Condizione della donna in Marocco

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La storia delle donne, il loro ruolo di genere, la condizione femminile e i diritti delle donne in Marocco comprendono la loro vita prima, durante e dopo l'arrivo dell'Islam nel paese del Nordafrica.

Nel 622 d.C., quando la fede musulmana giunse in terra marocchina, le donne ricevettero tre diritti religiosi fondamentali: il diritto di vivere, il diritto ad essere onorate e rispettate come madri e il diritto di lavorare ed impiegarsi professionalmente (vedi protofemminismo).

Dal 1940 fino alla dichiarazione d'indipendenza del Marocco dalla tutela dell'impero coloniale francese avvenuta nel 1956 le donne vissero in unità familiari chiuse o harem, in cui comunità estese convivevano assieme e dove le donne rimanevano isolate con il bisogno di richiedere l'autorizzazione ad un uomo prima di poter lasciare una famiglia. Le donne sposate godevano di maggiori diritti delle donne ripudiate.

L'importanza di una donna nella società dipendeva dall'età e dallo status nella famiglia e nella comunità; le donne erano dedite ai lavori domestici, al ricamo e alle attività di artigianato, alla frequentazione della Madrasa (scuola coranica) e dei bagni noti come hammam. La tradizione degli harem è andata sparendo negli anni dopo l'indipendenza[1].

A seguito dell'indipendenza dalla Francia le donne poterono iniziare a frequentare scuole laiche. Con l'istituzione del codice giuridico noto come Mudawwana nel 2004, le donne marocchine ottennero i diritti di divorziare dai propri mariti, di ottenere la custodia dei figli e mantenerli, di possedere ed ereditare proprietà[1].

Mentre le frontiere attuali del paese e l'entità come stato nazionale non sono state riconosciute fino al 1956, le donne svolsero un ruolo significativo nella sua concezione, estendentesi per diversi secoli. Dai loro ruoli di trasmissione delle tradizioni orali, di forgiare le fondamenta d'importanti istituzioni, di essere coinvolte nell'opera di resistenza al colonialismo e tenendo in sé posizioni di potere dopo la creazione dello Stato, le donne svolgevano e continuano a farlo - un ruolo significativo in Marocco.

Ad oggi i pieni diritti delle donne, in Marocco, devono essere ancora pienamente acquisiti. Nonostante non sia uno Stato fortemente repressivo, le donne devono vedersi riconoscere alcuni diritti completamente: come il diritto all'aborto, che è valido solo in 3 casi, l'abolizione completa della poligamia (che in ogni caso è fortemente ostacolata, ma di fatto ancora legale), e la stessa quota di eredità. Si sono però compiuti dei considerevoli passi nel campo dei diritti delle donne, come l'attuazione di una legge contro la violenza sulle donne nel dicembre 2018, l'abolizione del matrimonio riparatore nel gennaio 2014 e il divieto del burqa, che però potrebbe violare paradossalmente la libertà di scelta di una donna.

Il "Gender Inequality Index" per il 2013 era fissato a 0,460 (alla 92ª posizione su 152 paesi), la mortalità materna è di 100 morti su 100 000, le donne presenti in parlamento rappresentano l'11% del totale e le ragazze che posseggono un'istruzione secondaria sono il 20,1% del totale[2]. Il Global Gender Gap Report per il 2012 ha un valore di 0.5845 (alla 129ª posizione su 144 paesi)[3].

Donne berbere marocchine[modifica | modifica wikitesto]

Coppia di ragazze berbere (inizio XX secolo).

Prima della diffusione islamica nel territorio, che portò con sé anche la Conquista omayyade del Nord Africa, il Marocco era parte di una macroregione abitata prevalentemente da popolazioni di etnia berbera[4]. Diverse tra queste tribù nel corso del IV, V e VI secolo osservavano una linea di discendenza di matrilinearità, come ad esempio le tribù dei Tuareg[5]. Fu osservato che, come tali, le donne berbere assumevano un ruolo significativo all'interno delle comunità locali; ciò fu particolarmente evidente attraverso la figura di Kahina, nota leader militare berbera che combatté contro l'espansione araba e musulmana in Nordfrica.

Le donne berbere ebbero anche una posizione duratura nel folclore marocchino, una posizione precedente alla conquista arabo-musulmana della regione del Maghreb. Si ritiene che la storia di Aisha Kandisha sia esistita da almeno il VII secolo[6]; si possono trovare differenti varianti del suo nome, tra cui quelli di Lalla Aicha e Aicha Hamdouchia. Proveniente dall'epoca preislamica del Marocco si dice che ella fosse un Jinn femminile che poteva prendere la forma di molteplici esseri, tra cui una mezza capra[7].

