Rapporto d'aspetto (immagine)

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Il rapporto d'aspetto (noto anche in lingua inglese come aspect ratio o ratio), indica il rapporto matematico tra la larghezza e l'altezza di un'immagine. Assieme alla risoluzione e al frequenza dei fotogrammi definisce le principali caratteristiche tecniche di un filmato.

Definizione[modifica | modifica sorgente]

Cinque rapporti d'aspetto comunemente usati
(Rappresentati tutti con la stessa altezza)
72×54 4:3
81×54 3:2
96×54 16:9
100×54 1.85:1
129×54 2.39:1

La notazione matematica del rapporto d'aspetto è indicata sotto forma di frazione, come «x:y» o «x/y», dove «x» è la larghezza e «y» l'altezza. Può essere anche indicato con il risultato, arrotondato, della divisione, come «1,3» o «2,35». Infine, può essere espresso come proporzione riferita all'unità, come «1,85:1» o «1,66:1».

In ambito cinematografico, in congiunzione al Pixel aspect ratio e allo Storage aspect ratio, definisce il formato dell'immagine nell'ambito del suo intero ciclo di vita: dalla creazione, alla memorizzazione ed infine alla visualizzazione.

Sono in uso numerosi rapporti, a seconda del campo di utilizzo delle immagini: cinema, televisione, computer grafica e fotografia hanno rapporti d'aspetto caratteristici.

Il cinema è il settore dove sono più numerosi, a seconda del periodo storico; i rapporti più comunemente usati, per esempio, sono oggi il «1.85:1» e il «2.39:1»[1].

In campo televisivo, i due formati più comuni sono il «4:3» (o «1.33:1»), di impiego pressoché universale per la televisione a definizione standard, e il «16:9» («1.78:1»), standard della televisione ad alta definizione e della televisione digitale europea. Altri rapporti esistono ma sono più rari.

In fotografia i rapporti d'aspetto più comuni sono il «4:3» e il «3:2», ma sono piuttosto diffusi anche gli altri rapporti, come il «5:4», il «7:5» e il formato quadrato «1:1».

Evoluzione dei rapporti d'aspetto nel cinema e nella televisione[modifica | modifica sorgente]

Cinque rapporti d'aspetto di uso comune comparati fra di loro, inscritti nella misura della diagonale dello schermo (la circonferenza nera). I due rettangoli più bassi e larghi (2,39:1, in viola, e 1,85:1, in giallo) sono due rapporti molto comuni nel cinema. Il rettangolo blu corrisponde al 16:9 ed è lo standard dei formati televisivi ad alta definizione. Il rettangolo verde (3:2) rappresenta un comunissimo formato fotografico, mentre il rettangolo più alto, in rosso, rappresenta il formato 4:3, usato sia in fotografia che nella televisione a definizione standard.

Limitazioni pratiche[modifica | modifica sorgente]

Nei formati cinematografici, le dimensioni fisiche della pellicola sono l'unico limite alla larghezza dell'immagine. Sul negativo, è disponibile tutta l'area compresa tra le perforazioni, mentre nel positivo da proiezione va considerato anche lo spazio occupato dalla traccia audio ottica.

Lo standard universale, stabilito da William Dickson e Thomas Edison nel 1892, è di quattro perforazioni di altezza per ogni fotogramma. La larghezza della pellicola è di 35 mm e l'area compresa tra le perforazioni è di 24,9 mm×18,7 mm[2] Con lo spazio per la traccia audio e l'altezza ridotta per mantenere la larghezza del fotogramma maggiore dell'altezza (imitando così la visione umana), il formato cosiddetto Academy fu standardizzato quindi di 22 mm×16  mm, con un rapporto d'aspetto di 1,37:1[3].

Terminologia cinematografica[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi CinemaScope e VistaVision.

