Condizione della donna in Tunisia

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Una ragazza tunisina ad un corso di specializzazione per insegnare ai nuovi wikipediani come modificare Wikipedia.

Dal momento in cui ha preso il via la rivoluzione dei Gelsomini nel gennaio del 2011, immediatamente seguita dalla primavera araba con proteste in tutto il Medio Oriente e in Nordafrica, varie fonti occidentali hanno pubblicato articoli e notizie discutendo il ruolo senza precedenti che donne tunisine hanno avuto nelle manifestazioni. Molti hanno anche evidenziato il fattore di rilievo avuto da alcune libertà secolari istituite già nel 1956 da Habib Bourguiba, come la facilità di accesso all'istruzione femminile superiore, il diritto di richiedere il divorzio ed alcune pari opportunità per quanto concerne l'ambito lavorativo.

Mentre il ruolo di genere, la condizione femminile e i diritti delle donne in Tunisia hanno goduto della concessione di alcune libertà che spesso continuavano invece ad essere del tutto negate nei paesi vicini, le norme sociali più radicate nella tradizione hanno cominciato a modificarsi e ad essere rimosse proprio a partire dal 2011; ma seppure certi aspetti della società erano relativamente liberali, il regime ancora una volta si è classificato ed autoidentificato come Stato islamico.

Per tal motivo le donne tunisine continuano a vivere all'interno di un sistema sociale oscillante il quale a volte non manca d'incoraggiare la più stretta e rigorosa osservanza della Shari'a. Le leggi sull'eredità sono basate direttamente sul "diritto musulmano di successione", con la religione che non menziona mai il Codice dello statuto della persona; le legislazioni accordano comunque alle donne la metà della quota di proprietà concessa all'uomo[1].

Demografia[modifica | modifica wikitesto]

A partire dal 2008 il "Population Reference Bureau" (PRB) ha riferito che la popolazione tunisina femminile di età compresa tra i 15 e i 49 anni ammonta a 3 milioni[2]; entro il 2015 vi saranno 3,1 milioni di donne nella stessa fascia d'età[2]. L'aspettativa di vita femminile è di 76 anni (per gli uomini è di 72)[3].

Protesta per la libertà organizzata da diversi partiti di opposizione e organizzazioni della società civile (28 gennaio 2012) per la difesa della libertà di espressione.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Per tutta la durata del Protettorato francese in Tunisia (1881-1956) le donne dovevano sottostare alle regole imposte dal velo islamico (lo Hijab), non avevano alcuna istruzione e svolgevano esclusivamente le funzioni casalinghe loro richieste da padri e mariti. Tuttavia con l'avvio del "Movimento nazionale tunisino" per l'indipendenza del paese iniziò ad emergere anche una voce a favore dell'uguaglianza di genere[4].

In effetti a partire dal XX secolo molte famiglie urbanizzate cominciarono a dare un'educazione anche alle loro figlie[4]. Dopo aver riacquistato l'indipendenza nel 1956 il fondatore della repubblica Bourguiba ha discusso ripetutamente sulla necessità d'includere tutti i cittadini nel corpo sociale, comprese pertanto anche le donne[4].

In quello stesso anno viene promulgato il "Codice personale" il quale è stato il primo documento a forte impatto riformista del paese; esso ha abolito la poligamia e la libertà di "ripudio" da parte del marito, ha permesso alle donne di poter far richiesta di divorzio ed ha emanato un'età minima per il matrimonio (religione), ordinando infine che vi sia il libero consenso di entrambi i coniugi[4].

Le donne hanno guadagnato il diritto di voto nel 1957, mentre due anni dopo hanno ottenuto la possibilità di accedere a cariche pubbliche[4]. La Costituzione della Tunisia del 1959 ha dichiarato il "principio d'uguuaglianza", che è stato applicato favorevolente per le donne all'interno del sistema giudiziario, consentendo loro di entrare in settori dell'occupazione non tradizionali (la medicina, l'esercito, l'ingegneria ecc.) così come la libertà di aprire conti bancari in autonomia e di accedere all'establishment delle imprese[4].

Nel 1962 alle donne venne aperta la possibilità di controllare le nascite tramite la contraccezione, mentre nel 1965 è stato legalizzato l'aborto (8 anni prima che ne fosse consentito l'accesso alle donne statunitensi)[5].

