Cesare Cremonini (filosofo)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
« Ad philosophiam sum vocatus, in ea totus fui [1] »
Cesare Cremonini

Cesare Cremonini (Cento, 22 dicembre 1550Padova, 19 luglio 1631) è stato un filosofo italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Cesare Cremonini nacque a Cento da Mattea Pilanzi e da Matteo Cremonini, un pittore originario di Cremona - di qui il cognome, che era originariamente Zamboni - e rifugiatosi a Cento, di cui si conservano affreschi negli oratori delle chiese della Pietà e di San Rocco. Un fratello di Cesare, Giovan Battista, seguirà le orme paterne con qualche successo nelle città emiliane e in Bologna, dove morì nel 1610.

Cesare prese invece la strada degli studi umanistici: studente in legge nell'Università di Ferrara, scelse poi filosofia, allievo di Federico Pendasio, divenendo dal 1579 insegnante di filosofia naturale nello Studio ferrarese fino al 1589.[2] Cremonini tenne rapporti con la corte estense: di fronte a Leonora d'Este recitò il suo poemetto Le pompe funebri, e quando si trovò a essere oggetto di non chiarite gelosie e maldicenze da parte dei suoi colleghi dell'Università, il 20 maggio 1589 scrisse al duca Alfonso per richiedere un suo intervento[2].

Non risulta che Alfonso II abbia risolto i conflitti denunciati dal Cremonini, che perciò decise di trasferirsi altrove. Il 23 novembre 1590 fu chiamato a Padova per insegnare filosofia naturale in secundo loco, in sostituzione di Giacomo Zabarella, da poco defunto, mentre Francesco di Niccolò Piccolomini assumeva la prima cattedra. Il 27 gennaio 1591 Cremonini iniziò il suo corso, leggendo la prolusione Exordium habitum Patavii VI Kalendis Februarii 1591.

Contro il tentativo dei gesuiti di fondare a Padova un proprio Studio rivale dell'Università, il Cremonini si espresse il 20 dicembre 1591 con l'Oratione contro i gesuiti a favore della Università di Padova tenuta di fronte alla Signoria di Venezia, nella quale sostenne che Padova «per insegnare le scienze non ha bisogno dell'aiuto de' Padri Giesuiti», e paventò i rischi di dividere gli studenti in fazioni «come i Guelfi e Gibellini».[3] L'autorizzazione all'apertura dello Studio non fu rilasciata e i gesuiti furono poi espulsi dalla Repubblica nel 1606.

Difensore della medicina averroista e sostenitore della mortalità dell'anima, legata indissolubilmente al corpo umano fu sospettato di eresia e nel 1598 venne denunciato all'inquisizione di Padova. Con l'amico [4] e rivale Galileo Galilei, Cremonini, ad opera del collega Camillo Belloni, condivise nel 1604, con accuse diverse, una denuncia al tribunale dell'Inquisizione padovana che non ebbe alcuna conseguenza per entrambi. Galileo fu accusato di praticare l'astrologia giudiziaria e Cremonini di sostenere la mortalità dell'anima e che Aristotele avesse separata la filosofia dalla teologia. Cremonini dovette affrontare altri due processi uno nel 1608 e l'altro nel 1611 dai quali ne uscì indenne grazie alla protezione della Repubblica di San Marco. [5].

Morì di peste durante l'epidemia che colpì l'Italia nel 1629-1631.

Il prototipo dell'ottusità accademica[modifica | modifica wikitesto]

Secondo un diffuso aneddoto Cremonini fu uno di quei professori aristotelici che non solo rifiutarono pervicacemente le scoperte galileiane in nome della filosofia peripatetica ma si rifiutarono, invitati dallo scienziato pisano, di osservare direttamente nel telescopio l'esistenza delle montagne della Luna, delle fasi di Venere, dei satelliti di Giove. Questo avvenimento, tramandato come simbolo della miopia di coloro che si ritengono custodi del vero sapere, è invece ritenuto falso [6].

Nella lettera del 19 agosto 1610 Galilei racconta a Keplero il comportamento dei docenti dello Studio di Padova ma non fa nomi:

« Che dire dei più celebri filosofi di questo Studio i quali, colmi dell’ostinazione dell’aspide, nonostante più di mille volte io abbia offerto loro la mia disponibilità, non hanno voluto vedere né i pianeti, né la luna, né il cannocchiale? [...] Questo genere di uomini ritiene infatti che la filosofia ‹naturale› sia un libro come l’Eneide e l’Odissea e che le verità siano da ricercare non nel mondo o nella natura, bensì (per usare le loro parole) nel confronto dei testi [7]. »

Una lettera a Galilei del 6 maggio 1611 il suo amico Paolo Gualdo sembra confermare che tra coloro che si rifiutarono dell'osservazione con il telescopio vi fosse anche il Cremonini:

« Abbiamo qui l'Ill.mo S.r Andrea Morosini, il quale non può patire che ’l Cremonino, mentre V.S. è stata qui, non habbia procurato né voluto vedere queste sue osservationi, havendole io detto ch’ella se gli era offerta di andare sino alla sua propria casa per fargliele vedere; onde le pare che habbia torto contrariarle senza haverne fatto qualche esperienza [8]. »

La definitiva conferma sembra essere nella successiva lettera di Gualdo a Galilei dove riferisce di un colloquio con Cremonini che al rimprovero di essersi rifiutato dell'esperienza con il telescopio risponde che lo fece perché:

« [...] non volendo approvare cose di che io non ho cognitione alcuna, né l’ho vedute. Questo è quello, dico, ch’ha dispiacciuto al S.r Galilei, ch’ella non abbia voluto vederle. Rispose: Credo che altri che lui non l’habbia veduto; e poi quel mirare per quegli occhiali m’imbalordiscon la testa: basta, non ne voglio saper altro [9] »