L'industria cinematografica assegna un valore di 1 all'altezza del fotogramma e indica il rapporto d'aspetto in relazione a questo valore. Di conseguenza, un fotogramma anamorfico è indicato come 2,40:1 o 2,40. Nelle produzioni cinematografiche moderne, i rapporti usati sono di 1,85:1 e 2,40:1, mentre precedentemente era il rapporto 1,66:1 ad avere una certa diffusione soprattutto in Europa. Molti formati panoramici sono noti con una denominazione propria, come CinemaScope, Todd-AO, e VistaVision. Quest'ultimo, in particolare, merita una nota particolare per via del trascinamento della pellicola in senso orizzontale, con fotogrammi di otto perforazioni e rapporto d'aspetto di 1,58:1, simile al comune formato fotografico 24×36. Il film I dieci comandamenti e molti film di Alfred Hitchcock sono stati girati con questo procedimento.

Standard televisivi[modifica | modifica sorgente]

Il 4:3[modifica | modifica sorgente]

Un'immagine 4:3 rappresentata all'interno di un televisore 4:3.

Fino all'avvento dei televisori digitali, al plasma, LCD, Led, ecc. il rapporto 4:3 (1,33) è stato impiegato fin dalle origini in televisione e nei monitor per computer CRT. Deriva dal formato adottato per la pellicola cinematografica dopo l'avvento del cinema sonoro, e standardizzato dalla AMPAS nel 1927.

Il formato con proporzioni 4:3 è quello che più si avvicina alla visione umana che è di 155°h per 120°v e che corrisponde perciò a 4:3,075 cioè quasi precisamente lo stesso ratio. Uno schermo 4:3, di altezza 1 metro, posto ad una distanza di 11,08 cm dalla pupilla dell'occhio dell'osservatore, che riproducesse un'immagine 12000×9000 pixel, ovvero con una risoluzione di oltre 105 Megapixel (che è la risoluzione organica media dei coni e bastoncelli), occuperebbe l'intero campo visivo e replicherebbe, eccedendo lievemente, l'input ottico umano (considerando la stereovisione, con un dispositivo a tecnologia 3D).

Con la sempre maggiore diffusione degli apparecchi televisivi, a partire dagli anni cinquanta, vengono tuttavia definiti una serie di formati panoramici adottati dall'industria cinematografica allo scopo di aumentare la spettacolarità delle immagini. Il quattro terzi viene talvolta espresso come «12:9» per un raffronto diretto con il formato 16:9. Nel caso di un segnale 4:3 visualizzato su un televisore 16:9, la resa corretta delle dimensioni comporta l'aggiunta di bande laterali nere, un effetto chiamato pillarbox.

Un'immagine 4:3 rappresentata all'interno di un televisore 16:9. In questo caso il televisore allarga l'immagine per riempire tutto lo schermo; questa operazione produce tuttavia un'immagine deformata orizzontalmente e di minor qualità.
Un'immagine 4:3 rappresentata all'interno di un televisore 16:9. Essendo l'immagine 4:3 meno larga, due aree ai lati dello schermo rimangono vuote. Questo effetto è chiamato pillarbox.

Il 14:9[modifica | modifica sorgente]

Il bordo blu delimita un'immagine in formato 2,39:1. Il bordo rosso mostra un ritaglio in formato 1,85:1, mentre quello in giallo rappresenta il 14:9.

Il rapporto 14:9 (1,56) è un compromesso di transizione per creare immagini rese in modo accettabile sia su schermi in 4:3 che in 16:9, progettato dalla BBC dopo una serie di test su telespettatori. Veniva utilizzato da emittenti inglesi, irlandesi e australiane ed era piuttosto diffuso nella produzione pubblicitaria. È importante precisare che il 14:9 non esisteva come formato di ripresa, che in ambito televisivo è sempre fatta in 4:3 o 16:9, ma come formato di visualizzazione (o formato sorgente se ottenuto con la post-produzione).

L'uso più comune era su materiale in 16:9. Durante le riprese, le varie inquadrature venivano concepite in modo da non avere materiale importante troppo vicino ai bordi. Rispetto a riprese in 16:9, l'area visibile dopo la conversione sarà comunque maggiore rispetto al 4:3.