Esponenti femminili delle Organizzazioni non governative tunisine attive nell'incoraggiare le imprese gestite da donne.

Nel 1993 i movimenti affiliati al femminismo e gli organismi femminili di gruppo di pressione dopo vari sforzi sono riusciti a condurre ad alcune modifiche del "Codice personale"; i cambiamenti riguardavano il fatto che la moglie non poteva essere obbligata ad obbedire al marito, bensì le era richiesto "di condividere parte dell'onere finanziario della famiglia"[6]. Liberando le donne dall'obbligo di obbedienza ai loro mariti erano ora invece tenute a contribuire in parti uguali alla gestione degli affari familiari.

Tuttavia una vaga clausola del Codice imponeva alle donne di "comportarsi con i loro mariti in accordo col costume e la tradizione"; questa clausola ha reso difficoltoso alle donne l'affermazione della propria indipendenza (quindi la capacità stessa di contribuire all'onere finanziario familiare). Le abitudini e i costumi tradizionali sono stati spesso utilizzati per rafforzare l'asservimento della donna. Poco dopo l'"Associazione delle donne tunisine per la ricerca e lo sviluppo" e l'"Associazione tunisina delle donne democratiche" hanno presentato un documento in cui hanno richiesto la piena attuazione dell'accordo il quale è stato ratificato dal governo[7].

Amina Tyler, giovane attivista tunisina impegnata per i diritti delle donne.

Per quanto riguarda le riserve espresse dalla Tunisia in occasione della firma della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW) nel 1979, queste dimostrarono che il potere vigente ancora non si era deciso ad intraprendere fino in fondo il passo che conduce verso l'effettiva uguaglianza[8]; l'accordo è stato firmato l'anno seguente con riserve (assieme agli altri paesi musulmani) concernenti alcuni paragrafi delle sezioni 15, 16 e 29 che sarebbero stati in contraddizione con le disposizioni del "Codice personale" e del Corano[7][9].

Emna Mizouni, attivista e wikimediana tunisina, Conferenza all'incontro di "WikiArabia" a Tunisi nel 2015.

In occasione del 50º anniversario dell'attuazione del Codice il presidente della Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali appoggiò due proposte di legge che sono state poi adottate dalla "Camera dei deputati" nel 2007; il primo rafforza il diritto legale all'alloggio per le madri che hanno la custodia di figli minori, mentre il secondo stabilisce l'età minima matrimoniale a 18 anni per entrambi i sessi, nonostante il fatto che l'età media di matrimonio avesse già superato i 25 anni per le donne e i 30 per gli uomini[10].

Nelle questioni relative alla maternità la Tunisia viene spesso considerata come un paese aperto ai cambiamenti provenienti dal mondo moderno[11][12].

In occasione dell'annuncio fatto nel 2008 che il governo avrebbe aderito ad un protocollo aggiuntivo della "CEDAW", proprio in coincidenza con la Giornata internazionale della donna, la presidentessa dell'"Associazione delle donne democratiche" Khadija Cherif ha descritto il processo come "positivo ma insufficiente" dichiarando che avrebbe continuato a sostenere lo scioglimento di ogni riserva contro la CEDAW, che l'avevano svuotata di ogni significato[9].

Il paese osserva diversi giorni festivi dedicati alle donne, l'8 marzo[13] e il 13 di agosto, data quest'ultima dell'anniversario dell'attuazione del "Codice personale", diventato un giorno di festività pubblica chiamato "Giornata nazionale delle donne"[8].

Saida Garrache, militante dell'"Associazione tunisina delle donne democratiche".

Desiderio di modernizzazione o necessità politica?[modifica | modifica wikitesto]

In Tunisia il perseguimento delle politiche femministe sono molto cresciute dal momento ch'esse sostengono fondamentalmente la buona immagine del paese in Europa[14]. Ma nei fatti, nonostante che la crescita economica non sia trascurabile, il paese non si discosta molto dalle altre nazioni del Nordafrica come il Marocco; la soppressione della libertà di parola e dell'opposizione politica ha da tempo appannato la reputazione del paese all'estero[8]. La reale condizione delle donne rimane un punto centrale e quanto fatto da Bourguiba e da Ben Ali viene considerato in generale come degli "atti unilaterali"[8].

