Condizione femminile in Italia

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La condizione femminile in Italia ha compiuto, nel tempo, molti e significativi progressi. Le donne si sono viste riconoscere durante il XIX e il XX secolo sempre maggiori diritti, che precedentemente erano riconosciuti solo agli uomini. I pieni diritti tra uomo e donna in Italia sono garantiti e pienamente riconosciuti dal 1 gennaio 1948, con l'entrata in vigore della Costituzione della Repubblica Italiana. Possono permanere alcune disuguaglianze in ambito politico, sociale ed economico che devono essere ancora pienamente superate.

Al 2021 solo cinque donne hanno ricoperto 3 delle 5 massime cariche dello Stato. Alla seconda carica dello Stato, quella di Presidente del Senato della Repubblica è arrivata per la prima volta una donna il 24 marzo 2018: Maria Elisabetta Alberti Casellati. La terza carica dello Stato, quella di presidente della Camera dei deputati, è stata ricoperta per la prima volta da Nilde Iotti per tre legislature consecutive (1979-1992), poi da Irene Pivetti (1994-1996) e da Laura Boldrini (2013-2018). La quinta carica dello Stato, quella di presidente della Corte Costituzionale, è stata ricoperta per la prima volta da una donna dall'11 dicembre 2019 al 13 settembre 2020, da Marta Cartabia (in carica per 9 mesi con la scadenza naturale del suo incarico istituzionale).

Nessuna donna è mai stata eletta Presidente della Repubblica Italiana o Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana.

Dal medioevo al rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

La struttura sociale patriarcale assegnava alla donna un ruolo subalterno nella famiglia e nella società quindi le donne italiane hanno avuto rare occasioni per distinguersi durante il medioevo.

La vedova poteva ereditare una posizioni di potere dal proprio marito, come nel caso di Matilde di Canossa oppure la donna colta poteva trovare opportunità nel convento, come Chiara d'Assisi e Caterina da Siena durante il XIII e il XIV secolo.

Nel Rinascimento (XV-XVI secolo) le donne restano ancora confinate ai ruoli tradizionali di "monaca, moglie, serva, cortigiana".[1]

Cresce, tuttavia, la diffusione dell'alfabetizzazione tra le donne delle classi privilegiate e si apre l'occasione per un numero crescente di donne di partecipare alla vita intellettuale anche in ambito laico. Veneziana di nascita, Christine de Pizan (1365-1440) scrive La Città delle Dame nel 1404; l'autrice descrive il genere femminile come privo di inferiorità innata rispetto agli uomini. Gli stessi concetti saranno ribaditi un secolo più tardi da Giulia Bigolina nel romanzo Urania, il primo realizzato da una donna italiana nel Rinascimento del quale si abbia notizia.

Alcune donne fortunate che la propria posizione sociale libera dal fardello del lavoro domestico sono in grado di ottenere una educazione, o hanno un padre o un marito che permette loro di coltivare i propri talenti artistici e culturali. Lucrezia Tornabuoni a Firenze, Veronica Gambara a Correggio; Veronica Franco e Moderata Fonte a Venezia, Vittoria Colonna a Roma, sono nobildonne che si affermano per le proprie riconosciute capacità intellettuali.

Un caso atipico è quello della poetessa Isabella di Morra che, a differenza delle sue contemporanee, non ebbe la possibilità di partecipare alla vita culturale del tempo a causa delle prepotenze familiari e la sua tragica morte ne fece un'icona dell'oppressione femminile.[2]

Le donne forti del Rinascimento italiano, come Isabella d'Este, Caterina de' Medici o Lucrezia Borgia, uniscono l'abilità politica a interessi culturali e di patronato nelle arti. Plautilla Nelli e Sofonisba Anguissola si affermano tra le prime esponenti femminili della pittura europea, e Tarquinia Molza nella musica.

Nella seconda metà del Cinquecento la Commedia dell'arte introduce un elemento nuovo di portata dirompente e rivoluzionaria: la presenza delle donne sul palcoscenico. Isabella Andreini è la prima attrice ad acquisire una popolarità europea nella Compagnia dei Gelosi, tra il 1578 e il 1604, in Italia, Francia, Polonia, Spagna, Germania, e Inghilterra. Con il teatro (e quindi il melodramma e la danza) si apre per le donne un intero mondo di nuove opportunità.

Dal rinascimento all'età napoleonica[modifica | modifica wikitesto]

All'inizio del Seicento, le donne italiane intellettuali sono ormai una presenza affermata nella cultura del tempo, anche se il fenomeno resta limitato alle classi privilegiate e non si traduce in provvedimenti legislativi; la loro attività resta confinata ai loro salotti di casa.[3] Tra queste donne ci sono le compositrici Francesca Caccini, Eleonora Baroni e Angela Teresa Muratori e le pittrici Lavinia Fontana, Fede Galizia e Artemisia Gentileschi.

In questo periodo i diritti delle donne sono ancora molto limitati. L'11 settembre 1599 Beatrice Cenci, nobildonna romana, viene giustiziata per parricidio, esasperata dalle violenze e dagli abusi sessuali paterni.

Nel 1678 Elena Lucrezia Corner è la prima donna in Italia a conseguire una laurea accademica, in filosofia, all'Università di Padova e la prima donna al mondo a ricevere un dottorato.[4]

Al di fuori del contesto familiare, le donne italiane del Seicento continuano a trovare opportunità nei conventi e ora per la prima volta anche nel teatro musicale, a cominciate da Anna Renzi (descritta come la prima diva della storia dell'opera) e Barbara Strozzi. Aurora Sanseverino fu invece una figura di spicco del Regno di Napoli a cavallo tra il seicento e il settecento, donna eclettica ammirata dalla società napoletana e nota per il suo grande mecenatismo.

Nel Settecento con l'Illuminismo si apre alle donne italiane anche il campo delle scienze e della filosofia: Clelia Grillo Borromeo, Giuseppa Eleonora Barbapiccola, Laura Bassi, Anna Morandi Manzolini, Maria Gaetana Agnesi, Maria Angela Ardinghelli e Cristina Roccati. Soprani e primedonne italiane continuano ad essere famose in tutta Europa: Francesca Cuzzoni, Faustina Bordoni, Vittoria Tesi, Caterina Gabrielli, Lucrezia Agujari, Giovanna Sestini e Brigida Banti. Sui palcoscenici europei trovano successo anche l'attrice Silvia Balletti e le danzatrici Giovanna Bassi e Teresa Bandettini. Tra le donne celebri del Settecento italiano ci sono anche la pittrice Rosalba Carriera; le compositrice Maria Margherita Grimani e Maria Teresa Agnesi Pinottini; la giurista Maria Pellegrina Amoretti; la scrittrice ed editrice Elisabetta Caminer.

La rivoluzione francese e l'età napoleonica offrono per la prima volta alle donne italiane la possibilità di essere politicamente impegnate. Già nel 1799 a Napoli, la poetessa Eleonora Pimentel Fonseca svolge un ruolo da protagonista nella Repubblica Napoletana; pagherà con la condanna a morte questo suo impegno.

Il risorgimento (1815-1870)[modifica | modifica wikitesto]

Il Risorgimento è il primo evento della storia italiana nel quale la partecipazione femminile sia apertamente ricercata e riconosciuta.[5] Nella prima metà del XIX secolo, alcuni dei salotti più influenti in cui i patrioti, rivoluzionari e intellettuali italiani si incontrano, sono diretti da donne, come ad esempio Bianca Milesi, Metilde Viscontini Dembowski, Teresa Casati, e Cristina Trivulzio di Belgiojoso.

Particolarmente rilevante è la presenza femminile nel movimento mazziniano, da Sara Levi Nathan a Antonietta De Pace e Giuditta Bellerio Sidoli. Alcune donne si distinguono anche sui campi di battaglia, da Luisa Battistotti Sassi (combattente nelle Cinque giornate di Milano) a Colomba Antonietti (caduta nella difesa della Repubblica romana), da Anita Garibaldi (la moglie di Giuseppe Garibaldi) a Rosalia Montmasson (che partecipa alla Spedizione dei Mille come infermiera) a Antonia Masanello e Giuseppa Bolognara Calcagno (che si uniscono ai combattenti garibaldini come soldatesse).

Il regno d'Italia (1861-1922)[modifica | modifica wikitesto]

Il nuovo Stato unitario esalta ed idealizza le madri e le spose del Risorgimento (prima fra tutte Adelaide Cairoli), ma non concede alcun diritto alle donne. Il voto (anche amministrativo) è precluso. Il diritto di famiglia, disciplinato dal 1865 dal Codice civile "Pisanelli", è improntato sulla supremazia maschile e preclude alla donna, attraverso la richiesta dell'autorizzazione maritale, ogni decisione di natura giuridica o commerciale.

L'articolo 486 del Codice Penale del 1859 del Regno di Sardegna, esteso ora a tutta Italia, prevedeva una pena detentiva da tre mesi a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di concubinato.[6]

Comincia subito la battaglia per l'acquisizione di una parità di diritti e del suffragio femminile in Italia. Già nel 1864 Anna Maria Mozzoni, pioniera del movimento femminile in Italia, denuncia le discriminazioni legali cui la donna è sottoposta attraverso la pubblicazione di "La donna e i suoi Rapporti Sociali in Occasione della revisione del Codice Italiano".

Nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici. Le donne, se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito. Venne perciò istituita l'obbligazione maritale per vendere o meno dei beni (fino al 1919). L’articolo 486 del Codice Penale prevedeva una pena detentiva da tre mesi a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di concubinato (in vigore fino al 1968).

Nel 1867 il deputato Salvatore Morelli presenta il primo disegno di legge per consentire il voto alle donne; la proposta è respinta con voto della Camera dei Deputati.

Nascono i primi giornali e le prime associazioni femminili. Nel 1868 Gualberta Alaide Beccari comincia la pubblicazione della rivista Donne a Padova.

Sul fronte dell'Istruzione, le donne ottengono nel 1874 l'accesso ai licei e alle università, anche se in realtà molte scuole continuarono a respingere le iscrizioni femminili (nel 1900 le donne iscritte nelle Università furono 250, mentre nei licei 287) Ernestina Paper, una ebrea di origine russa trasferitasi in Italia, è nel 1877 la prima donna a laurearsi in Italia, in medicina.

Nel 1879 la Mozzoni fonda a Milano una Lega promotrice degli interessi femminili, per rivendicare il suffragio femminile. Ogni proposta di legge per estendere (anche in modo limitato) il voto alle donne viene comunque respinta dal Parlamento italiano.

Dopo di lei e fino al 1890 le donne che in Italia conseguirono una laurea saranno una ventina appena; molte delle professioni rimangono comunque precluse. Laureatasi nel 1881 in giurisprudenza, Lidia Poët diventa il 9 agosto 1883 la prima donna iscritta all'Ordine degli Avvocati, ma l'iscrizione è revocata per ordine della magistratura, per esservi riammessa ufficialmente solo nel 1920.

Le donne laureate aumenteranno a 237 nel decennio successivo. Le accademiche italiane di fine Ottocento, dall'astronoma Caterina Scarpellini all'archeologa Ersilia Caetani Lovatelli (prima donna a entrare nell'Accademia dei Lincei nel 1879), appartengono ancora a quelle generazioni di donne erudite che si sono formate al di fuori dell'ambito universitario.

I cambiamenti legislativi sono molto lenti. I progressi maggiori sono ottenuti laddove lo sfruttamento era più grande ma anche la concentrazione femminile più significativa, ovvero nei campi e nelle fabbriche. Sotto l'influenza di leader socialisti, come Anna Kuliscioff e Angelica Balabanoff, le donne si organizzano nella costituzione dei primi sindacati operai.

Nel 1899 Ersilia Majno fonda a Milano l'Unione femminile nazionale con un gruppo di donne di area socialista; nel 1903 si apre la sezione romana per iniziativa di Anna Fraentzel Celli.

Significativi progressi si compiono anche nell'organizzazione delle lavoratrici agricole. Argentina Altobelli è tra i fondatori della Federazione nazionale dei lavoratori della terra (1901) e nel 1906 ne diventa segretaria (carica che manterrà nei prossimi 20 anni fino allo scioglimento dell'organizzazione da parte del regime fascista).

Nel 1902 è approvata una prima legge per proteggere il lavoro delle donne (e dei bambini). È vietato loro di lavorare nelle miniere e le ore giornaliere sono limitate a 12.

Nuove opportunità si aprono anche alle donne che abbracciano la vita religiosa. Le sante italiane del XIX secolo non sono più solo mistiche attive nei conventi di clausura.

L'impegno caritatevole si trasforma in un impegno sociale di pubblica rilevanza, come nel caso di suor Benedetta Cambiagio Frassinello, fondatrice nel 1856 delle Suore Benedettine della Provvidenza o di suor Francesca Saverio Cabrini, fondatrice nel 1880 a Codogno della congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, la quale, emigrata negli Stati Uniti, vi costruirà una rete di asili, scuole, convitti per studentesse, orfanotrofi, case di riposo per laiche e religiose, ed ospedali.

La battaglia per l'emancipazione femminile e il voto alle donne si riaccende agli inizi del Novecento.

Nel 1904 viene formato il Consiglio delle Donne Italiane (CNDI), aderente all'International Council of Women; la presidente è Gabriella Rasponi Spalletti. Il CNDI organizza a Roma, in Campidoglio, il 23 aprile 1908 il primo Congresso delle Donne Italiane, inaugurato dalla Regina Elena ed al quale erano presenti molte nobildonne. L'obiettivo è quello di estendere il diritto di voto delle donne della classi più elevate.

Con il Regio Decreto dell'agosto 1905 le donne sono ammesse all’insegnamento nelle scuole medie.

Con la legge 816/1907 si ha il divieto al lavoro notturno delle donne di qualsiasi età.

Anche le donne cattoliche si organizzano sotto la guida della marchesa Maria Cristina Giustiniani Bandini, con un'agenda più conservatrice in linea con le direttive della Chiesa e sotto il controllo delle gerarchie ecclesiali; nasce così nel 1908 l'Unione delle Donne Cattoliche Italiane (UDACI), poi Unione Femminile Cattolica. Sempre in ambito cattolico, ma sul versante della sinistra popolare si collocano le voci di Adelaide Coari e di Elisa Salerno, fondatrice nel 1909 del giornale La donna e il lavoro.

Con la legge 520 del 17 luglio 1910 viene istituita la "Cassa di Maternità", che consente di dare un sussidio fisso, non proporzionato al salario, per il congedo obbligatorio.

Nel maggio del 1912 durante la discussione del progetto di legge della riforma elettorale, che avrebbe esteso il voto anche agli analfabeti maschi, i deputati Giuseppe Mirabelli, Claudio Treves, Filippo Turati e Sidney Sonnino propongono un emendamento per concedere il voto anche alle donne. Il primo ministro Giovanni Giolitti però vi si oppone strenuamente, definendolo "un salto nel buio". La questione, rimandata all'esame di una apposita commissione, viene accantonata.

Nel campo della cultura, tra le donne più famose del Regno d'Italia ci sono la regista cinematografica Elvira Notari; le attrici Eleonora Duse, Lyda Borelli e Francesca Bertini); le scrittrici Matilde Serao, Sibilla Aleramo, Carolina Invernizio, Ida Baccini, Ada Negri e Grazia Deledda (che nel 1926 avrebbe vinto il premio Nobel); i soprano Luisa Tetrazzini e Lina Cavalieri; le pedagogiste Giulia Cavallari Cantalamessa e Maria Montessori, la quale, nel 1896, divenne la terza donna a laurearsi in medicina.

Con la prima guerra mondiale i posti di lavoro persi dagli uomini richiamati al fronte vennero occupati dalle donne, nei campi, nelle fabbriche e nella pubblica amministrazione, con percentuali che in alcuni settori raggiungono anche l'80% degli addetti.

L'enorme contributo dato dalle donne alla causa bellica riaccende al termine del conflitto il dibattito sulla condizione giuridica della donna in Italia.

La legge n. 1179 del 17 luglio 1919, nota come Legge Sacchi, abolisce l'autorizzazione maritale e autorizza le donne ad entrare in tutti i pubblici uffici, tranne che nella magistratura, nella politica e nell'esercito. Sia il Partito socialista che il Partito popolare appoggiano ora la causa del suffragio femminile.

Il periodo fascista (1922-1943)[modifica | modifica wikitesto]

Il nascente movimento fascista tiene inizialmente un atteggiamento ambiguo: da un lato dichiara il suo favore verso la concessione del voto amministrativo alle donne, dall'altro appoggia, anche con azioni squadristiche, le proteste verso le donne lavoratrici, accusate di togliere il lavoro ai reduci.

Nel 1923 lo stesso Benito Mussolini si impegna di fronte al nono congresso dell'Alleanza femminile internazionale (che si svolge a Roma il 14-19 maggio) di estendere, sia pure a certe condizioni, il voto amministrativo alle donne.

Con il Regio Decreto 1054 del 6 maggio 1923, con la Riforma Gentile si proibisce alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie.

Il 22 novembre 1925 fa anche approvare una legge in tal senso, i cui effetti però sono immediatamente annullati dalla riforma podestarile del 4 febbraio 1926, che abolisce il voto amministrativo.

Con l'instaurazione del regime fascista, i diritti delle donne subiscono una radicale battuta d'arresto; l'ideologia fascista vede nella procreazione il dovere primario della donna.[7] Una serie di leggi mirano a costringere le donne italiane nuovamente ed esclusivamente al loro ruolo di mogli e madri: ad esempio, il Regio decreto 9 dicembre 1926, n. 2480 vietò alle donne l'insegnamento nei Licei (art. 11), dando l'esclusiva femminile all'istruzione degli istituti magistrali. Questo decreto venne annullato nel 1944. Il Codice di Famiglia viene ulteriormente inasprito dal fascismo, ponendo le donne in uno stato di totale sudditanza di fronte al marito. Se pure il solo celibato maschile è tassato, a partire dal 1926, non si tratta di un privilegio per l'analogo femminile, ma più una conferma che la "donna è oggetto della scelta dell'uomo"[8].

