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Bhagavadgītā

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Bhagavadgītā
Krishna and Arjun on the chariot, Mahabharata, 18th-19th century, India.jpg
Kṛṣṇa ed Arjuna a Kurukṣetra, pittura del XVIII-XIX secolo
Autore per la tradizione: Vyāsa (il "Compilatore", appellativo di Kṛṣṇa Dvaipāyana)
Periodo III secolo a.C.- I secolo d.C.
Genere testo sacro
Lingua originale sanscrito

Bhagavadgītā (sanscrito, sf.pl.; devanāgarī: भगवद्गीता, , "Canto del Divino" o "Canto dell'Adorabile" o, meno comunemente, Śrīmadbhagavadgītā; devanāgarī: श्रीमद्भगवद्गीता, il "Meraviglioso canto del Divino"[1]) è quella parte dall'importante contenuto religioso, di circa 700 versi (śloka, quartine di ottonari) divisi in 18 canti (adhyāya, "letture"), nella versione detta vulgata, collocata nel VI parvan del grande poema epico Mahābhārata.

La Bhagavadgītā ha valore di testo sacro, ed è divenuto nella storia tra i testi più prestigiosi, diffusi e amati tra i fedeli dell'Induismo.

In tale contesto la Bhagavadgītā è il testo sacro per eccellenza delle scuole viṣṇuite e kṛṣṇaite, eredi dell'antico culto devozionale del Bhagavat, ma è venerato come testo rivelato anche dagli śivaiti e dai seguaci dei culti śākta.

L'unicità di questo testo, rispetto ad altri coevi, consiste anche nel fatto che qui non viene data un'astratta descrizione del Bhagavat[2], qui inteso come il dio Kṛṣṇa, la Persona Suprema che si rivela, ma questa figura divina è un personaggio protagonista che parla in prima persona, offrendo all'uditore la sua darśana (dottrina) completa.

Datazione e testi[modifica | modifica wikitesto]

Manoscritto della Bhagavadgītā risalente al XIX secolo (Southern Asian Collection, Asian Division, Library of Congress, Washington, DC)

Eliot Deutsch e Lee Siegel[3] datano l'inserimento della Bhagavadgītā nel Mahābhārata, probabilmente, al III secolo a.C.[4]. Altri autori giungono fino al I sec. d.C.

Il primo testo completo di commentario, la Bhagavadgītābhāṣya, è opera di Śaṅkara (788-821) anche se, evidenzia Mario Piantelli[5], vi sono certamente delle redazioni anteriori più estese di cui restano tuttavia solo tracce emergenti in quella versione detta kaśmīra commentata da Rāmakaṇṭha (VII-VIII secolo) e, successivamente da Abhinavagupta (X-XI secolo). Comunque sia il poema presenta diversi rimaneggiamenti operati nel corso del tempo[6].

Esistono dunque due recensioni della Bhagavadgītā giunte a noi: la prima, la più diffusa in tutta l'India, è detta vulgata e si compone di complessivi settecento versi, ed è quella già commentata da Śaṅkara nell'VIII secolo d.C.; la seconda, detta kaśmīra, è leggermente più lunga, comprendendo complessive trecento varianti minori, ed è quella commentata da Rāmakaṇṭha (VII-VIII secolo) e, successivamente da Abhinavagupta (X-XI secolo). Tali variazioni tra le due recensioni, infatti, non manifestano differenze dottrinali.

Antonio Rigopoulos[7] osserva come si possa ipotizzare che già a partire dall'XI secolo la versione detta vulgata si sia affermata come "canonica".

Dal punto di vista filologico sono state individuate tre stratificazioni temporali all'interno di questa opera: la prima, di contenuto "epico", è la più antica; la seconda che riporta insegnamenti propri delle dottrine del Sāṃkhya-Yoga (canti 2-5); la terza è la stratificazione "teista" legata al culto di Kṛṣṇa (canti 7-11), la quale trova, nel canto 12, un vero e proprio inno alla bhakti[8].

