Comunità internazionale

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La comunità internazionale è l'insieme degli Stati e delle altre organizzazioni o istituzioni le cui relazioni reciproche si basano sul diritto internazionale.[1]

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

L'espressione Comunità internazionale è formata da un sostantivo e da un aggettivo. Il sostantivo comunità deriva dall'espressione latina Communitas, la quale stava ad indicare una aggregazione umana diversa dalla normale societàs (società), forma aggregativa che il pensiero greco stesso aveva indicata come naturale per l' uomo. Nella Communitas il pensiero romano riconosceva una forma volontaria di aggregazione su scopi valori e costumi di vita che si distinguevano dal resto dei consociati. Nel periodo dell'Impero romano sino all'Editto di Milano (313 d.C.) con Communitas venivano indicate le aggregazioni di persone che si erano stanziate all'interno dei confini della civitas (dalla morte di Gaio Giulio Cesare essa corrispondeva ai confini di tutta l'Italia modernamente intesa) e che non godevano della cittadinanza romana.

Erano per il diritto di allora cives provinciali (abitanti delle provincie romane non italiane immigrati in Italia) a cui non erano estesi tutti i diritti previsti dal Diritto romano per i cittadini veri e propri (cives quiritari). Nella città di Roma vivevano allora molte di queste comunità: la caldea. l'ebraica, la libica, la greca ed altre ancora. Al loro interno esistevano anche dei cittadini romani i quali con l'acquisto in denaro o per nascita avevano ottenuto la cittadinanza. Questi stessi cittadini non erano pochi ma consistenti di numero. In questo caso, l'azione dello Stato romano se era diretta verso di loro, specialmente nelle forme della repressione dei reati anche di natura politica o per ragioni di ordine pubblico, doveva rispettare le regole scritte per gli altri cittadini romani anche se era evidente che essi erano degli immigrati e in molti casi indicato dalla loro stessa forma fisica.

Illustre esempio di questo è il racconto della cattura e della prigionia di San Paolo (Paolo di Tarso), uno dei fondatori della Chiesa cristiana e Apostolo delle genti. Questo Apostolo era cittadino romano e per questo dovette essere trasferito da Cesarea a Roma perché si potesse svolgere l'appello imperiale che aveva invocato (Autunno del 60 d.C.). Proprio nel primo secolo dopo Cristo il comportamento mite, dei cristiani di Roma, sottoposti più volte a persecuzioni ed espulsioni dalla città stessa diffuse l'uso di chiamare i Cristiani come la Communitas christianorum (la comunità dei cristiani). Dopo l'editto di Caracalla (Constitutio antoniana 212 d.C.) e l'estensione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'Impero, scomparvero le ragioni giuridiche della distinzione fra cittadini romani e cittadini provinciali, ma rimase l'uso, da parte dei pagani, di chiamare i cristiani nel loro insieme come la Communitas Christiana.

Solo dopo l'Editto di Milano voluto dall'Imperatore Costantino I i cristiani ottennero la libertà di culto e la possibilità concreta di non essere soggetti a persecuzioni di Stato. Dopo la caduta dell'Impero Romano d'occidente (476 d.C.) l'impero stesso andò in disgregazione lasciando il posto a numerosi regni barbarici che si vennero instaurando sul territorio su cui sorgeva l'Impero. Spagna, Francia, Italia furono i più noti anche se alcuni di essi si disgregarono ulteriormente in altre unità statali. Il tratto fondamentale di questo regni era il mantenimento della cultura giuridica romana con il rinnovo delle vecchie leggi non più in vigore, il riconoscimento della Chiesa cristiana quale fattore di unità e di fede quale fattore unificante del popolo in questi Stati di nuova formazione. Il riconoscimento del ruolo supra-partes della Chiesa Cattolica e del Papa quale suo capo (che era insediato in Roma) fece nascere una forma di espressione linguistica che usando il latino, lingua aulica comune di allora, indicava l'insieme degli Stati che professando la Religione cristiana riconoscevano la supremazia del Papa e della Santa Sede rispetto a tutte le altre entità Statali esistenti e riconosciute. Da quel momento l'uso della espressione Communitas Christiana indicava l'insieme di questi Stati che si riconoscevano eredi della tradizione dell'Impero romano.

L'analisi compiuta da Ferdinand Tönnies[2], per definire differenziando la Comunità dalla Società partì da questi dati storici unendo a essa le esperienze conventuali dell'alto medioevo europeo (Benedettini e Francescani), per giungere a individuare tre elementi costitutivi della comunità:

  • le persone o le piccole associazioni che vi vogliono partecipare sono autonome, indipendenti e sovrane fra di loro;
  • esse accettano volontariamente delle limitazioni alle loro libertà per costruire una vita comune e attuare le regole che la governano nel suo insieme;
  • l'insieme dei valori professati, identità della persona umana, principio della libertà, riconoscimento delle varie fedi, riconoscimento degli usi reciproci senza imposizioni (per fare alcuni esempi), sono le basi su cui si fonda in patto costitutivo della Comunità.

In concreto sino all'alba del XVI secolo, la politica internazionale aveva messo in ombra l'uso del concetto relegandolo al periodo medioevale, e sostituendolo con quello della diplomazia posta in essere dal regnante. Dopo il fallimento della Società delle Nazioni (1938) l'insieme degli Stati democratici che si coalizzarono contro l'Asse Italo-tedesco-nipponico all'inizio della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), rifacendosi a questi concetti, lo fecero rivivere e furono i primi a parlare assieme agli Stati uniti d'America di Comunità delle Nazioni, intendendo comprendere in questa definizione tutti gli Stati esistenti su questo pianeta. Loro stessi si definirono: I popoli delle Nazioni unite. E al momento della formulazione della Carta di San Francisco (atto fondativo della Organizzazione delle Nazioni Unite, 1945) essi descrissero in questi termini l'insieme degli Stati sopravvissuti alla seconda guerra mondiale. Da allora, con questo termine, viene indicato l'insieme dei soggetti che agiscono nella politica internazionale.

L'aggettivo internazionale ha una storia abbastanza variegata. La cultura greca che inventò la diplomazia, le guarentigie per i rappresentanti dei vari re che si scambiavano gli ambasciatori, non formulò mai una definizione di internazionale. Per i Greci[3] esisteva solo il centro delle nazioni di allora che era la Grecia con le sue Città-Stato. mentre ad est venivano definiti barbari i popoli che avevano una cultura politica contraria alla democrazia che essi professavano (Persiani, Popoli mesopotamici, Egiziani e altri ancora). Invece, ad ovest, guardando il mar Mediterraneo, collocavano quei barbari dell'Europa di cui avevano una vaga conoscenza, ma che consideravano diversi totalmente da loro. Fra questi collocarono anche gli Italici che abitavano l'omonima penisola collocati più a nord delle colonie della Magna Grecia. Quando Roma conquistò la Grecia (145 a.C.) fu conquistata a sua volta dalla cultura, dalla filosofia e dai costumi greci. La Filosofia greca, allora, riformulò il concetto di civiltà democratica assorbendo in essa anche i Romani con i loro alleati italici che nel tempo erano stati assimilati. In tutta la storia romana non ci fu un utilizzo preciso del termine internazionale, ma nel modo di concepire le relazioni internazionali si comprendeva che essi consideravano le relazioni interne all'Impero come relazioni fra le parti dello stesso Stato, mentre consideravano i trattati di pace che stipulavano e le guerre che intraprendevano come dei veri atti esterni al loro Stato ai quali davano la qualifica di veri e propri atti internazionali. Sulla dicotomia interno esterno delle relazioni tra gruppi, infatti, poggia la definizione corretta di internazionale.

L'Antropologia contemporanea ha scoperto che nelle società allo stato di natura la struttura dei clan e delle tribù non si reggono soltanto sul principio di conservazione il quale si esplica con l'assorbimento dei nuovi membri che per scelta o per legami matrimoniali, entrano in quel gruppo a cui appartiene l'altro partner. Ma si basano su una regola ben più importante: quella per la quale il soggetto maschile che vuole maritarsi deve scegliere la sposa fra le donne esterne alla sua comunità intesa come insieme di persone che hanno legami anche molto lontani di parentela. Per anni si pensò che questa regola fosse nata dalla necessità di avere comunità il più sane possibili, di fronte alla ignoranza di conoscenze scientifiche che aspiravano a mantenere la resistenza della specie alle malattie. Invece come ha dimostrato Claude Lévi-Strauss[4] la regola è molto più importante perché costringere le nuove generazioni a volgersi all'esterno del loro mondo ed accettare la prospettiva di diventare parte di una nuova esperienza di vita in quanto nelle società di questo tipo l'assorbimento dei nuovi membri avviene dalla parte delle donne. La regola citata è quindi la forma storica con cui si definisce l'esterno di una comunità e tutte le relazioni individuali o di gruppo che sono poste in essere per la sua applicazione sono da considerarsi esterne come il commercio, la caccia, la pesca, l'esplorazione, la difesa. Si può affermare che nelle comunità allo stato di natura si sia formata, in questo modo, la prima radice delle relazioni internazionali.

Il Gruppo, di qualsivoglia ampiezza, si volge il modo formale e nella sua totalità mediante il suo rappresentante all'altro gruppo per autorizzare accogliere e creare una nuova forma di unione che è molto più intensa delle alleanze contingenti che si vanno formando nella vita sociale quotidiana. Con l'affermarsi della rivoluzione agraria (6000 a.C.)[5] e l'ancorasi delle popolazioni al territorio, abbandonato il nomadismo precedente, si incominciò a considerare come parte integrante della propria identità di gruppo il territorio sul quale si svolgeva la vita di quel gruppo umano. Territorio, popolo e l'autorità politica che governa il popolo sono gli elementi fondanti di questa nuova identità. Le relazioni esterne, rispetto al territorio su cui esercita in modo ordinario il suo potere questa autorità politica, sono quindi i primi esempi antichi di relazioni internazionali poste in essere da strutture non ancora assimilabili a quelle dello Stato modernamente inteso. Le azioni di confronto diplomatico, le ambasciate, i conflitti armati sopportati o posti in essere sono le forme più vistose di queste relazioni. Da quel momento la politica estera si manifesta come la forma con cui le relazioni internazionali sono poste in essere. Lungo il percorso storico, lo Stato, il suo regime politico, sono i principali attori che vanno determinando l'insieme delle relazioni internazionali. Per cui con l'espressione Comunità internazionale nel mondo contemporaneo si indicano due realtà:

  • l' insieme dei soggetti che pongono in essere le relazioni internazionali, ne scrivono le regole, e si riconoscono in esse, indicato come il modello classico;
  • il modello che scaturisce dalla costruzione dell' Ideal-typus (tipo-ideale) con il quale si descrive, si analizza, se tenta di prevedere la vita di questo insieme di soggetti.

Il Modello Classico[modifica | modifica wikitesto]

I soggetti e le loro caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

Dalla osservazione concreta della realtà, in cui un ente costituito da un territorio, da un popolo che lo abita e dal regime politico che si è dato e che lo governa, scaturisce la individuazione di un soggetto che per tutti gli altri membri della Comunità internazionale può porre in essere delle relazioni internazionali. In età storica fu chiamato Stato e se questo modello individuava la maggioranza dei soggetti storicamente descritti nella storia del nostro pianeta, bisogna dire che i soli Stati non descrivevano tutta le realtà degli attori della relazioni internazionali. Anticamente nel periodo predinastico dei Sumeri (2.700 a.C.) esistevano delle associazioni di città-stato che eleggevano fra i loro re quello che aveva il potere di rappresentare questa associazione.

A lui veniva conferita la rappresentanza internazionale per tutta l'associazione, e in tale modo era considerata dagli altri Stati o Imperi confinanti. Ma se venivano analizzati gli elementi costitutivi ricordati, si accertava che essa era priva di un territorio, in quanto le Città-Stato rimanevano proprietarie di quello che loro possedevano anche dopo la costituzione della associazione. In un altro periodo storico più vicino Gengis Khan (1162-1207 d.C.) fu l'imperatore che fondò la sua potenza militare su una confederazione di tribù guerriere della Mongolia e dell'Asia centrale. Le sue imprese militari di conquista di altri regni, come l'Impero Cinese, furono effettuate sulla forza delle sue armate formate da guerrieri a cavallo, orde nomadi che si muovevano conquistando e depredando il territorio attraversato. Anche in questo caso il principio di soggettività illustrato non era applicabile sia per la mancanza di un territorio sia per la non esistenza di un popolo stanziale. In anni più recenti ci fu un soggetto che vantava una lunga storia istitutiva risalente alla crociate: il Sovrano Militare Ordine di Malta, (risalente all'ordine di San Giovanni e del Tempio di Gerusalemme).

Storicamente insediato con propri possedimenti in tutta Europa, sciolto per ordine del Papa, ricostituito come Ordine ospedaliero ed in ultimo, privato del suo territorio: l'Isola di Malta da parte della Gran Bretagna vincitrice del confronto con Napoleone Bonaparte (1800). L'Ordine, dopo il pieno riconoscimento della Santa Sede, pose la sua sede principale a Roma. Quando il Regno d'Italia conquistò Roma (1870), ottene in riconoscimento dei suoi beni e lo status di Ordine ecclesiastico dipendente dalla Santa sede, sfuggendo alle spoliazioni che il Regno d'Italia fece a tutte le Congregazioni religiose insediate nel regno. Verso il 1930, nel contesto della Società delle Nazioni ottenne il riconoscimento dagli altri soggetti internazionali della sua soggettività internazionale. Essa fu motivata proprio dal fatto che aveva continuato ad intrattenere relazioni internazionali con gli altri Stati anche se privo di un proprio territorio di riferimento e con una popolazione composta di soli appartenenti all'ordine. La stessa Santa Sede perso lo Stato della Chiesa (lo Stato Pontificio) nel 1870, venne sempre riconosciuta come soggetto attivo e passivo di relazioni internazionali al punto che tutti gli Stati avevano inviato ambasciatori presso il Vaticano in tutti gli anni che vanno dal 1870 al 1929. Con i Patti Lateranensi lo Stato Italiano accettò di definire, nella città di Roma, il territorio dello Stato del Vaticano. Da quella data la Santa Sede ebbe nuovamente il suo territorio.

Accanto a questi esempi storici, bisogna collocare anche i problemi delle singole persone, che nei secoli, si sono trovate sempre di più condizionate dalla istituzionalizzazione degli Stati e alla loro forzata collocazione all'interno di questi. Quella che oggi viene definita cittadinanza, altro non è che il risultato di una progressiva riduzione della libertà di movimento dei singoli uomini nati o abitanti nel territorio. Infatti, se pensiamo che per molti secoli, i popoli avevano delle lingue simili, non essendoci confini come quelli esistenti nel XIX, XX secolo, che erano delle vere e proprie regioni di passaggio in cui il transito avveniva senza regolari atti formali rilasciati dallo Stato che esercitava il potere su quel territorio. Questi uomini transitavano da uno Stato ad un altro senza eccessive formalità, praticando il commercio oppure solo emigrando alla ricerca di un lavoro e di un posto in cui collocarsi con la loro famiglia. Si trattava di vere forme di nomadismo che erano sopravvissute al prevalere delle società agrarie stanziali. Per queste persone non esistevano le forme di riconoscimento nel diritto che poi, in età romana, divenne la regola. Infatti con la attuazione della cittadinanza che distingueva fra i membri del popolo (coloro che godevano del riconoscimento dei diritti) e quelli che non ne godevano, si venne a delimitare lo spartiacque fra cittadini e quelli che non lo erano. Sul piano internazionale, divenne impossibile per le persone viaggiare attraverso altri Stati se non erano protette dal riconoscimento del proprio Stato di appartenenza.

Talvolta veniva loro impedito di entrare nel territorio di altro Stato, oppure erano espulsi con l'obbligo di ritornare nello Stato di provenienza. In queste forme di rapporto con le persone si definiscono i contorni della emigrazione e della immigrazione e della triste condizione di chi aveva perso la cittadinanza ed era privo della protezione di uno Stato: apolidia. Questo però non esclude che le persone non possano essere oggetto di interesse per la Comunità internazionale. Il caso dei pirati è sintomatico. Essi arrembano le navi in mare in posizioni i cui non è possibile dire che quel mare sia mare territoriale di uno Stato. Attaccano le navi di un altro Stato, diverso da quello in cui risiedono oppure diverso da quello in cui hanno la base delle loro operazioni e pongono in essere un vero e proprio atto di guerra. Oppure persone come i membri di un esercito non statale simile a quello istituito da Al-Quaida, operante in Asia e in Africa, che combatte contro gli eserciti di Stati territorialmente definiti. Anche questi, come lo furono al tempo della decolonizzazione i governi insorti e di resistenza alla madre patria, devono essere considerati soggetti di diritto internazionale e complicano ulteriormente il panorama dei soggetti.

Nel secolo XX si sono presentati nella Comunità internazionale nuovi tipi di soggetti originali: le Organizzazioni internazionali, l’Impresa multinazionale, la Organizzazione non governativa (ONG). Le prime sono il risultato di una profonda maturazione della Comunità internazionale che, dopo la fine della prima guerra mondiale alla ricerca della pace fra gli Stati e per prevenire la guerra, vollero tentare la via della cooperazione intergovernativa e statale creando delle forme di associazione vincolante che coinvolgessero, al loro interno, gli Stati membri. Alla data del 2009 si possono enumerare un quindicina di organizzazioni a vocazione regionale, una trentina di organizzazioni a vocazione funzionale nei vari settori della vita pubblica, e una organizzazione a vocazione universale che raccoglie quasi tutti gli Stati istituiti sul pianeta: l' Organizzazione delle Nazioni Unite o O.N.U.. L'Impresa multinazionale è uno dei risultati della instaurazione delle libertà di commercio e di produzione che entra nel discorso assai recente della globalizzazione. Nella loro storia alcune di queste imprese, perché situate come base iniziale nella economia più evoluta del pianeta, quella degli Stati Uniti d'America, accumularono una tale potenza economica da avere bilanci tre volte superiori a quelli di alcuni Stati. A seguito di ciò si interessarono e interferirono nella vita politica di questi Stati cercando di condizionarla. Da qui nacque la loro soggettività internazionale, altalenante per la dottrina, ma concreta dal punto di vista delle conseguenze politiche dell'area interessata dalla loro azione. In ultimo l'Organizzazione non Governativa (ONG), che è lo strumento con cui associazioni di cittadini di altri Stati si introducono nella vita di uno Stato e vi svolgono non compiti militari, ma vere opere di promozione umana, come le attività mediche in un territorio colpito dalla guerra, oppure la fornitura di aiuti umanitari a fronte di grandi calamità.