Il 20 gennaio 1927 furono dimezzati per decreto i salari femminili rispetto a quelli degli uomini.

Anche nel nuovo Codice Penale sono confermate tutte le norme contrarie alle donne, aggiungendovi l'art. 587 che prevedeva la riduzione di un terzo della pena per chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere l'onore suo o della famiglia (il cosiddetto "delitto d'onore").

La posizione del fascismo è rafforzata dalla sua coincidenza con quella della Chiesa con la quale i legami si fanno più stretti dopo i Patti Lateranensi del 1929. Nell'enciclica Casti Connubii (1930) si ribadisce il ruolo primario della donna come madre e si condannava come "contro natura" ogni idea di parità tra i sessi.

Le associazioni femminili cattoliche, guidate da Armida Barelli, sono tuttavia tra le pochissime cui il regime permetta di esistere e per molte donne cattoliche esse saranno un importante luogo di formazione alla loro futura attività politica. Anche alle donne ebree le autorità fasciste concedono di costituire dal 1927 una propria associazione, l'Associazione donne ebree d'Italia (ADEI), che sotto la guida di Vittoria Pisa Cantoni e Gabriella Ravenna Falco svolgerà un importante ruolo di aggregazione e volontariato sociale negli anni difficili del regime, delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale.[9]

La retorica fascista esalta il ruolo di supporto della donna italiana, e ne incoraggia il ruolo sottomesso nella famiglia (Rachele Guidi), o a intrattenimento del maschio italiano nel campo dello spettacolo (Luisa Ferida, Wanda Osiris). L'attività fisica delle giovani è vista con favore, come un complemento alla loro femminilità, e in questo senso è accolta con favore la medaglia d'argento conquistano dalle ginnaste italiane nella prima partecipazione femminile dell'Italia ai Giochi Olimpici del 1928.

C'è il timore tuttavia che la donna attraverso lo sport possa acquisire troppo indipendenza e libertà e così, anche su pressione del Vaticano, nessuna atleta è inviata a rappresentare l'Italia ai Giochi Olimpici del 1932. La medaglia d'oro di Ondina Valla, la prima in assoluta di un'atleta italiana ad una competizione internazionale, ai successivi Giochi Olimpici di Berlino nel 1936 è accolta con un misto di orgoglio (per la risonanza internazionale che l'impresa riceve) e di preoccupazione che la donna non oltrepassi i rigidi confini a lei assegnati dall'ideologia fascista.[10]

Con il Codice Rocco del 19 ottobre 1930 viene stabilito che "la donna adultera venga punita fino a un anno di reclusione".

Con la legge numero 22/1934 viene concesso allaa pubblica amministrazione di discriminare le donne nelle assunzioni, escludendole da una serie di pubblici uffici.

Sempre nello stesso anno, con la legge numero 653, vengono limitate l'ammissione delle donne a lavori insalubri, sotterranei, notturni e alcuni lavori giudicati "moralmente" pericolosi. Per le donne che hanno compiuto 15 anni l'orario di lavoro non può superare le 11 ore al giorno.

Camilla Ravera, prima donna a ricevere l'incarico di Senatrice a vita (1982)

Il fascismo celebra le sue eroine e militanti della prima ora (come Ines Donati), ma ogni attività pubblica autonoma delle donne (fosse anche in supporto al regime) è ora duramente repressa. L'unica donna alla quale si conceda ancora una qualche visibilità politica è Margherita Sarfatti che, amante e consigliera di Benito Mussolini, nel 1926 ha pubblicato Dux, un'apologetica biografia del Duce, tradotta in 18 lingue. In questa situazione sono relativamente poche anche le donne impegnate nei movimenti antifascisti: 748 furono le donne processate per crimini politici dal Tribunale speciale e circa 500 quelle a ricevere condanne. Tra queste vi è Camilla Ravera arrestata nel 1930 e condannata a 15 anni di carcere al confino; la donna, morta quasi a 99 anni nel 1988, ha ricevuto la carica di senatrice a vita nel 1982 dall'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Le uniche donne a potersi permettere un atteggiamento ribelle e anticonformista e a mantenere una certa libertà d'azione sono donne "intoccabili" dal regime a causa dei loro legami familiari: Ernesta Bittanti Battisti (vedova di Cesare Battisti), Edda Mussolini Ciano, e Maria José di Savoia.

Le leggi razziali del 1938 infliggono un altro duro colpo all'emancipazione femminile in Italia, perché una buona percentuale delle poche donne italiane ad avere ruoli accademici sono ebree, da Anna Foà a Enrica Calabresi.[11]

Nello stesso anno, con il R.D.L del 1938, viene vietato ai datori di lavoro pubblici e privati di assumere più del 10% di donne, tranne per i lavori considerati particolarmente "adatti" alle donne.

Nel maggio 1939 con la legge n. 917 promulgata da Vittorio Emanuele III il 22 maggio 1939 fu istituita in Italia la "medaglia d'onore per le madri di famiglie numerose", destinata alle madri di famiglie numerose ed andava portata sul lato sinistro del petto, in occasione di tutte le feste nazionali, solennità civili e pubbliche funzioni.

La resistenza (1943-1945)[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Storia delle donne nella Resistenza italiana.

Dopo l'esperienza del fascismo e dei primi tragici anni di guerra, la Resistenza offre alle donne italiane la prima occasione di presenza di massa nelle vicende politiche del loro paese. Già nel novembre 1943 sono creati i Gruppi di difesa della donna diretti da Caterina Picolato, riunendo gruppi femminili e donne antifasciste d'ogni provenienza con lo scopo di mobilitare le masse femminili contro l'occupazione.

Le donne aderenti alla Resistenza furono: 75.000 appartenenti ai Gruppi di Difesa, 35.000 partigiane, 4563 tra arrestate torturate e condannate, 623 fucilate e cadute, 2750 deportate, 512 Commissarie di guerra, 19 decorate con Medaglia d'Oro. Si tratta del 20% dei partecipanti al movimento di resistenza, senza contare le tante donne che agirono da fiancheggiatrici.[12] La maggior parte delle donne furono impiegate in supporto logistico alla formazioni militari o come staffette di collegamento, ma per la prima volta molte furono coinvolte anche in operazioni di combattimento, in alcuni casi con funzioni di comando.

Il 18 aprile 1944, in contemporanea alla Resistenza, nella Repubblica Sociale Italiana, nacque il Corpo Femminile Volontario per i Servizi Ausiliari delle Forze Armate Repubblicane, meglio noto come Servizio Ausiliario Femminile (SAF) le cui componenti, tutte volontarie, vennero comunemente indicate come ausiliarie, attivo fino al 1945. Molte di loro vennero comunque uccise e torturate.

Nelle zone controllate dai partigiani, donne coprirono anche ruoli di responsabilità istituzionale, come nel caso di Gisella Floreanini nella Repubblica partigiana dell'Ossola, tra il settembre e l'ottobre del 1944.

Nel settembre del 1944, si forma a Roma l'UDI, Unione Donne in Italia, per iniziativa di donne appartenenti al PCI, al PSI, al Partito d'Azione, alla Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoro. Ora ufficialmente rappresentati nel Comitato di Liberazione Nazionale, i movimenti femminili formano un Comitato pro voto fin dall'ottobre 1944, indicando in tale obiettivo il riconoscimento dovuto all'impegno delle donne nella Resistenza.

Con il Decreto Legislativo 23 del 1º febbraio 1945, il suffragio femminile viene riconosciuto, su proposta condivisa da Alcide De Gasperi e Palmiro Togliatti, senza però la loro eleggibilità. Un mese dopo, forte di tale conquista, l'UDI prende l'iniziativa di celebrare, a guerra non ancora conclusa, la prima giornata della donna nelle zone dell'Italia libera. È l'8 marzo 1945.

Subito dopo la liberazione, Elena Fischli Dreher (19132005) partigiana insieme a Giustizia e Liberta, è stata la prima donna in Italia a ricoverare un incarico pubblico: Assessore all'Assistenza e Beneficenza a Milano.

La Prima Repubblica (1948-1994)[modifica | modifica wikitesto]

Donne impiegate in un grande ufficio a Milano. Foto di Paolo Monti, 1960
Lina Merlin (1887-1979) prima donna ad entrare nel Senato (1948)
Tina Anselmi (1927-2016), prima donna a ricoprire la carica di ministro (1976)

Dal Dopoguerra vengono emanate leggi sempre più liberali nei confronti delle donne, eliminando tutte le limitazioni loro imposte durante il fascismo.

La fine della seconda guerra mondiale in Italia, il 25 aprile 1945, segna un momento di svolta nella condizione femminile in Italia. Alla vigilia delle elezioni amministrative, le prime alle quali le donne erano chiamate a votare, la festa dell'8 marzo 1946 fu celebrato in tutta l'Italia e vide la prima comparsa del suo simbolo, la mimosa, che fiorisce proprio nei primi giorni di marzo, secondo un'idea di Teresa Noce,[13] di Rita Montagnana e di Teresa Mattei.[14]

Le elezioni amministrative, che si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, videro una grande partecipazione di elettori ed elettrici. Per la prima volta vi furono donne elette nelle amministrazioni locali.