Colette Juilliard-Beaudan ritiene che le donne tunisine preferiscano essere laiche scegliendo una forma di democrazia che si rifà alla sinistra politica[15]. Un tale tipo di propaganda è iniziata proprio durante il regime di Bourguiba il quale diede una solida reputazione di nazione secolare e civile in una regione in cui si trovava a condividere spesso la presenza con dittature militari o monarchie fondate sulla religione[16] e lo stesso "Codice personale" è stato solitamente applicato in una maniera autoritaria, dal momento che non è mai stato dibattuto pubblicamente neppure dall'Assemblea costituente tunisina del 2011[17].

Il 9 febbraio del 1994 una "Festa della donna" tunisina è stata organizzata dal Senato (Francia) sotto lo slogan: "La Tunisia abbraccia la modernità"[8]. Poco dopo in un dibattito organizzato nel 1997 presso il Parlamento europeo sullo stato dei diritti umani in Tunisia il paese è stato invitato a dare un'immagine di sé maggiormente democratica[8].

Lina ben Mhenni, attivista e blogger.

Tutta una serie di articoli di elogio seguirono nella stampa francese sulla condizione femminile presente in Tunisia[8]; durante la visita ufficiale di Ben Alì in Francia avvenuta nel 1997 il regime ha difeso il proprio operato proprio citando la condizione delle donne, ma ignorando completamente le critiche provenienti dagli organismi di difesa dei diritti umani: "il femminismo di regime è una necessità politica per mascherare la grave carenza democratica tramite una modernizzazione forzosa"[8].

Nell'agosto 1994. nel corso di una conferenza dedicata alle donne e alla famiglia, l'"Associazione tunisina delle donne democratiche" (TANF) ha denunciato l'ambiguità delle forze al potere e l'uso della religione per controllare lo status delle donne nel paese, criticando soprattutto "l'oppressione patriarcale delle donne"[8].

Una ragazza Amazigh.

Inoltre le donne che tentarono di ribellarsi al discorso ufficiale sono state richiamate rapidamente all'ordine, in particolare attraverso l'azione di un pressante e rigoroso controllo da parte delle autorità[8]. La presidentessa della TANF, l'avvocatessa Sana Ben Achour, ha spiegato il 9 marzo 2010 che il suo organismo sopravviveva in una situazione bloccata e strangolata, con una forte limitazione di qualsasi possibilità di dialogo con le autorità pubbliche[18].

Non ha mancato tra l'altro anche di denunciare la ghettizzazione a cui era sottoposta la TANF ed il controllo stringente delle sue universitarie, impedendo inoltre di mettere in scena una produzione teatrale che avrebbe dovuto accompagnare le celebrazioni dell'8 marzo[18]. In questo contesto la regista Moufida Tlatli - resa famosa dal suo film del 1994 Les silences du palais - è stata pesantemente criticata[19] dalla rivista Réalités per aver dimostrato il proprio acuto scetticismo nei confronti del femminismo islamico di Stato nel corso di un programma televisivo francese.

Spiegò che le donne quand'era amcora una bambina erano definite la "colonizzazione delcolonizzato"; è stato pensando a sua madre e agli innumerevoli tabù che ddominarono l'intera sua vita che ha scritto la sceneggiatura, basandosi sulla denuncia delle vite delle sue antenate, giungendo a parlare anche del presente: ha concluso chiamando in causa il silenzio che ancora oggi soffoca le donne tunisine[20].

Nel 2003 la "Lega tunisina dei diritti dell'uomo" ha dichiarato che: "noi crediamo che tutti, uomini e donne, siano uguali e che ciò costituisca un diritto fondamentale e inalienabile"[21].

Codice di abbigliamento[modifica | modifica wikitesto]

Prima delle rivoluzione del 2011 la Tunisia ha limitato l'obbligo per le donne di indossare lo hijab. Anche se la popolazione è al 98% musulmana e le donne comunemente lo indossano in tutto il mondo islamico, le amministrazioni di Bourguiba e di Ben Ali hanno perseguito l'eliminazione delle tradizioni islamiche nei luoghi pubblici. Nel 1981 è stata ratificata la legge che vieta alle donne tunisine di portare il velo negli uffici statali[22][23]; nel 1985 la stesa legge è stata estesa vietandolo anche in tutti gli istituti d'insegnamento[24].