In questo stesso ambito deve anche essere collocata una novità che si è manifestata dopo la fine della seconda guerra mondiale in Europa: l'Unione Europea . Dalla sua prima forma istituzionale, crescendo nella attuazione dei trattati internazionali che ne hanno modificate le istituzioni che ne costituiscono l'attuale assetto, l'Unione Europea è passata dalle primitive tre Comunità iniziali di allora CECA (1951), CEE ed EURATOM (1957) alla attuale forma unitaria (UE). All'inizio essa presentava qualcosa di più di una organizzazione internazionale funzionale alla cui categoria i Padri fondatori la vollero iscrivere. Dall'inizio essa era dotata di un Parlamento[6], allora designato dagli Stati membri. Il numero dei deputati era fissato dal Trattato istitutivo e era uguale per gli Stati più grandi al fine di fissare una effettiva parità fra questi membri. La Commissione europea era, da quel momento, dotata dei poteri atti a regolare aspetti della vita comune sia politica sia economica, esercitando questo potere direttamente sui cittadini degli Stati membri, senza dover ottenere la mediazione applicativa degli stessi Stati: Egualmente ad una Corte di Giustizia[7] era demandata la salvaguardia dei Trattati e la risoluzione delle controversie fra singoli Stati, le singole persone e la Comunità nel suo insieme.

A essa si dovevano rivolgere gli stessi Stati membri per le controversie sia fra di loro che con la stessa Comunità. Tutte queste caratteristiche organizzative degli organi di vertice sono oggi presenti anche se potenziate e ampliate, ma sono anche la prova di una via originale percorsa da padri fondatori e dagli Stati europei, ora membri, per creare un nuovo soggetto internazionale che non fosse una organizzazione funzionale classica, allora studiata e sostenuta dalla dottrina americana, ma fosse una forma di unità internazionale che portasse progressivamente gli Stati nazionali a convergere nella forma più ampia e democratica dello Stato federale europeo[8]. Anche se il processo costituente non è ancora concluso, si può affermare che esso rappresenta una nova forma di affermazione di soggettività politica internazionale che va a costituire una forma diversa da quella classica di Stato federale. Accanto al processo rivoluzionario proprio (guerra civile o guerra di indipendenza) in cui furono protagoniste le 13 colonie inglesi del Nord America, e alla forma della decolonizzazione in cui attraverso una trattativa con i nativi si giunge alla indipendenza con una Costituzione statale federale (India 1948, Australia, 1901, Canada 1933), si deve aggiungere il processo costituente originale voluto dagli Stati membri della Unione Europea.

La Ragion di Stato[modifica | modifica wikitesto]

Accanto alla soggettività nella Comunità internazionale si pone il problema del modo con il quale questi soggetti agiscono di fronte alla sfide che la storia propone loro nella quotidianità. Si tratta di capire come questi si autoconservano, si espandono e riescono a garantire il raggiungimento di condizioni di equilibrio con tutti i membri di questa Comunità. La categoria filosofica a cui la dottrina si é sempre riferita è quella della Ragion di Stato che è il cardine per la comprensione delle relazioni internazionali. Anche se la dottrina europea e occidentale fa risalire la formulazione e la definizione del concetto a Niccolò Machiavelli e a Giovanni Botero, studi più accurati hanno fatto scoprire che la sua formulazione negli stessi termini é assai più antica e si può far risalire sia alla letteratura indiana sia a quella cinese (IV secolo a.C.).[9] Gli Stati e con essi tutti i soggetti che agiscono nella Comunità internazionale, perseguono lo scopo di aumentare la loro influenza, il dominio delle risorse che appartengono agli altri, di imporre la loro volontà strategico-militare e il loro proprio modello di vita. Per il raggiungimento di questo scopi si avvalgono non solo della diplomazia e delle ambasciate, ma fanno gran uso della forza. La forza per se stessa è l'unica arma per ottenere dagli altri soggetti internazionali l'accettazione del proprio dominio sia economico, sia politico, sia militare. In particolare le violazioni degli accordi si possono soltanto superare con uso della forza che quasi sempre sfocia del conflitto armato, che, in qualsivoglia forma, è sempre guerra con la sua scia di morti, distruzioni fisiche e morali e sottomissioni di persone che talvolta segnano l'annientamento di intere generazioni e dei costumi tipici di quel popolo.

Dopo le riflessioni di Immanuel Kant coeve alla formazione degli [Stati Uniti d'America] (1784-1795) si fece avanti nella filosofia politica la necessità di definire il concetto di diritto e di giustizia. Non essendo stabilità una autorità sopraordinata, nella Comunità internazionale, a cui sia conferito, per autorità di patto costituzionale, il monopolio della forza, non è realizzabile né la pace né la democrazia, perché la sola azione concreta perseguibile è l'uso della forza militare. A prova di ciò, si constata assai facilmente che non essendoci il monopolio della forza da parte questa inesistente autorità, essa viene delegata a vari Stati ogni qualvolta deve essere esercitata. L'ONU stessa si avvale per le sue operazioni di Peacekeeping delle forze armate messe a disposizione dai vari Stati membri. Lo stesso diritto non può prevalere, perché l'uso della forza fa prevalere quella del più forte secondo la regola che il più forte uccide il più debole. Per questo nella Comunità internazionale è assente qualsivoglia processo democratico che conduca la volontà dei singoli a realizzare e definire una volontà democratica internazionale mediante l'uso dell'arma del voto e della competizione politico-democratica fra organismi come i partiti, che alla fine superi i confini dei singoli Stati.

La Dottrina federalista della scuola hamiltoniana[10] riunisce i federalisti che dovendo sviluppare una lotta per il superamento dello Stato nazionale, sono stati costretti a reinterpretare la via costituente del Federalismo classico, di derivazione americana. Mossi dalla necessità di coinvolgere le forze democratiche e popolari nella lotta per la costruzione degli Stati Uniti d'Europa, furono obbligati a formulare una nuova dottrina che andasse oltre la rivendicazione dell'Assemblea Costituente dell'Europa a cui si erano fermati i politici che avevano sviluppato la prima linea federalista (1941-1949). Questi federalisti si ispirarono al contenuto dei saggi del Federalist e alla linea in essa sviluppata da Alexander Hamilton(vedi federalismo e Costituzione degli USA) diretta a individuare e rivendicare le istituzioni che facessero procedere il cammino degli Stati nazionali europei verso l'unità sovranazionale federale per tappe irreversibili. Hamilton ha sempre insegnato che un coordinamento fra Stati sovrani è destinato a fallire perché non riesce instaurare quel processo democratico internazionale che conduce cittadini di Stati diversi a determinare la vita politica dell'unità costituzionale in cui gli stessi Stati diventano parte.

In questo sta la lezione del Federalismo, che spiega la non è sufficienza del pacifismo[11] a superare la ragion di Stato e l'uso della guerra, ma spiega come sia necessario costruire una Unione democratica internazionale in cui gli Stati sovrani vengano compresi. Questo processo sino ad oggi, attraverso l'Unione europea, si è attuato a sta andando avanti. Come hanno sempre affermato i federalisti l'obbiettivo e e rimane il raggiungimento della unione politica del genere umano la quale dipende dal generalizzarsi di questo metodo politico a tutte le attività della Comunità internazionale.

Il profilo storico nella definizione del modello classico[modifica | modifica wikitesto]

Il modello si qui illustrato, per essere completo, deve essere collocato nella dimensione storica. I suoi primi sostenitori furono Francisco de Vitoria[12] (1492-1546), Ugo Grozio[13] (1583-1645) e Alberico Gentili[14] (1552-1608) che affermarono il principio che l'evoluzione delle relazioni internazionali per una valida comprensione doveva essere collocata in una sequenza di fasi storiche che ne spiegassero l'evoluzione. Questo metodo di indagine storica, che si può far risalire ai padri fondatori del storia delle relazioni internazionali e del Diritto internazionale è stato il metodo principale usato da tutti gli studiosi anche dallo stesso Raymond Aron (1905-1983) che viene considerato uno dei più importanti innovatori negli studi delle relazioni internazionali della seconda metà del XX secolo e principale teorico a cui si riferisce la formulazione dell'ideal-tipus della Comunità internazionale.

Il problema dell'origine e il declino della Communitas Christiana[modifica | modifica wikitesto]

Come prima cosa la dottrina e gli studiosi si posero il problema dell'inizio, ossia del momento storico in cui si poteva parlare della esistenza di una pluralità di Stati sovrani in relazione fra di loro. Convenzionalmente, considerando l'importanza della presa di coscienza del mondo romano e tardo imperiale di questo problema della sovranità dello Stato si stabilì che il 476 d.C. era l'inizio della storia della Comunità internazionale per il fatto che all'Impero Romano si andavano, da quel momento, a sostituire i Regni Romano Barbarici, quale anticipazione della nuova configurazione dei rapporti di forza in gran parte localizzati in Europa. Lo stesso Impero Romano d'Oriente con capitale Bisanzio non sfuggì a questo destino di disgregazione anche se attuatosi alcuni secoli dopo. Questo periodo fu chiamato della Communitas Christiana per indicare che la Chiesa di Roma con il Papa era il collante che teneva unita la pluralità di Stati nati dalla disgregazione dell'Impero d'Occidente. Infatti sottoposti alla pressione mussulmana toccò prima alla Francia e alla sua monarchia affrontare e sconfiggere il disegno di espansione dell Islam in terra di Francia (Battaglia di Poitiers (732) d. C.) e ricostruire l'Impero con il nome di Sacro Romano Impero sotto Carlo Magno (Natale 800 d.C.). Questa nuova forma politica non riuscì a fermare la competizione fra la Impero e il Papato (lotta delle investiture) che portò, progressivamente, i vari Stati considerati parte di questa Communitas, a rendersi autonomi sia dall'Impero che dalla Chiesa. Il culmine si ottene con due fatti molto significativi la Riforma protestante (1517 d.C.) e la Pace di Vestfalia (1648 d.C.)[15]. Questa ultima segnò la scomparsa della organizzazione delle relazioni internazionali secondo il modello della Communitas Christiana. I nuovi principi consacrati da questa pace furono:

    • Ogni sovrano nel suo regno non riconosceva più alcuna autorità superiore alla sua nell'ambito dei suo regno. l'Imperatore si riduceva ad una figura che esercitava il suo potere solo sui propri possedimenti diretti. Essendo la casa di Asburgo, in quel momento, portatrice della corona imperiale si stabilì che a quella monarchia venisse conferito a titolo ereditario il titolo di Imperatore.
    • In ogni Regno la religione professata da re doveva essere la religione di tutti i sudditi. Quelli di loro che non erano di quella religione dovevano emigrare in uno stato in cui il Re fosse della loro religione. Alcuni protestanti, che venivano considerati non ortodossi, come i Valdesi o gli stessi Ebrei, iniziarono una migrazione progressiva che li portò poi alle attuali localizzazioni.
    • il Papa non veniva più considerato come una Autorità superiore a quella dei singoli monarchi, ma come il signore del suo Stato lo Stato della Chiesa situato attorno alla Città di Roma e allora occupante il centro della penisola italiana.
    • nelle relazioni internazionali vigeva quindi in principio di parità fra i monarchi fra di loro e la reciproca possibilità di scambiarsi le legazioni di rappresentanza anche permanenti (ambasciate) e di utilizzare la strumento della guerra per risolvere le controversie.

L'età degli equilibri[modifica | modifica wikitesto]

Il periodo che va dalla Pace di Westfalia alla fine della Prima Guerra Mondiale (1919) fu denominato periodo del principio di equilibrio. perché rispetto al periodo precedente in cui ' Imperatore (Sacro Romano Imperatore) e il Papa cercavano di mitigare le asprezze dei conflitti fra gli Stati, si venne a sostituire un periodo storico in cui le alleanze, la strategia di potenza (la coalizione di Stati più forte), lo sviluppo scientifico e militare diventavano essenziali per permettere allo Stato o alla coalizione di Stati di imporsi sugli altri che risultassero un po' più deboli. Questo periodo è quello che meglio interpreta la condizione naturale della Comunità in cui tutti gli Stati da grandi a piccoli sono posti su in piano di parità, ma anche la enorme disparità contenuta nelle grandi differenze di potenza economica, diplomatica e militare di uno Stato verso gli altri più piccoli, più deboli e meno armati.

Sono di questo periodo, in una prima fase, le conquiste coloniali quale risultato dello aprirsi delle conoscenze europee e della scoperta di nuove terre prima non conosciute. In una seconda fase - al fine di aumentare la forza dello Stato colonizzatore rispetto alla competizione internazionale con altri stati anche loro colonizzatori - si vennero formando dei veri e propri Imperi coloniali i quali si trasformarono in strumenti di sottomissione dei paesi colonizzati[16]. La potenza di questi Imperi che trovavano la madre patria in Stati europei colonizzatori subì in crollo durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945). La conclusione della Prima Guerra Mondiale produsse due risultati importanti: il primo di dar forza ai movimenti di indipendenza degli stati colonizzati i quali rivendicavano una identità politica e autonoma dei nativi dalla madre patria.

Il secondo fu la convinzione diffusa in tutti gli Stati della Comunità internazionale che era necessario fermare la guerra[17], e cercare di superare la sua condizione di essere il solo strumento di soluzione dei conflitti fra gli Stati. La proposta Americana di costituire la Società delle Nazioni (S.d.N.) (1919) fu la risposta organizzativa a questa esigenza e punto di passaggio ad una nuova forma di organizzazione internazionale non esistente in precedenza.

Il principio di organizzazione[modifica | modifica wikitesto]

Si deve alla dottrina americana, ai vincitori della coalizione degli Stati dell'Intesa e al Presidente degli Stati Uniti d'America Harold Wilson, l'affacciarsi e i radicarsi del principio di Organizzazione internazionale nella Comunità internazionale e lo svilupparsi delle sue istituzioni. Esso incarnava la necessità di rendere impossibile la guerra, di trasformare tutte le forme dei conflitti i processi di risoluzione giuridica delle controversie e la instaurazione di una nuova realtà internazionale che era la Società delle Nazioni, in cui dovevano funzionare questi nuovi strumenti. La necessità di queste nuove forme di vita internazionali si erano già manifestata in precedenza di pari passo con la rivoluzione dei trasporti e delle comunicazioni. Man mano l'umanità aveva sostituito alla trazione animale quella meccanica nei trasporti (locomotiva e ferrovie) si manifestarono anche esigenze di disciplina condivisa e di tutela che interessavo alla stessa più Stati. Lo sviluppo scientifico e il suo penetrare nello sviluppo della rivoluzione industriale divenne il motore di questa nuova forma evoluzione economica, militare e politica. La necessità di far giungere le lettere nei luoghi più lontani della terra fu uno dei primi e più importanti banchi di prova per le costruzioni di queste nuove forme di organizzazione.

Il francobollo, le regole di trasporto nella corrispondenza furono i primi punti dell'accordo che portarono gli Stati membri di questo trattato multilaterale ad organizzare il funzionamento del sistema di posta universale che da allora permise anche in tempo di guerra e oggi ci accompagna di far giungere la singola lettera nelle regioni più lontane del nostro pianeta. L' Unione Postale Universale (1874) (UPU) fu una prima organizzazione internazionale che rispondeva a queste necessità. Le regole, decise in comune dagli Stati membri, sottoposte alla vigilanza di un organismo supra partes, che aveva anche il potere di sanzionale le violazioni, furono un primo strumento per una nuova organizzazione in un settore limitato delle relazioni fra gli Stati. Oggi il telefono, il telegrafo, la televisione, internet, le comunicazioni satellitari sono i figli più prossimi di questo lontano accordo. L'aver istituito regole uguali per tutti condivise che ne permettono il funzionamento, una autorità sopraordinata diversa dagli Stati membri, autonoma che garantisce i rispetto delle regole furono i fatti che fecero parlare la dottrina dell'ingresso nella comunità di una nuova forma di organizzazione che venne denominata delle Organizzazioni internazionali. Da allora, ma specialmente dalla nascita della Società delle Nazioni si fece partire la indicazione di questo ultimo periodo in cui ancora oggi viviamo come quello della organizzazione internazionale.

Le critiche rivolte alla definizioni contenute nel periodo storico[modifica | modifica wikitesto]

Se il profilo storico si riassume in questi tre grandi macro-periodi, questo stesso schematismo non fu privo di critiche. L'aver deciso come convenzione che il 746 a.C. era la data di inizio della Comunità internazionale, la sottopose ad ampie dimostrazioni, nate dall'ampliamento delle conoscenze storiche sulle civiltà più antiche di quella europea (es. la Cinese, la Sumera, la Atzeca ecc.), che era mal posto perché molti millenni prima di quella data altri Stati o Imperi si comportavano secondo il principio della Ragion di Stato e il principio di equilibrio, e il grandi trattatisti di quel periodo, scritti alcuni secoli prima di Cristo[18], ci provarono una conoscenza dei meccanismi collegati a questi principi molto simile se non uguale a quella formulata nell'Europa del Rinascimento a cui si fa risalire la codificazione di queste dottrine.

Sul problema delle cause della evoluzione storica, poi, nacquero alcune dottrine che coeve di Filosofie della storia su cui si innestavano cercarono di spiegare il perché dell'impulso storico. La prima è sicuramente la più nota: la dottrina della necessità storica (Gian Battista Vico[19] e Georg. F. Hegel[20]). Questa dottrina afferma che gli Stati sono mossi dalla necessità di rispondere alle esigenze di sopravvivenza e quindi qualsivoglia azione dei loro vicini diretta a minacciare questo stato di equilibrio susciterebbe una reazione contro queste minacce che potrebbero pregiudicare la sopravvivenza di quello Stato. Questa dottrina però non ha fatto luce sul fatto che situazioni storiche simili hanno prodotto tipi di reazioni diverse. Poi in piena era coloniale moltissimi Stati colonizzati dagli Stati europei sono stati coinvolti in conflitti estesi senza che essi stessi fossero portatori di interessi propri (si pensi alle due guerre mondiali e a tutti i paesi che alla fine della seconda guerra furono parte del processo di decolonizzazione e di indipendenza). Queste critiche hanno permesso la formulazione della dottrina del materialismo storico (1848-1860) formulata per primo da Karl Marx nell'Ideologia tedesca (1846) che lo condusse a ipotizzare il motore della storia nel modo di produrre.