Il 10 aprile 1946, con il Governo De Gasperi I, Ninetta Bartoli diventa la prima donna a ricoprire la carica di sindaco in Italia; carica che ricoprirà per 12 anni, fino al 1958. La seconda donna sarà Ada Natali dal 1946 al 1958. Maria Chieco Bianchi sarà la terza donna, dal 1949 al 1954, a ricoprire questa carica.

La partecipazione delle donne al voto si ripete il 2 giugno 1946 per le prime elezioni generali. Vennero consegnate contestualmente agli elettori la scheda per la scelta fra Monarchia e Repubblica, il cosiddetto Referendum istituzionale, e quella per l'elezione dei deputati dell'Assemblea Costituente. 21 donne risulteranno elette all'Assemblea Costituente; cinque di esse (Maria Federici, Angela Gotelli (dal 1948 al 1963 e sindaco di Albareto dal 1951 al 1958), Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin), faranno parte della Commissione per la Costituzione incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana.

Dopo un lavoro di oltre un secolo, il diritto alla parità e pari dignità sociale tra uomo e donna viene sancito dalla Costituzione Italiana, la quale venne promulgata il 27 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1º gennaio 1948, negli articoli 3, 37 e 51.

La spinta per l'emancipazione femminile si attenua con il raggiungimento del diritto al voto, e prosegue ora a piccoli passi.

L'8 maggio 1948, dopo le Elezioni politiche italiane del 1948 e con presidente Alcide De Gasperi, Lina Merlin, a 60 anni di età, diviene la prima donna ad entrare nel Senato in tutta la storia d'Italia. Vennero elette 45 donne alla Camera (7,1%) e 4 in Senato (1,2%).

Con la legge 26 agosto 1950 n. 860 e legge 986 del medesimo anno viene sancito il divieto di licenziare le lavoratrici durante il periodo di gestazione e durante il periodo, pari ad otto settimane dopo il parto, di astensione obbligatoria dal lavoro. Viene, inoltre, ribadito l’obbligo per i datori di lavoro di istituire le “camere di allattamento”.

Il 27 luglio 1951 sempre Alcide De Gasperi nomina la prima donna in un governo, la democristiana Angela Maria Guidi Cingolani, decidendo di affidarle a carica di sottosegretario per l'artigianato al Ministero dell'Industria e del commercio.

La legge n.1064 del 31 ottobre 1955 abolisce la sigla di nomi dei genitori dall’anagrafe, tappa fondamentale per parificare la differenza tra figli naturali e legittimi.

Con la legge n.741 del 1956 si stabilisce la parità di remunerazione tra uomini e donne.

Nello stesso anno vengono ammesse le donne nelle giurie popolari delle Corti d'Assise e come componenti dei Tribunali per minorenni.

Il 20 febbraio 1958 il Governo Zoli approva la Legge Merlin, che abolisce lo sfruttamento statale della prostituzione e la minorazione dei diritti delle prostitute. Con la legge 339 del seguente 2 aprile viene tutelato il lavoro domestico.

Con la legge n.1083 del 7 dicembre 1959 nasce il Corpo di polizia femminile, con compiti sulle donne e i minori, che sarà attivo dal 1º marzo 1961 fino alla soppressione il 1º aprile 1981, quando viene integrato nella Polizia di Stato. Le prime donne ad entrare in polizia lo faranno nel 1960.

Sempre nel 1959 suscita un vero scandalo l'uscita del libro di Gabriella Parca, Le italiane si confessano, nel quale si denunciano apertamente le prevaricazioni, gli abusi e i mille diffusi pregiudizi che ancora caratterizzano la società italiana.

L'anno successivo, il 16 luglio 1960, 12 anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione, viene sancita la parità salariale fra uomini e donne.

Con la legge numero 7 del 9 gennaio 1963 viene stabilito il divieto di licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio, le clausole di nubilato vengono definitivamente vietate.

Dal 9 febbraio 1963, con la legge n.66, viene concesso alla donna il diritto di entrare a far parte della magistratura. Le prime 8 donne vi entreranno il 5 aprile 1965.

La legge n. 389 del 5 marzo 1963 si prevede un’assicurazione facoltativa per le casalinghe ed eroga una pensione di vecchiaia o di invalidità alle casalinghe che non risultino pensionate o iscritte all’assicurazione generale obbligatoria o ad altra forma di previdenza.

Il 26 giugno 1963 Marisa Cinciari Rodano diventa la prima donna vice presidente della Camera dei deputati, carica che ha ricoperto dal 1963 al 1968 (la prima donna vicepresidente del Senato sarà Tullia Carettoni Romagnoli dal 1972 al 1979)

Nel gennaio 1966 la diciottenne Franca Viola è stata la prima donna a rifiutare il matrimonio riparatore. La donna, 48 anni dopo, è stata insignita al Quirinale dell'onorificenza di Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l'8 marzo 2014, in occasione della Giornata internazionale della donna.

Alla fine degli anni ‘60, sulla spinta anche degli avvenimenti europei e mondiali e il Sessantotto, nascono anche in Italia gruppi femministi, i quali non solo rivendicano l'applicazione dei principi costituzionali di eguaglianza ma mettono l'accento anche su temi di diritto specificamente femminili, quali il divorzio, l'aborto, la contraccezione, la lotta al maschilismo. Il dibattito sulla condizione femminile in Italia subisce una brusca accelerazione.

Il 20 dicembre 1968, infatti, vengono dichiarati incostituzionali gli articoli del codice penale che punivano in modo differente l'adulterio femminile e maschile (gli uomini venivano puniti solo in caso di concubinato), confermato il 3 dicembre 1969.

Il 1º dicembre 1970, dopo 5 anni di proposte (prima proposta di Loris Fortuna), durante il Governo Colombo, il divorzio viene legalizzato (decisione confermata dal Referendum abrogativo del 12 e il 13 maggio 1974).

Sempre con Colombo, con la legge del 30 dicembre 1971, viene introdotto il divieto di licenziamento per le donne in stato di gravidanza.

Nel 1974 parte la prima raccolta di firme per un referendum abrogativo che avrebbe legalizzato l’aborto, ma non vengono raggiunte le 500.0000 firme necessarie. Nella primavera del 1975 vengono raccolte oltre 800.000 firme su un nuovo referendum abrogativo.

Il 19 maggio 1975 viene approvato il nuovo Codice di diritto di famiglia, che per la prima volta garantisce la parità legale fra i coniugi e la possibilità della comunione dei beni.

Il 29 luglio 1976 Giulio Andreotti, con il suo terzo Governo, nomina al ministero del lavoro una donna, la democristiana Tina Anselmi, la quale diventerà la prima ministro (fino al marzo 1978) e la prima donna a ricoprire la carica di ministro della salute (dal 1978 al 1979).

Il 4 novembre 1976 Maria Adelaide Aglietta diventa la prima donna segretaria di un partito politico.

Con la legge 9 dicembre 1977 si prevede la parità di trattamento fra uomo e donna sul posto di lavoro; mentre cinque mesi dopo, con la legge del 22 maggio 1978, l'aborto è legalizzato in Italia (decisione confermata dal referendum del 17 maggio 1981).

Il 20 giugno 1979 Nilde Iotti, durante il Governo Andreotti V, ricopre la carica di Presidente della Camera dei Deputati per 3 volte, carica che ricoprirà fino al 22 aprile 1992, per ben 12 anni e 10 mesi, dopo 3 elezioni (1979, 1984 e 1987). La sua elezione è stata definita rivoluzionaria per quanto riguarda la condizione femminile, all'epoca ancora fortemente patriarcale, con matrimonio riparatore in vigore e stupro impunito. La seconda donna a ricoprire tale carica lo farà già dopo solo due anni dalla fine del mandato della Iotti, il 16 aprile 1994; la 31enne Irene Pivetti, deputata della Lega Nord, anche se solo per due anni, fino al 8 maggio 1996. Per quasi 17 anni nessuna donna ricoprirà alcuna delle cinque massime cariche dello Stato. Il 16 marzo 2013 Laura Boldrini diventerà la terza donna a ricoprire per la terza volta la terza massima carica dello Stato.

Il 5 settembre 1981, sotto il Governo Spadolini I, viene abolito il delitto d'onore (consisteva in uno sconto di pena per l'omicida) ed il matrimonio riparatore (se lo stupratore accettava di sposare la donna che aveva violentato non veniva punito).

Franca Viola, la prima donna a dire di no alle cosiddette "nozze riparatrici".

Il 30 novembre 1981 Anna Nenna D'Antonio diventa la prima donna a ricoprire la carica di Presidente Regionale.

L'8 gennaio 1982 la 93enne Camilla Ravera è la prima donna ad essere nominata senatrice a vita dal Presidente Sandro Pertini.