Nella sua redazione finale[9], secondo Mircea Eliade, la Bhagavadgītā riassume quattro dottrine:

« In sostanza, si può dire che il poema 1) insegna l'equivalenza del Vedānta (cioè la dottrina delle Upanishad) del Sāṃkhya e dello Yoga; 2) stabilisce la parità delle tre 'vie' (marga), rappresentate dall'attività rituale, dalla conoscenza metafisica e dalla pratica yoga; 3) s'insegna a giustificare un certo modo di esistere nel tempo, in altre parole assume e valorizza la storicità della condizione umana; 4) proclama la superiorità di una quarta 'via' soteriologica: la devozione per Vishnu (-Krishna). »
(Mircea Eliade. Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. II, pag. 239)

Contenuti e dottrine[modifica | modifica wikitesto]

Il testo qui cantato corrisponde al II, 47 della Bhagavadgītā; è Kṛṣṇa che parla:
(SA) « karmaṇy evādhikāras te mā phaleṣu kadācana
mā karma-phala-hetur bhūr mā te saṅgo 'stv akarmaṇi »
(IT) « Compi i tuoi atti (karmaṇy ), ma non occuparti del loro frutto (phaleṣu). Non avere come movente il frutto delle tue azioni, non avere attaccamento (saṅgo) nemmeno per la non-azione (akarmaṇi ). »
(Bhagavadgītā, II, 47)

L'episodio narrato nel testo si colloca nel momento in cui il virtuoso guerriero Arjuna - uno dei fratelli Pāṇḍava, figlio del dio Indra, prototipo dell'eroe - è in procinto di dare inizio alla battaglia di Kurukṣetra, che durerà 18 giorni, durante la quale si troverà a dover combattere e quindi uccidere i membri della sua stessa famiglia, parenti, mentori e amici, facenti tuttavia parte della fazione dei malvagi Kaurava, usurpatori del trono di Hastināpura.

Di fronte a questa prospettiva drammatica, Arjuna si lascia prendere dallo sconforto, rifiutandosi di combattere. A questo punto il suo auriga Kṛṣṇa, principe del clan degli Yādava ma in realtà avatāra di Viṣṇu qui inteso come divinità suprema, si avvia ad impartirgli degli insegnamenti, dal profondo contenuto religioso, per dissiparne i dubbi e lo sconforto imponendogli di rispettare i suoi doveri di kṣatra, quindi di combattere e uccidere, senza farsi coinvolgere da quelle stesse azioni (karman).

Per convincere Arjuna della bontà dei propri suggerimenti Kṛṣṇa espone una vera e propria rivelazione religiosa finendo per manifestarsi come l'Essere supremo. Innanzitutto Kṛṣṇa precisa che la sua "teologia" e la sua "rivelazione" non sono affatto delle novità (IV,1 e 3) in quanto già da lui trasmesse a Vivasvat e da questi a Manu in tempi immemorabili, ma che tale conoscenza venne poi a mancare e con essa il Dharma e, quando ciò accade e per proteggere gli esseri benevoli dalle distruzioni provocate da quelli malvagi, qui è lo stesso Kṛṣṇa a parlare, «io vengo all'esistenza» (IV,8; dottrina dell'avatāra).

Kṛṣṇa si manifesta nel mondo affinché gli uomini, e in questo caso Arjuna, lo imitino (III, 23-4). Così Kṛṣṇa, l'Essere supremo manifestatosi, spiega che ogni aspetto della Creazione proviene da lui (VII, 4-6, ed altri) per mezzo della sua prakṛti, e che, nonostante questo, egli rimane solo uno spettatore di questa creazione:

(SA)

« prakṛtiṃ svām avaṣṭabhya visṛjāmi punaḥ punaḥ bhūta-grāmam imaṃ kṛtsnam avaśaṃ prakṛter vaśāt na ca māṃ tāni karmāṇi nibadhnanti dhanaṃjaya udāsīnavad āsīnam asaktaṃ teṣu karmasu »

(IT)

« Padroneggiando la mia natura cosmica, io emetto sempre di nuovo tutto questo insieme di esseri, loro malgrado e grazie al potere della mia natura. E gli atti non mi legano, Dhanaṃjaya[10]; come qualcuno, seduto, si disinteressa di un affare, così io rimango senza attaccamento per i miei atti. »

(Bhagavadgītā, IX 8-9. Traduzione di Anne-Marie Esnoul)

L'uomo deve quindi imparare a fare lo stesso essendo legato alle proprie azioni, in quanto anche se si astiene dal compierle, come stava per fare Arjuna rifiutandosi di combattere, i guṇa agiranno lo stesso incatenandolo al proprio karman (III, 4-5), egli deve comunque compiere il proprio dovere (svadharma, vedi anche più avanti) persino in modo "mediocre" (III, 35).