In questo testo è stato osservato come Cremonini affermi che gli causò disagio mirare nel telescopio e che dunque non si rifiutò di guardare ma non accettò di vedere cioè di accogliere l'interpretazione galileiana di quelle osservazioni. [10]

Il pensiero[modifica | modifica wikitesto]

Cremonini pubblicò pochi testi della sua dottrina mentre sono a noi giunte numerose trascrizioni delle sue lezioni che egli preferiva tenere oralmente al posto della forma scritta. Le trascrizioni delle lezioni tenute nello Studio di Padova e privatamente tuttavia presentano gravi problemi interpretativi che hanno impedito alla storiografia di poter avanzare una sintesi sicura del suo pensiero. Unica eccezione a questa difficoltà interpretativa il testo Lecturae exordium, letto da Cremonini in occasione della sua prima lezione in Padova. Nella prima parte dell'opera egli si rammarica che il continuo rinascere della natura, come la successione delle stagioni, dalle sue forme ormai trascorse, non susciti la meraviglia dell'uomo e lo sgomento per il continuo morire del mondo.

« «il mondo non è mai: nasce e muore continuamente», si conclude con l’affermazione del dovere dell’uomo di conoscere se stesso. L’uomo, scrive Cremonini, si scopre in mezzo alle tribolazioni dell’incostanza; ebbene, la conoscenza di sé è l’unico strumento capace di dare all’uomo serenità. [11] »

La strada per conoscere se stessi e raggiungere la serenità è data dalla filosofia su cui si basa la morale e la scienza. L'uomo ha avuto in dono da Dio un intelletto onnipotente che dalla conoscenza di se stesso e della natura giungerà a congiungersi con la beatitudine divina. [12].

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Le pompe funebri ovvero Aminta e Clori, Ferrara 1590.
  • Lecturae exordium habitum Patavii VI Kalendis Februarii 1591, Ferrara, Benedetto Mammarelli, 1591.
  • Explanatio proœmii librorum Aristotelis De physico auditu, cum introductione ad naturalem Aristotelis philosophiam, continente tractatum De pædia, descriptionemque universæ naturalis Aristoteliæ philosophiæ, quibus adjuncta est præfatio in libros De physico auditu, Patavii, Melchiorem Novellum, 1596.
  • Oratio habita Ferrariae ad Clementem VIII pro S. P. Q. Centensi, Ferrariae, 1598.
  • Disputatio De formis quatuor corporum simplicium quæ vocantur elementa, Venetiis, 1605.
  • Oratio habita in creatione serenissimi Venetiarum principis Leonardi Donati, Venetiis, 1606.
  • Disputatio de cœlo, in tres partes divisa, de natura cœli, de motu cœli, de motoribus cœli abstractis. Adjecta est Apologia dictorum Aristotelis, de via lactea, et de facie in orbe lunæ, Venetiis, Thomam Balionum, 1613.
  • Oratione al serenissimo prencipe Giovanni Bembo nella sua essaltatione al Prencipato, 1616.
  • Apologia dictorum Aristotelis, de quinta cœli substantia adversus Xenarcum, Venetiis, Meiettum, 1616.
  • Il nascimento di Venezia, Venezia, 1617.
  • Oratione al serenissimo prencipe Antonio Priuli nella sua essaltatione al prencipato, 1618.
  • Il ritorno di Damone, Venezia, 1622.
  • Oratione in nome della Università di Padova, 1624.
  • Chiorindo e Valliero, Venezia, 1624.
  • Apologia dictorum Aristotelis De calido innato adversus Galenum, Venetiis, Deuchiniana, 1626.
  • Apologia dictorum Aristotelis De origine et principatu membrorum adversus Galenum, Venetiis, Hieronymum Piutum, 1627.
  • Expositio in digressionem Averrhois de semine contra Galenum pro Aristotele, 1634.
  • Tractatus tres. Primus est de sensibus externis. Secundus de sensibus internis. Tertius de facultate appetitiva, Venetiis, 1644.
  • Dialectica, Venetiis, 1663.
  • Le nubi, Venezia, Biblioteca Marciana, XIV, 47.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cesare Cremonini, Testamento, 1631
  2. ^ a b Fonte: G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, riferimenti in Collegamenti esterni.
  3. ^ In A. Favaro, Lo Studio di Padova e la Compagnia di Gesù sul finire del secolo decimosesto, 1878, pp. 489-496.
  4. ^ Cremonini in occasione del trasferimento di Galilei da Padova a Firenze si rammaricava scrivendo: «Oh quanto harrebbe fatto bene anco il S.r Galilei, non entrare in queste girandole, e non lasciar la libertà patavina.» (Portale Galileo)
  5. ^ Portale Galileo
  6. ^ Marco Forlivesi, Cesare Cremonini, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Filosofia (2012) , Enciclopedia Italiana Treccani
  7. ^ G. Galilei, epistola ad Johannem Keplerum, Paduae 19 Augusti 1610, in Id., Le opere, sotto la direzione di A. Favaro, 10° vol., 1934, lettera 379, p. 423
  8. ^ P. Gualdo, lettera a G. Galilei, Padova 6 maggio 1611, in G. Galilei, Le opere, cit., 11° vol., 1934, lettera 526, p. 100
  9. ^ P. Gualdo, lettera a G. Galilei, Padova 29 luglio 1611, in G. Galilei, Le opere, cit., 11° vol., lettera 564, p. 165
  10. ^ M. Forlivesi, ibidem
  11. ^ M. Forlivesi, Op.cit.
  12. ^ C. Cremoninus, Lecturae exordium, p. 39

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 100191791 LCCN: n85233191