Una donna sposata

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Una donna sposata
Une femme mariée.jpg
Macha Méril in un scena all’inizio del film
Titolo originale Une femme mariée
Paese di produzione Francia
Anno 1964
Durata 96 min
Colore bianco e nero
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Jean-Luc Godard
Soggetto Jean-Luc Godard
Sceneggiatura Jean-Luc Godard
Casa di produzione Anouchka Films, Orsay Films
Distribuzione (Italia) Cormons
Fotografia Raoul Coutard
Montaggio Andrée Choty, Françoise Collin, Agnès Guillemot e Gérard Pollicand
Musiche Ludwig van Beethoven
Scenografia Henri Nogaret
Interpreti e personaggi

Una donna sposata (Une femme mariée) è un film del 1964 diretto da Jean-Luc Godard, l'ottavo lungometraggio del regista franco-svizzero. È la cronaca di 24 ore nella vita di una giovane donna sposata; porta come sottotitolo la didascalia Frammenti di un film girato nel 1964.
Il titolo originale, La femme mariée, (“La donna sposata”) viene proibito dalla censura perché estendeva a tutte le donne il comportamento extraconiugale della protagonista; usando l'articolo determinativo invece Godard voleva dare l'impressione di non presentare una storia particolare, bensì un vero e proprio saggio sulla donna contemporanea.[1]

« Dal momento che la sessualità di trova al centro di questo film, si trattava di trovare il modo di filmarla in maniera adeguata. Godard, pudico calvinista, inventò la frammentazione del corpo in primissimi piani incredibilmente suggestivi seppur estetici e privi di psicologia. »
(Macha Méril[2])

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il film inizia con una serie di inquadrature frammentarie del corpo nudo di una donna (gambe, mani, schiena), a volte accostato a quello di un uomo sopra un lenzuolo, sul suggestivo sfondo dei Quartetti per archi di Beethoven.

« Godard ha staccato il suono dalle immagini, dando alle musiche un ruolo fondamentale e non emozionale, in modo particolare nel film Une femme mariée in cui frammenti dei Quartetti di Beethoven narrano la ripetizione dei gesti, lo strazio della separazione, l'aspetto soffocante della vita coniugale in contrasto con le immagini, fredde e quasi scientifiche. »
(Macha Méril[2])

Poco per volta la macchina da presa inquadra anche il viso della donna, Charlotte, sposata con un pilota d'aereo; l'uomo che è con lei, Robert, è invece attore di teatro. Durante la scena, una voce off recita sottovoce brevi frasi tratte da messaggi pubblicitari che parlano della bellezza femminile.
Dopo l'amore, Charlotte deve passare da scuola a prendere il bambino, figlio di un precedente matrimonio del marito. Si fa dare un passaggio in auto da Robert, poi prende alcuni taxi uno dopo l'altro, con l'intento di sviare eventuali pedinamenti commissionati dal marito. Charlotte si reca con il bambino all'aeroporto, dove Pierre arriva dalla Germania portando in volo il regista Roger Leenhardt, che ha assistito all’apertura del processo ai carcerieri del campo di concentramento di Auschwitz[3] che è anche invitato a cena.
Durante la serata a casa della coppia, Pierre, Charlotte e Leenhardt tengono ognuno una sorta di monologo, rispettivamente sulla memoria, sul vivere nel presente e sull'intelligenza.
Il mattino seguente anche la domestica di casa M.me Céline tiene il suo monologo a Charlotte: una lunga citazione letteraria dal romanzo Morte a credito, appunto di Louis-Ferdinand Céline. Charlotte, che lavora per un rotocalco femminile, si reca a incontrare delle fotomodelle sul lavoro, ascolta discorsi femminili da due ragazzine sedute al tavolo vicino, che parlano della loro “prima volta”, infine va a farsi visitare da un ginecologo che le consegna l'esito di un esame di gravidanza: l'esito è positivo, Charlotte aspetta un bambino, ma non sa determinare se sia del marito Pierre o dell'amante Robert. Quest'ultimo le ha dato appuntamento al cinematografo dell'aeroporto di Orly (dove proiettano Notte e nebbia di Alain Resnais), dal momento che è in partenza per recitare Racine. Quasi inevitabilmente finiscono a letto nell'albergo dell'aeroporto, con sequenze di immagini speculari a quelle viste all’inizio del film. Charlotte turbata cerca di sapere dall'uomo quale differenza ci sia tra la vita e una commedia.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Jean-Luc Godard inizia la lavorazione di Una donna sposata quasi per scommessa. L’idea nasce durante il festival di Cannes del maggio 1964, dove il regista presenta Bande à part fuori programma. Luigi Chiarini, direttore della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia si rammarica che il regista non possa presentare nulla quell’anno stesso per il suo concorso; Godard invece gli garantisce che parteciperà con un nuovo film ancora da girare.[4]
Le riprese iniziano a tempo di record, il 29 giugno. Godard contravviene a una delle regole che si è dato, sulla quale fonda in parte il proprio metodo d’ispirazione: invece di girare le scene in sequenza, come al solito, le raggruppa per location in modo da risparmiare giornate di lavoro: inizia all’interno dei grandi magazzini Printemps, continua con il cinema Publicis annesso all’aeroporto di Orly e l’albergo adiacente, l’appartamento di Robert a Grenelle, la piscina Deligny con il bar dello stabilimento; infine, l’appartamento moderno dove Charlotte vive con il marito è reperito nel complesso residenziale Élysée 2 presso la tangenziale.[5]
Macha Méril è esattamente l’attrice che Godard cerca per questo film, ha fatto da modella al fotografo Richard Avedon; quando va a trovarla nell’appartamento di Auteuil, rimane a osservarla per un’ora senza parlare prima di ammettere che è perfetta ( o quasi, dal momento che le chiede di perdere 5 chili primi di iniziare le riprese, di lì a tre settimane).[6]