Tutto è infatti condizionato dai tre guṇa[11] che procedono da Kṛṣṇa senza condizionarlo.

Mircea Eliade così riassume l'insegnamento principale di Kṛṣṇa ad Arjuna e a tutti gli uomini, imitarlo:

« La lezione che se ne può trarre è la seguente: pur accettando la 'situazione storica' creata dai guṇa (e la si deve accettare perché i guṇa derivano da Krishna) e agendo secondo le necessità di questa 'condizione', l'uomo deve rifiutarsi di valorizzare i propri atti e, perciò, di accordare un valore assoluto alla propria condizione »
(Mircea Eliade. Op. cit.. pag. 241)
« In questo senso si può affermare che la Bhagavad Gītā si sforza di 'salvare' tutti gli atti umani, di 'giustificare' ogni azione profana: infatti, per il fatto stesso di non godere più dei loro 'frutti', l'uomo trasforma i propri atti in sacrifici, cioè dinamismi transpersonali che contribuiscono a mantenere l'ordine cosmico »
(Mircea Eliade. Op. cit.. pag. 241)

Quindi la 'novità' della 'rivelazione' della Bhagavadgītā consiste nel comunicare all'uomo che non solo il sacrificio vedico tiene unito il cosmo, ma anche qualsiasi suo atto purché questo sia privo di attaccamento o di desiderio verso il 'risultato', ovvero gli venga attribuito un significato che prescinda dall'interesse di chi lo agisce; e tale meta è raggiungibile solo con lo yoga.

Ma se:

(SA)

« tapasvibhyo 'dhiko yogī jñānibhyo 'pi mato 'dhikaḥ karmibhyaś cādhiko yogī tasmād yogī bhavārjuna »

(IT)

« Lo yogin è superiore agli asceti[12], lo yogin è superiore anche agli uomini di conoscenza[13], lo yogin prevale sui sacrificanti[14]. Per questo, o Arjuna, divieni uno yogin »

(Bhagavadgītā VI,46.)

Tale obiettivo diviene conseguito pienamente solo se lo yogin focalizza la sua attenzione, e quindi dedica i suoi atti, in Dio, in Kṛṣṇa (VI, 30-1). In questo modo la Bhagavadgītā proclama la superiorità della bhakti su ogni altra 'via' spirituale o mondana; la bhakti è la 'via' suprema[15].

Da ciò ne consegue che se nel Veda è il brahmodya, la contesa sacrificale, il luogo per conquistare ruolo e beni terreni; nei Brāhmaṇa è lo yajña, il rito sacrificale officiato da una casta sacerdotale che garantisce in una vita futura, anche successiva a questa, i benefici cercati[16], e nelle Upaniṣad è il vimokṣa, la liberazione dalla mondanità l'obiettivo ultimo[17], nella Bhagavadgītā l'intera vita ordinaria acquisisce il luogo ultimo di salvezza, se essa è bhakti, devozione offerta per intero a Dio, Kṛṣṇa.

(SA)

« yo māṃ paśyati sarvatra sarvaṃ ca mayi paśyati tasyāhaṃ na praṇaśyāmi sa ca me na praṇaśyati sarva-bhūta-sthitaṃ yo māṃ bhajaty ekatvam āsthitaḥ sarvathā vartamāno 'pi sa yogī mayi vartate »

(IT)

« Chi vede in me tutte le cose e tutte le cose in me, per costui io non sono perduto, per me egli non è perduto. Lo yogin che mi onora come presente in tutti gli esseri e si rifugia in questa unità, questi è sempre in me, in qualsiasi stato si trovi »

(Bhagavadgītā, VI, 30-1. Traduzione di Raniero Gnoli, in Op. cit., pag. 806)

La novità teologica espressa dalla Bhagavadgītā, rispetto all'ideale della "rinuncia" al mondo propria delle dottrine upaniṣadiche, e delle coeve buddhiste e jainiste, consiste dunque in una lettura e in un giudizio diversi della condotta umana.