La sua formulazione più corretta e completa si trova oggi enunciata dalla Dottrina del Federalismo europeo per opera di uno dei suoi più importanti studiosi, Mario Albertini[21] (1919-1997), per cui il modo di produrre è sempre stato in tutte le ere il motore della evoluzione storica della umanità. Il modo di produzione non era solo legato alla rivoluzione industriale (seconda metà del XVIII secolo d.C.) ma è la categoria con la quale si può spiegare l'evoluzione storica precedente. Infatti il progresso storico presenta un legame strettissimo con lo sviluppo del pensiero tecnico-scientifico e della ricerca. Nel contesto storico si presentano tre tipi di relazioni che lo studio del modo di produrre ci chiarisce:

    • la prospettiva con la quale il soggetto, osserva la storia. In essa egli esprime una sua visione del mondo Weltangshaung. Se l'osservatore è un convinto assertore della società agraria considererà come oscurantismo il ritornare ad una società impostata sul nomadismo ritenendola una grave involuzione rispetto al genere di vita che egli vive. Allo stesso modo tenderà a difendere la società agraria in cui vive ritenendo avventurosa e priva di prospettive le forme proposte di industrializzazione che la Rivoluzione industriale sta attuando. Lo stesso capitava a coloro che contestavano l'uso di una lingua e un alfabeto comune nella Cina del primo Imperatore perché lo consideravano uno strumento di livellamento delle loro diversità culturali e di linguaggio.
    • La seconda relazione è quella per cui coloro che sono teorici delle nuove forme di sviluppo, che la la storia ci fa intravedere, possono poi essere oggetto di negazione da parte degli stessi a causa dei condizionamenti che il potere e le circostanze di tempo impongono. Emblematico è l'esempio di Aristotele che teorizzava l'eguaglianza fra tutti gli uomini e poi di fronte alla struttura politico-economiche della Grecia a lui contemporanea giustificava la schiavitù[22].
    • Terzo tipo di relazione era quella ideologica per cui l'osservatore al fine di giustificare il suo punto di vista si avvaleva di giudizi di valore facendoli passare per giudizi di fatto (operazione tipica di ogni discorso politico) senza però valutare con strumenti della conoscenza se gli obbiettivi che si poneva erano un progresso per il popolo e lo stato nel quale era collocato. Infatti il primo punto da definirsi in tutti i progressi storici è sempre l'obbiettivo a quale deve essere conformata tutta l'azione.

Da qui nasce una seria critica alla comprensione della Comunità internazionale secondo la sua definizione classica. Se essa è composta di una pluralità di soggetti autonomi, per la maggior parte Stati sovrani, nasce il problema di come concepire un processo di unificazione della umanità in una sola forma politico-istituzionale come un progresso rispetto alla situazione dell'esistenza di una moltitudine di Stati fra di loro indipendenti. Bisogna chiedersi se la proposta di una forma federale mondiale, che porti questi Stati sovrani, dalla divisione, ad essere unificati in uno Stato più grande con forme di democrazia per gli stessi Stati e i riconoscimento dei Diritti universali per le persone, siano un effettivo avanzamento storico rispetto al presente. Proporre un progetto federalista per l'umanità, come fece il citato Mario Albertini, volle dire proporre, alla Comunità internazionale, la costruzione di un movimento che si muova su tre piani.

Il primo diretto a conquistare l'indipendenza del singolo Stato quando questo, per varie ragioni storiche non possiede una sua indipendenza effettiva. Tutte le guerre e i movimenti che hanno delineato la decolonizzazione e la rivendicazione dell'identità nazionale, come alcuni Stati di antica fondazione (es. il Tibet) devono essere aiutati al di fuori dell'uso della guerra ad ottenere la loro indipendenza. Sul secondo piano si pone la riaffermazione interna ed esterna per lo Stato delle forme di democrazia della vita associata. Molti Stati sono ancora oggi preda di una democrazia formale e non di sostanza in cui i diritti dell'uomo sono disattesi e gli oppositori politici del regime sono criminalizzati e detenuti. In questo piano le azioni dirette a restaurare lo Stato di diritto e una corretta dialettica politica sono sicuramente la risposta a questi problemi. IL terzo piano è in più complesso perché deve fornire una risposta al superamento dei conflitti e alle guerre. Secondo la scuola federalista citata la risposta non si colloca nelle forme di organizzazione internazionale ma nella necessità di voler instaurare un vero Stato federale mondiale quale ultimo passo di una costruzione di un movimento politico autonomo che vuole fondare un processo costituente di questa nuova forma politica.

La Organizzazione Mondiale delle Democrazie (Varsavia 2000) il Movimento Federalista Mondiale (Montreux 1947) sono esempi di movimenti politici trasversali a tutti gli Stati che si sono posti questo obbiettivo come obbiettivo politico della loro azione. Infine si può affermare che gli obbiettivi progressivi come la difesa e il mantenimento della indipendenza dei singoli membri in essa presenti, facilitano l'affermarsi di un processo di progressiva federazione fra gli Stati che conduca alla formazione di uno Stato federale mondiale. Se il modo di produrre è il motore della storia, non può essere nascosto che le tre rivoluzioni storicamente affermate nella cultura mondiale: l' agraria, l' industriale ed in ultima la rivoluzione tecnico-scientifica siano rispettivamente le fasi in cui il modo di produrre ha reso possibile l'affermarsi di rispettivi tipi di società e di Stati.

Il modello come tipo ideale[modifica | modifica wikitesto]

Dalle critiche sollevate al modello classico seguì la necessità di giungere ad un nuovo modello che descrivesse la Comunità internazionale in modo più completo, ma soprattutto mediante uno schema generale condiviso in cui potessero essere collocate le nuove scoperte scientifiche che sul terreno dell'uomo e della sua vita sociale potevano gettare un nuova luce sulla comprensione dei fenomeni che si manifestavano nella vita e nella politica internazionale. A questo si univa il fatto che alla fine della Seconda guerra mondiale, e per alcuni anni l'insieme degli Stati dovette assistere ad una supremazia indiscussa e totale degli Stati Uniti d'America. Questi ultimi avevano acquisito, con la costruzione e l'uso della Bomba atomica, questa posizione di vertice nella Comunità internazionale. Dal 6 agosto 1945 all'agosto 1949 gli U.S.A. furono i veri padroni del mondo. Dall'agosto 1949 anche l'Unione Sovietica riuscì a costruire la prima bomba atomica e si iniziò la fase storica delle coalizioni contrapposte (confronto internazionale bipolare): da una parte la NATO (1949) poi la SEATO e infine la CENTO tutte alleanze militari con le quali gli USA intendevano contenere e circoscrivere il potere dell'Unione Sovietica che in opposizione costituì una coalizione che fu chiamata Patto di Varsavia (1955), dalla città in cui fu sottoscritta, che raccoglieva tutti quegli Stati che condividevano il progetto comunista.

Per rompere il bipolarismo imperante, su iniziativa della Jugoslavia (Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia) di Tito si venne formando un nuovo movimento dei Paesi non allineati (1961) che alimentandosi con la decolonizzazione a poco a poco raccolse le principali forze in campo (India, Brasile e molti altri paesi). Era quindi necessario superare una visione, come quella che scaturiva dall'applicazione del modello classico di Comunità internazionale, facendo spazio alle varie novità che si era andate manifestando dalla fine della Seconda Guerra Mondiale sino alla fine degli anni '60 del XX secolo. Il quadro di riferimento filosofico e metodologico più promettente per questa impresa era quello che scaturiva dalla applicazione della metodologia di Max Weber e detta del tipo ideale[23]. Questa metodologia dall'alveo dello Storicismo di scuola tedesca si era andato diffondendo nella teoria delle Scienze sociali e negli anni coevi alla seconda guerra mondiale era stato utilizzato dagli studiosi che si riconoscevano nel movimento per l'unificazione della scienza[24]. Esso si compone di tre piani: quello dei valori, quello delle organizzazioni, quello dei dati materiali. Il modo con cui vengono collocati questi elementi di indagine e il tipo di interpretazione che li accompagna pernette agli studiosi di estrapolare qualcosa di nuovo che prima non veniva considerato.

Il piano dei valori[modifica | modifica wikitesto]

Quando si parla dei valori[25], è d'obbligo ricordare che anche in questo caso il valori possono soffrire di una forma di distorsione ideologica. Vuol dire che colui che studia il valore, talvolta anche senza coscienza, in virtù del suo status e del suo ruolo nella politica internazionale, definisce un valore come un giudizio di fatto. Tende infatti a mistificare il significato vero dello stesso per condurlo nei limiti di quello che egli intende per se stesso. Si ricordi l'esempio della Rivoluzione francese (1789-1899) la libertà per tutti i popoli intesa dai Girondini e quella praticata alla loro caduta dai Giacobini e dal Direttorio. Per questo studiosi della Sociologia della conoscenza, incominciando da Karl Mannheim[26] e proseguendo con le opere scritte da Pitirim Aleksandrovič Sorokin[27] furono pionieri che costruirono gli strumenti con cui si cerca di smascherare questa trasformazione dei giudizi di valore in giudizi di fatto. A loro si devono tutte le tecniche di analisi dei contenuti contemporanee che permettono di riportare i valori alla loro effettiva iniziare formulazione e distinguerne le derivazioni ideologiche.

Su questo piano la Comunità internazionale presenta alcuni valori preminenti. Il più conosciuto e quello della sicurezza. Ogni Stato o ente membro della Comunità internazionale si riconosce il questo valore. Lo considera determinante per orientare la sua politica estera ed impronta ad esso tutte le relazioni internazionali. Perseguire la politica della sicurezza significa per quello Stato applicare il principio romano “si vis pace para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra). In una comunità in cui solo l'utilizzo della forza garantisce la sopravvivenza e la libertà del soggetto che opera il tutto dipende dal potere diplomatico e dal potenziale militare che può mettere il campo. Il suo esercito diventa, quindi lo strumento principale per la dissuasione dei potenziali nemici. Lo stesso Stato si organizza per prevenire le eventuali forme di attacco a sorpresa e quindi favorisce e espande le forme di intelligence con le quali i servizi di informazione militare gli permettono di seguire l'evolvere della politica e l'orientamento dei governi degli altri Stati potenzialmente a lui ostili. Questo valore però non è privo di conseguenze su piano teorico. La Comunità internazionale non è solo una realtà di enti (gli Stati) e soggetti equiparati collocati sullo stesso piano. Ci sono invece degli Stati che per la loro potenza hanno il potere di essere svincolati dagli altri, oppure possono, autonomamente condizionare la vita politica e la politica estera di altri Stati. Si pensi agli USA e all'URSS prima del 1989. Il loro potere economico, militare e quindi politico prevaleva su tutti gli altri.

Da qui il delinearsi di una figura teorica definita sistema degli Stati. Con questo concetto si intende descrivere una Comunità internazionale in cui gli Stati sono sottoposti allo strapotere di uno o più stati che si trovano in questa condizione di piena libertà di azione e sotto di essi si collocano altri Stati meno forti che hanno bisogno della potenza dei primi per garantire la loro rispettiva sicurezza. Al prevalere di questo valore e alla sua realizzazione poi sono condizionate tutte le strutture interne. Nel caso di difficoltà di bilancio, la politica di risparmio non sarà mai fatta riducendo le spese militari, anzi si arriverà al paradosso che le spese militari verranno aumentate mentre si faranno tagli trasversali su tutti i servizi sociali e su tutta la società di quello Stato. Il fenomeno viene definito come la supremazia della politica estera sulla politica interna. Essa si manifesta sia per gli Stati sia per tutti gli altri operatori internazionali a cui è stata riconosciuta la soggettività.

Segue il valore della libertà, concepito nel finire del secolo XVIII come frutto delle Rivoluzioni americana e francese, è sicuramente figlio della primitiva concezione greca. Libertà per questi movimenti rivoluzionari significava che ogni popolo aveva il diritto di collocarsi in un proprio Stato indipendente e darsi le istituzioni più opportune senza ingerenza alcuna di altri Stati. Da questo momento non fu più accettato il principio che reggeva la colonizzazione in cui i sudditi d'oltremare riconoscevano la sede della loro sovranità nella madre patria. Ma venne formulata nella nuova e innovativa forma di sovranità propria che doveva incarnarsi in Stato autonomo e indipendente. Nella variante francese questa libertà fu intesa in una prima fase come libertà dalle istituzioni medievali monarchiche che riconoscevano i diritti della persona. Oltre a questo sia i Girondini sia i Giacobini propugnarono la libertà dei popoli dell'Europa dalle Monarchie assolute considerando questo come il principale scopo della rivoluzione. I popoli europei liberati in questa fase storica si istituzionalizzarono in Stati di Diritto, su modello francese[28], ma non tardarono a riconoscersi nella politica estera che applicava il modello della Ragion di Stato nella ricerca della propria sicurezza. Infatti al periodo post-rivoluzionario seguirono i moti risorgimentali e la costituzione dell'Europa delle nazioni. La nascita di questi Stati nazionali europei post-rivoluzionari non hanno superato questa politica di sicurezza. Questa fu perseguita strenuamente attraverso una politica delle alleanze e a seguito di ciò, vi furono moltissime guerre che occuparono tutto questo periodo storico sino alla fine del secolo XX. Da qui alcuni profondi studi hanno dimostrato che la libertà, anche se codificata in trattati, in Convenzioni internazionali come quella ONU sui diritti umani non vanno oltre le dichiarazioni di buona volontà. Gli Stati in questione subordinano anche al loro interno le libertà fondamentali al mantenimento del livello di potenza internazionale, anche se questo significa miseria sociale e degrado delle rispettive popolazioni.

Simile è il valore della democrazia[29]. È ormai pacifico che il valore della democrazia si realizza quasi sempre all'interno degli Stati. Praticamente minoritario è stato il pensiero che ha cercato di portare questo valore sulla base delle relazioni internazionali e in particolare nelle organizzazioni internazionali. Prima di tutto il principio del voto per “testa”, principio cardine della democrazia statale, non viene quasi mai applicato nelle organizzazioni internazionali, perché i voti che contano sono espressi dal Governo dello Stato membro senza vincoli o controlli sulla sua formulazione interna. Anche se in Assemblee come in quella generale dell'ONU esso è ponderato dal un peso diverso collegato alla numerosità della popolazione dello Stato e la sua importanza economico-strategica esso non permette di avere un voto esercitato dal singolo cittadino che abbia effetti anche a livello della stessa organizzazione. La democrazia non va oltre i confini del singolo Stato. Se poi la democrazia e solo di facciata: la manifestazione della “volontà popolare”, a livello internazionale, è una mistificazione usata dalla ragion di Stato per rendere la decisione governativa più importante, anche se in ultima istanza nessun organismo ha i poteri per la sua verifica al suo interno.

Segue il valore della “Giustizia sociale”. Ad esso si sono riferiti e si riferiscono tutti movimenti di sinistra che vogliono la promozione dell'uomo, il suo affrancamento dai bisogni primari della vita, la sua formazione e istruzione con una alimentazione decorosa. Il primo di questi strumenti è il lavoro, che si scontra con gli interessi imprenditoriali e finanziari che operano in quel contesto. A livello internazionale non esistendo né un contesto costituzionale né delle autorità che garantiscano i diritti del lavoro. Essi sono vanificati dalle azioni imprenditoriali dirette a spostare le attività produttive da uno Stato ad un altro. La delocalizzazione, nata dalla globalizzazione[30], degli impianti vanifica qualsivoglia trattativa sindacale perché il cambio di Stato muta i riferimenti sociali, giuridici e politici dello stesso. La trattativa sindacale quindi si frantuma in tanti punti di tutela quanti sono gli Stati interessati. Se lo Stato in questione è privo degli elementi sociali basilari, il trasferimento in esso della attività produttiva vanifica qualsivoglia conquista sindacale precedente. Pensare poi che gli Stati si coordino far di loro per recepire tutti assieme e quasi nelle stesso periodo di tempo le direttive che hanno redatto nelle Convenzioni e nei Trattati, come avviene all'interno dell'ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) si è dimostrata una specie di illusione. Quasi tutta l'Africa da più di 20 anni non ha recepito nessuna di queste convenzioni e la maggior parte dei paesi del terzo mondo non hanno proceduto alla loro applicazione. Questo vuol dire che le Multinazionali sono le imprese che più si avvantaggiano da questa gestione.

Accanto a questi valori c' è anche il valore della pace. Per molti secoli si pensò che l'assenza di guerra fosse la pace. Generazioni di uomini impararono a convivere con la guerra che senza ragione apparente, riappariva ogni tanto nella loro vita e mieteva le loro stesse vite e quelle dei loro cari distruggendo anche i loro averi. La guerra quindi venne considerata come una calamità naturale a cui non si poteva rimediare, mentre i maestri della politica internazionale la consideravano lo strumento principe per accrescere il potere del Sovrano e dello Stato[31]. Si deve a Immanuel Kant la prima impietosa analisi di questa situazione. Per questo filosofo lo stato di guerra non transita naturalmente in uno stato di pace, ma transita un uno stato di assenza di guerra.

Per Kant la pace è concepita come la condizione storica in cui la guerra come la conosciamo sia impossibile perché ogni singolo Stato ha riconosciuto sopra di sé una autorità superiore a cui delega la risoluzione delle controversie e nello stesso tempo rinuncia ad usare la forza per la loro soluzione. Kant spiegò che era possibile costruire una realtà internazionale in cui si concretizzasse quello che era avvenuto nello Stato di diritto. Ogni cittadino attraverso il sistema democratico, può partecipare alla formazione della volontà politica sino al livello della Autorità sovraordinata. I singoli Stati non sono distrutti o assorbiti come in un impero, ma godono di diritti costituzionalmente garantiti che ne preservano l'individualità e li fanno partecipare alla formazione della volontà ultima della autorità sopraordinata. Pace quindi è la condizione oggettiva in cui tutto questo avviene, in cui non è più necessario usare la forza e farsi le ragioni da sé. Questa nuova soggettività internazionale fu definita dopo Kant come Stato federale. In esso si raggiungono due risultati:

    • gli Stati diventano membri di una realtà statale più ampia senza la perdita di tutta la loro sovranità questa ultima essendo ripartita con la Federazione si definisce come residua rispetto al mandato costituzionale della Federazione;
    • Una Corte federale regola i rapporti fra le leggi federali fatte dagli organismi costituzionali della federazione e i singoli Stati membri, regola anche i conflitti fra gli Stati membri e fra questo ultimi e la stessa federazione.