« Raoul Coutard, il direttore della fotografia, ha messo a punto la sua tecnica delle luci senza ombre, molto bianche, come gli haiku giapponesi.[...] Vedevo che Godard mi spiava, mi osservava, cercava degli angoli, dei dettagli, una spalla, la schiena, il collo, la bocca senza gli occhi, gli occhi senza la bocca. In modo confuso sapevo di appartenere a quel film e che quel film mi avrebbe per sempre inscritta nella marcia del cinema. »
(Macha Méril[2])

Il film arriva con il titolo La femme mariée sugli schermi della Mostra di Venezia l'8 settembre 1964, come promesso. L’accoglienza del pubblico è fredda, la stampa francese è entusiasta. Al termine della proiezione Michelangelo Antonioni, che vince il Leone d'Oro con Deserto rosso, si alza e abbraccia Godard, il quale ammetterà che con Il disprezzo avrebbe voluto fare un film come quello dell’italiano. Il 29 settembre però la commissione di controllo censura il film nel suo complesso, giudicando impossibile tagliare alcune scene. Grazie all’aiuto di André Malraux, e al contatto tra Macha Méril e Claude Pompidou, la moglie del presidente della Repubblica, il film riceve il visto con il taglio di alcune scene e il cambio dell’articolo nel titolo.

Analisi critica[modifica | modifica wikitesto]

Il precedente film Questa è la mia vita che Godard aveva girato nel 1962, già aveva come soggetto un'inchiesta sociologica; anche questo Una donna sposata ha l'ambizione di presentare la realtà non attraverso gli strumenti della fiction, della letteratura, bensì quelli delle scienze sociali.[7] Il regista dichiarerà infatti a Le Monde[8]:

« Ho preso in considerazione la donna come se fosse uno strumento, da un punto di vista tecnico. Se volete, il mio film è una specie di prospetto sulla donna, che è composta da braccia, da gambe, ventre, volto, da mani., da “ti amo”. È un’opera che pretende di essere documento sociologico, che descrive un determinato comportamento senza preoccuparsi del torto o della ragione. »
(Jean-Luc Godard)

Charlotte, il marito e l’amante sono trattati come oggetti, esattamente come le auto che compaiono nelle immagini, come gli aeroporti, i giornali, la biancheria intima, gli interni d’appartamento, le immagini pubblicitarie: tutto filmato allo stesso modo obiettivo, frontale, frammentato e astratto.[9]

« Ho lavorato come un etnologo, così come Lévi-Strauss avrebbe potuto dare l'idea di una donna in una società primitiva del Borneo, così ho cercato di dare l'idea della donna in una società primitiva del 1964. »
(Jean-Luc Godard[10])

La censura impone il taglio di un breve inserto documentaristico girato da Jacques Rozier sulla moda del costume da bagno monokini lanciata quell'anno stesso.[1] Per il ruolo della attrice protagonista, viene scritturata la ventiquattrenne franco-russa Macha Méril, dal momento che la moglie di Godard, Anna Karina, è impegnata con le riprese di Le soldatesse di Valerio Zurlini. Lo sguardo che si potrebbe definire “entomologico” del regista sul corpo di Macha Méril restituisce le più delicate e incantate scene d'amore del cinema moderno.[11]

« La contemplazione di Godard non è mai stata così intensa, così affettuosa, così affascinata. Non per nulla un buon terzo del film rappresenta mani che si accarezzano, che palpano, che toccano, che si intrecciano, che si aiutano, che si stringono, che si separano. »
(Alberto Moravia[12])

Il film è molto costruito sul montaggio, giocato sull'alternanza di parti della donna-oggetto e di oggetti veri e propri, come marche di profumi e manifesti pubblicitari di biancheria intima.