Il 1º dicembre 1982, sotto il Governo Fanfani V, Franca Falcucci diventa la prima donna a ricoprire la carica di ministro dell'Istruzione (fino al 1987) e seconda donna a ricoprire la carica di ministro in Italia.

Il 19 aprile 1983 Elda Pucci diventa la prima donna a diventare sindaco di una grande città, Palermo.

Il 12 giugno 1984, in concomitanza agli altri Paesi europei, viene istituita la Commissione Nazionale per la parità e la pari opportunità tra uomo e donna presso la Presidenza del Consiglio, presieduta da Elena Marinucci.

Con la legge n.74 del 6 marzo 1987 la legge sul divorzio viene modificata diminuendo da 5 a 3 anni il periodo di separazione coniugale prima di accedervi, diventando 1 e mezzo con la legge numero 55 del 6 maggio 2015.

Il 29 luglio dello stesso anno, durante il Governo Goria, Rosa Russo Iervolino è stata la prima donna a ricoprire la carica di ministro della solidarietà sociale, e poi, nel 1991, come ministro del lavoro e della previdenza sociale.

Con la legge n.546 del 29 dicembre 1987 vengono riconosciuti anche alle donne lavoratrici autonome, coltivatrici dirette, mezzadre, colone, imprenditrici agricole a titolo principale, artigiane, commercianti i diritti delle lavoratrici dipendenti.

Il 13 aprile 1988, con la nascita del Governo De Mita, Vincenza Bono diventa la prima donna a diventare Ministro per i beni e le attività culturali, fino al 19 maggio 1989. Sempre dal 1989 le donne hanno accesso alle Magistrature Militari.

Con la legge 379 dell'11 dicembre 1990 col Governo Andreotti VI viene stabilità l'indennità di maternità per le libere professioniste.

Il 12 aprile 1991, con l'ultimo Governo Andreotti, Margherita Boniver diventa Ministri per gli italiani nel mondo, la quale è stata anche l'ultima persona (e la prima donna) a ricoprire la carica di Ministro del turismo e dello spettacolo, durante il Governo Amato I.

Con la legge n.215 del 25 febbraio 1992 viene promossa l'uguaglianza sostanziale e le pari opportunita' per uomini e donne nell'attivita' economica e imprenditoriale.

Tra le cariche attualmente soppresse, non vi è stata nessuna donna che abbia mai ricoperto la carica di Ministro del tesoro (1877-1997), delle partecipazioni statali (1956-1993), per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno (1964-1993), della marina mercantile (1946-1993), dei lavori pubblici (1861-2001), delle finanze (1946-2001) (da non confondere con il ministero dell'economia e delle finanze), delle comunicazioni (1946-2008), del bilancio e della programmazione economica della Repubblica Italiana (1947-1997), Ministri per l'attuazione del programma di governo della Repubblica Italiana,e Ministri per i problemi delle aree urbane della Repubblica Italiana.

La Seconda Repubblica (1994-oggi)[modifica | modifica wikitesto]

L'11 maggio 1994 Adriana Poli Bortone, sotto il Governo Berlusconi I, diventa la prima donna a ricoprire la carica di ministro per le risorse agricole, alimentari, e forestali.

Il 17 gennaio 1995 Susanna Agnelli diviene la prima donna a ricoprire la carica di ministro degli esteri in Italia e ministro per il coordinamento delle politiche comunitarie nel Governo Dini.

Nilde Iotti (1920-1999) prima donna a ricoprire una delle cinque massime cariche dello Stato (presidentessa della Camera dal 1979-1992)

Sempre durante il Governo Dini, con la legge n.66 del 15 febbraio 1996 viene introdotto il reato che condanna la violenza sulle donne, trasformandola in un reato contro la persona e non più contro la morale.

Il 18 maggio 1996, con il Governo Prodi I, Anna Finocchiaro diventa la prima donna a ricoprire la carica di Ministro per le pari opportunità.

Il 4 novembre 1996 Fernanda Contri diventa la prima donna a ricoprire la carica di giudice costituzionale dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.Il 14 dicembre 2004 ha presieduto per la prima volta la Corte costituzionale. Il 14 febbraio del 2005, essendo la giudice più anziana di nomina e di età, ha presieduto un'udienza pubblica della Corte costituzionale (prima donna in Italia). È stata vicepresidente della Corte Costituzionale dal 10 marzo al 6 novembre 2005.

Il 28 ottobre 1997, con il D.P.C.M. 405, viene istituito il Dipartimento per le pari opportunità.

Con il Governo D'Alema I nell'ottobre 1998 Rosa Russo Iervolino diventa la prima donna a ricoprire la carica di ministro dell'Interno. Il 13 maggio 2001 diventerà la prima donna a ricoprire la carica di sindaco di Napoli. Sempre sotto il Governo D'Alema I e II Katia Belillo diventa la prima donna a ricoprire la carica di Ministro per gli affari regionali e le autonomie dal 1998 al 2000.

Con la legge del 20 ottobre 1999, sempre sotto il Governo D'Alema I, le donne possono servire nell'esercito. L'Italia era l'ultimo paese membro della NATO a non consentire alle donne ad entrare nelle forze armate.

Il 26 aprile 2000, con la nascita del Governo Amato II, Patrizia Toia ricopre la carica di Ministro per i rapporti con il Parlamento, la quale è stata anche la prima donna a diventare Ministri per gli affari europei della Repubblica sotto il Governo D'Alema II.

L'11 giugno 2001 Letizia Moratti ricopre la carica di Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca sotto il Governo Berlusconi II.

Il 9 gennaio 2006, sotto il Governo Berlusconi III, con la legge n.7, la mutilazione dei genitali femminili diventa reato, con pene che vanno dai 4 ai 12 anni.

Maria Elisabetta Alberti Casellati (1946) prima donna a ricoprire la carica di Presidente del Senato (2018-in carica).

Il 17 maggio 2006, sotto il Governo Prodi II, Emma Bonino è la prima donna a ricoprire la carica di ministro del commercio internazionale e delle politiche europee (sarà anche ministro degli esteri nel Governo Letta (2013-14) e prima donna italiana alla Commissione Europea nel 1995). Sempre nel maggio 2006 Giovanna Melandri è la prima donna a ricoprire la carica di ministro dello sport e per la Gioventù. Rosy Bindi ricopre per la prima volta la carica di Ministro per le politiche per la famiglia della Repubblica Italiana.

Il 5 giugno 2006 Letizia Moratti diventa la prima donna a ricoprire la carica di sindaco di Milano.

Con la legge n.188 del 17 ottobre 2007 vengono messe fuori legge le cosiddette "dimissioni in bianco".

L'8 maggio 2008 Stefania Prestigiacomo, durante il Governo Berlusconi IV, diventa la prima donna a ricoprire la carica di Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Il 21 maggio 2008 Emma Marcegaglia è stata la prima donna alla presidenza di Confindustria fino al 23 maggio 2012 e Susanna Camusso dal 3 novembre 2010 al 24 gennaio 2019 è stata la prima donna a ricoprire la carica di segretaria generale della Confederazione Generale del Lavoro.

Il 23 aprile 2009, sempre con Berlusconi, viene approvata la legge che tutela le donne vittime di "stalking" da parte degli uomini e il 14 agosto 2013, la legge specifica sul femminicidio.

Il 12 luglio 2011, con la legge numero 120, si impone alle società quotate una percentuale minima del genere meno rappresentato nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali, alcuni esponenti politici hanno comunque criticato questa legge, in quanto, secondo loro, le donne devono essere comunque meritevoli, non per la scena. Vengono istituite le quote rosa[15].

Marta Cartabia (1963), prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Corte Costituzionale (2019-2020)

Il 16 novembre 2011 Paola Severino diviene la prima donna a ricoprire il ruolo di ministro della Giustizia sotto il Governo Monti.

Il 28 aprile 2013, col Governo Letta, Cécile Kyenge diventa la prima donna "nera" (come lei di solito preferisce definirsi) a ricoprire la carica di Ministro nella Repubblica Italiana. La prima deputata nera della storia italiana è stata invece Mercedes Lourdes Frias, eletta nella XV legislatura il 28 aprile 2006.

Il 22 febbraio 2014, con la nascita del Governo Renzi, Roberta Pinotti diviene il primo ministro della difesa, Federica Guidi la prima donna ministro per lo sviluppo economico; Maria Elena Boschi prima donna Ministro per le riforme costituzionali e il 12 dicembre 2016 la prima donna a ricoprire la carica di Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri). È stato definito il Governo con più donne ministro della Repubblica Italiana, con 8 donne e 8 uomini al governo[16].

L'8 marzo 2014 Giorgia Meloni diventa la prima donna (e unica al momento) leader di un partito popolare in Italia, Fratelli d'Italia, fondato nel 2012. È stata anche la più giovane donna ministro (a 31 anni, dal 2008 al 2011) e la persona più giovane vicepresidente della Camera, a soli 29 anni, dal 2006 al 2008.