I popoli questi stati federati, durante il processo politico, si trasformano nel popolo dello Stato federale. In esso le condizioni di uniformità e di diversità sono regolate dal diritto federale e le sue applicazioni nei singoli Stati.

Se questi sono una serie dei principali valori sui quali si orienta tutto il comportamento individuale e complessivo della Comunità internazionale, non bisogna dimenticare che le vicende dei primi anni del XXI secolo, in concomitanza con la distruzione delle Twins Towers di New York in U.S.A. (2001) hanno portato in evidenza i problemi della diversità di ispirazione che scaturisce dalla diversa fede religiosa. La fede religiosa, nell'era contemporanea, si è sempre più trasformata in un sistema di credenze che cerca di mediare una precisa idea di società e di Stato. Purtroppo come tutte le società intermedie essa si colloca all'interno dello Stato in cui i suoi membri la professano e quindi viene sottoposta alla legge della “Ragion di Stato”. Non sono lontani i tempi in cui i combattenti di Stati avversi pregavano lo stesso Dio per la sconfitta e la uccisione degli avversari. Nonostante questa difficoltà di base è ovvio che ogni religione, essendo un sistema culturale, partendo da una sua idea di giustizia tende a mediare questa sua idea con le strutture e le istituzioni dello Stato in cui è inserita.

Nella descrizione dei valori perseguiti nella Comunità internazionale è però molto importante capire in che modo le fedi religiose si rapportano con il permanere della forza come il solo strumento per la risoluzione delle controversie. I conflitti di cui quello armato (la guerra è la forma più eclatante) sono la forma di politica internazionale a cui le religioni e le autorità religiose hanno sempre tentano di opporsi cercando così di salvare le vite e i beni che in ogni guerra vengono irrimediabilmente distrutte. La forza del vincitore non è solo distruzione di tutto questo ma è una profonda azione psicologica sia verso gli individui sia verso la collettiva che ha come scopo la distruzione delle personalità e mina le regole della convivenza civile. Nella Comunità internazionale l'unica forma di reazione sino ad oggi efficace è sicuramente l'esercizio della forza militare sino all'annientamento dell'avversario.

L'analisi non può prescindere dalla posizioni che sono state delineate dalle diverse fedi religiose che nel numero di fedeli e per estensione territoriale su diversi Stati interessano il formarsi dell'atteggiamento prevalente della Comunità internazionale. L' Induismo, le cui formulazioni sono state tramandate oralmente (metà del II millennio sino a metà del I millenio a. C.) sino alla loro redazione nella forma scritta (sec. IV d. C.) presentano una concezione della guerra che tuttora è rintracciabile nelle filosofie moderne. Per l'Induismo la guerra é un evento naturale inevitabile e quindi esso viene interpretato come una parte importante della vita dell'uomo e del suo destino (saṃsāra) a cui l'uomo non può sfuggire. Il ciclo delle rinascite e delle sofferenze si può solo rompere con un insieme di vite e reincarnazioni guidate alla ascesi dell'uomo secondo i principi morali ed etici fissati dalla Divinità (Bhagavadgītā 12, 13-20). Il Buddismo (IV secolo a.C.) partendo dalla stessa concezione dell'Induismo, pone il problema non solo della vita moralmente indirizzata del credente come per l'Induismo ma lo invita, attraverso una lunga via di purificazione, a raggiungere la condizione di aimsha.

L'aimsha è una situazione complessiva in cui il credente rifiutando l'uso della violenza come strumento per il superamento della violenza posta in essere dagli altri è pronto a soffrire, personalmente nella sua carne, per far prevalere la giustizia in cui crede. Grande e mirabile è quindi su questa linea l'insegnamento di Mohandas K. Gandhi[32] che non solo ha teorizzato la non violenza ma anche i valori internazionali per cui la non violenza può diventare una corretta prassi degli Stati che nella Comunità internazionale ripudiano la guerra. L'Ebraismo, forte della promessa di Dio ai padri, non ha una teoria di ripudio della guerra.

Anzi dei libri storici della Bibbia sono narrate le imprese del popolo di Israele, che per mezzo del conflitto armato, ha ottenuto la Terra promessa. Il Cristianesimo da parte sua ha elaborato una teoria della guerra giusta, proprio per poter condannare le guerre di aggressione e giustificare le guerre di difesa. Il Papato medievale cercò di frenare le guerre di conquista ma vide naufragare la sua politica all'indomani della scoperta dell'America, per il prevalere del nuovo concetto umanista che in guerra tutto è permesso (Nicolò Machiavelli, Thomas More, Erasmo da Rotterdam,). Dal Rinascimento sino alla fine del XX secolo, questo concetto unito a quello che la guerra deve essere combattuta scientificamente si contrappose una posizione pacifista di ripudio della guerra. Questa ultima dopo la scoperta della Shoah ebraica e l'uso della Bomba atomica ha posto in modo non più ineludibile in problema del superamento della guerra come strumento per la risoluzione delle controversie internazionali. A questa posizione sono collegati i vari pensatori che hanno profuso le loro migliori energie contro la guerra. L' Islam, da parte sua, aderisce alla concezione della inevitabilità della guerra., Però nel Sacro Corano si trovano solo riferimenti al concetto di guerra concepita come guerra di difesa e per il reintegro delle precedenti situazioni. Nelle sue Sure non si fa menzione di guerra di aggressione (Il Corano 2, 190-195, 22, 39-41).

A questa esposizione manca però una ricostruzione che diventa doverosa. Se partiamo dal fatto che le religioni (in quanto fenomeni sociali) sono delle realtà che hanno una loro parabola di vita, per cui alcune religioni antiche si sono estinte, e altre successive si sono insediate nella cultura del mondo esse presentano però dei caratteri comuni, che specialmente in quelle a più lunga longevità, vengono accentuati. Queste religioni riconoscono a Dio la creazione del Mondo e anche dell'uomo, con la sua duplice natura di essere emanazione di Dio ma anche incline al male. Nella vita di ogni uomo o donna ci sono azioni buone e azioni cattive, perché, ammessa la sua libertà di scelta, è certa la sua grande difficoltà nel distinguerle e nel definire il perimetro del male nella sua esistenza. Tutte le Religioni poi, per mezzo delle loro tradizioni, ricordano come Dio abbia fatto un nuovo patto con l'umanità dopo il Diluvio universale dove persone scelte da lui erano state preservate dalla morte per fondare una nuova umanità.

Il patto conteneva due precetti che tuttora sono presenti in tutte le Religioni: riconoscere Dio come il Dio creatore da parte dell' uomo e a lui rendere il culto dovuto e non praticare la uccisione degli altri uomini. Questo ultimo precetto diventa poi nelle tradizioni delle varie Religioni il cardine che ci interessa ai fini della presente esposizione. Si tratta di un precetto assoluto che esclude anche la sua superabilità nel caso della guerra e che viene ribadito in tutti i sacri testi delle varie religioni. Per l'Ebraismo e per il Cristianesimo esso è contenuto nei Comandamenti. Per l'Induismo nonostante l'interpretazione della guerra, come stato di impossibilità di scelta del singolo, esso espone nei precetti da attuare nel praticare la pace e la non violenza (Bhagavadgītā 12, 13-20). Il Buddismo accentando il suo impegno missionario esplicito per il resto del Mondo, dopo il Congresso in Sri Lanka (1950), indicò come uno dei punti principali della predicazione il combattere il fanatismo e la guerra. Due sono le risultanze di questa esposizione. Per le religioni del Libro (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) la pace per il genere umano è dono di Dio e accompagna la venuta del Regno di Dio. Per la realizzazione di questo risultato storico, gli uomini sono invitati a porre in essere tutti gli sforzi spirituali e materiali far in modo che Dio realizzi questa sua promessa. Indipendentemente dalla fede nella venuta del Messia che caratterizza l'Ebraismo, oppure la realizzazione del Regno di Dio per il Cristianesimo, questa prospettiva di libertà e di fede è contenuta nei Profeti a cui tutte le tre Religioni danno una grande importanza perché sono una testimonianza sul potere dei credenti di operare per la realizzazione di un ordinamento del mondo senza guerra (Isaia 2,4; Michea 4,1-3; Zaccaria 9,9-10, Osea 2,20).

Se si aggiunge, poi, la concezione che tutti gli uomini sono fra loro fratelli diventa inevitabile costruire una nuova impostazione della Comunità internazionale sul fondamento la pace. Nessuna religione ha a suo fondamento la dottrina dell'odio e non può praticare la politica della morte e della distruzione. In conclusione deve essere evidenziato il fatto che sia per il bene sia per il male la religione e le sue istituzioni non possono essere al servizio dello Stato. Purtroppo dall'Impero di Costantino per l'occidente sino alla fine del XX secolo, innumerevoli sono stati i tentativi, talvolta riusciti altre volte no, in cui il potere politico ha ottenuto l'appoggio incondizionato delle istituzioni religiose. In questo caso la religione interessata è stata, sicuramente, asservita alla Ragion di Stato, ha perso la sua vocazione universale e ha tradito la sua vocazione principale di portare avanti l'affermazione della pace fra gli uomini. Questo fenomeno non è stato solo relegato all'Europa e alla Civiltà occidentale, ma ha interessato tutti i continenti e tutte le altre religioni. Si pensi al Buddismo giapponese[33], che fu costretto a giustificare i soldati di quella religione coinvolti dallo Stato nipponico nella seconda guerra mondiale. Eppure l'India ha dato un grande esempio di buon governo dopo la conversione del Re Asoka al Buddismo. Nessuna Religione si può arrogare il diritto di essere migliore di un'altra. Ciascuna è un sentiero che ogni uomo deve avere il diritto di percorrere in piena libertà. Ciascuna fede è una porta verso la felicità eterna promessa all' uomo da Dio. Al potere politico altro non rimane che rispettare e proteggere la sua libertà. Tutte le forme di asservimento dei valori religiosi e delle credenze, come avviene per i fondamentalismi sono da considerarsi la negazione della libertà religiosa e i primi nemici della ricerca della pace nella comunità internazionale.

Il piano delle organizzazioni[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni successivi alla seconda guerra mondiale, gli studiosi, anche per reagire ad una etnografia semplicistica, pensarono che fosse possibile collocare su questo piano tutti i soggetti internazionali classificandoli in ragione delle loro specificità: appartenenza ad un dato continente, per uguaglianza di regime politico, per grado di sviluppo economico. Il tutto prendeva forma di un grande atlante in cui si scorrevano le varie fotografie. Si deve a Raymond Aron e alla sua scuola il mutare l'approccio alla Comunità internazionale nella prospettiva organizzativa. Il punto di partenza si colloca nel modo di porsi rispetto alla realtà considerandone la sua totalità come un insieme, piccolo o grande, dei soggetti che lo compongono. La Comunità internazionale deve essere concepita come una società. In quanto prodotto umano deve essere studiata scomponendo i dati di organizzazione sociale e poi, dopo l'analisi deve essere ricomposta in modelli parziali o locali (teoria sociologiche del medio-raggio[34], per poter giungere alla scoperta di sistemi sociali-culturali esistenti che si sviluppano nel tempo all'interno di essa.

Il primo e più importante apporto fu ottenuto con il ritornare alla metodologia seguita da Émile Durkheim[35] alla fine del XIX secolo per la Francia, al fine di scoprire quale fosse la divisione sociale del lavoro” esistente. A questa analisi praticata da antropologi, sociologi ed economisti si palesò un mondo divisi in tre grandi sfere:

    • i paesi guida con a capo gli Stati uniti d'America,
    • i paesi economicamente avanzati,
    • i paesi affetti dal sottosviluppo cronico.

A questa analisi economica si accompagnò la diagnosi demografica. Dopo i primi tentennamenti, risultò chiaro che la popolazione mondiale era condizionata pesantemente dal luogo geografico in cui la comunità umana studiata era collocata. Come in tutte le ere storiche in cui era manifestata la possibilità economica di soddisfare le esigenze primarie della vita, anche nella nostra, esistevano le grandi ingiustizie e le grandi diseguaglianze. Ad una minoranza di persone che potevano permettersi lo spreco (economia dei consumi), localizzate nei paesi con il più forte sviluppo economico, si univa tutto il resto del mondo in cui questi popoli soffrivano la fame. Furono poi gli studiosi della politica internazionale che scoprirono che questa era una società priva di un potere regolatore ed in pratica governata dall'uso della forza con la quale si manifestava la difesa come la sopraffazione. Ci si trovò di fronte ad una società, che nonostante l'esperienza devastante di due guerre mondiali e la mediazione dell'ONU, non era riuscita ad elaborare una strategia pacificatrice tale da ridurre i conflitti.

Bisogna ricordare che proprio gli studiosi, che nella seconda guerra mondiale si erano spesi per la sconfitta del disegno dittatoriale e razzista del Nazi-Fascismo, Jean Monnet[36], James March, Herbert Simon[37]), Robert M. McIver[38] si deve lo sforzo di analisi sia organizzativo sia teorico per arrivare a delle forme di studio e di applicazione di nuove forme organizzative dei soggetti internazionali dirette e superare questo stato violento della Comunità internazionale. Si parte da fatto che ciascun Stato, o qualsivoglia forma di organizzazione internazionale, nascono da processi convergenti di istituzionalizzazione che permettono di conquistare il consenso dei cittadini che in essi, in quanto Stato, sono compresi.

Lo stesso deve avvenire per un preciso scopo enunciato e condiviso per la costruzione delle Organizzazioni internazionali che devono, a loro volta, superare gli ostacoli esistenti, in un preciso periodo storico, nella Comunità internazionale. Si deve a Jean Monnet e a Mario Albertini, sicuramente maestri del Federalismo come Altiero Spinelli, l'aver provato a costruire delle istituzioni internazionali che nel porre in comune delle risorse utili a diversi Stati che ne hanno poi condizionato gli sviluppi futuri, facendo sperimentare a questi stessi una strada di non ritorno che però aveva un precisa direzione quella di giungere alla costruzione di uno Stato federale in cui questi soggetti dovevano venir compresi e garantiti da una precisa definizione costituzionale dei loro ruoli. Nello stesso tempo i popoli diventano un solo popolo, superando le divisioni in tante unità contrapposte, si trasformavano in una sola comunità di destino[39]. Da qui, la teoria di molti studiosi delle relazioni internazionali (Georges Bourdeau[40], Angelo P. Sereni[41]) che sono giunti a classificare queste istituzioni secondo lo 'scopo': organizzazioni internazionali funzionali oppure organizzazioni a scopo universale come l'ONU. La nuova situazione che si venne a delineare fu che alla novità delle Organizzazione internazionali già descritta nel modello classico si veniva ad aggiungere una nuova prospettiva che era la ragione di esistenza delle stesse. Per l'ONU, fu chiaro che lo scopo espresso nella sua carta costitutiva, di favorire la pace e contenere la guerra, la poneva quale testimone di una coscienza confederale del Mondo la quale si proponeva come obbiettivo ultimo l' 'unificazione politica del genere umano in un solo Stato federale mondiale'.

Questo sogno che nasceva dal patrimonio della resistenza al Nazi-Fascismo, diretto ad contrastare e a sconfiggere il disegno di un impero razziale mondiale, ha trovato però molti ostacoli nella sua strada per progredire sia nella fine del XX secolo sia nei primi anni del XXI secolo. Dall'altra parte il moltiplicarsi delle organizzazioni funzionali, oggi trasformate in agenzie dell'ONU., non hanno risolto questo problema. Si deve alla acutezza di Jean Monnet, l'introduzione in questo quadro di un nuovo elemento che ha cambiato il quadro di riferimento. Prima si ragionava solo sulle organizzazioni internazionali mondiali. Dopo Monnet si incominciò a pensare che fosse possibile costruire delle organizzazioni internazionali su base regionale. Si deve a Robert Schuman di cui Jean Monnet era collaboratore l'aver introdotto nella politica estera tre elementi innovativi nella costruzione delle nuove organizzazioni internazionali:

    • la dimensione regionale di partenza, aperta per il futuro ad un suo allargamento oltre le possibili dimensioni che si presentano al momento del progetto;
    • la ricerca di un terreno o più terreni di indispensabile collaborazione nella prospettiva di crescita economica e sociale dei popoli e degli Stati interessati;
    • la gestione in comune di questa nuova forma organizzativa.

A Schuman si deve anche l'enunciazione chiara e pubblica dello scopo per il quale tutto questo veniva fatto: raggiungere la costruzione di uno Stato federale europeo. Abbiamo quindi visto che su questo piano si collocano le forme di organizzazione fra gli Stati, ma anche i processi politici fondativi per nuove realtà istituzionali. Il voler unificare in un solo Stato federale, attraverso il metodo democratico, più Stati pone le basi per la delineazione di quello che oggi è definito il metodo fondativo federale. Percorrendo questa strada si potrebbe giungere ad una forma può ordinata di soggetti che essendo in numero più ridotto, alla fine del processo, potrebbero facilitare lo sviluppo dell'ONU. Su questa ultima organizzazione internazionale dobbiamo dire che il primo decennio del XXI secolo ci ha fatto toccare con mano come sia necessario raggiungere questa sua trasformazione. Ad essa aspirano diverse coalizioni di volonterosi (Alleanza per le democrazie, il gruppo per la riforma dell'ONU, grandi personalità quali i premi Nobel e il compianto Papa Giovanni Paolo II[42]), al suo interno si sono manifestati i primi semi di speranza perché il metodo di fondazione federale si instauri anche nelle procedure e nella stessa ONU.

Se da un lato l'accento si sposta nell'esaminare gli obbiettivi generalisti del progetto organizzativo seguito dal secondo dopoguerra dagli Stati, dall'altro lato si deve dire che due tendenze allora appena accennate sono state responsabili dello sviluppo di una nuova forma di organizzazione sul piano economico. Per la sua importanza non possiamo dire che essa non condizioni le linee della politica estera in particolare quando gli Stati o un insieme di Stati è coinvolto in una guerra. Se riflettiamo sul principio, sostenuto già dai Mercantilisti, che un commercio libero e aperto a tutti non sarebbe stato di danno agli Stati e alle loro economie, si può comprendere come con due grandi trattati di organizzazione del commercio internazionale sia il Kennedy Round (1964-1967) e l'Uruguay Round (1986-1994)[43] si sia giunti all'accordo di Marrakech 15 aprile 1994 con il quale non solo sono stati liberalizzati quasi tutti i filoni di interesse economico ma si è data vita ad una nuova organizzazione internazionale funzionale per l'economia in ambito ONU che ha il compito di seguire, promuovere, regolare i vari flussi commerciali ed economici fra quasi tutti gli Stati aderenti denominata OMC (Organizzazione mondiale del commercio).