A differenza di altre figure demoniache presenti nel folclore marocchino, ella appare principalmente nei sogni degli uomini e si dice che possa condurre all'impotenza. Tale visione folcloristica rimne a tutt'oggi ampiamente diffusa in tutto il paese.

Formazione delle istituzioni islamiche (680-900)[modifica | modifica wikitesto]

A seguito dell'espansione arabo-musulmana nella regione le donne assunsero ruoli significativi nel fndamento istituzionale dei punti di riferimento valoriali che continuano a funzionare ancor'oggi. Ad esempio Fatima al-Fihri è accreditata come la fondatrice dell'Università al-Qarawiyyin nell'anno 859, la prima istituzione di istruzione superiore universitaria a Fès[8]. La sorella di Fatima, Mariam, fu la fondatrice della prima moschea di quella stessa città[9].

Ragazza marocchina all'inizio del XX secolo.

Espansionismo imperiale in Nordafrica e colonialismo (1600-1956)[modifica | modifica wikitesto]

Nell'ambito di un più ampio progetto imperialista francese che giustificava la colonizzazione del Marocco e del Maghreb in generale le narrazioni europee sulle donne marocchine vennero fissate dalle immagini orientali che si davano di esse. Le narrazioni dominanti descrivevano le donne marocchine come docili, oppresse e bisognose di essere salvate.

Di conseguenza l'esperienza marocchina delle donne sotto il colonialismo fu il risultato di più intersezioni del potere e del patriarcato. Ad esempio a seguito di una tendenza crescente dell'espoprio delle terre da parte dei francesi, il che spinse le famiglie marocchine rurali via dalle loro case e terreni, molte donne migrarono nelle aree maggiormente urbanizzate in cerca di opportunità economiche, in particolare a Casablanca[10]. Dopo la migrazione molte di queste donne furono constrette alla prostituzione, soprattutto per una mancanza dei documenti formali d'identificazione, una politica quest'ultima istituita dai francesi.

Donne nella resistenza anticolonialista[modifica | modifica wikitesto]

Proprio come le donne marocchine furono oggetto di una forma di colonialismo di genere, anche la loro resistenza fu di genere. Le tradizioni orali femminili furono una forma unica di diffusione di storie di resistenza, spesso ispirate dalle tradizioni orali islamiche esistenti di donne guerriere le quali combatterono nella primissima fase della storia islamica, come i racconti riguardanti Hind bint 'Utba e Sukayna bint al-Husayn[11].

Le donne marocchine, soprattutto quelle coinvolte attivamente nella resistenza armata, principalmente nella regione settentrionale del Rif, adottarono le proprie esperienze di lotta contro il colonialismo entro i quadri preesistenti delle tradizioni orali affrontanti il tema delle donne in guerra. La narrazione di questi eventi svolse un ruolo significativo nella concezione dei ricordi e delle identità post-coloniali tra le donne.

Oltre alle tradizioni orali delle donne coinvolte nella resistenza armata, un ruolo rivolto soprattutto alle donne di alta classe sociale, le donne di alto livello furono fortemente coinvolte nella politica nazionalista di resistenza. Il Partito dell'Indipendenza fu la principale forza di mobilitazione primaria del Marocco riunitosi contro il regime coloniale francese. Il partito incluse la partecipazione di varie élite marocchine di famiglie ricche ed istruite, come Malika Al-Fassi, dell'infulente famiglia di Al-Fassi[12].

Vi fu una stretta collaborazione tra donne come Malika, figure importanti nella resistenza politica, e donne come Fatima Roudania, combattente armata nella resistenza di classe operaia[11]. Le donne più ricche coinvolte col partito indipendentista fornirono servizi educativi per formare le donne di classe inferiore coinvolte nella resistenza armata, assistendo alla proliferazione della letteratura e alla produzione di conoscenze nazionaliste, oltre a fornire protezione nascondendo le donne che combattevano contro i francesi[11].

Molte delle donne marocchine coinvolte nella lotta armata videro spesso la presenza pubblica di donne impegnate in altre lotte resistnziali nella regione come fonte di ispirazione, come accadde anche in Algeria e Palestina con donne come Djamila Bouhired e Leila Khaled.