Dall'11 maggio 2016, con l'approvazione della legge sulle Unioni Civili, di cui è relatrice la senatrice Monica Cirinnà, non vi sono solo un aumento dei diritti delle donne conviventi al fuori dell'istituto matrimoniale, ma anche una regolamentazione dei rapporti di convivenza tra due donne.[17]

Il 22 giugno 2016 la trentottenne Virginia Raggi diventa la prima donna a ricoprire la carica di Sindaco di Roma.

Il 10 ottobre 2017, sotto il Governo Gentiloni, dopo 13 anni di richieste da parte dell'Europa (dal 6 agosto 2004), è stato istituito un fondo per le vittime di reati violenti quando queste non possano ottenere alcun indennizzo da parte del colpevole, in caso di nullatenenza. Nel caso di omicidio l'indennizzo è di euro 7200, per una vittima di violenza sessuale 4800, mentre per gli altri reati 3000. Ciò ha scatenato le più svariate proteste per quanto riguarda la quota degli indennizzi e per il fatto che vengano concessi solamente a coloro che abbiano un reddito annuo inferiore agli 11528,41 euro; da più parti il provvedimento è stato ritenuto incostituzionale[18].

Il 24 marzo 2018, Maria Elisabetta Alberti Casellati, a 71 anni, è la prima donna Presidente del Senato della Repubblica.

Il 1º giugno 2018, col Governo Conte I, Barbara Lezzi diventa la prima donna a ricoprire la carica di Ministro per il Sud e della coesione territoriale.

Il 19 luglio 2019, con 197 favorevoli e 47 astenuti, il Senato italiano ha approvato una serie di leggi definite "Codice Rosso", a difesa delle vittime di violenza domestica e di genere, e contro il fenomeno del revenge porn. La battaglia per una legge simile è incominciata il 20 settembre 2016 con Sandra Savino, dopo il suicidio di una giovane donna di 31 anni a seguito della pubblicazione di alcuni suoi video da parte del fidanzato, Tiziana Cantone, avvenuto il 13 settembre. Il 27 settembre il testo è stato presentato, ma non approvato. Il 28 novembre 2018 è stata lanciata una petizione su Change.org che ha raccolto un totale di 126523 firme[19]. Il 2 aprile 2019, con 461 favorevoli e 0 contrari, il Parlamento ha approvato il progetto di legge. Con questa nuova legge vi è un'ulteriore tutela della donna in ambito informatico. Sono state aumentate le pene per violenza sessuale, tolti gli sconti di pena per i femminicidi, introdotto il reato di revenge porn, aumentata la pena per stalking e per violenza domestica; viene reso obbligatorio l'ascolto delle vittime entro 3 giorni dalla denuncia e viene dato a coloro che hanno ricevuto una violenza 12 mesi di tempo per denunciare. Il matrimonio forzato diviene penalmente perseguibile, punito con la reclusione da uno a cinque anni chiunque obblighi un'altra persona a contrarre matrimonio o unione civile mediante qualsiasi tipo di minacce e/o violenze, anche se il fatto avviene fuori dal territorio italiano nei confronti di un italiano o di un cittadino non italiano residente in Italia da parte di un italiano o di un cittadino non italiano residente in Italia. Sono previste aggravanti nel caso la vittima sia minore di anni diciotto e/o minore di anni quattordici, in particolare in quest'ultimo caso dove la pena prevista è da due a sette anni. È stata comunque stralciata la cosiddetta legge sulla "castrazione chimica" per stupratori e pedofili. La legge, entrata in vigore il 9 agosto 2019,[20][21] ha messo in luce l'evidente problema delle minacce online, con un picco di circa 40 denunce giornaliere a Milano e 20 a Roma a soli 21 giorni dall'entrata in vigore della legge.[22]. L'Italia è così diventata uno dei pochi paesi al mondo a prevedere una legge contro il revenge porn (assieme ad Australia, Canada, Filippine, Giappone, Germania, Israele, Malta, Regno Unito e alcuni stati degli USA). Tuttavia la legge è stata definita non ancora sufficiente per combattere la violenza delle donne; Giorgia Meloni, come tante altre donne femministe, ha ritenuto come le leggi di per sé non bastino e che serva innanzitutto un incremento dell'educazione civica[23][24].

Il 5 settembre 2019, con il Governo Conte II, Paola De Micheli diventa la prima donna a ricoprire la carica di Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, e Paola Pisano inaugura la Carica di Ministro per l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione della Repubblica Italiana.

L'11 dicembre 2019 Marta Cartabia (già vicepresidente della Corte Costituzionale dal 12 novembre 2014 all'11 dicembre 2019) diventa la prima donna presidente della corte costituzionale, con la durata di incarico di 9 mesi, fino al 13 settembre 2020, cedendo il posto come presidente a Mario Rosario Morelli e come giudice a Emanuela Navarretta, il quale incarico naturale scadrà nel 2029[25].

Il 7 novembre 2020 Maria Luisa Pellizzari diventa la prima donna vicecapo vicario della Polizia di Stato, mentre il 13 novembre Antonella Polimeni diventa la prima donna, dopo 717 anni, a ricoprire il ruolo di rettore della Sapienza di Roma, già preside della Facoltà di Medicina e odontoiatria (la cui scadenza naturale del suo incarico è prevista per il 2026). Rita Mastrullo diventa la prima donna prorettore dell'Università Federico II di Napoli il 19 novembre 2020[26][27][28].

Il 21 novembre 2020 Laura Lega diventa la prima donna a capo del Dipartimento del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco[29].

Il 13 febbraio 2021, con la nascita del Governo Draghi, Maria Cristina Messa diventa la prima donna nominata ministro dell'università e della ricerca.

Cariche politiche non ancora ricoperte dalle donne in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Al 2021, col Governo Draghi, dopo 18 legislature, 12 presidenti della Repubblica e 30 presidenti del consiglio, non vi è ancora alcuna donna che abbia ricoperto il ministero dell'economia e delle finanze (dal 2001) e due delle 5 massime cariche dello stato, ovvero quella di Presidente della Repubblica (dal 1946) e del presidente del consiglio dei ministri (dal 1861), rispettivamente la prima e la quarta carica dello Stato.

Inoltre, al momento, nessuna donna ha ancora ricoperto il ruolo di presidente di 11 regioni: Liguria, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Marche, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna; la carica di sindaco di 9 capoluoghi di regione: Aosta, Cagliari, Campobasso, Firenze, Perugia, Potenza, Trento, Trieste e Venezia; e la carica di sindaco di 53 capoluoghi di province: Agrigento, Arezzo, Ascoli Piceno, Asti, Belluno, Bergamo, Benevento, Biella, Brescia, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Chieti, Como, Cremona, Crotone, Cuneo, Enna, Foggia, Cesena, Gorizia, Grosseto, Imperia, Latina, Livorno, Lucca, Massa-Carrara, Matera, Messina, Novara, Pesaro-Urbino, Pescara, Pisa, Pistoia, Pordenone, Prato, Ragusa, Ravenna, Rieti, Rimini, Rovigo, Salerno, Siena, Siracusa, Teramo, Terni, Trapani, Treviso, Udine, Varese, Verbano-Cusio-Ossola, Vicenza, Viterbo.

Donne presidenti regionali (per la prima volta)[modifica | modifica wikitesto]

La prima donna presidente di una regione è stata Anna Nenna D'Antonio dal 30 novembre 1981 al 13 maggio 1983 come presidente dell'Abruzzo; la seconda donna sarà Fiorella Ghilardotti dal 12 dicembre 1992 al 3 giugno 1994 come Presidente della Lombardia; Margherita Cogo dall'11 marzo 1999 al 14 marzo 2002 è stata la prima donna presidente del Trentino-Alto Adige; Maria Rita Lorenzetti dal 15 maggio 2000 al 16 aprile 2010 è stata la prima donna a ricoprire la carica di Presidente dell'Umbria; Mercedes Bresso è stata la prima donna presidente del Piemonte dal 9 aprile 2005 al 2010; Renata Polverini è stata la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della regione Lazio dal 2010 al 2013; Debora Serracchiani diventa la prima donna presidente del Friuli Venezia Giulia dall'aprile 2013 al marzo 2018; il 27 giugno 2018 Nicoletta Spelgatti diventa la prima donna (e prima donna leghista) a ricoprire la carica di Presidente della Valle d'Aosta, carica ricoperta fino al 10 dicembre dello steso anno; Jole Santelli dal 15 febbraio al 15 ottobre 2020 è stata presidente della regione Calabria (fino al giorno in cui è deceduta).

La condizione femminile in Italia dagli anni duemila (sondaggi e statistiche)[modifica | modifica wikitesto]

La condizione femminile in Italia è radicalmente cambiata rispetto al passato, anche grazie ai progressi compiuti nella partecipazione delle donne alla vita politica, ma resta al di sotto dei Paesi più avanzati, quali la Finlandia, la Norvegia, la Spagna, la Germania, la Francia, l'Islanda[30], la Danimarca.