A questo salto di qualità dell'economia internazionale si sono posti anche delle voci critiche che non rifiutando questo nuovo stato di cose mirano però a far riflettere la Comunità internazionale sulla diseguaglianza che vi è posta alla base[44]. Oggi la Comunità internazionale ha diverse istituzioni nate dagli accordi post-bellici della Conferenza di Bretton Woods: la Banca Mondiale (BM) (1945), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) (1946) oggi la OMC (1994) per citare le più importanti, anche queste stesse agenzie specializzate dell'ONU. Tutto questo proliferare di organizzazioni economiche non ha ancora permesso la costruzione di una moneta mondiale. Nonostante la proposta della Cina del 2010 la Comunità internazionale si basa solo per alcune transazioni sul diritti speciali di prelievo (media ponderata delle monete più forti del mondo) la quale penalizza inevitabilmente le monete dei paesi in via di sviluppo e rende più onerosi i prestiti che queste istituzioni economiche mondiali concedono a questi stessi paesi. Si deve a Muhamad Yunus[45] la formulazione della economia in forma più ampia di quella che oggi persegue il profitto come obbiettivo fondamentale della attività economica raggiunto nel tempo più breve possibile. Secondo Yunus, se si allarga la concezione teorica dell'economia, anche alle attività che tendono a sviluppare la cooperazione e la solidarietà riportando quale rientro solo il capitale esposto, l'economia del futuro riuscirà al uscire dal ciclo che tende a schiacciare le economie deboli e quelle dei paesi sottosviluppati permettendo a loro di imboccare una linea di crescita e di sviluppo.

Lo stesso Joseph Stigliz, critico sulla finanza creativa, a cui si deve la crisi mondiale che attanaglia la comunità internazionale dall'anno 2008, ci ha spiegato che non si può creare una economia fittizia che non abbia rapporti con le innovazioni e il miglioramento della qualità della vita. Il profitto per il profitto, poggiato sulla economia d carta, è destinato a crollare e purtroppo trascina nel suo vortice anche l'economia reale e le sue più solide realizzazioni. In ultimo si deve tenere presente che ILO nonostante i suoi sforzi non è andata oltre le decisioni non vincolanti per gli Stati, lasciando i lavoratori di ogni parte del mondo in balia degli imprenditori e del quadro giuridico dello Stato nazionale in cui si trovano ad operare. Da tutto questo ritorna, l'interrogativo che già Lionel Robbins si pose durante la seconda guerra mondiale: come era possibile democratizzare i processi economici senza cadere, da un lato, nella barbarie del capitalismo delle origini, in cui la guerra economica fra lavoratori e imprenditori era la norma, e dalla altra parte non cadere nella pianificazione dell'economia comunista con tutto quello che portava con sé. Robbins rispose a questa domanda provando che il coordinamento economico fra Stati era una illusione.

Nessuno Stato di propria volontà avrebbe acconsentito ad una limitazione del suo potere per allineare la sua economia al livello degli altri Stati membri coordinati (in questo si lesse una critica di questo autore al progetto dei Bretton Woods). Ma anche pensare che le relazioni economiche potessero, anche se incanalate in organizzazioni economiche internazionali compensarsi, sul piano internazionale, e rendersi più vicine fra di loro, fu da lui criticato per il semplice fatto che l'aspetto politico che regge e governa questi fenomeni non veniva considerato. Secondo Robbins se si doveva andare su una nuova economia, di scala, in cui fosse possibile raggiungere nuovi obbiettivi di qualità di vita e di produzione industriale si doveva inserire il processo economico internazionale nel contesto di un processo diretto a costruire uno Stato federale fra gli Stati interessati[46]. Il processo dell'integrazione europea da 1950 ad oggi, non ancora concluso, è un esempio di quello che auspicava questo autore e tutti i padri dell'Europa, coraggiosi costruttori di questa linea.

Per ritornare ora al piano esaminato, le organizzazioni internazionali quando vengono costruite hanno, anche se non dichiarato uno scopo finale ben preciso. Se gli organi di cui sono composti e a cui sono delegati i poteri dagli Stati aderenti sono 'subordinati ad essi vuol dire che lo scopo finale sarà una organizzazione internazionale finale in cui prevarranno le logiche del singolo Stato e la regola della diplomazia. Tutte le soluzioni comuni apparterranno alla soluzione del minimo comune multiplo e dovranno essere approvate all'unanimità. Queste organizzazioni sono classificate nella categorie delle organizzazioni 'confederali. Basta citare alcune frasi che Alexander Hamilton scrisse nel Federalist, per capire che qualsivoglia forma di coordinamento è destinata al fallimento. La quasi totalità delle Organizzazioni internazionali sono state costruite su questa linea di pensiero, ad essa appartiene la stessa ONU. Infatti se l'ONU vuole usare la forza contro un suo membro, colpevole di aver violato una disposizione coercitiva o una risoluzione del suo Consiglio di Sicurezza, deve rivolgersi agli Stati membri e far approntare una forza militare pluristatale per intervenire militarmente. Il guaio più importante è che questo stato delle cose non esclude l'uso della forza da parte dei consociati per tutelare le loro ragioni. La storia della ONU è costellata di fatti in cui un suo membro, senza neppure richiedere la sua mediazione iniziale, ha iniziato una guerra contro un altro Stato membro. Proprio questo fatto, per il quale non è stata attribuita la titolarità e l'uso esclusivo della forza nel diritto internazionale all'ONU, impedisce che la sua azione, in questi casi, possa essere efficace.

Per le organizzazione economiche di cui abbiamo parlato prima, questo coordinamento porta inevitabilmente ad una egemonia latente delle grandi potenze, talvolta di quelle che sono ascritte agli Stati fondatori. Si pensi allo sgancio del dollaro dalla parità con l'oro. Gli Stati Uniti d'America, titolari del dollaro, in questo modo sono riusciti per decenni a mantenere una egemonia e a introdurre una liquidità della loro moneta basata sulla potenza della loro economia e della trasformazione di essa nella carta moneta. Non essendoci un punto chiaro di riferimento tutto divenne possibile. La crisi dei mutui surprime, iniziata negli Stati Uniti d'America, a cui si lega la grande crisi economica iniziata 2008 ha anche questa radice. Da qui la richiesta della Cina di trasformare i Diritti speciali di prelievo' del Fondo Monetario Internazionale in una vera moneta mondiale, simile all'euro.

Proprio dalla moneta si può capire che c' è una seconda linea per costituire le organizzazioni internazionali sicuramente diversa da questa illustrata. Si può pensare di voler costruire un vero Stato internazionale che sia composto dagli Stati membri. Questo Stato altro non può essere che uno 'Stato federale. Facciamo alcune considerazioni: la moneta non esiste senza lo politica monetaria che la sorregge. La politica monetaria altro non è che una parte piccola della politica economica complessiva che un Governo pone in essere. Un Governo non esiste senza una maggioranza che lo sorregga, sempre che non si tratti di una dittatura che si regge sulla forza e il terrore. Una maggioranza, se vuole durare nel tempo, è composta dai partiti e dal voto democratico a maggioranza che li ha scelti. Se questo processo è normale nel conteso dello Stato di diritto, vuol dire che la forma democratica, che con la colonizzazione venne estesa anche a tutte le loro ex colonie, si estese anche a questi Stati nel momento in cui divennero indipendenti. Se poi una parte di loro non mantenne la democrazia (si pensi ai paesi indipendenti del Medioriente) questo non esclude che altri lo siano e abbiamo mantenuto questa forma di governo. Esempio è l'India, paese con una popolazione che si aggira oggi sul miliardo di persone, costituita in Stato federale dal 1948, nonostante le vicende più o meno lineari, dal secondo dopoguerra oggi mantiene una democrazia che si può definire la più grande del Mondo.

Poiché gli Stati europei, titolari di questo passato storico, sono degli 'Stati nazionali anche le ex-colonie, in buon numero, sono Stati nazionali, quasi tutti Stati chiusi, che dividono la loro popolazione da quella dei vicini, a cui talvolta sia per la lingua, sia per l'etnia, sia per la cultura non sono diversi. L'Africa è un esempio di queste difficili realtà. Se si vuole andare oltre questi limiti e si accetta la lezione che nasce dalla Rivoluzione americana, conclusasi con la realizzazione dello Stato federale egli Stati Uniti d'America, si devono affrontare i problemi posti dagli Stati nazionali promuovendo delle organizzazioni internazionali in cui essi possano diventare membri e vengano coinvolti in processi di costruzione di Stati federali. Da qui la diversità dello scopo e pure la diversità della linea di politica internazionale che si deve seguire. L'esempio più importante è sicuramente la dichiarazione di Robert Schuman (9 maggio 1950) nella quale si propose agli Stati che intendevano costruire la Comunità europea di predisporre un meccanismo internazionale in cui l'organizzazione sia nel tempo destinataria di parti della 'sovranità statale che la avrebbe esercitata, dal momento della sua costituzione, secondo un metodo comune democratico al posto degli Stati membri. Incominciando dal carbone e dall'acciaio e poi passando per l'energia atomica, le Comunità europee furono un nuovo esempio di Organizzazione internazionale in cui le attribuzioni proprie venivano esclusivamente assegnate agli organi comunitari. Gli organi di quelle organizzazioni, quindi, erano titolari di una sovranità nuova che si attuava imponendosi direttamente a tutti i consociati nello stesso modo indipendentemente dallo Stato in cui essi risiedevano. Gli organi della Organizzazione internazionale erano quindi superiori a quelli degli Stati membri, i quali erano subordinati alla organizzazione internazionale. In più la scelta di settori strategici spingevano e spingono gli Stati membri a trasformarsi in Stati federati subordinati alla Stato federale in cui dovrà trasformarsi la stessa organizzazione internazionale.

Si pensi che dal 1957 i Trattati di Roma e le loro modifiche hanno progressivamente incamerate le funzioni per la gestione di tre libertà fondamentali: la libertà di circolazione delle merci, dei capitali, dei brevetti, delle persone. La ricerca di una Costituzione altro non è che dare un fondamento costituzionale alla moneta (l'Euro) e far in modo che l'attuale Unione Europea, erede delle Comunità europee, si trasformi sempre di più in uno Stato federale.

Per diversi anni gli studiosi avevano criticato questa impostazione asserendo che nel caso della Unione europea c'era la contiguità territoriale. Il tempo ha dimostrato che questa ipotesi è vera solo in parte, perché sono membri di questa organizzazione internazionale nuova e atipica anche realtà che non hanno la contiguità territoriale. Si pensi alla Groenlandia legata alla Danimarca, alle isole come la Reunion, la Guadalupe, Martinica ecc.) che hanno dato prova di sé integrandosi completamente nella Unione.

Concludendo si può dire che esiste oggi una continuità che passa dalle Organizzazioni internazionali funzionali a quelle che ponendosi obbiettivi molto più ampi si riferiscono a territori molto più limitati. Il filo rosso che le unisce deve essere l'obbiettivo di costruire una realtà politico-giuridica in cui il principale scopo sia quello di render impossibile la guerra, ossia di fare in modo che diventi impossibile risolvere le controversie fra gli Stati membri con l'uso delle armi. Ad esse si deve sostituire la politica in senso primario, basata su un solo popolo scaturito da quelli degli Stati membri. La vita comune deve essere quella di tutte le democrazie incanalate in istituzioni comuni alle quali anche appartiene una forma di giustizia che con l'apparato coercitivo sia diretto a punire gli abusi che in tutti i corpi sociali si manifestano.

Questo aspetto che gli studiosi definiscono quello di 'costituzionalità è quello che segna lo spartiacque fra il mondo della diplomazia e del Diritto internazionale e un mondo basato su processi di costituzionalizzazione di queste realtà plurietniche, pluristatali, pluricontinenali. Come ci ha insegnato Robert Alan Dahl[47] questa condizione contiene in sé un qualcosa di inconoscibile ma sicuramente è una situazione istituzionale del tutto nuova rispetto a quella da cui derivano i singoli Stati. In essa sono contenute le novità e le potenzialità di vita migliore che tutte le comunità vogliono costruire con un atto costituente. Questa è la frontiera del nostro mondo e una prospettiva storica per il futuro nel contesto della Comunità internazionale.

Il piano dei dati materiali[modifica | modifica wikitesto]

Su questo piano vengono collocati due tipi di dati: quelli geografici e quelli socio-culturali. I dati geografici sono stati per lungo tempo considerati superflui. Alcuni studiosi pensavano che la loro influenza fosse limitata e marginale. Poi di fronte a fatti eclatanti come la sconfitta dell'esercito napoleonico in Russia nell'inverno del 1812 e quella di Hitler nell'inverno del 1943 si pensò che questo assunto era sbagliato. I dati territoriali (conformazione del terreno, sviluppo della rete fluviale, presenza o meno di montagne, del mare, esistenza di strade e di città, esistenza di risorse utili allo sviluppo energetico e economico, temperature e clima diverso da quello temperato) sono tutti dati che influiscono sulla comunità umana che vive su quel territorio e di cui se ne deve tenere conto. Per evidenziare l'impatto che questi fatti naturali hanno sulla storia si devono ricordare alcuni fatti conosciuti da pochi che provano questo assunto. Il primo riguarda la coltivazione della Hevea brasiliensis volgarmente chiamato l’Albero della gomma. Poco prima del 1875, questa pianta scoperta in Brasile pochi decenni prima, fu portata dagli Inglesi in India, Ceylon e Singapore: in pochi anni la Malesia, allora colonia britannica, divenne il primo produttore del lattice di questa pianta che andò a costituire la materia prima necessaria per costruire le camere d'aria e i copertoni delle ruote di ogni veicolo a motore. In momenti successivi divenne anche materia prima per tutti gli altri prodotti in gomma di uso quotidiano.

A quel tempo non erano ancora stati progettati e costruiti gli elastrometi e i polimeri derivati alla lavorazione del petrolio che dopo la seconda guerra mondiale divennero la materia prima per la produzione delle gomme. Essendo la Malesia il primo produttore, divenne il principale obbiettivo di conquista assieme alla Indonesia, allora colonia olandese, produttrice di petrolio, dell'Impero del Giappone. Coevo al 7 dicembre 1941, il giorno in cui il Giappone attaccò Pearl Harbor, si intensificò una operazione aereo-navale che condusse il pochi mesi alla conquista di tutta la Indocina, la Malesia e l'Indonesia con la sconfitta delle forze presenti di Francia (quelle non ai comandi del governo di Petain), Olanda e Inghilterra. Queste ultime erano in prevalenza truppe indiane di stanza in Malesia. La perdita della materia prima per fare le gomme colpì terribilmente le forze alleate. Fu a questo punto che, oltre alla realizzazione della gomma sintetica attraverso la nuova vucanizzazione i geografi e i botanici suggerirono di incrementare le piantagioni di alberi della gomma del Brasile. L'accordo militare della metà del 1942 tra Brasile e Stati Uniti mise fine ai tentennamenti di quello Stato e favorì il disegno di una alleanza militare strategica Stati Uniti-Brasile che andò ad includere anche queste piantagioni. Di una cosa i botanici non si erano accorti: in Malesia le piogge giornaliere, che dilavano gli alberi della gomma, avvengono alle prime luci dell'alba per circa un paio d'ore.

Nello ore successive le piante si asciugano ed il lattice che è raccolto in barattolini appesi al tronco, è privo di acqua e può essere lavorato senza operazioni preliminari di disidratazione. In Brasile avviene invece che la pioggia si manifesta, per ragioni climatiche proprie della sua giungla, nel centro della giornata prima di mezzogiorno. Il lattice veniva raccolto, come ancora oggi avviene, mescolato con l'acqua piovana nei vari barattolini che vengono appesi al tronco. Questo volle dire, allora, che il lattice per essere utilizzato doveva essere sottoposto ad un costoso e lungo processo di disidratazione. Per questo i comandi alleati decisero di modificare la loro strategia e incominciare una campagna di riconquista della Malesia e delle isole dell'Indonesia collegata ad un preciso disegno di accerchiamento del Giappone nelle sue isole. Questa fu la ragione del cambio di strategia nella guerra del Pacifico dal 1942 al 1945.

Partendo dalla Birmania ancora in mani Britanniche si sviluppò la campagna diretta a rendere nuovamente le forze alleate autosufficienti nell'approvvigionamento del lattice con cui costruire le gomme di tutti i mezzi militari alleati anche se le industrie chimiche statunitensi proprio in quel periodo riuscirono a produrre i primi copertoni da trazione unendo gli elastrometi di para con i polimeri di origine dal petrolio. Questo prova, in quale modo la necessità di materie prime per sopravvivere possa incidere e cambiare una linea strategica di guerra ed imporre immani sacrifici a dei popoli che invece se avessero trovato la soluzione in Brasile avrebbe avuto un andamento diverso e sicuramente meno luttuoso. Bisogna ricordare che sino alla pace del 1945 fu sempre necessario combattere i Giapponesi, i cui focolai di resistenza non furono mai sconfitti in modo definitivo, anche se l'esercito regolare era stato costretto a ritirarsi da quelle terre. Alcuni anni, dopo la pace, venivano ancora identificati soldati giapponesi che soli nella giungla credevano ancora di essere in guerra e questo era un pericolo per la ripresa delle attività produttive di quelle regioni.

Un altro esempio importante è quello dovuto alla azione dell' uomo che modifica la natura dei luoghi e produce una trasformazione dell'ambiente sicuramente molto più negativa di quella preesistente. Tutti ricordano il Lago d'Aral, specchio d'acqua situato all'incrocio tra Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan. Il lago presentava, prima degli anni '50 del XX secolo 3.300 km quadrati di superficie, era molto pescoso ed era l'unico bacino di acqua dolce della regione. Nella storia geologica della terra il mare primitivo che unificava Mediterraneo, Mar Nero, Mar Caspio e Lago d'Aral si era frantumato lasciando questo bacino endoerico al centro di un deserto che lo distanziava di circa 2.000 chilometri dal Mar Caspio. Il lago aveva solo due emissari che nascendo dal massiccio del Pamir (versante di nord-ovest) lo rifornivano dell'acqua di cui era composto. Il suo consumo avveniva per evaporazione. Il suo compito fu quello per millenni di fermare il deserto e di rendere possibile la nascita di città sulla sua riva in cui era possibile vivere come la città di Aralsk. Sotto Stalin e dopo di lui nei primi anni dopo il 1950, l'URSS di allora decise di trasformare il deserto un un distesa di piantagioni di cotone e a questi scopo utilizzò l'immissario di sinistra il Amu Darya per alimentare un canale artificiale navigabile che dai piedi del Pamir attraversando il deserto di sud-ovest porta l'acqua di questo fiume nel Mar Caspio.

