donne rivendicano una trasformazione profonda dei rapporti di potere attraverso la riappropriazione della sfera civile, anche in assenza di canali formali di rappresentanza.[148][149][150]
In questo contesto Hamideh Sedghi osserva come le istanze femminili si siano spostate verso ambiti simbolici, rendendo la "questione femminile" un indicatore delle dinamiche politiche generali.[151]

Un esempio emblematico è costituito dalla lunga battaglia per l'accesso agli stadi di calcio, precluso alle donne per decenni e culminata nel caso della morte di Sahar Khodayari nel 2019. Alcuni studi hanno interpretato il fandom calcistico femminile non solo come una pratica sportiva, ma anche come una forma di resistenza quotidiana e di riappropriazione di spazi tradizionalmente maschili.[152] Tale protagonismo si riflette nella fioritura di oltre 16.000 club sportivi femminili che garantiscono spazi di socialità oltre le leggi sulla segregazione.[153]
Dinamiche analoghe sono documentate anche in ambito culturale, in particolare nel cinema di registi come Mania Akbari e Jafar Panahi, il cui film Offside (2006) ha trasformato il divieto di accesso agli stadi in una metafora della condizione di esclusione giuridica e sociale della donna.[154]
Nel loro insieme, queste molteplici espressioni di dissenso e soggettività, che spaziano dalle pratiche quotidiane alla critica cinematografica, estese fino ai diritti di cittadinanza e alla tutela legale, riflettono una rottura strutturale tra una società civile a forte protagonismo femminile, moderna nelle sue aspirazioni, e un apparato politico che tenta di ripristinare modelli patriarcali sempre meno rispondenti alla realtà sociale dell’Iran contemporaneo.[82][155]
Rappresentazioni culturali e simboliche del femminile nell'era Pahlavi
[modifica | modifica wikitesto]Nel corso del XX secolo, e in particolare durante l’era Pahlavi, la costruzione pubblica della figura femminile assunse un rilievo centrale nei processi di modernizzazione e nelle strategie di legittimazione dello Stato. L’immagine della “donna moderna” divenne un indicatore visivo del progresso nazionale e uno strumento di proiezione internazionale, collocandosi al crocevia tra propaganda ufficiale, produzione culturale, critica intellettuale e pratiche di resistenza femminile.[156][157]
Media, cultura popolare e costruzione della “Donna Moderna”
[modifica | modifica wikitesto]La promozione pubblica della donna svelata e urbanizzata si inserì in un progetto di modernizzazione dall’alto che utilizzò i media, la cultura popolare e le riviste femminili per veicolare un modello di femminilità associato al consumo, all’estetica e alla disciplina del corpo come indicatori di progresso. Pubblicazioni come Zan-e Ruz, iniziative quali i concorsi di bellezza (Dokhtar-e Shayesteh, Teen Princess) e il conferimento di premi come l’automobile Paykan, simbolo dell’industria nazionale, contribuirono a legare l’emancipazione femminile a stili di vita moderni e a modelli estetici di matrice occidentale, configurando il corpo femminile come vetrina simbolica della nazione.[156]
Ambiguità e critiche della modernità pahlavide
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La modernizzazione pahlavide suscitò un ampio fronte critico che non si limitò all’opposizione religiosa, ma coinvolse settori significativi dell’intellighenzia laica. In ambienti marxisti, nazionalisti e anti-imperialisti - inclusi settori legati al partito Tudeh, ai gruppi guerriglieri di sinistra e all’eredità politica di Mohammad Mossadeq - la “liberazione” femminile promossa dallo Scià venne spesso interpretata come una forma di occidentalizzazione superficiale e dipendente, funzionale a mascherare l’assenza di reali libertà politiche.[158]
In questo quadro si colloca la critica di Jalal Al-e Ahmad, la cui riflessione sulla “occidentalite” (Gharbzadegi) denunciò la figura della “donna-manichino” come emblema di una modernità eterodiretta e culturalmente alienata. Il suo discorso fornì un lessico critico che sarebbe stato ripreso, con accenti diversi, tanto da ambienti secolari quanto religiosi, contribuendo alla delegittimazione simbolica del progetto modernizzatore pahlavide.[159]
Nel complesso la “donna moderna” dell’era Pahlavi si configura come una figura profondamente ambivalente: emblema del progresso nazionale e al tempo stesso prodotto di un discorso statale che ne disciplina il corpo, ne circoscrive la visibilità e ne neutralizza il potenziale politico.[158]