Partendo dalla consapevolezza che l'uomo non può non avere una condotta, tale condotta, quando è "mondana", è governata da attaccamenti/desideri nei confronti del potere, del piacere e della ricchezza, e quindi può provocare "sofferenza", e, nel caso di un guerriero, una sofferenza fondata anche sul "senso di colpa" per la hiṃsā, la "violenza", nei confronti degli altri. A fronte di ciò, l'alternativa upaniṣadica, e delle coeve dottrine buddhiste, consisterebbe nel rifiuto di condurre una vita "mondana", scegliendo una via ascetica, priva di desideri e priva hiṃsā (quindi praticando l'ahiṃsā, la "non violenza"). L'insegnamento "divino" della Bhagavadgītā consiste qui nel rifiutare anche questa seconda opzione, rinunciare anche alla "rinuncia", e vivere nel mondo offrendo i risultati, i frutti della propria condotta, delle proprie azioni, non ai propri interessi personali ma al Dio di cui si è devoti.

I frutti delle proprie condotte, delle proprie azioni (naiṣkarmya), vanno quindi offerti a Dio, sacrificando il proprio piccolo "io" fenomenico (ahaṃkāra). Nel caso di un guerriero, di uno kṣatra , la condotta di questi deve sempre rispettare i suoi "doveri di casta" (svadharma) e questi "doveri" devono sempre prevalere sulle norme generali (sāmānyadharma) che di regola predicano ahiṃsā, la "non-violenza". Questo perché ognuno, in questo caso lo kṣatra , deve offrire tutte le sue azioni, anche quelle "violente" ma frutto comunque del suo dovere di "casta", a Dio e quindi al "bene del mondo" (lokasaṃgraha).

« Nell'insegnamento del karmayoga l'ideale della rinuncia non è rigettato quanto piuttosto metabolizzato/interiorizzato e universalmente esteso, in una chiamata a "vivere nel mondo pur non essendo del mondo": qui sta il genio della Bhagavadgītā. Si tratta d'un ampliamento della via alla liberazione che ha avuto conseguenze d'enorme portata, nella prospettiva d'una santità "laica". »
(Antonio Rigopoulos in Lo Hinduismo antico (a cura di Francesco Sferra). Milano, Mondadori, 2010, p. CLXXX)

I 18 "canti" della Bhagavadgītā[modifica | modifica wikitesto]

I diciotto canti che costituiscono la Bhagavadgītā corrispondono ai capitoli dal 25esimo al 42esimo del sesto libro ( Bhīṣmaparvan, "Libro di Bhīṣma") del Mahābhārata.[18] nella sua edizione detta "settentrionale" (o vulgata), e ai capitoli dal 23esimo e 40esimo nella sua edizione detta "critica".