Durante la sua costruzione furono impiantate le piantagioni del Turkmenistan che venivano irrigate con la sua acqua. Si calcola che l'opera ciclopica di 1375 km, costruito dagli uomini sotto da direzione di Grigory Voropayev, abbia tolto al lago l'equivalente di 13 km cubi di acqua all' anno. L'immissario di destra il Syr Darya, essendo già stato dotato di un canale alla fine dell' XIX secolo, fu in quegli anni ampliato perché potesse sviluppare la stessa irrigazione per il deserto del Uzbekistan e del Kazakistan, trasformando il deserto alla destra di questo fiume in una immensa piantagione di cotone, prima di sboccare anche lui nel lago. La sua portata risultò irrisoria. Il lago per decenni incominciò a rimpiccolirsi per giungere, alla soglia del 2000, la condizione di un immenso acquitrino, le cui pozze progressivamente scomparivano sottoterra per lasciare posto alla sabbia del deserto. I pesci morirono, le imbarcazioni diventarono dei rottami adagiati sul terreno, il porto e la città di Aralsk divenne un cimitero all'aria aperta. La cosa più grave fu la trasformazione climatica della zona con l'instaurarsi del clima tipico del deserto centrale, sfavorevole ad ogni forma di vita.

Per rimediare a queste cose le tre repubbliche autonome e indipendenti, nate dalla disgregazione dell'URSS, decisero di comune accordo di costruire un canale che partendo dal Caspio, dopo la desalinificazione dell'acqua portasse l'acqua di questo mare all'Aral. Con un finanziamento della Banca Mondiale che durerà sino al 2015 si cercherà di ampliare la ricostruzione del piccolo Aral una parte minuscola del lago che comprenderà anche il Porto di Aralsk. Sembra che sia la profondità, sia il ripopolamento delle varie specie di pesci stiano riconducendo la zona ad una parvenza di normalità. Rimane il fatto che l'alveo del grande Aral, sul quale si estendeva il vecchio lago, oggi è una gran parte depressione secca e sabbiosa, al suo centro rimane la base militare dell' isola di Vozrozdenie che non essendo più circondata dall'acqua è diventata raggiungibile senza alcuna difficoltà con notevoli problemi legati alla sicurezza per chi fu incaricato di custodire le armi chimiche che il quella base erano state prodotte e provate. Dal fondo del lago i vari concessionari continuano, ancora oggi, ad estrarre il gas naturale, la cui individuazione risale agli ultimi decenni de secolo XX.

Questa digressione storica prova molto bene i limiti della azione umana sul territorio e sui risultati sicuramente diversi e opposti a quelli che i primi realizzatori volevano raggiungere. I problemi economici di oggi, l'innalzamento della temperatura di base del pianeta sono ancora una prova di quanto l'attività umana possa trasformare distruggendo il fragile equilibrio che la storia della terra ha costruito. Si affida, quindi alla Geografia la raccolta sistematica di questi dati per una corretta descrizione del territorio e della comunità umana che vi è insediata al fine di poterla studiare in modo corretto.

I dati socio-culturali che vengono raccolti e collocati su questo piano sono stati identificati dallo sviluppo delle scienze dell' uomo della seconda metà del XX secolo. La comunità umana è praticamente identica dal punto di vista antropologico-fisico su tutta la faccia della terra. Questo dato contestato prima del '900 per mancanza di prove scientifiche a favore, oggi si basa su pochi ma rilevanti dati: un Adapide di 47 milioni di anni scoperto nella Cava di Messel (Germania) prova che c' è stata una evoluzione che ha portato questi animali verso gli Ominidi e da questi ai Primati, ramo degli esseri a cui noi apparteniamo. Con la scoperta di Lucy lo scheletro della Rift Valley (Africa) che è datato di 3,2 milioni di anni abbiamo la prova che l'evoluzione dell'uomo è culminata con l’uomo sapiens la cui biologia e antropologia fisica è uguale per tutto il pianeta esclusi piccoli caratteri secondari. La decodificazione del DNA (anno 2000) ha permesso di capire che la vita sul nostro pianeta ha la stessa origine. Le forme diverse con cui si manifesta non escludono questa matrice unitaria. Le varie sequenze del genoma umano hanno permesso di comprendere meglio il funzionamento del corpo umano e delle sue fragilità nella natura in cui è inserito. La medicina, da tutto questo, ha ricavato e sviluppato diagnosi e cure valide per tutto il genere umano che, per la loro stessa natura, sono lo strumento più utile per combattere le epidemie e le pandemie che tuttora colpiscono il nostro pianeta.

Se ci soffermiamo, poi, sui rapporti che l'opera dell'uomo genera sul territorio, in quello che oggi si chiama l’ambiente, ci ha fa scoprire quali trasformazioni sono dovute alla sua attività. Diverse di queste, se non guidate da un occhio attento a preservare le qualità di questo, può produrre gravi danni e talvolta irreversibili. A tutti è noto lo sviluppo economico e industriale della Cina di questi ultimi anni, egualmente fa notizia ogni anno, nei primi mesi, quando la temperatura e l'umidità sono più presenti sul territorio, la densa nebbia che avvolge Pechino[48] e la regione attorno alla capitale. Negli anni tra il 2007 e il 2013 le rilevazioni dei mesi di gennaio e febbraio hanno accertato che la nebbia si estende su di un territorio 30 volte più grande dell'Italia. La nebbia impedisce al sole di far passare la sua luce, non è consigliabile respirarla perché contiene polveri sottili e residui della combustione del carbone. Si tratta degli sfridi della lavorazione legata al ciclo di produzione di energia e della lavorazione siderurgica, la quale viene generata usando grandi centrali a carbone che unite alle ciminiere industriali e agli altoforni riempono l'atmosfera delle loro pericolose emissioni.

Le comunità umane poi, si sono distinte dalle altre forme di vita per la presenza e la interiorizzazione della cultura. Pierre Teilhard de Chardin[49] definì questo fenomeno come l' affermarsi della noosfera ossia della sfera in cui sono collocati tutti i significati riconoscibili dall'uomo. Come esiste una biosfera su tutta la superficie della terra, così si può dire che esiste anche una noosfera. Uno dei quesiti che si pose (siamo alla fine della seconda guerra mondiale) era se le varie culture, come quelle storiche che si erano trasformate in grandi civiltà come la egiziana, la sumera, la ittita, la indiana ecc., potessero essere comprese dai contemporanei e se le stesse potessero essere a loro volta linfa viva di rinnovamento per la società. Gli studi di Antropologia culturale e di Sociologia degli anni fra il 1950-1970. In quegli anni fu importante l'influenza della Antropologia culturale ed in particolare dei suoi grandi maestri americani. Una delle più importanti scoperte degli anni cinquanta fu il comprendere che gli strumenti della ricerca culturale potevano essere usati per studiare le società contemporanee in cui lo studioso viveva. Alfred L. Kroeber dimostrò che molti dei costrutti culturali che noi utilizziamo per la nostra vita arrivano da lontano e provano che la cultura si tramanda di generazione in generazione[50]. Molti studiosi dopo di lui hanno dimostrato che un sistema culturale, quale egli sia, presenta tre proprietà: 'comunicabilità, trasmissibilità, condivisibilità'.

La cultura è comunicabile perché, superata la barriera della lingua con la quale è espressa, è comprensibile a tutti e collocabile nel contesto storico che le è proprio. È trasmissibile perché sino a quando sopravvive essa tende a produrre un sistema sociale, o sistemi sociali su cui si appoggia. Si trasmette alle nuove generazioni che la rinnovato e la arricchiscono. È, infine, condivisibile, perché anche se una persona è nata e ha vissuto in un sistema culturale diverso può abbracciare questa cultura e far parte di essa anche da protagonista. Ne sono la prova i famosi diari dei soldati dell'esercito americano, riscoperti in questi anni, che vennero a contatto con la cultura indiana e la abbracciarono, trasformandosi loro stessi in indiani. Tornati all' est, dalle terre dell'ovest dopo vari anni, ritornarono quello che erano senza tradire la conoscenza scoperta con il contatto con gli indiani d'America. Questo fenomeno complesso è stato definito acculturazione (assumere e condividere una cultura che non è propria) e integrazione nel nuovo sistema sociale. Oggi chi vuole entrare nella conoscenza della lingua straniera viene insegnato che deve anche imparare a conoscere ed amare la società che usa quella lingua. Abbiamo scoperto da allora che ogni sistema sociale, di per se stesso ha una cultura e per questo tende a generare un sistema culturale in cui il sistema sociale vive. Dalla interazione di entrambi si forma quello che è definito il modello di vita. Questo processo è un processo di acculturazione. Se poi, per amore o per altre ragioni, la persona in questione sceglie di viverci, ecco che si integra. Questa scelta non fa perdere la cultura di origine ma l'ha arricchisce. Il fenomeno delle emigrazioni, per diventare favorevole e riuscire, chiede che ci siano dei canali istituzionali che favoriscono questi processi. L'ostacolarli non fa altro che peggiorare le qualità socio-politiche di una società entro la quale questi processi si manifestano. Ci sono ancora da ricordare i sistemi sociali che per loro natura non sono unici non sono esclusivi ed esistono accanto ad altri come alle strutture sociali non ancora costituite come sistema. Questi fenomeni che interessano la Sociologia contemporanea sono diretti a studiare le costellazioni di strutture sociali.

Il futuro della comprensione di questi fenomeni passa oggi di qui. Fenomeni come la 'globalizzazione' pongono interrogativi sulla interazione dei sistemi sociali ed economici, sulla inadeguatezza delle strutture sociali corrispondenti ed interrogano la politica e le forze che la esprimono sui nuovi orizzonti che i vari popoli e rispettivi Stati devono perseguire. Pensiamo per un momento che il fenomeno produttivo oggi (2013), anche se è a macchia di leopardo, interessa diversi continenti: Europa, Asia, Oceania, America del sud e del nord. Possiamo capire da questo che i problemi politici, giuridici e sociali della globalizzazione interessano i due terzi degli Stati della Comunità internazionale. Se ci chiediamo quali sono le istituzioni politiche che possono governare questo fenomeno, ammesso il ruolo del' ONU, si vede chiaramente che il potere politico effettivo, oggi, è diviso in 30 Stati sovrani e diversi.

Quindi dalla mancanza della presenta di una autorità politica unitaria manca anche la possibilità di una efficace azione di governo. Nella scienze sociali questo fenomeno fu definito 'anomia'[51] caratterizzato da una non corrispondenza fra le forze socio-economiche presenti nella società e le istituzioni del secondo piano già descritte. Diventa quindi necessario anche a livello della Comunità internazionale sviluppare delle politiche di innovazione che facciano comunicare, di nuovo, le società con le istituzioni per la realizzazione dei valori. Nello studio di questo flusso dinamico si può accertare lo stato di salute della Comunità internazionale. In ultimo questi processi non possono più essere affidati alla sola diplomazia, quasi sempre segreta, ma devono essere incardinati in istituzioni democratiche in cui i popoli e la loro rappresentanza politica si possano esprimere. Si pone così il problema della autorità internazionale democraticamente eletta e controllata che oggi ancora non esiste in seno all' ONU. Questo piano, che nel modello weberiano è sempre stato collocato all'ultimo, è la fornace delle trasformazioni sulle quali bisogna soffermarsi se vogliamo che tutta la descrizione della Comunità internazionale sia reale e vera.

Verso un modello combinato[modifica | modifica wikitesto]

Le criticità[modifica | modifica wikitesto]

L'applicazione del secondo modello ha aumentato la nostra conoscenza della Comunità internazionale. In particolare, dalle descrizioni generiche precedenti alla seconda guerra mondiale, si passò ad una conoscenza sistematica della Comunità e degli Stati che la componevano. Se oggi rileggiamo i Year on Rewiev editi dall'ONU dagli anni '50 in poi, si comprende come il 'principio di interdeterminazione' valga anche per le scienze politico-sociali. Da una linea di descrizione politico-sociale di tutto il Mondo, l'ONU è passata progressivamente ad una descrizione puntuale di settori, intendendo questi come il campo in cui operano le organizzazione specializzate collocate al suo interno. Questo spiega come da una osservazione larga ma inevitabilmente superficiale si sia passati, per la comprensione dei fenomeni concreti, ad una descrizione pregnante riducendo il campo di osservazione. Anche la Comunità internazionale non poteva essere descritta tutta assieme ma doveva essere rappresentata come un insieme di descrizioni puntuali contestualizzate in un quadro di osservazione più limitato. Questo atteggiamento empirico condusse gli studiosi a capire che la delimitazione del campo di ricerca rendeva più profonda la conoscenza delle variabili dei tre piani di cui abbiamo scritto. Lo svilupparsi degli studi sia sulle organizzazioni industriali, sia sui settori di produzione, sia sulla politica di peace keeping, per parlare solo di alcuni dei più noti campi in cui l'ONU negli ultimi anni è stata molto impegnata, hanno cambiato di nostro modo di descrivere e di capire la Comunità internazionale, permettendoci di investigare su aspetti che in precedenza erano stati trascurati.

Egualmente è avvenuto per la necessità di 'ridurre la dimensione ideologica degli studi di questi settori'. Bisogna ricordare che la la prospettiva soggettiva, di cui abbiamo scritto, è inevitabile nell'analisi della Comunità internazionale. È importante a questo proposito ricordare un fatto avvenuto negli anni '60 del secolo passato. In piena decolonizzazione, i paesi occidentali erano usciti, da poco, dalla ricostruzione postbellica. Allora nessuno parlava della condizioni di fame che si presentavano endemiche e diffusissime in quasi tutti i paesi coloniali come in quelli che avevano ottenuto da poco la libertà. Fu la Chiesa[52] di allora, nella sua lungimiranza, a sollevare il problema che veniva ben illustrato da tutte le missioni religiose presenti in quei luoghi. Attraverso l'azione dei suoi movimenti, non necessariamente composti di ecclesiastici e non solo limitati ai Cattolici essendo il fare su questi problemi sentito e presente a tutte le Confessioni cristiane, rafforzati anche dalla spinta del Concilio Vaticano II, si sviluppò una azione profonda di promozione per spingere il Mondo ad una consapevolezza che tuttora perdura. È doveroso ricordare che questi movimenti non si limitarono soltanto alla denuncia, ma coinvolsero tutte le altre Chiese cristiane in collaborazioni stabili che miravano a migliorare le condizioni di vita di quelle popolazioni al punto da coinvolgere anche le altre Religioni diverse dal Cristianesimo. Da questa azione promossa dal mondo occidentale si passò, quasi contemporaneamente ad un impegno organico di queste associazioni nei vari paesi colpiti dalla fame. La riduzione di questo fenomeno è stata, anche, un risultato raggiunto per mezzo delle opere di questi movimenti.

Questo fatto ci insegna che se noi risaliamo alle visioni ideologiche dell'epoca: da una parte c' erano gli studiosi e i politici di scuola marxista che sostenevano che era necessaria una rivoluzione proletaria delle popolazioni sottosviluppate, dall'altra quelli inclini a sostenere il capitalismo e che ritenevano solo necessario elargire delle regalie in denaro lasciando immutato lo stato di partenza delle cose. A distanza di pochi anni dall'inizio di quei movimenti fu chiaro a tutti che una rivoluzione, come veniva auspicata, sarebbe stata una guerra civile con la distruzione di quella società e in peggioramento ulteriore delle condizioni di vita della popolazione. Un esempio su questo assunto lo è la storia dei conflitti perpetuatisi nel Congo dalla fine della Seconda guerra mondiale sino a primi anni del secolo XXI. Dall'altra, tutti gli scandali di distrazione dei fondi diretti alla cooperazione internazionale, sia in sede ONU, sia in sede di associazioni fra Stati, ci ha provato ancora in questi ultimi anni, come sia impossibile far giungere i fondi donati a queste popolazioni perché una volta arrivati allo Stato beneficiario, gli stessi vanno ad incrementare il patrimonio di altolocati personaggi di quei paesi. Dove, invece, le Associazioni, poi alcune diventate ONG (Organizzazioni non governative), hanno operato a stretto contatto con le popolazioni martoriate, si è visto, anno per anno, cambiare le condizioni di vita. Altri uomini, a poco a poco e dopo poco tempo, vedendo quello che si era realizzato in quel luogo, impararono e vollero replicarlo anche a casa loro. Oggi molte delle realizzazioni locali di promozione umana che si sono radicate in India, America Latina, Africa hanno questa storia alle spalle[53].

Questo modo di operare non parte da una posizione intellettuale, ma si sviluppa dalla constatazione dei fatti concreti e dalla osservazione delle difficoltà della gente per poi prendere corpo di un progetto concreto e diretto di promozione umana. Questo ci pare un buon esempio di superamento delle posizioni ideologiche di cui oggi la Comunità internazionale ha bisogno[54]. Questa digressione prova come lo studioso, in questi casi, essendo portatore di valori propri, inevitabilmente, sviluppa una visione ideologica. Questa ultima deve essere corretta se si vuole raggiungere una validità scientifica della analisi. Importanti sono state le critiche che la Scuola di Francoforte ha sviluppato verso tutte le scienze sociali e che hanno favorito la nascita di una corposa Sociologia della conoscenza la quale aiuta gli studiosi a liberarsi da questi condizionamenti ideologici.[55].

È pure importante ricordare come una situazione così complessa richiedesse l'identificazione di 'variabili chiave' utili alla descrizione dei fenomeni e dei meccanismi di causalità che le azionano. Con il termine variabili chiave si indicano fattori semplici o complessi che causano trasformazioni permanenti nell'assetto che si sta esaminando e produttivi di conseguenze future. Come esempio di questa situazione si può ipotizzare il fatto che uno Stato scelga liberamente di non più usare l'energia atomica per produrre l'energia elettrica, sempre che ne abbia la possibilità e possieda la tecnologia. Dopo un certo periodo di tempo la produzione dei KW annuali non riuscirà più a soddisfare la domanda di energia dell'apparato industriale e anche aumentando le centrali tradizionali si verrà a produrre una diminuzione del tasso di sviluppo di quello Stato. Questa scelta è una variabile chiave perché la sua definizione e configurazione produce conseguenze che per molti anni condizioneranno l'apparato produttivo di quella società e le politiche economiche perseguite da quello Stato.