Iconografia ufficiale
[modifica | modifica wikitesto]La natura selettiva, gerarchica e asimmetrica di questo progetto emerge con chiarezza nell’iconografia ufficiale del regime. Il logo della Rivoluzione Bianca del 1964 raffigura il progresso nazionale esclusivamente attraverso figure maschili; solo nel 1973 l’elemento femminile venne integrato in forma simbolica, mediante la trasformazione grafica della fiamma della torcia in una chioma fluente.Anche in questa rielaborazione, tuttavia, l’uomo rimaneva il detentore della torcia - soggetto attivo del progresso - mentre la femminilità assumeva una funzione prevalentemente ornamentale.[156]
Nonostante il controllo statale, il periodo fu comunque segnato da una vivacità associativa che vide protagoniste sia organizzazioni legate al regime, come la Sāzmān-e Zanān-e Irān, presieduta dalla principessa Ashraf Pahlavi, sia gruppi indipendenti dell'opposizione; in questi spazi in questi ambiti di azione, le donne cercarono di ampliare i margini d'intervento su istruzione e diritto di famiglia, dimostrando come la "Donna Moderna" non fosse solo un prodotto della propaganda, ma un terreno di reale conflitto e resistenza.[158]
Cultura, arti e media
[modifica | modifica wikitesto]La partecipazione delle donne alla produzione culturale ha costituito, sia prima sia dopo la Rivoluzione del 1979, uno dei principali ambiti di visibilità pubblica e di rielaborazione critica dell’identità femminile in Iran.[160]
Letteratura e poesia
[modifica | modifica wikitesto]Storicamente dominata da figure maschili, la letteratura persiana ha visto nel XX secolo l'emergere di voci femminili capaci di ridefinire il canone nazionale. Parvin E'tesami e, successivamente, Forough Farrokhzad hanno introdotto temi legati alla soggettività e al desiderio, mentre Simin Behbahani (candidata al Nobel nel 1997) ha utilizzato la forma classica del ghazal per affrontare questioni di diritti civili e giustizia sociale.[161]
In ambito narrativo, Simin Daneshvar ha segnato un primato storico con Savushun (1969), primo romanzo pubblicato da una donna in Iran. Nel periodo post-rivoluzionario, la narrativa femminile conobbe un'ampia diffusione negli anni novanta, con autrici come Zoya Pirzad e Shahrnush Parsipur; quest'ultima, con il romanzo Donne senza uomini (1990), affrontò il tema della sessualità e dell'oppressione, subendo la censura e il bando dell'opera nel Paese.[162][163]
Cinema e arti visive
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L’Iran presenta una presenza femminile nel cinema insolitamente elevata rispetto ad altri contesti regionali, un fenomeno consolidatosi tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila.[164] Figure come Rakhshan Bani-Etemad hanno documentato le patologie sociali e la vita delle classi meno abbienti attraverso uno sguardo neorelista, mentre Samira Makhmalbaf ha ottenuto giovanissima prestigiosi riconoscimenti internazionali, come il Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2000 per Lavagne (Takhté Siah).
Nelle arti visive, la presenza femminile è predominante nelle accademie e nelle gallerie di Teheran; artiste come Shirin Neshat (attiva principalmente nella diaspora) hanno trasformato il corpo e il velo in territori di indagine politica, ottenendo risonanza globale per la loro analisi del rapporto tra genere e potere.[165]
Musica e spettacolo
[modifica | modifica wikitesto]In ambito musicale, la partecipazione femminile è stata oggetto delle restrizioni più stringenti dopo il 1979. In base all’interpretazione dominante del diritto islamico adottata dalla Repubblica islamica, alle donne è vietato esibirsi come cantanti soliste davanti a un pubblico misto, mentre è consentita la partecipazione a cori, esibizioni riservate a sole donne o registrazioni diffuse in contesti controllati.
Ciò ha interrotto carriere di enorme popolarità, come quella di Googoosh, icona della musica pop pre-rivoluzionaria rimasta in silenzio forzato in Iran per vent'anni prima di riprendere l'attività all'estero nel 2000. Nonostante i divieti, la tradizione è stata preservata da maestre di musica classica persiana e da nuove interpreti che operano nel canto corale o nel circuito underground, mentre la diaspora ha continuato a produrre icone della musica pop e contemporanea.[166]
Note
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Voci correlate
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