Alleluia

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Alleluia, Hallelujah o Halleluyah, è la traslitterazione della parola ebraica הַלְּלוּיָהּ (ebraico tradizionale Halləluya, ebraico tiberiense Halləlûyāh), composta da Hallelu e Yah, che si traduce letteralmente "preghiamo/lodiamo (הַלְּלוּ) Dio (Yah יָהּ)", dove Yah è la forma abbreviata di Yahweh (Dio, il cui nome è indicato con il tetragramma יהוה).

La parola, che troviamo nel libro dei Salmi, è ormai di uso comune nella liturgia cattolica e accettata in molte lingue europee e anche extraeuropee. La parola è usata anche nella religione ebraica nella preghiera dell'Hallel.

Alleluia (1896) di Thomas Cooper Gotch (1854-1931)

La parola è usata 24 volte nella Bibbia Ebraica, specialmente nel libro dei Salmi (Salmi 113-118), dove inizia e termina una serie di Salmi e quattro volte nella traslitterazione greco nel libro dell'Apocalisse nel Nuovo Testamento. In alcune versioni come la Garofalo l'espressione Halelu-Yàh a volte è traslitterata “Alleluia”, a volte è resa “lodate Jah”.

Per molti cristiani, "Alleluia" è considerata la parola più gioiosa per esprimere lode e acclamare Dio. In molti riti, l'Alleluia, insieme al Gloria, non viene recitato o cantato nel tempo di Quaresima o in altri tempi penitenziali, quando è sostituito da un'acclamazione al Vangelo detta tratto.

Secondo alcuni[chi?] l'esclamazione Alleluia trova un analogo nell'Islam nell'espressione in arabo Allahu akbar (in italiano: Dio è (il più) grande) o nella parola sempre araba Alhamdulillah che significa "La lode ad Allah".

Il canto liturgico dell'alleluia[modifica | modifica sorgente]

L'Alleluia Laudate pueri tratto dal Graduale Triplex. Sopra il testo viene riportata la notazione quadrata, in rosso la notazione sangallese e in nero la notazione metense.

Nella liturgia cristiana, l'Alleluia è anche un canto presente sia nella Liturgia delle ore che nel proprio della messa, dove è cantato prima della lettura del vangelo.
Le origini di questo canto sono complesse. In origine era riservato alle celebrazioni del giorno di Pasqua. In seguito è stato esteso anche al tempo pasquale fino ad essere incluso in tutte le domeniche dell'anno, celebrazioni ebdomadarie della risurrezione. Non è mai riuscito a penetrare nelle celebrazioni dei periodi penitenziali, in particolare la Quaresima, in cui è rimasto il tratto, canto molto più antico.

In questo canto si distinguono tre elementi:

  • la parola alleluia che viene cantata solitamente tre volte all'inizio e alla fine,
  • lo jubilus o melisma prolungato sulla A finale dell' alleluia,
  • il versetto, quasi sempre unico, raramente doppio, preso da un salmo o da un cantico.

Nel canto gregoriano è il più recente tra i canti del proprium.
La melodia posta sulla parola alleluia è generalmente sillabica o poco ornata. Dopo il terzo alleluia è presente lo jubilus, un vocalizzo sul nome divino Yah. Questa espressione gioiosa di lode è molto antica, probabilmente di origine ebraica e bene si adatta ad introdurre la lettura della Parola del Signore così come è d'uso anche oggi, ma nulla indica che questa è stata la sua funzione originaria.
Il canto del versetto prolunga la lode e offre all'assemblea un motivo di meditazione e di approfondimento del tema liturgico della celebrazione. Nel finale si riprende il tema dello jubilus seguito poi dal triplice canto dell'alleluia.
Gli alleluia in cui la melodia conclusiva del versetto si differenzia da quella dello jubilus sono quelli di più antica composizione[1].

Nei codici medievali, il canto dell'alleluia è raggruppato in appendice, a differenza degli altri brani del proprium e non aveva una posizione liturgica determinata. Era il cantore che sceglieva di volta in volta il canto che preferiva (quale volueris)[2].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ F. Rampi M. Lattanzi, Manuale di canto gregoriano, Turris ed, 1998, pag 112.
  2. ^ Dom Daniel Saulnier, Il canto gregoriano, piemme ed., 1998, pag. 83.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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