Indipendenza (post 1956)[modifica | modifica wikitesto]

Un'artigiana.

Letteratura, produzione di conoscenze, espressione artistica[modifica | modifica wikitesto]

Laila Lalami, scrittrice marocchina.

A seguito dell'indipendenza le donne marocchine si ritrovarono all'avanguardia nella produzione della conoscenza e nelle espressioni artistiche, tutte cose che modificarono nuovamente la concezione e la precezione di un'identità marocchina post-colonialista. Fatema Mernissi, per esempio, emerse come figura critica nella produzione di conoscenze sugli studi di genere in Marocco.

Laila Lalami divenne anche una figura popolare nella letteratura del Marocco, essendo la prima autrice marocchina a pubblicare un libro di fiction in lingua inglese. Altre donne che ottennero un'importanza rilevante attraverso il loro lavoro pubblicato includono Leila Abouzeid, Latifa Baka, Khnata Bennouna, Farida Diorui e Bahaa Trabelsi.

Anche le artiste marocchine riuscirono a guadagnarsi una popolarità regionale e internazionale, tra cui Lalla Essaydi, Samira Said, la franco-marocchina Amel Bent, Najat Aatabou, Dounia Batma e Naima Samih.

Bassima Hakkaoui, ministro marocchino per la solidarietà, le donne, la famiglia e lo sviluppo sociale nel corso di una conferenza economica a Londra.

Donne in politica[modifica | modifica wikitesto]

Oltre all'arte e alla letteratura le donne marocchine furono pubblicamente presenti nella definizione della politica contemporanea. Nel 1961 l'"Unione Progressista delle Donne Marocchine" nacque come una delle prime organizzazioni esclusivamente femminili in Marocco.

La principessa 'A'isha del Marocco, la sorella minore del re Hassan II divenne la presidentessa di un'altra organizzazione femminile chiamata "Union Nationale des Femmes Marocaines". Altre organizzazioni femminili vennero create subito dopo l'indipendenza con l'obiettivo di far avanzare la causa dei diritti delle donne, come l'"Associazione Democratica delle donne marocchine" e l'"Union de l'Action femminine"[13].

Tra le altre, diverse donne marocchine ebbero una posizione nell'ambito governativo, nello stesso apparato di governo e nei ranghi politici, tra cui Asma Chaabi, Nawal El Moutawakel, Bassima Hakkaoui, Nouzha Skalli e Mbarka Bouaida.

Al contrario, le donne furono anche all'avanguardia nel dissenso e nell'opposizione, con la conseguenza che spesso si trovarono di fronte al carcere e a molestie da parte del governo. Tra queste vi sono Nadia Yassine e Khadija Riyadi.

In Marocco molte donne usano ancora il velo.

All'inizio della versione marocchina della primavera araba, iniziata nel dicembre 2010 a seguito dell'auto-immolazione del venditore di frutta tunisino Mohamed Bouazizi, una madre, Fadoua Laroui, si è lasciata bruciare viva davanti ad un ufficio comunale in segno di protesta contro la risposta negativa ad una domanda di alloggio pubblico. Laroui venne soprannominata da alcuni come "Bouazizi femminile marocchino"[14].

Nonostante il fatto che il Marocco abbia ratificato la Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna (CEDAW), la rappresentanza politica delle donne in rimane relativamente bassa; dopo le Elezioni parlamentari in Marocco del 2011 solo una donna venne nominata ministro. Come altri paesi vicini, il Marocco introdusse nel 2011 la legge n. 59-11, che creò un sistema di quote che assegnava alle donne un terzo dei seggi nella Camera bassa del Parlamento[15]; conseguentemente 66 dei 395 seggi nella Camera bassa appartengono alle donne a partire dal 2011[15].

A causa di questa crescente voce femminile presente in politica la relativa rappresentanza in parlamento è aumentata notevolmente, passando dall'1% del 2003 al 17% nel 2015; Il Codice di famiglia del 2004 è uno dei più progressisti del mondo arabo; nel 1993 il Marocco ha ratificato un accordo internazionale sull'uguaglianza di genere che fornì una leva per ulteriori progressi nella legislazione interna[16].

A seguito dell'aumento della rappresentatività il Marocco ha registrato miglioramenti in termini di salute e risultati sociali delle donne: il tasso di fertilità è oggi uno dei più bassi della regione; il tasso di mortalità materno è diminuito di due terzi in soli due decenni; l'ammissione alla scuola primaria delle ragazze è aumentata dal 52% nel 1991 al 112% nel 2012 (a causa della ri-iscrizione); mentre appena sotto il 23% sono le donne diplomate (secondo i dati del 2011)[17].