  • 1: Arjuna-viṣāda-yogaḥ, "Lo sconforto di Arjuna": 47 versi, nella recensione detta vulgata.
  • 2: Sāṅkhya-yogaḥ , "Il sāṅkhya": 72 versi.
  • 3: Karma-yogaḥ, "L'azione": 43 versi.
  • 4: Jñāna-karma-sannyāsa-yogaḥ, "Conoscenza-azione-rinuncia": 42 versi
  • 5: Sannyāsa-yogaḥ , La rinuncia ai frutti dell'azione": 29 versi.
  • 6: Dhyāna-yogaḥ , "La meditazione": 47 versi.
  • 7: Jñāna-vijñāna-yogaḥ , "La conoscenza e la consapevolezza": 30 versi.
  • 8: Tāraka-brahma-yogaḥ, "La Realtà Suprema": 28 versi.
  • 9: Rāja-vidyā-rāja-guhya-yogaḥ, "La sapienza regale e del regale segreto": 34 versi.
  • 10: Vibhūti-yogaḥ , "Le manifestazioni divine": 42 versi.
  • 11: Viśva-rūpa-darśana-yogaḥ, "La visione di colui la cui forma è il tutto": 42 versi.
  • 12: Bhakti-yogaḥ, "La devozione": 20 versi.
  • 13: Kṣetra-kṣetrajña-yogaḥ , "Il 'campo' e il 'conoscitore del campo'": 34 versi.
  • 14: Guṇa-traya-vibhāga-yogaḥ, "La distinzione fra i tre guṇa": 27 versi.
  • 15: Puruṣottama-yogaḥ, "La Persona Suprema": 20 versi.
  • 16: Daivāsura-sampad-vibhāga-yogaḥ, "La distinzione tra il destino divino e quello demoniaco": 24 versi.
  • 17: Śraddhā-traya-vibhāga-yogaḥ, "La distinzione fra i tre tipi di fede": 28 versi.
  • 18: Mokṣa-sannyāsa-yogaḥ, "La liberazione attraverso la rinuncia": 78 versi.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ 'Śrīmat' come aggettivo indica ciò che è "bello", "affascinante", "glorioso", "meraviglioso", come nome è invece uno degli epiteti di Viṣṇu.
  2. ^ Il termine sanscrito bhagavat indica come sostantivo maschile il "divino" o "colui che è degno di adorazione" ed indica in questo contesto il divino Kṛṣṇa considerato come espressione della "divinità suprema".
  3. ^ Encyclopedia of Religion, NY, MacMillan, 2006, vol. 2, p. 852.
  4. ^ Anche Margaret Sutley e James Sutley A Dictionary of Hinduism, London, Routledge & Kegan Paul, 1977; trad.it. Dizionario dell'Induismo, Roma, Ubaldini, 1980 datano questo inserimento tra il IV e il II secolo a.C.
  5. ^ In Hindūismo i testi e le dottrine in Hindūismo, a cura di Giovanni Filoramo, Bari, Laterza, 2002, p. 114.
  6. ^ Margaret Sutley e James Sutley Op. cit.
  7. ^ p. CLXXVI
  8. ^ Antonio Rigopoulos, in Hinduismo antico (a cura di Francesco Sferra), pag. CLXXV.
  9. ^ Probabilmente intorno al I secolo d.C., cfr. Antonio Rigopoulos Op.cit..
  10. ^ "Conquistatore di ricchezze", "Vittorioso", è un epiteto di Arjuna.
  11. ^ Vedi tra gli altri XVII 7 e segg.
  12. ^ Coloro che praticano l'ascesi (tapas).
  13. ^ Coloro che conseguono la conoscenza (jñāna).
  14. ^ Sugli uomini che celebrano i sacrifici, ovvero coloro che ottengono il frutto delle azioni (karman) sacrificali.
  15. ^ Mircea Eliade. Op. cit.. pag. 243
  16. ^
    (SA)

    « atha ha sma āha kauṣītakiḥ parimita phalāni vā etāni karmāṇi yeṣu parimito mantra gaṇaḥ prayujyate atha aparimita phalāni yeṣu aparimito mantra gaṇaḥ prayujyate mano vā etad yad aparimitam prajāpatir vai mano [...] mitam ha vai mitena jayaty amitam amitena »

    (IT)

    « Kauṣītakī affermava: limitati sono i risultati dei riti in cui vengono recitate un limitato numero di formule sacrificali- infiniti sono i frutti dei riti in cui vengono recitate un infinito numero di formule sacrificali- la mente è l'infinito- Prajāpati è la mente-[...] si ottiene un limitato attraverso il limitato, l'infinito attraverso l'infinito »

    (Kauṣitakī Brāhmaṇa XVI, 2,3)
  17. ^
    (SA)

    « sa yo manūṣyāṇāṃ rāddhaḥ samṛddho bhavaty anyeṣām adhipatiḥ sarvair mānuṣyakair bhogaiḥ sampannatamaḥ sa manuṣyāṇāṃ parama ānandaḥ atha ye śataṃ manuṣyāṇām ānandāḥ sa ekaḥ pitṝṇāṃ jitalokānām ānandaḥ atha ye śataṃ pitṝṇāṃ jitalokānām ānandāḥ sa eko gandharvaloka ānandaḥ atha ye śataṃ gandharvaloka ānandāḥ sa ekaḥ karmadevānām ānando ye karmaṇā devatvam abhisampadyante atha ye śataṃ karmadevānām ānandāḥ sa eka ājānadevānām ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ atha ye śatam ājānadevānām ānandāḥ sa ekaḥ prajāpatiloka ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ atha ye śataṃ prajāpatiloka ānandāḥ sa eko brahmaloka ānandaḥ yaś ca śrotriyo 'vṛjino 'kāmahataḥ athaiṣa eva parama ānandaḥ eṣa brahmalokaḥ samrāṭ iti hovāca yājñavalkyaḥ so 'haṃ bhagavate sahasraṃ dadāmi ata ūrdhvaṃ vimokṣāyaiva brūhīti atra ha yājñavalkyo bibhayāṃ cakāra -- medhāvī rājā sarvebhyo māntebhya udarautsīd iti »

