Relatività galileiana

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La relatività galileiana è un principio di relatività che afferma che le leggi della meccanica sono sempre della stessa forma nei sistemi di riferimento inerziali.

Galileo Galilei descrisse per primo questo principio nel 1632 nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo utilizzando l'esempio di una nave in viaggio a velocità costante, senza scosse, su un mare perfettamente calmo. Qualunque osservatore che faccia esperimenti sotto coperta non riesce a determinare se la nave sia in moto o ferma.

Trasformazioni[modifica | modifica sorgente]

Galilei mise a punto delle regole di trasformazione dette trasformazioni galileiane che permettevano di spostare delle analisi da un osservatore ad un altro.

Quando effettuano le loro misure, i due osservatori sono lontani l’uno dall’altro e, siccome le loro osservazioni devono essere fatte nello stesso istante, devono scambiarsi dei segnali. Galilei era perfettamente conscio di tale problema, tanto che provò a misurare la velocità della luce fra due osservatori che facevano segnali con una lanterna. Ne dedusse che la velocità della luce è rapidissima e archiviò la questione come irrilevante ai fini pratici. Si noti che la quarta coordinata, il tempo, sia la stessa in entrambi i sistemi inerziali. Cioè nell’ambito della meccanica classica tutti gli orologi marciano con lo stesso ritmo, di conseguenza gli intervalli temporali fra due eventi successivi saranno gli stessi per entrambi gli osservatori. Benché questa ipotesi sia ovvia, essa risulta non essere corretta quando si ha a che fare con situazioni in cui la velocità è confrontabile con la velocità della luce.

Composizione della velocità[modifica | modifica sorgente]

La più importante conseguenza delle trasformazioni galileiane è la composizione della velocità. Un esempio viene dato da una barca che si muove con velocità v rispetto all'acqua di un canale che a sua volta si muove con velocità u rispetto alla riva. Un osservatore O è solidale con la riva, un altro O' con la barca.

Composizione velocita.png

La trasformazione galileiana ci dice che:

v_1(t) = v_2(t)+v_{1-2}(t)

e quindi che:

v = v_o\prime + u

La composizione dei moti si spiega nel quadro della relatività galileiana. O’ è solidale con la corrente e con la barca, trascinata dalla corrente. Per lui la barca è ferma e O si muove. Per O la barca si muove contro corrente con velocità vo’ e, insieme a O’, si muove parallelamente alla riva con velocità v. Se vo’ e u sono costanti, anche v è costante e quindi il moto della barca è rettilineo uniforme. Quindi, per l’osservatore O, le velocità della corrente e della barca si compongono sommandosi quando la barca va nel verso della corrente e sottraendosi quando va controcorrente. Va sottolineato che O’, con i suoi strumenti, misura sempre la velocità v della barca rispetto all’acqua e può anche misurare la velocità con la quale l’acqua scorre davanti ad O. Quest’ultimo misura anch’esso la velocità con la quale si muove l’acqua e, a differenza di O’, misura pure la velocità di O’ rispetto alla sponda del canale.

La freccia di Leonardo[modifica | modifica sorgente]

La composizione delle velocità era già nota a Leonardo da Vinci che nel codice Leicester scrive l’esempio di un arciere che lancia una freccia dal centro della Terra verso la superficie. L’esempio è ripreso in maniera più formale da Galilei (1632). Qui un osservatore esterno alla Terra vede comporsi il moto rettilineo della freccia lungo un raggio e il moto rotatorio della Terra. Il moto risultante sarà una spirale di Archimede.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Ogni moto può venire descritto solo rispetto a un osservatore il quale si ritiene fermo in quanto è solidale con il sistema di riferimento che utilizza per le sue misure. Il che porta a dire che ogni osservatore, chiuso all’interno del proprio sistema di riferimento, non può sapere se è in moto o è fermo. Galilei fa l’esempio di un gruppo di amici che effettuano diverse osservazioni nella stiva di una grande nave in movimento e vedono che queste non differiscono da quelle che hanno sempre effettuato sulla terraferma. Il principio di relatività si può esprimere in molti modi ma essenzialmente afferma che le leggi della fisica sono invarianti per osservatori in moto relativo uniforme. In pratica un sistema di riferimento inerziale (quindi in moto costante) corrisponde ad un sistema in quiete.

Limiti[modifica | modifica sorgente]

Le condizioni a priori della teoria della relatività galileiana sono che osservatori distanti, con diversi orologi:

  • possono attribuire un tempo comune ai fenomeni osservati
  • possono accertarsi se certi eventi sono contemporanei o meno

Si immagina che i due osservatori possano sincronizzare i loro orologi, inviandosi un segnale. Si può pensare che la sincronizzazione sia possibile anche se la velocità del segnale (luce) sia finita. Basta conoscerla. Ma ciò non è possibile poiché sulla dimensione temporale la relatività galileiana ha il suo limite.

Infatti verso la fine del 1800 Ernst Mach e diversi altri, fra cui Hendrik Lorentz, si scontrarono con i limiti della relatività galileiana, che non era utilizzabile per i fenomeni elettromagnetici. In particolare le leggi dell’elettricità e del magnetismo sembravano dipendere dal sistema di riferimento utilizzato. In pratica la trasformazione galileiana della velocità:

v = v_o ^\prime + u

non era applicabile alle onde elettromagnetiche.

Albert Einstein, nel formulare la teoria della relatività, si trovò quindi di fronte a due tipi di trasformazioni: le trasformazioni di Galileo, valide per la meccanica classica, e le trasformazioni di Lorentz, valide per l’elettromagnetismo ma prive di un supporto teorico convincente. La situazione era molto ambigua e non c'era un nesso tra i due tipi di trasformazioni.

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