Al di fuori del regno della politica formale le donne si resero attive in vari progetti di avvocatura e riforme legali. Soprattutto, dopo il suicidio di Amina Filali, una giovane ragazza che venne costretta a sposare il rapitore, diverse organizzazioni marocchine femminili, come l'"Union de l'Action Feminine", spinsero in direzione di una riforma dell'articolo 475 dal codice penale. Prima della campagna nazionale l'articolo 475 era la legge citata dal giudice del caso di Amina Filali che affermava che un rapitore avrebbe potuto essere assolto dalle accuse se sposava la sua vittima[18]. Il mattimonio riparatore è stato abolito nel gennaio 2014[19].

Le donne inoltre continuano a partecipare a gruppi di pressione con l'intento di riformare le leggi sul codice personale (Mudawana). Il Mudawana venne inizialmente codificato in seguito all'indipendenza e fu utilizzato come strumento per il consolidamento immediato del potere dello Stato[20][21]. Dopo la salita al trono di Mohammed VI nel 1999 la riforma della Mudawana divenne una piattaforma importante che guidò i primi anni del suo regno. Le varie organizzazioni femminili sostennero queste misure, come l'"Unione dell'azione Féminine" (UAF) e l'"Association Marocaine pour les Droits des Femmes" (ADFM)[22].

Nel 2004 alcune delle riforme prevedevano misure più rigorose per gli uomini che desideravano sposare altre mogli, una maggiore celerità per gli atti di divorzio avviato dalla moglie, diritti di eredità più equi per le donne e l'aumento dell'età legale del matrimonio per le donne. La ricezione di queste riforme al Mudawana variava tra le classi e lo spettro politico. Mentre i membri dei suddetti UAF e ADFM sostennero queste misure, diversi gruppi, come l'Islamista Al-Adl wa l-Ihsan, si sono opposti a queste misure sostenendo che esse erano "ispirate a livello occidentale" e radicate nelle misure femministe di neoliberismo della Banca Mondiale[23].

Vigilesse urbane marocchine.

Aborto in Marocco[modifica | modifica wikitesto]

L'aborto in Marocco è illegale. Secondo l'articolo 453 del codice di diritto penale, l'interruzione di gravidanza viene consentita solo se la salute fisica della madre risulta essere minacciata. È stato recentemente approvato un emendamento alla legge sull'aborto; questo consente l'aborto in caso di stupro, incesto e disfunzione fetale. Il dibattito sulla legge sull'aborto del Marocco è stato aperto dopo che l'Associazione marocchina per la lotta contro l'aborto clandestino (AMLAC) ha riferito che 800 aborti illegali vengono eseguiti quotidianamente a livello nazionale. Il dottor Chafik Chraibi, ex primario di ginecologia e ostetricia presso il "Matérnité des Orangers" di Rabat e fondatore di AMLAC, ha supervisionato lo studio.

Maltrattamenti[modifica | modifica wikitesto]

Le donne marocchine spesso sono costrette a sopportare le molestie quotidiane ogni volta che escono negli spazi pubblici. Molto spesso la molestia sessuale è stata una forma abusiva di identificazione come "puttana". Per combattere questa cultura intrisa di misoginia, una serie di donne marocchine si sono ribellate ed hanno denunciato il loro abusatore. C'è anche la richiesta di sostenere il sistema giuridico per garantire la sicurezza delle donne e punire l'abusatore. Nonostante una legge che protegge le donne dall'abuso, il vero problema è che non esiste alcuna intenzione concreta a perseguire la legge contro questo comportamento[24]. A fine 2018 la rivolta delle donne ha avuto un esito abbastanza positivo, portando la violenza domestica a reato.