Durante il regime di Ben Ali il governo ha iniziato un giro di vite contro le donne che indossavano il velo. Nel 2008 Amnesty International ha riferito che le donne erano costrette a togliersi il velo prima di poter essere ammesse nelle scuole pubbliche, nelle università, nei luoghi di lavoro ed in certi casi anche per strada[25]. Durante la "Fiera internazionale del libro" svoltasi a Tunisi alcune donne velate sono tate condotte alle stazioni di polizia per firmare un impegno scritto che le costringeva a smettere d'indossare il velo; pare che alcune di quelle che hanno rifiutato siano state aggredite dai poliziotti[25].

Mentre i recenti cambiamenti verificatesi sotto il nuovo governo del Movimento della Rinascita hanno posto restrizioni sull'uso del velo, un cambiamento di valori sociali più ampi verso il conservatorismo musulmano ha causato nelle donne il sentimento di essere limitate in molti modi; un certo numero di donne si lamentano del fatto che non possono indossare le gonne a causa del pericolo di molestie sessuali; affermando inoltre che il velo è divenuto sempre più un requisito sociale invece di un'opzione[26].

Bambine tunisine a scuola.

Istruzione[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene i fatti apparenti sembrano mettere le donne tunisine sullo stesso piano di quelle occidentali, solo il 30% delle donne ha un impiego; questa partecipazione minima delle donne nella forza lavoro non deriva dalla mancanza di educazione. Il 91% delle tunisine di età compresa tra i 15 e i 24 anni sanno leggere e scrivere[27]; le generazioni più giovani rappresentano il 59,5% degli studenti iscritti all'istruzione superiore[28]. Inoltre il livello di analfabetismo per le ragazze e le donne da dieci anni in su è sceso dal 96% nel 1956 al 58,1% nel 1984 e al 42,3% nel 1994, fino al 31% nel 2004 (il livello degli uomini è del 14,1% nel 2004)[29].

Il motivo principale alla base di un tale cambiamento è stato il numero crescente di ragazze che frequentano l'istruzione primaria, 52 ogni 100 maschi nel 1965, così come il numero di studentesse iscritte alle scuole secondarie, 83 su ogni 100 maschi nel 1989 con un aumento di 37 rispetto al 1965[30]; in confronto con la statistica regionale solo il 65% delle donne del MENA sa leggere e scrivere[31]. Le donne sono iscritte in maggior numero (81%) nella scuola secondaria rispetto agli uomini (75%)[32], ma sebbene abbiano un alto tasso d'iscrizione molte ragazze abbandonano cosicché completano soltanto l'istruzione primaria.

I tassi d'iscrizione femminili sono più alti rispetto a tutti gli Stati vicini, compresa l'Algeria, l'Egitto, il Marocco, la Siria, lo Yemen, il Libano e la Giordania[33]. Nonostante ciò le donne rimangono meno propense ad entrare in una carriera nel mondo degli affari (nell'economia o nell'ingegneria) rispetto agli uomini; questo fenomeno può essere dovuto alla disparità presente nell'insegnamento scolastico sulle competenze necessarie per poter partecipare alla forza lavoro.

Gruppo di donne lavoratrici a Soliman.

Partecipazione femminile nella forza lavoro[modifica | modifica wikitesto]

Le donne costituiscono il 26,6% della forza lavoro della Tunisia nel 2004 con un aumento rispetto al 20,9% nel 1989 e al 5,5% del 1966[34].

La partecipazione femminile e la mobilità nella forza lavoro rimane fortemente vincolata dal comportamento considerato socialmente accettabile e anche dalle leggi. Ad esempio le donne sono scoraggiate quando non esplicitamente viene loro vietato da membri della famiglia di viaggiare da sole lontano da casa; pertanto, dato che molte occupazioni comportano il pendolarismo questo è socialmente inaccettabile e/o proibito. Alcune leggi limitano anche il tipo di partecipazione lavorativa e il numero di ore, con la richiesta dell'approvazione esplicita da parte del marito o del padre[31].