L'interdisciplinarità[modifica | modifica wikitesto]

L'accettare una prospettiva di studio analitica e ristretta ha posto un ulteriore necessità che lo studio di quei fenomeni sia 'interdisciplinare'. Facciamo un esempio a spiegazione di questa esigenza. Se si intende studiare una area circoscritta, come un insieme di Stati, per analizzare un problema che si ritiene di una certa importanza come l'industrializzazione di quell'area, non può essere affrontata se non attraverso la visione che ne hanno diverse scienze, alcune lontane, talvolta dal campo di studio di quelle che vi sono impegnate e che tipicamente aiutano l'analisi politica internazionale. Infatti quello che sembrerebbe uno studio tipicamente economico, diverta, anche, uno studio socio-antropologico, specialmente se pone a fuoco le dinamiche dalla emigrazione interna che sposta masse di persone, ad esempio, dalle loro sedi rurali per raggiungere il posto di lavoro legato agli insediamenti industriali urbani o collocati nelle vicinanze delle grandi città. Ci sono poi dei casi più complessi che richiedono un numero di coinvolgimenti maggiore. Prendiamo il caso del Congo, in particolare, della regione del Katanga in cui si estrae il Coltan. Per chi non avesse chiaro a cosa serva questo minerale basta dire che oggi serve per realizzare i più avanzati computer dal lato dell'hardware.

Da questo la necessità di approvvigionarsi con acquisti che passano anche sulla testa delle attività governative, le quali, negli ultimi anni non riuscendo a disciplinare l'esportazione del minerale, intrapresero la linea di proibirne l'estrazione, favorendo la nascita di bande di commercianti, talvolta composte di stessi soldati dell'esercito regolare. Tutte le guerre dell'ultimo periodo del Congo sono state motivate dalla volontà di impadronirsi di questi giacimenti e di poter esercitare di fatto un monopolio sulla loro estrazione effettuata a mano da persone improvvisate, e contrabbandare, verso le frontiere dei paesi vicini, in cui non esiste controllo alla sua commercializzazione, il minerale grezzo per venderlo alle grandi industrie produttrici di componenti elettronici.[56] In questo caso vediamo che ci sono competenze fisiche e chimiche, informatiche, sociologiche e strategiche collegate a quelle politico-giuridiche e di diritto internazionale. Il tutto viene necessario per la comprensione e lo studio del fenomeno, anche se questo ultimo richiede pure degli interventi mirati come una valutazione politica che si proponga di superare la totale illegalità di questa estrazione.

Sulla interdisciplinarità necessaria è importante ricordare come alcune scienze abbiano migliorato l'uso dei loro strumenti di investigazione anche usando strumenti di altre scienze. Cito le scienze strategiche che dalla seconda guerra mondiale hanno sviluppato una loro scientificità diretta a preparare, fronteggiare e vincere una eventuale e futura guerra. Sia negli Stati Uniti che il Europa divenne chiaro che un piano strategico di difesa non poteva essere approntato e funzionare se non c' era il coinvolgimento delle economie e della industrializzazione degli Stati coinvolti. Però, a differenza della pianificazione del Program for Victory elaborato dagli Alleati durante la Seconda guerra mondiale, questa condizione non poteva essere mantenuta senza far in modo che le rispettive economie fossero mantenute economie di pace e non trasformate in economie di guerra.

Da qui la necessità delle economie industriali di usare lo strumento della pianificazione industriale e di mediare la produzione di armamenti con quella dei beni e servizi utili alla vita civile. L'URSS che non riuscì a fare la stessa operazione, si trovò di fronte alla crisi nata dallo scoppio della Rivoluzione tecnico-scientifica (1968-75)[57] e invece di assecondare quelle forze si impegnò nella loro repressione (invasione della Cecoslovacchia 1968). Le vicende che seguirono con la caduta del muro di Berlino (1989) sino alla disgregazione dell'URSS sono una prova di una mancanza di duttilità di quel sistema a rispondere alle sfide che esso intravedeva.[58]

Le scienze politico-internazionali impararono, quindi, da tutti questi fatti storici la necessità di una maggiore integrazione con le altre scienze di settore e un maggiore interscambio delle metodologie approntate da altre scienze cooperanti nella analisi dei campi di studio. sociologiche e strategiche collegate a quelle politico-giuridiche e di diritto internazionale. Il tutto viene necessario per la comprensione e lo studio del fenomeno, anche se questo ultimo richiede pure degli interventi mirati come una valutazione politica che si proponga di superare la totale illegalità di questa estrazione.

I modelli matematici[modifica | modifica wikitesto]

Se questo coinvolge le scienze nessuna esclusa, a maggior ragione ci dobbiamo chiedere dove si collochino le matematiche o se volgiamo la Matematica. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, in ragione della necessità di governare dei macro-processi economici, demografici e strategici si decise di sviluppare una forma di descrizione matematica dei fenomeni studiati.[59] Come la matematica ha permesso la pianificazione della vittoria degli Alleati, così progressivamente si è introdotta nelle varie scienze descrivendo i fatti sottoposti a studio e permettendo delle simulazioni per il loro governo. Appartengono a questi primi tentativi la descrizione del ciclo economico,[60], lo studio della domanda e dell'offerta che hanno portato allo sviluppo di quella che oggi chiamiamo l'Econometria. Sul un altro versante, tutti gli Stati, hanno incominciato a sviluppare delle forme di controllo della propria economia, implementando i metodi di rilevazione statistica, di analisi della loro opinione pubblica, e raccolto una quantità ingente di dati che con le opportune elaborazioni hanno permesso il formarsi di una immagine della economia internazionale e delle sue criticità.

A queste fonti statistiche hanno attinto il FMI e lo stesso ONU. Con lo svilupparsi della industrializzazione nel terzo mondo si è venuto a sviluppare anche un insieme di modelli matematici che intendono descrivere la salute del nostro pianeta e sono a sostegno della nuova coscienza ecologica contemporanea. Oggi esistono modelli matematici per il governo degli investimenti e per misurarne la redditività, per misurare il rendimento degli impianti, per rendere più remunerativa, per le Compagnie assicurative, le assicurazioni. A questo insieme di tecniche e metodiche, le quali tendono a rendere astratti i fenomeni studiati nella realtà, devono essere aggiunte le nuove tecniche del web che permettono in pochi secondi di conoscere o comunicare con il resto del mondo. Con lo svilupparsi, recentemente della Grid computing nel WEB, si sono implementate delle funzioni in tempo reale che permettono all'utente individuale, se membro di una comunità di ricerca, di decidere quanta potenza di calcolo ha bisogno e di definirla sulla rete anche se questa richiede l'uso di computer molto distanti fra di loro. Alla fine del lavoro, lo stesso soggetto, oggi, può affidate i suoi risultati ad un altro collega che in ore diverse dalle sue continui il suo lavoro. Il tutto è assistito da una potenza di calcolo non solo dispersa sulla rete ma moltiplicata da server dedicati e da super-computer. Infine si sono formate delle possibilità virtuali di immagazzinare i dati che, oltre ai giganteschi server in cui possono essere conservati i dati oggi, permettono una impensabile forma di calcolo che in precedenza era strozzata dalla criticità dell'hardware.

La previsione[modifica | modifica wikitesto]

Affrontare le criticità, studiare con metodo interdisciplinare il campo scelto, utilizzare se possibile dei modelli matematici sono diventati gli strumenti contemporanei mediante i quali si affrontano i problemi della Comunità internazionale contemporanea. Partendo dal modello della matrice input-output delineato da Wassily Leontief circa nel 1966, si è cercato di replicare questo metodo per cercare di realizzare uno strumento matematico che permetta di capire e di spiegare alcuni dei macrofenomeni presenti nella Comunità internazionale. Appartengono a questi i problemi di inflazione, la perdita di valore degli investimenti internazionali, la circolazione della divisa e dei problemi di cambio fra le varie monete. Tutti temi caldi contemporanei. Una scienza abbastanza recente la Futurologia ha permesso lo sviluppo di strumenti atti a prevedere, nel breve e nel medio periodo, i risultati di premesse esistenti nel presente. Un esempio di questa forma di sapere è contenuta nel libro di Herman Kahn[61] nel quale si affronta la possibile evoluzione delle forme di governo della Comunità internazionale.

Il libro scritto nel 1968, ha permesso a distanza di più di quattro decenni di verificare la validità delle previsioni e del metodo applicato. Nella Comunità internazionale rimane sempre valida la parte scientifico-matematica, ma non si può escludere che la parte politica e quelle di scelta di destino e di prospettiva siano molto più importanti per le sorti di tutta l'umanità. Una curiosità può essere ricordata. Nel libro predetto non si prevedeva la dissoluzione dell'URSS e il ritorno alla condizione di superpotenza unica degli Stati Uniti d'America. Le ragioni sono ovvie: si possono prevedere, normalmente, i fatti che appartengono alla normale evoluzione delle cose. La ripresa della Russia, dopo la dissoluzione dell'URSS ha sicuramente bilanciato il governo del Sistema degli Stati, ma ha lasciato ampio margine di manovra alla politica della guerra preventiva seguita da George W. Bush prima dell'avvento di Barack Obama. Con questo secondo Presidente si è ripreso il disegno di promuovere nel Sistema degli Stati una governance multipolare che intende coinvolgere tutti gli Stati e li vuole sottoporre al governo del Consiglio di Sicurezza dell'ONU specialmente per quanto riguarda la risoluzione delle controversie. Il lavoro di Herman Kahn non arrivò a prevedere questi avvenimenti.

Questo ci spiega come la riflessione filosofica non possa essere sostituita. Solo in questo contesto gli strumenti ausiliari di conoscenza diventano fruttuosi. Il 'modello combinato' è quello che unisce queste disparate esigenze, le quali vengono identificate dalla riflessione scientifica, con la strada che la Comunità internazionale intende percorrere. Si richiede quindi, a tutti gli operatori internazionali, di perseguire una visione della Comunità internazionale che presenta, solo in questo modo, una sua coerenza. Le ultime indicazioni, che prendono suggerimento dai metodi futurologici, tendono, isolato il campo di studio, a trasformare il discorso descrittivo in uno studio del settore scelto della Comunità internazionale che viene trasformato in una matrice in cui, dopo una disamina di carattere concettuale atta ad identificare quelle che sono le variabili chiave, queste vengono collocate in una colonna che è intersecata dai tre piani formando una colonna composta di tre caselle. Dopo vari anni di uso questo metodo è andato estendendo le caselle di ogni piano moltiplicando le colonne in cui venivano posizionate tutte le variabili identificate. Se poi in metodo matematico, applicato ad un fenomeno economico con la interpolazione mediante il metodo dei minimi quadrati, non è sufficiente ad interpretare il fenomeno studiato, esso deve essere sottoposto alla analisi congetturale che non può mai essere sostituita dalla formule. Vorrei ricordare che Jürgen Habermas nella sua Logica delle scienze sociali (1970)[62], oltre allo sviluppo per la Sociologia della conoscenza, ha dato un contributo molto importante allo sviluppo della epistemologia perché ha associato la teoria delle variabili chiave alla prospettiva temporale.

L'introduzione della variabile tempo[modifica | modifica wikitesto]

La introduzione della variabile tempo ricongiunge il modello logico-matematico con la prospettiva storica. Inevitabile diventa un confronto con le filosofie della storia per comprendere quali sono gli sviluppi attesi e le possibilità di conoscenza. Se ad un primo approccio la filosofia in questione spiegò che le costruzioni umane (Stati, popoli, culture ecc.) sono sottoposte alla possibilità di scomparire, come hanno la possibilità di originarsi in comunità umane che prima erano differentemente organizzate[63], dall'altra parte ricordo come questo accadimento non poteva essere interpretato come una grande disgrazia. Infatti l'avvicendamento delle costruzioni umane dipende sempre dalla risposta che le comunità interessate sono capaci di dare al manifestarsi della esigenza. Studiosi posteriori come Gian Battista Vico[64] ed Georg W. F. Hegel[65] ci hanno ricordato che il meccanismo è ciclico, per cui, a condizioni materiali uguali è facile che si riproducano condizioni simili. Da questo si osserva nell'analisi storica al ritorno di condizioni preesistenti che appartengono al passato di quella comunità o Stato che si sta studiando. Si deve ad Arnold Toynbee[66] l'aver chiarificato i vari sistemi con cui le varie comunità hanno risposto, bene o male, alle esigenze che poneva loro la storia. Anche in questa riflessione molto più recente il problema è sempre di riconoscere lo schema di azione dinamico fra stimolo e risposta.

Ossia quali siano le sfide che sono poste alla comunità in osservazione in quel preciso periodo storico e con quali risposte, con quali sacrifici ed impegno anche politico la comunità interessata intende rispondere. La filosofia della storia, quindi, ci pone di fronte al problema che diventa una sfida alla Comunità, come quella della crisi mondiale attuale (2008-2013). La soluzione si trova solo negli scopi e nel metodo che la stessa, dal suo interno, saprà attuare per percorrere un cammino di crescita e di soluzione dei problemi. Questa lezione non è sconosciuta: nel secolo XIV Ibn Khaldun[67], affrontando i problemi economici del suo tempo, che noi oggi potremmo definire come di economia internazionale e rapporti con quelle che sono le economie interne dei vari Stati, aveva formulata questa stessa interpretazione. Anche oggi per inserire una prospettiva proficua nel modello della Comunità internazionale bisogna partire da che tipo di Comunità si vuole costruire e che tipo di governance bisogna realizzare sia nel breve che nel medio periodo. Da qui, se partiamo dal modello della matrice, essa si scompone in varie matrici tanti quanti sono gli attimi di tempo che si vogliono esaminare. Poi, essendo la storia presente in tutti i fatti dell'uomo, è sicuro che una parte di esse devono descrivere la storia di questa realtà in cui agiscono le variabile chiave (Stati, Insieme di Stati, regioni, la Comunità internazionale nella sua totalità) per poi affrontare con proiezione breve e media le possibilità previsionali.

La logica o meglio la visione di queste direzioni di sviluppo della Comunità internazionale si possono solo sintetizzare, partendo da questi dati anche se molto controllati, facendo degli esperimenti mentali, come fece il precursore di questo metodo Immanuel Kant rispetto alla Comunità internazionale del suo tempo[68], per vedere quali delle proposte in campo potevano essere più favorevoli per una sviluppo della Comunità internazionale. Questo spiega perché l'ONU e le altre Organizzazioni internazionali producano molti rapporti annuali su vari campi. Oggi, le prospettive future sono sintetizzate in rispettivi 'libri verdi', collocati in internet, al fine di sottoporli alla attenzione dell'opinione pubblica che si occupa di queste proposte migliorative. Da questo lavoro comune degli analisti, dei cittadini impegnati sul terreno della politica internazionale, dal pensiero filosofico degli studiosi, dalle stesse forze politiche nazionali e internazionali si forma l'immagine contemporanea e poi le prospettive per il futuro. Questa attività è la forma con cui si vengono a proporre le attuali immagini neocostruttive della Comunità Internazionale contemporanea.[69].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr. la voce "Comunità internazionale" sull'Enciclopedia Treccani.
  2. ^ cfr. in Bibliografia n. 10.
  3. ^ Sheila L. Ager, Interstate Arbitrations in the Greek World, 337-90 B.C. (Hellenistic Culture and Society) [First Edition], 0520081625, 9780520081628 University of California Press 1997,
  4. ^ Si veda sul tema in bibliografia n. 69
  5. ^ La Rivoluzione agraria fa parte della storia del Neolitico.
  6. ^ È lo stesso Parlamento europeo allora designato, oggi eletto a suffragio universale
  7. ^ Ora denominata Corte di giustizia dell'Unione Europea.
  8. ^ La formula sintetica per indicare questa nuova realtà costituzionale rimane sempre gli Stati Uniti d'Europa promossa perseguita dalla Unione dei Federalisti Europei
  9. ^ Rimane sempre valido il libro di Meineke cfr. in bibliografia il n. 26. Per gli antecedenti indiani cfr. n. 6 e per la cultura cinese conf. n. 35 nella nota bibliografica. Per il pensiero federalista cfr. Mario Albertini n. 65
  10. ^ Così si chiamano i federalisti che si sono impegnati nel Movimento federalista Europe (MFE -UEF) per realizzare questo obbiettivo. La scuola federalista hamiltoniana é una sua corrente.
  11. ^ cfr. in bibliografia n. 51
  12. ^ Cfr. nella bibliografia n. 56
  13. ^ Cfr. nella bibliografia n. 13
  14. ^ Cfr. nella bibliografia n. 14
  15. ^ Cfr. nella bibliografia nn. 58 e 40.
  16. ^ Thomas M. Franck, The Gentle Civilizer of Nations: The Rise and Fall of International Law 1870-1960, 0521820138, 9780521820134, 9780511020612 Cambridge University Press 2002.
  17. ^ importante sul questo tema sono alcuni capitoli di Q. Wrigth cfr. n. 70 nel quali delinea il percorso americano alla proposta della SDN.
  18. ^ Si cfr nella bibliografia in nn. 6, 19, 31, 35, 42, 72.
  19. ^ cfr. n. 59.
  20. ^ Cfr. n. 34.
  21. ^ cfr. sul punto in bibliografia nn. 37 e 77.
  22. ^ Cfr. Politica I, 4.5
  23. ^ Su tema esiste una vasta letteratura. Qui citiamo solo i classici che hanno influenzato lo sviluppo di questa riflessione e precisamente in bibliografia i nn. 28, 29, 31, 36, 50, 55, 62, 64, 67 vol. 2, 68, 74.
  24. ^ Cfr. in bibliografia n. 62
  25. ^ cfr. Valore (scienze sociali)
  26. ^ cfr. in bibliografia n. 27
  27. ^ cfr. in bibliografia n. 61 e 62
  28. ^ Sui Diritti dell'uomo e la sua affermazione in questo periodo storico cfr. in bibliografia nn. 26, 28, 32, 41, 52, 65.
  29. ^ Charlotte Ku, Harold K. Jacobson, Democratic Accountability and the Use of Force in International Law, 0521807476, 9780521807470, 9780511063879, 0521002079 Cambridge University Press, 2003
  30. ^ Cft. su questo punto in bibliografia n. 25
  31. ^ Cft. su questo punto in bibliografia nn. 6, 50, 51, 70, 79
  32. ^ Una pregevole antologia dei suoi scritti su tutti i temi e in particolare su questi trattati e sulle relazioni internazionali é contenuta nel testo in bibliografia al n. 2.
  33. ^ Come abbiamo ricordato durante i preparativi della guerra o durante il corso di una guerra combattuta lo Stato certa di accentrare e di compattare tutte le sue risorse. Questa avvenne anche per il Giappone, in quel periodo in cui era impegnato nella guerra sul territorio cinese. Dopo Pearl Harbour divenne inevitabile cercare di ridurre alla (Shintoismo#Shintoismo di Stato Religione Shintoista) le altre religioni e carcerare gli oppositori ad disegno militarista del Governo (Soka Gakkai )
  34. ^ Su questo tema, molto importante per questi studi, sono essenziali gli insegnamenti di Robert King Merton cfr in bibliografia n.75
  35. ^ cfr. in bibliografia n. 18
  36. ^ Si tratta dell'inventore del metodo di pianificazione generalizzata che durante la Seconda guerra mondiale fu usato dagli Stati Uniti per trasformare il suo apparato produttivo nell'opificio bellico del Mondo cfr. su questo tema Monnet Jean: Cittadino d' Europa, Milano, Rusconi, 1978.
  37. ^ cfr. in bibliografia n. 48
  38. ^ Si tratta del primo studioso che ha promosso le analisi dei processi mediante i quali una società si istituzionalizza prendendo la forma dello Stato nazionale e costituendo le basi della sua forma costituzionale. Cfr. in bibliografia n. 41
  39. ^ Su processo costituente rimangono dei classici i volumi citati di Robert Dahl cfr. in bibliografia nn. 52, 73
  40. ^ cfr. in bibliografia n. 76
  41. ^ cfr. in bibliografia n. 49
  42. ^ Cfr. in bibliografia nn. 5, 15-17, 33, 38, 39
  43. ^ Cfr. su queste trattative di liberalizzazione General Agreement on Tariffs and Trade
  44. ^ cfr. la posizione di Stigliz n. 25
  45. ^ Sul tema si cfr. n. 45
  46. ^ cfr. su questa discussione in bibliografia nn. 22, 37, 51, 54, 76, 77
  47. ^ cfr. in bibliografia nn. 52, 73.
  48. ^ Il Nome ufficiale della città in cinese è: Beijing che significa Capitale del nord.
  49. ^ cfr. in bibliografia n. 24
  50. ^ cfr. in bibliografia n. 3 e 4
  51. ^ cfr. su questo tema in bibliografia il n. 75
  52. ^ Con il termine Chiesa intendiamio riferirci a tutte le confessioni cristiane
  53. ^ Su questi temi esiste una vasta bibliografia che non può essere riportata in questa nota. A prova della sua importanza ci citano alcune prese di posizione della Chiesa nelle persone dei loro Pontefici citate in bibliografia cfr. n.33, 38, 39.
  54. ^ Su questo tema rimane ineguagliabile la descrizione dei problemi da superare e il modo di approccio agli stessi contenuti nel libro di Muhamad Yunius cfr. in bibliografia n. 45. Islamico, nato in India, con studi negli Stati Uniti, volle elaborare, partendo dal suo popolo, un nuovo modello di economia basata sul superamento del profitto.
  55. ^ Su questo tema rimane importante l'insegnamento di Jurgen Habermas sulla metologia. Cfr. in bibliografia i classici che trattano questo tema e precedono Habermas nn. 27, 36, 61 vol. 2, 62, 75.
  56. ^ Su questa incidenza della guerra cfr. in bibliografia n. 47.
  57. ^ sul tema conf. Rivoluzione digitale.
  58. ^ cfr. su questo punto Storia dell'Unione Sovietica (1985-1991).
  59. ^ Ricordo che si deve a Vilfredo Pareto (1848-1923) i primi pionieristici tentativi di introdurre la descrizione matematica in Economia e Sociologia.
  60. ^ cfr. in bibliografia n. 53
  61. ^ Cfr. in bibliografia n. 1
  62. ^ cfr. in bibliografia n. 36
  63. ^ Classico è il riferimento a S. Agostino cfr. in bibliografia n. 9
  64. ^ cfr. in bibliografia n. 59
  65. ^ cfr. in bibliografia n. 34
  66. ^ cfr. in bibliografia n. 71
  67. ^ cfr. in bibliografia n. 42
  68. ^ ci riferiamo alla stesura del Per la pace perpetua che può essere considerato il primo antesignano di questi esperimenti mentali.
  69. ^ cfr. n. 46 e 55 in bibliografia i libri di Mazzei