Durante la trasmissione in 4:3, i bordi dell'immagine vengono ritagliati o vengono aggiunte bande nere sopra o sotto l'immagine, entrambe le cose in misura inferiore rispetto a una conversione completa in 16:9, conservando così una maggiore area visibile. Se la trasmissione è in 16:9, l'immagine non viene ritagliata ma degli appositi segnali (flag) indicano al ricevitore che, a seconda delle scelte del telespettatore nelle impostazioni, è possibile convertirla in 14:9.

Se il materiale da trasmettere è già in 4:3, i bordi superiore e inferiore vengono ritagliati, e bande nere verticali sono aggiunte ai lati. Anche in questo caso, l'effetto è più gradevole rispetto a una conversione completa.

Il 16:9[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi 16:9.

Il rapporto 16:9 è alla base dell'alta definizione (HDTV), ma è oramai di diffusione sempre maggiore anche nella televisione standard (SDTV). I televisori e gli schermi 16:9 sono anche definiti «widescreen» («schermo largo»).

Un'immagine 16:9 rappresentata all'interno di un televisore 16:9
Un'immagine in formato 16:9. Le aree scure indicano la parte che non sarebbe visibile se fosse ripresa con la stessa altezza ma in formato 4:3

Uno schermo 16:9 con uguale altezza di un 4:3, corrisponde ad un formato più largo; globalmente rispetto a quest'ultimo ha il 133% della sua superficie visiva, acquisita negli spazi aggiuntivi delle periferie laterali.

Immagine in 4:3 (1,33:1)
Immagine in 16:9 (1,78:1).

Le due immagini sopra offrono una comparazione tra i formati 4:3 e 16:9. In questo caso l'immagine in 16:9 trae beneficio dalla maggiore area a disposizione. Si notino in particolare gli oggetti a sinistra del lampione e le sedie con i tavoli a destra, non visualizzati nella versione 4:3.

Le due immagini sono mostrate in modo che le rispettive altezze siano equivalenti. Comparare due formati sulla base delle dimensioni orizzontali o verticali dello schermo può dare una falsa impressione di superiorità di uno rispetto all'altro, poiché viceversa, comparando un'immagine 16:9 e una 4:3 mantenendo costante la larghezza, l'immagine in 4:3 appare avere un campo visivo di area maggiore.

Immagine in 4:3 (1,33:1)
Immagine in 16:9 (1,78:1).

In conclusione, il risultato della comparazione dipende dalla risoluzione e proporzione nativa delle immagini utilizzate per il raffronto.

Compatibilità con i vari sistemi widescreen[modifica | modifica sorgente]

Un'immagine 16:9 rappresentata all'interno di un televisore 4:3. L'immagine viene rimpicciolita in modo da entrare all'interno del 4:3; così facendo, si formano due barre vuote al di sopra e al di sotto dell'immagine. Questo è l'effetto letterbox.

Mentre nel cinema è molto semplice cambiare rapporto d'aspetto (è sufficiente adeguare i mascherini di cineprese e proiettori), i formati panoramici pongono tuttavia alcuni problemi nel processo di telecinema.

Si tratta, essenzialmente, di aggiungere bande nere sopra e sotto l'immagine (letterbox), di ritagliare i bordi dell'immagine, eventualmente decentrandola (pan and scan) oppure, nel caso di film in CinemaScope, di deanamorfizzare l'immagine di un valore un po' inferiore a quello nominale, accettando una certa distorsione. Eventualmente, questi tre metodi possono anche essere combinati tra loro.

Il 16:9 permette una maggiore compatibilità con le immagini cinematografiche nei rapporti 1,66:1 (European Flat), 1,85:1 (Academy Flat) e 2,35:1/2,40:1 (CinemaScope/anamorfico Panavision). A differenza di come verrebbe trasmesso su schermo 4:3, le bande nere risultanti dalla visione nei formati cinematografici sono più piccole e meno fastidiose. Ad esempio, in un televisore 16:9 un'immagine in formato 2,35:1 occuperebbe soltanto, di bande nere, il 25% circa, contro il 44% su un TV 4:3.