La Banca Mondiale ha rilevato che le donne in Tunisia e nella zona circostante (MENA) non usano gli stessi metodi di ricerca di lavoro degli uomini; le donne sono significativamente meno propense ad utilizzare il "networking" per poter accedere direttamente al mondo del lavoro[33]. La ricerca ha trovato che le donne lottano per la ricerca di un ambiente di lavoro adatto perché temono le molestie sessuali e gli impegni occupazionali a più lunga scadenza[33].

All'interno della regione MENA il governo tunisino offre un lasso di tempo più breve per il congedo parentale (30 giorni)[31]; le leggi sul congedo di maternità separato viene fatto applicare alle donne che lavorano nel settore pubblico o privato. Le donne che lavorano come dipendenti pubblici ottengono invece 60 giorni di congedo[31]. In confronto la "Family and Medical Leave Act" statunitense abilita madri (e padri) a prendere fino a 6 settimane di congedo[35].

Esse possono in ogni caso lavorare in tutte le aree di business, così come nell'esercito, nell'aviazione civile e militare e nelle forze di polizia[10]; rappresentano inoltre il 72% dei farmacisti, il 42% della professione medica, il 27% dei giudici, il 31% degli avvocati e il 40% degli insegnanti universitari[10]. Infine tra 10 e 15.000 di loro sono imprenditori[10]. Tuttavia la disoccupazione colpisce le donne molto più degli uomini, col 16,7% delle donne che lavora nel settore privato rispetto al tasso del 12,9% degli uomini a partire dal 2004[36].