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • L'Anno 2000: la scienza di oggi presenta il mondo di domani. / Herman Kann; edizione italiana a cura di Gerolamo Fiori e Rodolfo Jannaccone. - Milano: Il Saggiatore di Alberto Mondadori. - 1968
  • Antiche come le montagne [1963] / Mohandas Karamchand Gandhi; traduzione di Lucia Pini Maccia; a cura di Sarvepalli Radhakerishnan. - Milano: Edizioni di Comunità. - 1979
  • Antropologia strutturale [1958] / Claude Levi-Strauss; traduzione di Paolo Caruso. - Milano: Il Saggiatore di Alberto Mondadori. - 2009
  • Anthropology Today: international symposium on Anthropology: an encyclopedic inventory prepared under the chairmansphip of Alfred L. Kroeber: New York 1952 / Edited by Alfred L. Kroeber. - Chicago: Chicago Universisty Press. - 1953
  • Apocalisse: la profezia di Papa Wojtyla / a cura di Mario Tosatti e Franca Giansoldati. - Casale Monferrato: Edizioni Piemme. - 2003
  • Arthashastra [IV secolo a.C.]. / Kautilya; traslated by R. Shamasastry. - Bangalore: Government Press. - 1915
  • Bhagavad-Gita: Il canto del Glorioso Signore [II secolo a.C.]. -Edizione italiana a cura di Stefano Piano – Cinisello Balsamo: Edizioni San Paolo. - 1994
  • Bibliografia del Federalismo europeo: 1776-1984. / Riccardo Marena, Alberto Butteri, Vito Console. - Milano: Franco Angeli. - 1987-1989, 2 voll.
  • La Città di Dio. / Augustinus Aurelius (Sanctus). - Roma: Città nuova editrice. - 2006
  • Comunità e società [1912]. / Ferdinand Tönnies; Introduzione di Renato Treves; traduzione di Giorgio Giordano. - Milano: Edizioni di Comunità. - 1979
  • Il coraggio del dialogo: quando da diversità è forza. / A. Kamal Aboulmagd; presentazione di Kofi Annan. - Milano: Università Bocconi. - 2002
  • La decolonizzazione. / Raymond F. Betts; traduzione di The Decolonisation. - Bologna: Il Mulino. - 2007
  • Il Diritto della guerra e della pace [1625]. / Ugo Grozio; traduzione Francesca Russo; premessa di Salvo Mastellone. - Firenze: Centro Editoriale Toscano. - 2002
  • Il Diritto di guerra: (de iure belli 3) [1598]. / Alberico Gentili; introduzione di Diego Quaglioni; traduzione di Piero Nencini. - Milano: Giuffrè. - 2008
  • Discorso ai Rappresentanti delle Chiese cristiane e Comunità ecclesiali e delle Religioni mondiali convenute in Assisi: Piazza inferiore della Basilica di San Francesco Domenica, 27 ottobre 1986.. / Ioannes Paulus II. - http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1986/october/documents/hf_jp-ii_spe_19861027_prayer-peace-assisi-final_it.html.
  • Discorso all'Assemblea parlamentare del Consiglio Europeo: Strasburgo (Francia) - Sabato, 8 ottobre 1988. / Ioannes Paulus II. - http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1988/october/documents/hf_jp-ii_spe_19881008_european-council_it.html.
  • Discorso durante la visita al Parlamento europeo: Palazzo d'Europa - Strasburgo (Francia)

Martedì, 11 ottobre 1988. / Ioannes Paulus II. - http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1988/october/documents/hf_jp-ii_spe_19881011_european-parliament_it.html.

  • La divisione del lavoro sociale [1893]. / Emile Durkheim; introduzione di Alessandro Pizzorno; traduzione di Fulvia Airoldi Namer. - Milano: Edizioni di Comunità. - 1999
  • Gli editti di Asoka. [268 a.C.] / Asoka; traduzione e introduzione di Giovanni Pugliese Carratelli, premessa di Kabir Humayun. - Firenze: La nuova Italia. - 1960
  • Europolis: una idea controcorrente di integrazione politica. / Patrizia Nanz; traduzione di Marca C. Sircana. - Milano: Fetrinelli Editore. - 2009. - 272 pag.
  • Federalis. / John Kincaid. - Thousand Oaks: Sage Publications. - 2011. - 4 voll.
  • Il federalismo e l'ordine economico internazionale [1943-45]. / Lionel Lord Robbins; a cura di Guido Montani. - Bologna: Il Mulino. - 1985
  • Il Federalista [1788]. / Alexander Hamilton, James Madison, John Jay; a cura di Mario D'Addio e Guglielmo Negri. - Bologna: Il Mulino. - 1980
  • Il fenomeno umano [1955]. / Pierre Teilhard de Chardin; traduzione di Fabio Mantovani. - Brescia: Queriniana. - 2008
  • La globalizzazione e i suoi oppositori. / Joseph Eugene Stigliz; traduzione di Daria Cavallin. - Torino: Einaudi. - 2002
  • L'idea della ragion di Stato nella storia moderna. [1924] / Friedrich Meinecke; traduzione di Dino Scolari. - Firenze: Sansoni. - 1977
  • Ideologia e utopia. [1929] / Karl Mannheim; traduzione di Antonio Santucci. - Bologna: Il Mulino. - 1999
  • Institutions politiques et droit constitutionel. / Maurice Duverger. - Paris: Presse Universitaire de France, 1973
  • Introduction à la philosophie de l'histoire. / Raymond Aron. - Paris: Gallimar, 1957
  • L'invenzione della diplomazia nella Grecia antica. / Luigi Piccirilli. - Roma: L'Erma di Bretschneider. - 2002
  • L'invenzione della pace: guerre e relazioni internazionali. / Michel Howard; traduzione di Umberto Liviani. - Bologna, Il Mulino, 2002
  • The league of nations and the rule of law: 1918-35. / Alfred Zimmern. - London, Macmillan, 1936
  • Lettera enciclica Caritas in veritate del Sommo Pontefice Benedetto XVI ai Vescovi ai Presbiteri e ai Diaconi alle persone consacrate ai Fedeli laici e a tutti gli uomini di buona volontà sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità. / Benedictus XVI. - Roma, Libreria Editrice Vaticana, 2009, 36 pagine; http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate_it.html.
  • Lezioni sulla filosofia della storia / Georg Wilheim Friedrich Hegel. - cura e traduzione di Guido Calogero e Corrado Fatta. - Firenze: La Nuova Italia. - 1941-1963. - 4 voll.
  • Il libro del Signore di Sang [IV secolo a.C.] / a cura di J.J. Duyvendal. - Milano: Adelphi. - 1989
  • Logica delle scienze sociali. / Jurgen Habermas; traduzione di Gabriele Bonazzi e presentazione di Antonio Santucci. - Bologna, Il Mulino, 1970.
  • Mario Albertini: saggi in onore di Mario Albertini a 5 anni dalla morte. - in "Il Federalista". - Pavia. - 2002 n. 3
  • Messaggio all'Assemblea generale delle Nazioni Unite per la celebrazione del 50° di fondazione: Palazzo delle Nazioni Unite di New York - Giovedì, 5 ottobre 1995.. / Ioannes Paulus II. - http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/speeches/1995/october/documents/hf_jp-ii_spe_05101995_address-to-uno_it.html.
  • Messaggio di Sua Santità Giovanni Paolo II per la celebrazione della giornata mondiale della pace: 1º gennaio 2003. / Ioannes Paulus II. -http://www.vatican.va/holy_father/john_paul_ii/messages/peace/documents/hf_jp-ii_mes_20021217_xxxvi-world-day-for-peace_it.html
  • 1618 - 1648: la guerra dei 30 anni: da Rodolfo II alla Pace di Westfalia: il cammino verso la libertà religiosa e l'indipendenza dall'Imperatore. / Luca Cristini. - s.l.: Isomedia. - 2007, 2 voll
  • Modern State [1926]. / Robert Morrison Mac Iver. - Oxford: Clarendon Press. - 1926
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  • New direction in Federalism studies. / Editors Jan Herr and Sweden Wilfred. - London, New York: Routledge.- 2010. - 230 pag.
  • Un Mondo di Nazioni: l'ordine internazionale dopo il 1945. / William R. Keylor; Edizione italiana a cura da Daniela Vignati. - Milano: Guerini Scientifica.- 2007
  • Un Mondo senza poveri. / Muhamad Yunus. - Milano: Feltrinelli. - 2008
  • La nuova mappa teoretica delle relazioni internazionali: dalla sintesi neo-neo al costruttivismo sociale./ Franco Mazzei. - Napoli: L'Orientale. - 2001
  • Le nuove guerre: la violenza organizzata nell'età globale. / Mary Kaldor; traduzione di Gianluca Foglia. - Roma: Carocci. - 2001
  • Organizations / James G. March, Herbert A. Simon. - New York: Wiley. - 1958. - pp. 262
  • Organizzazione internazionale: soggetti a caratteri funzionale: le Organizzazioni internazionali / Angelo Piero Sereni. - Milano: Giuffrè. - 1960
  • Pace e guerra fra le nazioni [1962]. / Raymond Aron; traduzione di Fulvia Airoldi Namer. - Milano, Edizioni di Comunità, 1983
  • Il Pacifismo non basta [1941]. / Philip Henry Kerr Marquis of Lotian; a cura di Luigi Maiocchi. - Bologna: Il Mulino. - 1986
  • Prefazione a una teoria democratica. / Robert Alan Dahl; nota introduttiva di Alberto Martinelli. - Milano: Edizioni di Comunità. - 1994
  • Il processo capitalistico: cicli economici. / Joseph Alois Schumpeter; traduzione di G. Ricoveri e introduzione di G. Graziani. - Torino: Boringhieri. - 1977
  • Relazioni fra gli Stati: pace e guerra: forma di governo e sistema economico dall'Illuminismo all'imperialismo. / A cura di Raffaella Gherardi. - Bologna, Clueb. - 2002
  • Relazioni internazionali: teorie e problemi. / Franco Mazzei. - Napoli: l'Orientale. - 2005
  • Relectio de Indiis: questione degli Indios [1539]. / Francisco De Vitoria; testo critico di L. Perina; edizione e traduzione di A. Lamacchia. - Bari, Levante. - 1996
  • The rule of international law in the elimination of war. / Quincy Wright. - Manchester: University Press. - 1961
  • Il Sacro Romano Impero: mille anni di storia d'Europa. / Friedrich Heer; a cura di Emilio Bassi e Enrico Besta. - Roma: Newton & Comptom. - 2004. - 2 voll.
  • La scienza nuova [Napoli, 3ª ed. 1744] in Opere filosofiche. / Gianbattista Vico; a cura di Paolo Cristofolini; introduzione di Nicola Badaloni. - Firenze: Samsoni. - 1971
  • La società anarchica: l'ordine nella politica mondiale. / Hedley Bull; presentazione di Angelo Panebianco; traduzione di Stafano Procacci. - Milano: P & C. - 2005
  • Social and cultural dynamics: a study of change in major sistems of art, truth, etics, law and social relationship. / Pitirim Aleksandrovič Sorokin. - New York, Cincinnati: American Book Company. - 1937-1941. - 4 voll.
  • Sociocultural causality, space, time: a study of referential principles of sociology and social sciences. / Pitirim Aleksandrovič Sorokin. - New York: Russell and Russell. - 1964
  • Stagioni e teorie della Società internazionale / Maurizio Bazzoli. - Milano: LED. - 2005
  • Stati, nazioni, confini: elementi di sociologia delle relazioni internazionali. / Riccardo Scartezzini. - Roma: Carocci. - 2000
  • Lo Stato Nazionale [1960]. / Mario Albertini. - Bologna: Il Mulino, 2ª edizione. - 1997
  • Storia della decolonizzazione nel XX secolo. / Bernard Droz; tradizione di Ester Borghese. - Milano:Mondadori. - 2007
  • Storia delle teorie sociologiche [1966]. / Pitirim A. Sorokin. - Roma: Città Nova Editrice. - 1974, vol. 2
  • La struttura dell'azione sociale [1937] / Talcott Parsons; introduzione di Gianfranco Poggi. - Bologna: il Mulino. - 1970
  • Le strutture elementari della parentela. [1949] / Claude Levi-Strauss; a cura di Alberto M. Cirese; traduzione di Liliana Sercini. - Milano: Feltrinelli. - 2003
  • Studies of War. / Quincy Wright. - Chicago: Chicago University Press. - 1942
  • Study of History. / Arnold Joseph Toynbee. - Oxford: Oxford University Press. - 1934-1954. - 12 voll.
  • Study of International Relations. / Quincy Wright. - New York: Appleon Century Croft. - 1955
  • Sulla democrazia. / Robert Alan Dahl; traduzione di Cristina. Paternò. - Bari: Laterza. - 2006
  • Le tappe del pensiero sociologico: Montesquieux, Comte, Marx, Tocqueville, Durkheim, Pareto, Weber [1967]. / Raymond Aron; traduzione di Aldo Devizzi. - Milano: Edizioni di Comunità. - 1984
  • Teoria e struttura sociale. / Robert King Merton; Traduzione di Carlo Marletti e Anna Oppo. - Bologna: Il Mulino. - 4ª edizione, 2007. - 3 vol.
  • Traité de Science politique./ Georges Burdeau. - Paris: Librairie générale de droit et de jurisprudence. - 1974-1983. - 10 voll.
  • Tutti gli scritti volume VIII (1979-1984). / Mario Albertini; edizione a cura di Nicoletta Mosconi. - Bologna, il Mulino, 2009
  • Ultima ratio regum: forza militare e relazioni internazionali. / Massimo De Leonardis. - Bologna: Monduzzi. - 2003
  • L'uso della forza nelle relazioni internazionali. / A cura di Laura Azzoni, Reneto Caputo e Isidoro Palumbo. - Roma: Ceblit. - 2005
  • Il volto del nemico: la sfida dell'etica nelle relazioni internazionali. / Roberto Toscano. - Milano: Guerini. - 2000
  • The World Community. / Luis Wirt; edited by Quincy Wright. - Chicago: Chicago University Press. - 1948
  • From International Society to International Community: The Constitutional Evolution of International Law, Tomasz H. Widlak, Gdansk University Press, 2015.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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