Un'immagine 16:9 rappresentata all'interno di un televisore 4:3. L'immagine è stata tagliata ai lati; parte dell'immagine originale è quindi persa. Questa tecnica, oggi sempre meno utilizzata, è detta Pan and scan.
Un'immagine 16:9 rappresentata all'interno di un televisore 4:3. In questo caso l'immagine non ha subìto trattamenti; viene quindi visualizzata schiacciata orizzontalmente.
Un'immagine originariamente 16:9 ma adattata in fase di trasmissione per schermi 4:3 con il metodo del letterbox, apparirà allungata orizzontalmente su un televisore 16:9.
Molti televisori 16:9 dispongono di una funzione, solitamente denominata «zoom», che allunga verticalmente l'immagine in modo da rimuovere i bordi neri causati dalla trasmissione in letterbox. In questo modo si ottiene un'immagine con proporzioni corrette ma di qualità inferiore, a causa dell'ingrandimento.

Aspetti della produzione televisiva[modifica | modifica sorgente]

Telecamere[modifica | modifica sorgente]

Nell'ambito della produzione televisiva, le telecamere di classe professionale da qualche anno a questa parte sono normalmente in grado di riprendere in entrambi i formati, anche se ovviamente i sensori e le ottiche sono ottimizzate per il formato 16:9. Qualche limitazione esiste per le telecamere di generazione più vecchia che non montano sensori 16:9.

Le telecamere in alta definizione dispongono sempre di un'uscita sottoconvertita su cui è disponibile il segnale a definizione standard, il quale è selezionabile sia in 16:9 anamorfico che in 4:3 con taglio dei bordi, oppure letterbox.

Cineprese[modifica | modifica sorgente]

La pellicola Super 16 mm è usata frequentemente nelle produzioni destinate alla televisione. Il Super 16 mm richiede pellicola monoperforata e usa tutta l'area disponibile al di fuori della perforazione. Per via del basso costo e della qualità delle riprese, è un sistema vantaggioso per eseguire riprese destinate a produzioni di alto livello a un costo inferiore alle apparecchiature televisive, tenendo conto che il negativo non viene stampato ma telecinemato.

Il bordo non perforato della pellicola, normalmente destinato alla traccia audio che qui non è prevista, permette di ottenere un rapporto d'aspetto di 1,66:1, molto simile al 16:9 (1,78:1). La qualità delle riprese è sufficiente anche per una stampa in 35 mm destinata alla proiezione cinematografica.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Super 16 mm.

Telecinema[modifica | modifica sorgente]

Il formato video all'uscita da un telecinema è selezionabile secondo le esigenze di produzione. In modalità Pan & Scan, è anche possibile scegliere di volta in volta quale parte dei bordi sacrificare.

Mixer video[modifica | modifica sorgente]

Tutti i mixer video in produzione posso operare indifferentemente con qualsiasi rapporto d'aspetto desiderato, posto che questo sia identico per tutti i segnali in ingresso e in uscita.

I mixer video più sofisticati sono in grado di operare automaticamente conversioni di formato e di gestire segnali sia in 4:3 che in 16:9, programmando in anticipo il tipo di conversione richiesta.

Trasporto e visualizzazione del segnale[modifica | modifica sorgente]

Esempi di configurazione di un multiviewer per segnali in 16:9.

L'interfaccia SDI permette il trasporto di segnali di entrambi i formati.

In effetti, nella versione più diffusa, a 270 Mbit/s, non c'è alcuna differenza pratica tra un segnale in 4:3 e uno in 16:9, a parte il rapporto d'aspetto dei pixel. Mixer video, matrici e videoregistratori/video server sono quindi in grado di gestire agevolmente entrambi i rapporti d'aspetto senza problemi. Naturalmente, è da considerare il fatto che i segnali non vengono convertiti ma instradati così come sono, per cui una serie di clip in uscita da un videoserver dovrà comprendere solo immagini di un solo formato per evitare problemi di visualizzazione.