Personalità artistiche rilevanti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Women in Morocco, THIRDEYEMOM. URL consultato il 9 novembre 2013.
  2. ^ Table 4: Gender Inequality Index, United Nations Development Programme. URL consultato il 7 novembre 2014.
  3. ^ The Global Gender Gap Report 2013 (PDF), World Economic Forum, pp. 12–13.
  4. ^ Laroui, Abdallah. The History of the Maghrib: An Interpretive Essay. Princeton: Princeton Studies on the Near East, 1977.
  5. ^ Brett, Michael, and Elizabeth Fentress. The Berbers. Wiley: Blackwell, 1997.
  6. ^ Crapanzano, Vincent. The Hamadsha. A Study in Moroccan Ethnopsychiatry. Berkeley: University of California Press, 1973.
  7. ^ Westermarck, Edward. Ritual and Belief in Morocco. London: Macmillan and Co., 1926
  8. ^ "Kairaouine Mosque, Fes.” Sacred Destinations. Retrieved 2014-03-02 http://www.sacred-destinations.com/morocco/fes-kairaouine-mosque
  9. ^ “Fatima Al-Fihri – Founder of the Oldest University in the World.” The Urban Muslim Woman. Retrieved 2014-03-02 https://theurbanmuslimwomen.wordpress.com/2008/08/04/fatima-al-fihri-founder-of-the-oldest-university-in-the-world/
  10. ^ Maghraoui, Driss. “Gendering Urban Colonial Casablanca” in Martina Rieker and Kamran Asdar Ali, eds. Gendering Urban Space in the Middle East, South Asia and Africa (New York & Houndmills: Palgrave Macmillan, 2008)
  11. ^ a b c Baker, Alison. Voices of Resistance: Oral Histories of Moroccan Women. New York: SUNY Series, 1998.
  12. ^ “Women Movements in Morocco.” Al Akhawayn University. Retrieved 2014-03-02 http://www.aui.ma/personal/~991BE736604/women_movements_in_morocco22.htm
  13. ^ Salime, Zakia. Between Feminism and Islam: Human Rights and Sharia Law in Morocco. Minneapolis: University of Minnesota Press, 2011.
  14. ^ Lalami, Laila. “The Moroccan Mohammed Bouazizi.” The Nation. 27 February 2011. http://www.thenation.com/blog/158878/fadoua-laroui-moroccan-mohamed-bouazizi
  15. ^ a b "Morocco," quotaProject. February 2014 http://www.quotaproject.org/uid/countryview.cfm?CountryCode=MA
  16. ^ Women's political empowerment in Morocco, su Development Progress, Overseas Development Institute. URL consultato il 13 maggio 2015.
  17. ^ Clare Castillejo e Helen Tilley, The road to reform Women’s political voice in Morocco (PDF), su Development Progress, Overseas Development Institute. URL consultato il 12 maggio 2015.
  18. ^ Lee Moran, Moroccans demand change to Islamic penal code after girl, 16, kills herself because judge forced her to marry her RAPIST, in Daily Mail, 14 marzo 2012. URL consultato il 15 marzo 2012.
  19. ^ "Morocco repeals 'rape marriage law' " https://www.aljazeera.com/news/africa/2014/01/morocco-repeals-rape-marriage-law-2014123254643455.html
  20. ^ Charrad, Mounira. State and Women’s Rights: The Making of Postcolonial Tunisia, Algeria, and Morocco. Berkeley: University of California Press, 2001.
  21. ^ Harrak, Fatima (2009). "The History and Significance of the New Moroccan Family Code". Institute for the Study of Islamic Thought in Africa Working Paper Series, Northwestern University.
  22. ^ Cavatorta, Francesco; Emanuela Salmasso (2009). "Liberal Outcomes through Undemocratic Means: The Reform of the Code de status personnel in Morocco." Journal of Modern African Studies.
  23. ^ Guessous, Nadia. 2011. “Genealogies of Feminism: Leftist Feminist Subjectivity in the Wake of the Islamic Revival in Contemporary Morocco.” PhD diss., Columbia University.
  24. ^ The Moroccan women fighting daily sexual harassment, in BBC News, 10 ottobre 2016.
  25. ^ Bourland Ian, Yto Barrada, in Artforum InternationalTemplate:Subscription required, vol. 52, nº 7, marzo 2014, pp. 293. URL consultato il 26 febbraio 2016.
  26. ^ Florence Martin, Screens and Veils: Maghrebi Women's Cinema, Bloomington, IN, Indiana University PressTemplate:Subscription required, 2011, pp. 251–252, ISBN 978-0-253-35668-0.
  27. ^ Christopher Stone, Reviewed Work: Images of Enchantment: Visual and Performing Arts of the Middle East by Sherifa Zuhur, in Journal of Arabic Literature, vol. 34, nº 3, Brill, 2003, pp. 294–298, JSTOR 4183494.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • Qandisha Mag, una pubblicazione online gestita dalle donne marocchine e che si definisce come una "collaborazione femminile".
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