Le Petit Soldat

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
(Reindirizzamento da Le petit soldat)
Le Petit Soldat
Le petit soldat.jpg
Anna Karina e Michel Subor in una scena del film
Titolo originale Le Petit Soldat
Paese di produzione Francia
Anno 1963
Durata 88 min
Dati tecnici B/N
Genere drammatico
Regia Jean-Luc Godard
Sceneggiatura Jean-Luc Godard
Fotografia Raoul Coutard
Montaggio Agnès Guillemot, Lila Herman e Nadine Trintignant
Musiche Maurice Leroux
Interpreti e personaggi

Le Petit Soldat è un film del 1963 diretto da Jean-Luc Godard.

Si tratta del suo secondo lungometraggio, girato in tempi record poco dopo l'uscita nelle sale del precedente Fino all'ultimo respiro, che nel frattempo si rivelerà un successo imprevedibile. “È la storia di un agente segreto, un uomo fiero di essere francese, […] è ancora un ragazzino, per questo l'ho chiamato ‘‘Le petit soldat'’” dichiara il regista.[1]

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Bruno Forestier, un giovane appartenente a un'organizzazione terrorista di estrema destra che combatte la resistenza algerina, giunge a Ginevra dalla Francia. Come copertura per il fatto di avere disertato dall'esercito ha un lavoro da fotografo. Il capo dei terroristi neri, un deputato populista, lo incarica di uccidere un giornalista della radio svizzera, Palivoda, considerato venduto alla causa algerina. Un amico fa conoscere a Bruno una ragazza che vorrebbe fare la fotomodella e scommette 50 dollari che si innamorerà di lei; poco dopo avergli presentato Véronica, aspirante attrice, incassa la scommessa.

Bruno si reca a casa della ragazza per un servizio fotografico; la interroga e viene a sapere che è una russa nata a Copenaghen e che i genitori sono stati fucilati durante la guerra. Anche Véronica dimostra interesse per lui. Il dialogo fra i due serve a esporre alcune convinzioni del regista a proposito del Cinema.

Il giorno seguente Bruno si accinge a colpire Palivoda, ma una serie di casi fortuiti glielo impedisce. Deve desistere, e poco dopo viene catturato da un commando del FLN algerino che agiscono a Ginevra. Rinchiuso in un appartamento viene torturato ma riesce a fuggire in maniera rocambolesca. Si rifugia da Véronica mentre ha ancora le manette ai polsi, e scopre che lei ha le chiavi per aprirle: anche la ragazza infatti fa parte del commando filo-algerino, però si è innamorata e ha intenzione di lasciare i complici.

Ma Véronica viene a sua volta rapita dai terroristi neri dell'OAS, per costringere Bruno a portare a termine la missione omicida. Il ragazzo uccide il giornalista, ma scopre che per Véronica è troppo tardi: è stata torturata e assassinata dai suoi rapitori. “Mi restava solo una cosa” dice la voce fuori campo di Bruno nel finale, “imparare a non essere amaro: ma ero contento perché mi restava davanti tanto tempo”.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Inserito a pieno titolo nel nuovo cinema giovane francese, dopo ‘'Fino all'ultimo respiro'’ Godard decide all'improvviso di fare un film politico per smentire la fama di disimpegno degli autori della sua generazione: “Si rimprovera alla Nouvelle Vague di mostrare solo gente a letto; voglio mostrare adesso gente che fa politica e che non ha tempo di andare a letto. La politica in quel momento era l'Algeria.” [2] In questo modo però si attira critiche sia da destra e da sinistra, fino al punto di ricevere lettere minatorie.[3] La guerra d'Algeria è in corso, sembra impossibile evitare di prendere posizione pro o contro: a favore dell'indipendenza, come la sinistra, oppure a favore dei Pieds noirs come avviene a destra. Godard ha scelto di raccontare la storia come un lungo flashback, la sua ispirazione esplicita è La signora di Shanghai di Orson Welles,[1] anche se la versione montata rispetto alla sceneggiatura scritta attutisce questo effetto di racconto effettuato a posteriori, quasi una prospettiva di distanza storica per evitare di prendere posizione.[2] Vorrebbe essere il diario di Bruno Forestier che cerca di giustificarsi davanti alla macchina da presa come si fa davanti a un avvocato, o a uno psichiatra.[4] Il film viene censurato durante la seduta della Commissione di controllo il 7 settembre 1960, con 13 voti contro 6 (e 1 astenuto).[5] Il deputato di estrema destra Jean-Marie Le Pen propone addirittura in parlamento l'espulsione dalla Francia di Jean-Luc Godard, che all'epoca è ancora cittadino svizzero.[5]

In realtà Le petit soldat è un film politico che rifiuta di prendere partito. Bruno Forestier milita in un'organizzazione antesignana dell'OAS, ma legge il marxista André Malraux e rimpiange che la sua generazione non abbia una causa ideale come la Guerra di Spagna, e nella scena del dialogo con Véronica poco prima del rapimento fa una citazione difficile da controllare: “C'è questa frase molto bella, di chi è? Credo sia di Lenin: L'etica è l'estetica dell'avvenire.”

Anna Karina[modifica | modifica wikitesto]

L'attrice che recita nella parte di Véronica Dreyer è una giovane danese emigrata a Parigi per sfondare nel cinema, ha 19 anni e un accento scandinavo molto caratteristico. Ha già incontrato Godard l'anno precedente in occasione di un provino per un ruolo minore in Fino all'ultimo respiro, ma non è stata scritturata perché ha rifiutato di levarsi i vestiti. Al momento di assegnare i ruoli per Le Petit Soldat, Godard le invia un telegramma proponendole il ruolo di protagonista. I dialoghi di questo film sono scritti pensando a lei; nella scena della seduta fotografica è Godard che le pone domande piene di complimenti, poi monta il piano alternato con Michel Subor. È il suo modo di corteggiarla.[1]

Quell'attrice è conosciuta a Parigi con il nome d'arte di Anna Karina. Lei e Godard si sposano il 3 marzo 1961 presso Losanna.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

In "Fino all'ultimo respiro" la protagonista femminile si chiede: "Non so se sono infelice perché non sono libera, o non sono libera perché sono infelice". Qui Bruno si dirà:"Non erano più le luci di Ginevra, ma quelle di Rio de janeiro. Ero felice di essere libero, o ero libero di essere felice?"

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Roberto Turigliatto (a cura di), Passion Godard il cinema (non) è il cinema, Centro Espressioni Cinematografiche, 2009, ISBN 9788889887080.
  2. ^ a b Alberto Farassino, Jean-Luc Godard, Il Castoro cinema, 1996, ISBN 9788880330660.
  3. ^ Alain Bergala (a cura di), Jean-Luc Godard par Jean-Luc Godard, Paris, Cahiers du Cinéma, 1998.
  4. ^ Jean Luc Godard, Il cinema è il cinema, Milano, Garzanti, 1972.
  5. ^ a b Antoine de Baecque, Godard - biographie, Paris, Bernard Grasset, 2010, ISBN 9782246647812.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alberto Farassino, Jean-Luc Godard, Il Castoro cinema, 2007, ISBN 9788880330660.
  • (FR) Antoine de Baecque, Godard - biographie, Paris, Grasset, 2010, ISBN 9782246647812.
  • Roberto Turigliatto (a cura di), Passion Godard – il cinema (non) è il cinema, Centro espressioni cinematografiche/La cineteca del Friuli, 2010, ISBN 9788889887080.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Cinema Portale Cinema: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cinema