In particolare, come mostrato nelle immagini seguenti, un'immagine nativa in 16:9 può essere visualizzata su monitor convenzionali in 4:3 sia in modalità anamorfica che letterbox. Nel primo caso l'immagine appare deformata verticalmente, nel secondo le proporzioni sono corrette ma una parte del monitor non viene utilizzata.

Immagine di esempio, ripresa in 16:9.
La stessa immagine, visualizzata in modalità anamorfica su un monitor in 4:3. L'immagine appare deformata in senso verticale ma il segnale è da considerarsi corretto, in quanto dipendente solo dal dispositivo di visualizzazione.
L'immagine di esempio con l'aggiunta di bande nere sopra e sotto. In questo modo si ottiene una visualizzazione corretta su un monitor in 4:3.

La modalità letterbox non va confusa con il finto 16:9 (vedi sotto) che è invece un segnale in 4:3: nel primo caso, infatti, si utilizza semplicemente una porzione minore del monitor senza intervenire sul segnale.

I multiviewer in uso negli studi sono configurabili per visualizzare agevolmente segnali di entrambi i formati.

Dal momento che l'effetto pillarbox dovuto alla conversione di un segnale 4:3 in 16:9 è molto fastidioso alla vista, molte emittenti, fra cui principalmente Sky Sport, riempiono le bande laterali con motivi grafici, in modo da utilizzare comunque tutta la larghezza dello schermo a disposizione.

Il finto 16:9[modifica | modifica sorgente]

Esigenze produttive e di marketing avevano portato, tra il 2007 ed il 2009, all'adozione di una tecnica di ripresa nota in gergo, in Italia, come finto 16:9 o anche 16:9 bandato. Questa tecnica consisteva nella generazione di un segnale standard 4:3 che conteneva un segnale di tipo letterbox. Visivamente, il formato era 16:9 ma in realtà una certa parte delle linee di scansione disponibili venivano sacrificate durante la ripresa. Le bande nere sopra e sotto l'immagine erano usate per inserire informazioni visive, come richiami pubblicitari, loghi e grafiche animate.
Anche con le attuali trasmissioni in standard 16:9 è possibile fare ciò (soprattutto in ambito pubblicitario), riprendendo in tale formato e aggiungendo, in post produzione, due bande nere sopra e sotto, dove inserire loghi, informazioni, ecc.
Questo procedimento viene chiamato finto 21:9, riferito alla somiglianza dello spessore delle bande nere create in post produzione con quello delle bande nere che si creerebbero su una tv 16:9 in caso di visualizzazione nel formato Cinemascope.

Critiche al formato 16:9[modifica | modifica sorgente]

Un'immagine 16:9 adattata per schermi 4:3 con il letterbox, può apparire (a seconda delle impostazioni del televisore) circondata da bordi neri in tutti i lati se visualizzata su uno schermo 16:9. Questo effetto è detto inscatolamento o, in inglese, windowbox.

L'esistenza di più rapporti d'aspetto crea lavoro aggiuntivo alla produzione audiovisiva, e non sempre con risultati adeguati. È piuttosto frequente che un film in formato panoramico sia visualizzato in maniera alterata (tagliato o espanso oltremisura). Il 4:3 bandato, in particolare, è molto problematico nella resa su monitor in 16:9, perché se viene convertito come letterbox, il risultato mostrerà sia le bande nere sopra e sotto, sia quelle laterali, con un risultato noto in gergo come inscatolamento, cioè con l'immagine visibile all'interno di un rettangolo nero più ampio.

Sia le trasmissioni PAL che NTSC prevedono l'uso di un segnale inserito sull'intervallo di ritorno verticale e chiamato Active Format Description (AFD) che permette a monitor e televisori (e anche ai convertitori usati nella catena video) di determinare il rapporto d'aspetto del segnale in ingresso e determinare se necessiti di conversione. I televisori domestici sono in grado di adeguare la visualizzazione alla trasmissione ricevuta (Si veda la specifica ITU-R BT.1119-1 - Wide-Screen signalling for broadcasting). Anche il segnale trasportato da cavi SCART usa una linea di stato per identificare il materiale in 16:9.