Lo svantaggio femminile nella scuola secondaria di secondo grado, che storicamente caratterizzava il sistema scolastico italiano, è stato colmato all'inizio degli anni ottanta. Da quel momento in poi le ragazze hanno sorpassato i ragazzi sia per tasso di partecipazione (il 93 per cento, contro il 91,5 degli studenti maschi nell'a.s. 2010/2011), sia soprattutto per percentuale di conseguimento del diploma: tra i diciannovenni nell'a.s. 2009/2010 il 78,4 per cento delle ragazze ha conseguito il diploma contro il 69,5 per cento dei ragazzi.[31]

Anche nel proseguimento degli studi universitari le donne ormai sorpassano gli uomini: nel 2004 su 100 laureati con il vecchio ordinamento 59 erano donne, mentre per i corsi triennali le donne rappresentavano il quasi il 57%. Inoltre i voti finali sono mediamente più alti per le donne[32].

Attualmente le donne hanno maggiore accesso, e agevolazioni nel mondo del lavoro alla fine del percorso di studi (laurea)[33]. Inoltre le giovani donne non sposate o non ancora tali raggiungono posizioni dirigenziali in percentuale pari ai colleghi uomini nelle medesime condizioni[33].

Dal punto di vista universitario e del mondo del lavoro le giovani italiane sono ormai più istruite degli uomini, almeno numericamente. In realtà molte di loro, al momento dell'iscrizione all'università, provengono da istituti tecnici economici e licei, dove sono già numerose, e rispetto agli uomini tendono a essere in minoranza negli studi tecnologici e in parità o maggioranza negli altri.[34][35][36][37]

Il tasso di disoccupazione femminile in Italia è più elevato (circa 4% Istat, 2005) di quello maschile. Il tasso di occupazione femminile è nettamente inferiore a quello maschile, risultando occupate nel 2010 solo circa 46 donne su 100, contro una percentuale del 67% degli uomini[38].

Nel Mezzogiorno le differenze sono più accentuate e l'occupazione delle donne arriva a appena a superare il 30%. Il tasso di inattività è, di contro, molto alto, arrivando a sfiorare la metà di tutta la popolazione femminile in età lavorativa. Tra le principali cause di questo fenomeno va citata l'indisponibilità per motivi familiari, motivazione che è quasi inesistente per la popolazione maschile[38].

Ad esempio il 15% delle donne dichiara di aver abbandonato il posto di lavoro a causa della nascita di un figlio. Spesso si tratta di una scelta imposta, infatti in oltre la metà dei casi sono state licenziate o messe in condizione di lasciare il lavoro perché in gravidanza[39].

Tutta questa inattività non si traduce però in un maggiore tempo libero per le donne. Al contrario, il tempo delle donne italiane è impiegato nel sopportare in maniera preponderante i carichi di lavoro familiari, molto più che in tutto il resto d'Europa. Gli uomini italiani risultano i meno attivi del continente nel lavoro familiare, dedicando a tali attività appena 1 h 35 min della propria giornata[40].

Per lavoro familiare si intende sia le attività domestiche (cucinare, pulire la casa, fare il bucato etc.), sia le attività di cura dei bambini e degli adulti conviventi. Si stima che il 76,2 per cento del lavoro familiare delle coppie sia ancora a carico delle donne. Considerando i tempi di lavoro totale, cioè la somma del tempo dedicato al lavoro retribuito e di quello dedicato al lavoro familiare, le donne lavorano sempre più dei loro partner.

Una donna con una occupazione tra 25 e 44 anni senza figli lavora giornalmente 53 min in più del suo partner; se però ci sono i figli la differenza aumenta ad 1 h 02 min più del partner. Persino le madri non occupate lavorano più dei loro partner (8 h 15 m contro 7 h 48 m)[41]. Una conseguenza di questa disparità è che le lavoratrici italiane dormono meno che in tutti gli altri paesi europei e hanno poco tempo da dedicare allo svago[40].

I dati dimostrano che le lavoratrici donne sembrano orientate a lavori meno usuranti e meno pericolosi rispetto agli uomini. Il tasso di mortalità sul lavoro è di circa 11 punti per milione; quello maschile si attesta a circa 86 unità per milione[33]. Inoltre le donne occupate che lavorano la sera sono il 16% contro il 25% dei loro colleghi uomini. Le donne occupare che lavorano la notte sono solo il 7% contro il 14% dei loro colleghi uomini[33].

Nella pubblica amministrazione italiana le lavoratrici donne sono poco più della metà del totale[42], grazie alla preponderanza femminile tra gli insegnanti soprattutto nella scuola di base. In tale settore si nota tuttavia una netta prevalenza maschile nelle qualifiche più elevate: ogni 100 dirigenti generali si contano solo 11 donne[42].

Le retribuzioni degli uomini in Italia sono superiori mediamente a quelle delle donne: nel 2004 ad esempio il monte salari maschile (reddito complessivamente percepito dagli uomini italiani) era superiore di circa il 7% rispetto a quello femminile, mentre nel 2010 questo divario è arrivato al 20%[41]. Questo si verifica perché l'occupazione femminile è concentrata su lavori a più bassa retribuzione[43] e perché a parità di mansioni gli stipendi maschili sono, seppur leggermente (del 2%), superiori[44].

Le donne inoltre hanno minori possibilità di beneficiare delle voci salariali accessorie, quali gli incentivi o lo straordinario[41].

La speranza di vita alla nascita femminile è di 5,6 anni superiore a quella maschile[45]. Le donne, inoltre, sono meno esposte ad omicidi ed aggressioni rispetto agli uomini: i decessi per tali ragioni ai danni di persone del genere femminile rappresentano circa un quarto del totale[46].

Sempre in materia di diritto di famiglia si registra che il 71% delle richieste di divorzio è presentata dal genere femminile[47]. Inoltre, in caso di divorzio, l'assegnazione della casa dove la famiglia viveva (in assenza di figli ed indipendentemente della proprietà della stessa) è attribuita alle donne nel 57% dei casi e solo nel 21% ai loro ex-mariti[47].

Sul totale delle persone che hanno svolto attività gratuita per un partito politico nel corso del 2005, circa un quarto sono donne[48]. Il numero di parlamentari donne in Italia è coerente con tale tasso di partecipazione alla vita politica.

Nel 2006 l'Istat ha elaborato una ricerca specifica sulla partecipazione politica e l’astensionismo secondo un approccio di genere che vede le donne in Italia in una posizione marginale nelle sedi istituzionali in modo estremamente marcato, infatti nel confronto con i principali Paesi europei si manifesta uno squilibrio di genere nella rappresentanza elettiva per cui l'Italia figura all'ultimo posto nella graduatoria[49].

Qualche passo in avanti negli ultimi anni fa registrare nel Parlamento italiano eletto nel 2013, la rappresentanza femminile al 30,18% del totale (31,11% alla Camera e 28,35 al Senato)[50]

Grazie ad una nuova legge elettorale che imponeva almeno un 40% di candidature femminili, nelle elezioni politiche del 2018 la quota delle elette è la più alta di sempre, raggiungendo quasi il 35% nei due rami del Parlamento.[51]

Statistiche recenti[modifica | modifica wikitesto]

Il World Economic Forum con l'indagine Global Gender Gap Index[52] ha documentato che nel 2015, su 145 Paesi, l'Italia si trovava al 41º posto per uguaglianza di genere.[53]. Nel 2017 è scesa all'82esimo posto, mentre recupera 12 posizioni nel 2018. Nel dicembre 2019 secondo il Global Gender Gap Report la sua posizione è al numero 76 su 153 paesi, con un punto di 0,707 su 1, a causa di alcune disuguaglianze in ambito politico. La posizione è comunque migliorata rispetto al 2006, quando il punteggio era dello 0,646 su 1. La partecipazione economica femminile si piazza però 87esima nel 2006 con un punteggio di 0,527 su 1 a 0,595 su 1 nel 2019. Il 55,7% delle donne in Italia partecipa alla forza lavorativa nel Paese. Il 27% dei manager e magistrati e ufficiali sono donne. Il tasso di alfabetizzazione delle donne in Italia è del 99% (99,4% gli uomini). Il 95,4% di loro ha completato gli studi primari (il 95,9% gli uomini), il 95,3% delle donne ha completato gli studi secondari (il 94,1% gli uomini), il 71,5% delle donne ha conseguito una laurea. La speranza di vita sana per le donne è di 74,3 anni. Il 35,3% dei componenti del Parlamento nell'attuale legislatura sono donne, mentre il 27,8% dei ministri sono donne, l'11,94% delle donne sono disoccupate. L'età media per mettere al mondo il primo figlio per le donne è di 31,3 anni e una donna in Italia in media ha 1,33 figli nel corso della sua vita. In Italia ogni 100 mila nati vivi la mortalità materna è nella media europea con nove casi.[54]

Nel mese di dicembre 2020, a causa della pandemia di Coronavirus, il 99% dei posti di lavoro perduti erano occupati da donne, contro l'1% dei posti di lavoro occupati da uomini[55]

Personalità artistiche rilevanti italiane[modifica | modifica wikitesto]

Nel campo della cultura, delle arti e delle scienze, tra le donne italiane più famose del secondo dopoguerra ci sono le attrici: Anna Magnani (Premio Oscar 1956), Sophia Loren (Premio Oscar 1962 e 1991) e Gina Lollobrigida; il soprano Renata Tebaldi; la ballerina Carla Fracci; la costumista Milena Canonero (vincitrice di 4 Premi Oscar); le scrittrici Natalia Ginzburg, Elsa Morante, Alda Merini e Oriana Fallaci; l'architetto Gae Aulenti; l'astrofisica Margherita Hack; l'astronauta Samantha Cristoforetti, prima donna italiana nello spazio, nel 2014; e le scienziate Rita Levi-Montalcini (premio Nobel per la Medicina nel 1986 e senatrice a vita dal 2001, e rinunciataria alla carica di presidente provvisorio del Senato nel 2008), Elena Cattaneo (senatrice a vita dal 2013) e Fabiola Gianotti (dal 2016 direttrice generale del CERN). Liliana Segre è stata nominata senatrice a vita da Sergio Mattarella il 19 gennaio 2018 «per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale»; la donna ha rifiutato la proposta di candidarsi come Presidente della Repubblica nel 2022 per ragioni di ordine anagrafico e di competenza specifica[56].

