Un uomo in ginocchio

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« Non è il Santissimo Sacramento, è solo Vincenzo Fabbricante! »
(Nino Peralta a Platamona)
Un uomo in ginocchio
Un uomo in ginocchio.jpg
Platamona (Michele Placido) e Peralta (Giuliano Gemma)
Paese di produzione Italia
Anno 1979
Durata 105 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Damiano Damiani
Soggetto Damiano Damiani
Sceneggiatura Damiano Damiani, Nicola Badalucco
Produttore Mario Cecchi Gori
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Enzo Meniconi
Musiche Franco Mannino
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Un uomo in ginocchio è un film drammatico girato a Palermo e a Palazzo Adriano da Damiano Damiani, nel 1979. Questo vede come principali attori Giuliano Gemma e Michele Placido.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Il film racconta la drammatica vicenda di Nino Peralta (interpretato da Gemma), padre di due figli e costantemente condizionato da una situazione economica precaria, nonché da un passato di ex-galeotto. Peralta gestisce un chiosco aperto con i soldi frutto di precedenti furti, e ad aiutarlo nel mestiere provvedono anche il figlioletto ed un amico altrettanto squattrinato di nome Colicchia. Un giorno, vicino al chiosco da lui gestito viene rinvenuta la prigione di una donna sfuggita al sequestro organizzato da una banda mafiosa, e durato alcune settimane: la signora è moglie di uno dei più importanti avvocati della città di Palermo. Le cose si complicano quando la banda di malviventi assoldati per liberare la signora sequestrata trova una tazzina appartenente al bar gestito da Peralta, che faceva consegne nel locale del sequestro, e del quale non conosceva la drammatica verità. Con il rinvenimento della tazzina, viene aggiunto anche il nome di Peralta alla lista dei condannati a morte credendolo complice dei sequestratori, e viene così inviato per ucciderlo un tale dal nome Platamona (Placido). Peralta, tempestivamente spronato dall'amico Colicchia scopre il volto e l'identità di questa persona, aprendo la porta ad una fitta trama di interessi e giochi di potere che lo costringeranno a dover risalire la crina per garantirsi di sopravvivere e di non vedere distrutta la propria famiglia, talvolta costringendolo a dover fare i conti con il proprio passato di criminale e con la propria coscienza, devastata dall'incubo della miseria e della sudditanza omertosa.

Critica[modifica | modifica sorgente]

Questo film, sebbene praticamente snobbato dalla critica dell'epoca e dallo stesso pubblico, è stato invece rivalutato con il passare del tempo, specialmente con l'evolversi dei tragici eventi che tristemente hanno infestato le cronache della stampa nostrana in materia di mafia: la sua forza è il labirintico intreccio con cui Nino Peralta deve confrontarsi, costantemente teso e frustrato verso la ricerca della salvezza del corpo e dell'anima, minacciati da un potere, quello mafioso, che insieme gli deteriorano la vita, la famiglia, e la propria dignità.

È questo un film molto oscuro, caratterizzato da una fotografia invernale di ottimo livello che ricorda piuttosto Milano che non Palermo, ed un cast assolutamente degno di nota sebbene non impeccabile. Memorabili risultano essere in particolare i dialoghi fra Giuliano Gemma e Michele Placido, specialmente quello finale, su un invernale e tetro altipiano che meglio caratterizza la canalizzazione ultima di un film costantemente apprensivo, decadente ed allo stesso tempo volto a celare una strisciante speranza di redenzione spirituale.

In questo film, è l'uomo ad essere messo in analisi al microscopio, e non un uomo qualunque, bensì quello siciliano, in una Sicilia brutalmente controllata dalle mafie, che tengono a sé il controllo di ogni cosa, da quella materiale, alle stesse persone: esseri umani costretti a fungere da pedine, di un gioco più grande di loro, ed in mano a pochi e ingordi assassini.

Con questa pellicola, sia Giuliano Gemma che Michele Placido ebbero modo di mettere in mostra le loro doti, anche se in maniera differente: il primo, specialmente per aver riportato su di sé le luci dei riflettori, grazie ad una prestazione ai limiti del caretterista, perfettamente riuscita e tale da aggiungere ancor più fama alla straordinaria capacità di attore che già si era creato con personaggi entrati nel mito quali Ringo, e tutti gli spaghetti-western che ne sembravano aver decretato una carriera quasi al termine; il secondo invece, per venire qui consacrato a ruoli impegnativi, grazie ai quali verrà impiegato negli anni successivi per girare film tv e film veri e propri, che lo renderanno noto al grande pubblico una volta in definitiva (ad esempio La Piovra).

Degne di nota anche le parti di Tano Cimarosa e di Manni; un poco sottotono, sebbene non per niente malvagia, quella della bella Eleonora Giorgi, comunque brava a non uscire dal ruolo e a regalare maggiore tensione emozionale alla pellicola.

Per concludere, questo è un film dalle grandi capacità descrittive rispetto ad una realtà che può sembrare morta e sepolta, ma che in realtà ancora "striscia" in ginocchio, in un Italia che crede di aver "superato" le stragi di mafia e i terrorismi di infausta memoria.

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