In ogni caso, chi si occupa di riprese televisive deve sempre considerare le diverse forme di visualizzazione del materiale prodotto. È prassi comune mantenere tutte le informazioni necessarie di azione e di informazione (come scritte e titoli grafici) all'interno dell'area centrale che viene mantenuta anche in caso di taglio dei bordi laterali (safe area).

Rapporti d'aspetto in uso nel passato e in epoca moderna[modifica | modifica sorgente]

Rapporto d'aspetto (DAR) Descrizione Noto come
1,17:1 Formato Movietone, usato nei primi film sonori in 35  mm, alla fine degli anni '20, soprattutto in Europa. La colonna sonora ottica era posta di fianco al fotogramma 1,33, riducendone la larghezza. La Academy Aperture definì il rapporto a 1,37 abbassando l'altezza del fotogramma.
Il miglior esempio di questo rapporto sono i primi film sonori di Fritz Lang: M - Il mostro di Dusseldorf e Il testamento del dottor Mabuse.
Il formato di questo fotogramma è molto simile a quello usato oggi per la fotografia anamorfica.
1,25:1 Il sistema televisivo inglese a 405 linee usava questo rapporto d'aspetto dalla sua introduzione fino al 1950, quando venne modificato nel più comune 1,33.
1,33:1 Rapporto originale del cinema muto in 35  mm, usato comunemente per le produzioni televisive, dove è più noto come 4:3. È inoltre uno degli standard previsti per la compressione MPEG-2. 4:3
1,37:1 Rapporto d'aspetto del formato cinematografico in 35 mm ufficialmente adottato dall'AMPAS ed utilizzato tra il 1932 e il 1953. Veniva utilizzato fino a qualche tempo fa anche per produzioni moderne, e costituisce inoltre lo standard per il 16  mm
1,43:1 Formato IMAX. Le produzioni IMAX usano pellicola da 70  mm, che a differenza delle cineprese convenzionali in 70 mm viene fatta scorrere orizzontalmente, per una maggiore area del negativo.
1,5:1 Rapporto d'aspetto usato per la fotografia in 35  mm, con fotogramma di 24×36  mm 3:2
1,56:1 Chiamato anche 14:9, è spesso usato per la produzione di filmati pubblicitari, come un formato di compromesso tra il 4:3 e il 16:9. Le immagini risultanti possono essere usate sia su televisori tradizionali che widescreen, con effetti di letterbox o pillarbox minimizzati. 14:9
1,66:1 Conosciuto anche come European Flat, era un rapporto standard del cinema panoramico europeo, nativo per la pellicola Super 16 mm (5:3/15:9, espresso talvolta come "1,67") e utilizzato per la prima volta dalla Paramount. In Italia veniva spesso utilizzato per le fiction girate prima del 2001 e per alcuni film cinematografici. Agli attuali prodotti in questo formato, viene applicato un leggero crop per portare il master a 1,77:1 (nel caso di trasmissione TV), a 1,85:1 (nel caso di DVD post restauro della pellicola) o semplicemente vengono aggiunte due bande nere ai lati sinistro e destro altrettanto leggere creando un pillarbox e visualizzando correttamente in 16:9 il tutto.
1,75:1 Un formato panoramico sperimentale in 35  mm, usato dalla Metro-Goldwyn-Mayer e in seguito abbandonato.
1,78:1 Rapporto standard per il video ad alta definizione, chiamato comunemente 16:9. È uno dei tre rapporti previsti per la compressione video MPEG-2. 16:9
1,85:1 Conosciuto come Academy Flat, è un rapporto panoramico standard dapprima per le produzioni cinematografiche americane e inglesi, mentre attualmente in modo internazionale. Venne utilizzato per la prima volta dalla Universal-International nel 1953. Il fotogramma usa all'incirca l'altezza di 3 perforazioni di pellicola su 4. Esistono tecniche che permettono di girare con un passo di tre perforazioni per risparmiare pellicola.
2,00:1 Rapporto originale del SuperScope e del più recente Univisium.
2,20:1 Standard 70  mm, sviluppato per la prima volta dal Todd-AO negli anni 1950. Il 2,21:1 è specificato per l'MPEG-2 ma non viene utilizzato.
2,33:1 Schermi panoramici, schermi del cinema 21:9
2,35:1 Rapporto d'aspetto del 35 mm anamorfico dal 1957 al 1970, usato nel CinemaScope e nei primi anni dell'anamorfico della Panavision. Lo standard anamorfico è stato modificato leggermente in modo che le produzioni moderne abbiano in realtà un rapporto d'aspetto di 2,39,[1] anche se vengono di solito chiamate ugualmente 2,35, per tradizione. (Si noti che il formato anarmorfico ottiene una compressione orizzontale ottica dell'immagine e riempie completamente l'altezza del fotogramma di 4 perforazioni, ma ha il rapporto d'aspetto più largo.)
2,39:1 Rapporto d'aspetto del 35 mm anamorfico dopo il 1970, a volte arrotondato a 2,40:1[1]. Spesso chiamato commercialmente formato Panavision.
2,55:1 Rapporto d'aspetto originale del CinemaScope prima dell'aggiunta della traccia audio ottica. Era inoltre il rapporto del CinemaScope 55.
2.59:1 Rapporto d'aspetto del Cinerama ad altezza piena (tre immagini 35 mm proiettate fianco a fianco su uno schermo panoramico incurvato di 146°).
2,66:1 Rapporto d'aspetto dell'Anamorphoscope o Hypergonar, brevettato dal francese Henri Chrétien nel 1927 ed antesignano del CinemaScope. Un obiettivo anamorfico come quelli utilizzati per il CinemaScope poteva creare un'immagine con questo rapporto d'aspetto.
2,76:1 Rapporto d'aspetto dell'Ultra Panavision o MGM Camera 65 (65 mm con compressione anamorfica 1,25x). Utilizzato solo per pochi film tra il 1956 e il 1964, tra cui L'albero della vita (1957) e Ben-Hur (1959).
4,00:1 Rapporto d'aspetto del Polyvision (tre immagini in 35 mm con rapporto 4:3 proiettate fianco a fianco). Usato solo da Abel Gance per Napoleone (1927). Era il rapporto d'aspetto del formato Magirama, inventato nel 1956 dallo stesso Gance, che utilizzava anche degli specchi. 16:4