Lo sport è un altro campo in cui le donne italiane acquisiscono una presenza e un ruolo sociale sempre più rilevanti. Se le medaglie olimpiche di Giuliana Minuzzo (prima donna italiana a vincere una medaglia olimpica invernale, nel 1952), Irene Camber, Novella Calligaris, Sara Simeoni e Gabriella Dorio hanno ancora i caratteri dell'eccezionalità, a partire dagli anni novanta lo sport femminile è una realtà complessa e articolata, capace di esprimere campionesse come Paola Fraschini, Manuela Di Centa, Josefa Idem, Deborah Compagnoni, Valentina Vezzali, Alessandra Sensini, Carolina Kostner, Federica Pellegrini e Tania Cagnotto. Le atlete italiane si distinguono a livello internazionale anche negli sport di squadra, in particolare nella scherma, nel tennis, nella pallavolo e nella pallanuoto.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Sara F. Matthews-Grieco (a cura di), Monaca, moglie, serva, cortigiana: vita e immagine delle donne di tra Rinascimento e Controriforma (Firenze: Morgana, 2001)
  2. ^ Alessandra Dagostini, Isabella di Morra, su letteraturaalfemminile.it. URL consultato il 14 dicembre 2016.
  3. ^ Ross, Sarah Gwyneth, The Birth of Feminism: Woman as Intellect in Renaissance Italy and England (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2010), p. 2.
  4. ^ (EN) Mark Bosworth, Are our street names sexist?, su BBC, 10 aprile 2012. URL consultato il 10 settembre 2020 (archiviato il 26 marzo 2014).
    «The president of Rome's 15th district has agreed to dedicate two parks to Elena Cornaro Piscopia, the first woman to earn a doctorate, and Laura Bassi, the first woman to officially teach at a European university.».
  5. ^ Antonietta Drago, Donne e amori del Risorgimento (Milano, Palazzi, 1960).
  6. ^ "Adulterio", in Treccani.it.
  7. ^ Victoria De Grazia, How Fascism Ruled Women: Italy, 1922-1945 (Berkeley: University of California Press. 1993)
  8. ^ Roberto Finzi, Il maschio sgomento: Una postilla sulla questione femminile, Giunti, 2018.
  9. ^ Jewish Women's Archives.
  10. ^ Roberta Sassatelli, "Lo sport al femminile nella società moderna", Treccani.it.
  11. ^ <Raffaella Simili, Scienziate italiane ebree, 1938-1945 (Pendragon, 2010).
  12. ^ ANPI
  13. ^ Teresa Noce, Rivoluzionaria professionale, Edizioni Aurora, 2003 (ristampa)
  14. ^ Laura Fantone, Ippolita Franciosi, (R)Esistenze: il passaggio della staffetta, Morgana, 2005, p. 34.
  15. ^ Camera.it - Documenti - Temi dell'Attività parlamentare, su leg16.camera.it. URL consultato il 4 novembre 2020.
  16. ^ Otto uomini e otto donne: i ministri del governo Renzi | Sky TG24, su tg24.sky.it. URL consultato il 10 settembre 2020.
  17. ^ Emanuele Calò, Unioni civili, Legge 20 maggio 2016, n. 76 Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane (ESI), 2016.
  18. ^ Fondo vittime dei reati intenzionali violenti, su Ministero dell‘Interno. URL consultato il 15 settembre 2020.
  19. ^ Presentata una petizione per legge contro il revenge porn - Cronaca, su ANSA.it, 28 novembre 2018. URL consultato il 29 ottobre 2020.
  20. ^ Codice Rosso è legge, cosa prevede
  21. ^ Il contrasto al c.d. “revenge porn”: tra violenza di genere e uso illecito della rete, su Diritto.it, 11 settembre 2019. URL consultato il 10 settembre 2020.
  22. ^ Revenge porn e violenze di genere: impennata di denunce con la legge "codice rosso", su MilanoToday. URL consultato il 23 settembre 2020.
  23. ^ Femminicidi, Meloni: «Il Codice rosso non basta, bisogna educare al rispetto delle donne», su www.ilmessaggero.it. URL consultato il 26 ottobre 2020.
  24. ^ Il revenge porn in Italia ed Europa: cos’è e come si combatte – Q Code Magazine, su qcodemag.it. URL consultato il 29 ottobre 2020.
  25. ^ Mattarella nomina Emanuela Navarretta nuova giudice della Corte costituzionale. Sostituirà Marta Cartabia che è a fine mandato, su Il Fatto Quotidiano, 9 settembre 2020. URL consultato il 10 settembre 2020.
  26. ^ Maria Luisa Pellizzari è la prima vice capo donna della Polizia, su Giornale di brescia, 7 novembre 2020. URL consultato il 7 novembre 2020.
  27. ^ Antonella Polimeni, chi è il primo rettore donna dell’Università La Sapienza, su DiLei, 14 novembre 2020. URL consultato il 14 novembre 2020.
  28. ^ Rita Mastrullo nuova Prorettrice della Federico II: prima donna a rivestire l’incarico, su Napoli Fanpage. URL consultato il 20 novembre 2020.
  29. ^ Silvia Madiotto, Laura Lega, l’ex prefetto di Treviso prima donna a capo del dipartimento dei vigili del fuoco, su Corriere del Veneto, 21 novembre 2020. URL consultato il 22 novembre 2020.
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  40. ^ a b Conciliare lavoro e famiglia. Istat, 2008. (PDF), su www3.istat.it. URL consultato il 7 marzo 2016 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
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  43. ^ Scheda Istat: Ancora differenze di genere nelle retribuzioni (PDF), su www3.istat.it. URL consultato il 7 marzo 2016 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  44. ^ Homepage - Valore D (PDF), su valored.it. URL consultato il 7 marzo 2016 (archiviato dall'url originale il 13 marzo 2016).
  45. ^ Istat, Rapporto: Società 2005
  46. ^ Istat, Rapporto sulle cause di morte, 2002
  47. ^ a b Istat, Rapporto sulle Famiglia, 2002
  48. ^ Istat, Rapporto Politica e società anno 2005
  49. ^ Istat, "Partecipazione politica e astensionismo secondo un approccio di genere", 2006 Archiviato il 18 novembre 2017 in Internet Archive.
  50. ^ . senato.it - Distribuzione dei Senatori per fasce di età e per sesso, su www.senato.it. URL consultato il 1º luglio 2016.
  51. ^ Il Parlamento più rosa della storia, ma la soglia del 40% resta lontana.
  52. ^ World Economic Forum, World Economic Forum (WeF)
  53. ^ Global Gender Gap, Global gender gap, Italia Ranking
  54. ^ Mortalità materna, Italia nella media europea con 9 casi ogni 100 mila nati vivi, su salute.gov.it. URL consultato il 7 ottobre 2020.
  55. ^ Di Elisabetta Moro, A dicembre il 99% dei posti di lavoro persi erano occupati da donne. Com’è possibile?, su ELLE, 2 febbraio 2021. URL consultato il 6 febbraio 2021.
  56. ^ Segre: "Mia candidatura al Quirinale improponibile", su www.adnkronos.com. URL consultato il 30 aprile 2021.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Debora Migliucci, Breve storia delle conquiste femminili nel lavoro e nella società italiana (Milano: Camera del lavoro metropolitana, 2007)
  • Benedetta Craveri, Amanti e regine. Il potere delle donne (Milano: Adelphi, 2005)
  • Anna Rossi-Doria (a cura di), A che punto è la storia delle donne in Italia (Roma: Viella, 2003)
  • Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffa, Italiane (3 voll.; Roma: Dipartimento per le pari opportunità, 2003)
  • Marta Boneschi, DI testa loro. Dieci italiane che hanno fatto il Novecento (Milano: Mondadori, 2002)
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  • Michela De Giorgio. Le italiane dall'Unità a oggi: modelli cultuali e comportamenti sociali (Roma-Bari: Laterza, 1992)
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  • Manlio Bellomo, La condizione giuridica della donna in Italia: vicende antiche e moderne (Torino: Eri, 1970)
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Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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