Dal 1999 al 2004 la creazione di occupazione per le donne è cresciuta ad un tasso del 3,21%, producendo una media di 19.800 posti di lavoro all'anno[34].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Will Tunisian Women Finally Inherit What They Deserve?, Foreign Policy. URL consultato il 10 gennaio 2015.
  2. ^ a b U.S. Population Reference Bureau, Tunisia: Demographic Highlights [collegamento interrotto], su prb.org. URL consultato l'8 aprile 2011.
  3. ^ U.S. Population Reference Bureau, Tunisia: Demographic Highlights [collegamento interrotto], su prb.org. URL consultato l'8 aprile 2011.
  4. ^ a b c d e f Lilia Ben Salem Name, Women's Rights in the Middle East and North Africa: Tunisia, su freedomhouse.org. URL consultato il 5 aprile 2011 (archiviato dall'url originale il 22 marzo 2011).
  5. ^ Eleanor Beardsley Name, In Tunisia, Women Play Equal Role in Revolution, su npr.org. URL consultato il 5 aprile 2011.
  6. ^ Amira Mashhour Name, Islamic Law and Gender Equality--Could There be a Common Ground?: A Study of Divorce and Polygamy in Sharia Law and Contemporary Legislation in Tunisia and Egypt, su muse.jhu.edu. URL consultato il 5 aprile 2011.
  7. ^ a b Organisation des Nations unies, Traités multilatéraux déposés auprès du Secrétaire général, éd. United Nations Publications, New York, 2004, p. 246 ISBN 92-1-233390-7
  8. ^ a b c d e f g h i j Sophie Bessis, « Le féminisme institutionnel en Tunisie : Ben Ali et la question féminine », CLIO HFS, n°9/1999, 22 mai 2006
  9. ^ a b « La Tunisie va adhérer au protocole additionnel de la convention de l’ONU », Agence France-Presse, 8 mars 2008
  10. ^ a b c d Olivia Marsaud, « Cinquante ans d’indépendance féminine » Archiviato il 20 ottobre 2012 in Internet Archive., Radio France internationale, August 13, 2006
  11. ^ Samir Amin, L’économie du Maghreb, éd. de Minuit, Paris, 1966
  12. ^ Ridha Boukraa, « Notes sur le planning familial et pouvoir politique au Maghreb », Revue tunisienne de sciences sociales, n°46, 1976
  13. ^ Monique Pontault [sous la dir. de], Femmes en francophonie, coll. Les Cahiers de la Francophonie, n°8, éd. L’Harmattan, Paris, 2000, p. 207 ISBN 2-7384-8789-0
  14. ^ Michel Camau et Vincent Geisser, Habib Bourguiba. La trace et l’héritage, éd. Karthala, Paris, 2004, p. 108 ISBN 2-84586-506-6
  15. ^ Colette Juillard-Beaudan, « La Tunisie : le voile ou le fusil ? », Les Cahiers de l'Orient, avril-juin 2002, n°66, pp. 113-120
  16. ^ Franck Frégosi et Malika Zeghal, Religion et politique au Maghreb : les exemples tunisien et marocain Archiviato il 24 marzo 2012 in Internet Archive., éd. Institut français de relations internationales, Paris, mars 2005, p. 7
  17. ^ Paola Gandolfi et Moncef Djaziri, Libia oggi, éd. Casa editrice il Ponte, Bologne, 2005, p. 37 ISBN 88-89465-02-6
  18. ^ a b « Tunisie : une ONG féminine dénonce des « entraves asphyxiantes » »[collegamento interrotto], Le Nouvel Observateur, 9 mars 2010
  19. ^ « Traînée dans la boue » selon les propos de Sophie Bessis, « Le féminisme institutionnel en Tunisie », CLIO HFS, n°9/1999, 22 mai 2006
  20. ^ Bernard Génin, Télérama, 1995
  21. ^ Françoise Lorcerie, La politisation du voile. L’affaire en France, en Europe et dans le monde arabe, éd. L’Harmattan, Paris, 2005, p. 181 ISBN 2-7475-7887-9
  22. ^ http://www.ohchr.org/Documents/Publications/laws_that_discriminate_against_women.pdf
  23. ^ http://www.albawaba.com/sports-talk-problem-wherever-she-goes
  24. ^ Copia archiviata, su freedomhouse.org. URL consultato il 9 settembre 2011 (archiviato dall'url originale il 23 agosto 2011).
  25. ^ a b https://www.amnesty.org/en/region/tunisia/report-2008
  26. ^ Jamie Dettmer, Tunisia’s Dark Turn, The Daily Beast, 17 March 2013.
  27. ^ U.S. Population Reference Bureau Name, Tunisia [collegamento interrotto], su prb.org. URL consultato il 5 aprile 2011.
  28. ^ « L’enseignement supérieur et la recherche scientifique en chiffres. Année universitaire 2008/2009 », éd. Bureau des études de la planification et de la programmation, Tunis, p. 4 (PDF), su universites.tn (archiviato dall'url originale il 30 marzo 2012). (719 KB)
  29. ^ Caractéristiques éducationnelles de la population (Institut national de la statistique) Archiviato il 24 settembre 2015 in Internet Archive.
  30. ^ Stephen Ellis, L’Afrique maintenant, éd. Karthala, Paris, 1995, p. 154 ISBN 2-86537-602-8
  31. ^ a b c d Office of the Chief Economist and MNSED, The World Bank, Middle East & North Africa Region: Bridging the Gap, Improving the capabilities and Expanding Opportunities for Women in the Middle East and North Africa. (PDF) [collegamento interrotto], su wds.worldbank.org. URL consultato il 5 aprile 2011.
  32. ^ U.S. Population Reference Bureau Name, Tunisia [collegamento interrotto], su prb.org. URL consultato il 5 aprile 2011.
  33. ^ a b c Office of the Chief Economist and MNSED, The World Bank, Middle East & North Africa Region: Bridging the Gap, Improving the capabilities and Expanding Opportunities for Women in the Middle East and North Africa. (PDF) [collegamento interrotto], su wds.worldbank.org. URL consultato il 5 aprile 2011.
  34. ^ a b Renforcement des acquis de la femme (50e anniversaire de l’indépendance) Archiviato l'11 dicembre 2007 in Internet Archive.
  35. ^ United States Department of Labor, Family and Medical Leave Act, su dol.gov. URL consultato l'8 aprile 2011.
  36. ^ Tunisie on the Website of the International Labour Organization

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Paula Holmes-Eber, "Daughters of Tunis: Women, Family, and Networks in a Muslim City", Westview Press, 2001 ISBN 0-8133-3944-8
  • (FR) Sophie Bessis et Souhayr Belhassen, Femmes du Maghreb. L’enjeu, éd. Jean-Claude Lattès, Paris, 1992 ISBN 2-7096-1121-X
  • (FR) Aziza Darghouth Medimegh, Droits et vécu de la femme en Tunisie, éd. L’Hermès, Lyon, 1992 ISBN 2-85934-339-3
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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]