« Questo film molto grafico denuncia la potenza della pubblicità attraverso le immagini, utilizzando le sue stesse armi »
(Macha Méril[2])

È per questa ragione che la critica lo associa subito alla pop art, rendendo improvvisamente Jean-Luc Godard un regista moderno per antonomasia: il suo è un discorso de diventerà sempre più critico sulla società dei consumi, sulla mercificazione (nel senso indicato da Walter Benjamin, come mercificazione del corpo, in modo particolare quello femminile, nella società neocapitalista.[13] Nasce anche con questo film il mito God-art come derivato da Pop-art, inventato dal critico comunista Georges Sadoul su Les Lettres Françaises.
Una donna sposata rappresenta una tappa importante del lavoro di Jean-Luc Godard sulla questione del monologo interiore sul grande schermo. Questo film porta un colpo alla concezione unitaria del monologo, che si frantuma in una serie di cocci, in una decomposizione dell’interiorità dei personaggi e del mondo esterno che è il risvolto cinematografico della tecnica che Dos Passos aveva introdotto nel romanzo: per esempio quando Charlotte confonde se stessa con le pagine dei settimanali che sfoglia.[14]

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • La scena di un aereo in volo, inserita all'inizio del film tra inquadrature di nudo, che sembra la metafora di un'erezione maschile, sostituisce in realtà un taglio imposto dalla censura; è anche un'anticipazione narrativa, dal momento che il marito di Charlotte è un pilota d'aviazione.[15] Le immagini tagliate finiranno poi nel libro fotografico Journal d'une femme mariée che il regista e l'attrice firmano insieme nel 1965.
  • In un primo tempo, per la parte di Charlotte il regista ha pensato a Stefania Sandrelli, che ha ammirato in Divorzio all'italiana di Pietro Germi, ma l’attrice italiana deve rinunciare perché è incinta della figlia Amanda che nascerà quell’anno stesso.
  • Il medico è interpretato da un vero ginecologo, la scena in cui appare è la prima del cinema francese a affrontare esplicitamente la questione della pillola contraccettiva.[6]
  • Roger Leenhardt, che interpreta se stesso in un cameo, è un amico dei Monod, la famiglia della madre di Jean-Luc Godard; appartengono tutti al cristianesimo riformato.
  • Il film è il primo di Godard a fare riferimento ai campi di concentramento nazisti, un tema che gli sarà particolarmente caro, fino a affermare che il cinema è morto quando ha fallito di riprendere i lager. In Una donna sposata quando Leenhardt racconta la battuta cinica che ha sentito in Germania (“Ho sentito dire che vogliono uccidere tutti gli ebrei e tutti i barbieri”, dice uno, e l’altro risponde: “perché i barbieri?”), Charlotte ribatte innocentemente: “sì, perché i barbieri?”, e confonde Auschwitz con le conseguenze teratogene del talidomide.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Farassino, p. 80
  2. ^ a b c d Macha Méril, À propos d'une femme mariée, in Nicole Brenez (a cura di), Jean-Luc Godard: documents, Paris, Centre Pompidou, 2006, p. 528, ISBN 978-2844262998.
  3. ^ 20 dicembre 1963 a Francoforte sul Meno.
  4. ^ de Baecque,  p. 259
  5. ^ de Baecque,  p. 263
  6. ^ a b de Baecque,  p. 262
  7. ^ Farassino, p. 79
  8. ^ Edizione del 25 agosto 1964.
  9. ^ de Baecque,  p. 260
  10. ^ Intervista su Le Monde, 5 dicembre 1964
  11. ^ Farassino, p. 82
  12. ^ Alberto Moravia, Al cinema, centoquarantotto film d'autore, Milano, Bompiani, 1975.
  13. ^ Farassino, p. 83
  14. ^ Gilles Deleuze, L’immagine-tempo (Cinema-2), Ubulibri, 1989, p. 203, ISBN 88-7748-088-2.
  15. ^ Farassino, p. 81

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Alberto Farassino, Jean-Luc Godard, Il Castoro cinema, 2007.
  • Macha Méril e Jean-luc Godard, Journal d'une femme mariée, Denoël, 1965, p. 98, ISBN 978-2207211755.
  • Antoine de Baecque, Godard - biographie, Paris, Grasset, 2010, ISBN 9782246647812.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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