    (IT)

    « La massima felicità per gli uomini è essere ricchi e agiati e di comandare sugli altri, con disponibilità dei godimenti umani; ma cento felicità degli uomini equivalgono a solo una felicità di colui che ha conquistato il mondo celeste dei Padri; a cento felicità di colui che ha conquistato il mondo celeste dei Padri equivale una sola felicità di colui che ha conquistato il mondo dei Gandharva; a cento felicità di colui che ha conquistato il mondo dei Gandharva corrisponde una felicità di colui che ha conquista la felicità dei Deva, i quali [grazie ai meriti] hanno assunto tale condizione; a cento felicità dei Deva corrisponde una felicità dei Deva primordiali (ājanadeva, Intende i Deva che tali sono sempre stati fin dall'inizio e che non devono la loro condizione alla rinascita.) nonché di un brahmano libero dal peccato e dal desiderio; a cento felicità del mondo di Prajāpati corrisponde ad una sola del Brahman e del brahmano libero dal peccato e dal desiderio e questa è la felicità suprema, grande re, tale è il mondo del Brahman. Così disse Yājñavalkya: "Io ti offro mille vacche, o venerabile; ma tu spiegami ancora cose più alte al fine della liberazione". A questo punto Yājñavalkya si impaurì e pensò: "il re è astuto egli mi ha fatto uscire dalle mie difese". »

    (Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad IV,3,33)
  18. ^ nell'ed. Esnoul del 2007 a p. 5.

Principali edizioni italiane[modifica | modifica wikitesto]

  • Bhagavadgītā: canto del beato, traduzione in esametri dal sanscrito e introduzione di Ida Vassalini, Bari: Laterza, 1943
  • Bhagavadgītā: canto del beato, interpretazione lirica italiana secondo la misura dei ritmi originali di Giulio Cogni, Milano: Ceschina, 1973; Roma: Ed. Mediterranee, 19802
  • Bhagavad Gita, saggio introduttivo, commento e note di Sarvepalli Radhakrishnan, traduzione del testo sanscrito e del commento di Icilio Vecchiotti, Roma: Ubaldini, 1964 ISBN 88-340-0219-9
  • La Bhagavad Gita, a cura di Anthony Elenjimittam, trad. dall'inglese Mario Bianco, Milano: Mursia, 1987 ISBN 978-88-425-8824-5
  • Bhagavadgītā, a cura di Anne-Marie Esnoul, trad. dal francese Bianca Candian, Milano: Adelphi ("Biblioteca Adelphi" n. 65), 1976, 19842; "Gli Adelphi" n. 29, 1991 ISBN 88-459-0851-8; Milano: Feltrinelli ("Oriente Universale Economica" n. 1953), 2007 ISBN 978-88-07-81953-7
  • Bhagavadgītā: il canto del beato, a cura di Raniero Gnoli, Torino: UTET, 1976; Milano: Rizzoli ("BUR" L 642), 1992 ISBN 88-17-16642-1
  • Bhagavadgītā: il canto del glorioso signore, traduzione dal sanscrito e commento di Stefano Piano, Cinisello Balsamo: Paoline, 1994 ISBN 88-215-2827-8; Milano: Fabbri, 1996
  • Bhagavadgītā, a cura di Tiziana Pontillo, Milano: Vallardi, 1996 ISBN 88-11-91052-8
  • Bhagavad gita, a cura di Marcello Meli, Milano: Mondadori ("Oscar classici"), 1999 ISBN 88-04-45395-8
  • Il canto del beato (Bhagavadgītā), a cura di Brunilde Neroni, Padova: Messaggero, 2002 ISBN 88-250-1170-9
  • La Bhagavad-gita così com'è, trad. dal sanscrito di A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada, Bhaktivedanta Book Trust (1976)

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