Rapporto d'aspetto in fotografia[modifica | modifica sorgente]

Il rapporto d'aspetto più comune in fotografia è probabilmente il 3:2 o 1,5:1 del formato 24×36 su pellicola 35 mm Questo rapporto è usato anche dalla maggior parte delle reflex digitali.

Un altro formato molto comune è il 4:3 (1,33), utilizzato dagli apparecchi conformi al sistema Quattro Terzi della Olympus e da quasi la totalità delle fotocamere digitali compatte, benché le più sofisticate di queste possano produrre immagini con formati più panoramici.

Il sistema APS prevede tre diversi formati:

  • APS-C ("classic") - 1,5:1
  • APS-H ("High definition") - 1.81:1
  • APS-P ("Panoramic") - 3:1

Le macchine a medio e grande formato offrono una certa varietà di formati, di solito indicati con le dimensioni del negativo in centimetri: 6×6, 6×7, 6×9 e 9×12 sono tra i più comunemente usati.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Il rapporto «2,39:1», a volte indicato come «2,40:1» (come accade nello American Cinematographer Manual della American Society of Cinematographers) è spesso erroneamente indicato come 2,35:1 (utilizzato solo nel film precedenti alla riforma della SMPTE del 1970)
  2. ^ Burum, Stephen H.(ed)(2004). American Cinematographer Manual(9th ed). ASC Press. ISBN 0-935578-24-2
  3. ^ Dal sito www.pinotti.co.uk. URL consultato il 27-12-2009.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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