Arcidiocesi di Tarso

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Tarso
Sede arcivescovile titolare
Archidioecesis Tarsensis
Patriarcato di Antiochia
Sede titolare di Tarso
Mappa della diocesi civile dell'Oriente (V secolo)
Arcivescovo titolarevacante dal 5 marzo 1973
IstituitaXIII secolo
StatoTurchia
Arcidiocesi soppressa di Tarso
Diocesi suffraganeeSebaste, Mallo, Augusta, Corico, Zefirio
ErettaII - III secolo
SoppressaXIII secolo
Dati dall'annuario pontificio
Sedi titolari cattoliche
La chiesa di San Paolo a Tarso.

L'arcidiocesi di Tarso (in latino: Archidioecesis Tarsensis) è una sede soppressa del patriarcato di Antiochia e una sede titolare della Chiesa cattolica.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Tarso fu una sede metropolitana e capoluogo della provincia romana della Cilicia Prima nella diocesi civile di Oriente e nel patriarcato di Antiochia.

La diffusione del Cristianesimo a Tarso si deve senza dubbio a san Paolo che, dopo la conversione avvenuta intorno all'anno 30, trascorse qualche tempo nella città in cui era nato. Il martirologio romano ricorda diversi santi e martiri di Tarso: tra questi santa Pelagia, i santi Quirico e Giulitta, il vescovo Atanasio, Castore e Doroteo.

Secondo la tradizione, l'erezione della diocesi risale ai primi anni di diffusione della religione cristiana, con i vescovi Giasone ed Erodione, discepoli di san Paolo, menzionati nella lettera ai Romani (16,11-21[1]). Tuttavia notizie certe si hanno a partire da alcuni scritti risalenti alla seconda metà del III secolo, in cui il vescovo della Cilicia Eleno viene indicato come amministratore di alcune diocesi suffraganee, a conferma del fatto che la sede di Tarso (capitale della Cilicia) doveva essere una sede vescovile metropolitana.

Il nome di un altro vescovo di Tarso, Teodoro, compare negli atti del Concilio di Nicea del 325. Una personalità importante per la diocesi fu il vescovo Diodoro, che pose fine ad una controversia avuta tra il predecessore Silvano e gli ariani dopo essere stato esiliato dall'imperatore Aurelio Valerio Valente.

Secondo una Notitia Episcopatuum del VI secolo[2], Tarso aveva sei diocesi suffraganee: Adana, Sebaste, Pompeopoli, Mallo, Augusta e Corico. Per motivi inspiegabili è assente dalla Notitia la diocesi di Zefirio, documentata dal IV al VII secolo. Successivamente alla stesura della Notitia, le diocesi di Adana e di Pompeopoli furono elevate al rango di sedi arcivescovili autocefale. In origine appartenevano alla provincia ecclesiastica di Tarso anche la sede di Anazarbo con le sue suffraganee, che divenne provincia ecclesiastica distinta (Cilicia Seconda) a metà del VI secolo.

Verso la fine del VII secolo si interrompe la cronotassi dei vescovi bizantini, a causa della dominazione araba, che durerà fino al X secolo. In seguito all'arrivo degli arabi, molti cristiani si rifugiarono in Occidente. Fra questi occorre segnalare il monaco Teodoro, che verrà eletto arcivescovo di Canterbury nel 668. Dal 965 la città fu riconquistata dai bizantini, che la mantennero per alcuni secoli.

Tuttavia la dominazione araba non mise fine alla comunità cristiana. Infatti la città fu sede di una comunità della Chiesa ortodossa siriaca, attestata dal VII al XIII secolo nella Cronaca di Michele il Siro. Primo metropolita siro conosciuto fu Yohannan bar ʿEbrayta, consacrato dal patriarca Severo II bar Mashqe nel 668; seguirono altri sedici metropoliti noti, l'ultimo dei quali fu Yohannan, consacrato dal patriarca Michele il Siro (1166-1199).[3]

Durante il periodo delle Crociate, a partire dall'XI secolo venne eretta una sede episcopale di rito latino, con la costruzione della chiesa di San Paolo, che probabilmente ne fu la cattedrale. Sui resti di questa chiesa fu costruita in seguito la Ulu Camii, ossia la Grande Moschea.

Verso il 1132 la città fu occupata dagli armeni, che vi eressero una loro diocesi. Tra i primi vescovi si ricorda la figura di Narsète Lampronese.

La diocesi di rito latino fu invece definitivamente smantellata dopo il sacco da parte degli arabi nel XIII secolo e la presa da parte dei mamelucchi (1359).

Dal XIII secolo Tarso è annoverata tra le sedi arcivescovili titolari della Chiesa cattolica; la sede è vacante dal 5 marzo 1973.

Cronotassi[modifica | modifica wikitesto]

Arcivescovi greci[modifica | modifica wikitesto]

  • San Giasone †
  • Sant'Urbano †
  • Sant'Atanasio †
  • Eleno † (prima del 252 - dopo il 269)
  • Clino †
  • Lupo † (prima del 314 - 325 deceduto)
  • Teodoro I † (325 - ?)
  • Silvano † (prima del 359 - dopo il 368)
  • Acacio † (menzionato nel 360 circa)[4]
  • Diodoro † (379 - dopo il 381)
  • Falerio † (menzionato nel 394)[5]
  • Dositeo † (circa 415 - ?)
  • Mariano †
  • Elladio † (prima del 431 - 435 esiliato)
  • Teodoro II † (prima del 449 - dopo il 451)
  • Pelagio † (menzionato nel 458)
  • Nestore † (? - 489 esiliato)
  • Dionigi † (menzionato nel 512)
  • Sinclezio † (menzionato nel 530 circa)
  • Pietro † (menzionato nel 553)
  • Conone † (seconda metà del VI secolo)
  • Eustazio † (VII secolo)[6]
  • Teodoro III † (menzionato nel 680)
  • Anonimo † (menzionato nel 955)
  • Cosma † (X/XI secolo)[7]
  • Teofilo † (seconda metà dell'XI secolo)[8]

Arcivescovi latini[modifica | modifica wikitesto]

  • Rogerio † (menzionato nel 1100)
  • Stefano † (menzionato nel 1136)
  • Alberto † (menzionato nel 1186)
  • Pietro † (menzionato nel 1210)
  • Paolo † (menzionato nel 1215)
  • Anonimo † (27 luglio 1226 - ?)

Arcivescovi titolari[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Rm 16,11-21, su laparola.net.
  2. ^ Cfr. Echos d'Orient 1907, p. 94 e 145.
  3. ^ Chronique de Michel le Syrien, ed. Jean-Baptiste Chabot, vol. III, 1905, p. 503. Revue de l'Orient Chrétien, 1901, p. 205.
  4. ^ In epoca imprecisata, Silvano fu destituito e sostituito da Acacio. In seguito Silvano riebbe la sua sede.
  5. ^ (FR) Ernest Honigmann, Le concile de Constantinople de 394 et les auteurs du «Syntagma des XIV titres», in Paul Devos (dir.), Trois mémoires posthumes d'histoire et de géographie de l'Orient chrétien, Bruxelles, 1961, pp. 38-39.
  6. ^ Vitalien Laurent, Le corpus des sceaux de l'empire Byzantin, vol. V/2, Paris, 1965, nº 1538.
  7. ^ Vitalien Laurent, Le corpus des sceaux de l'empire Byzantin, vol. V/2, Paris, 1965, nº 1540.
  8. ^ Vitalien Laurent, Le corpus des sceaux de l'empire Byzantin, vol. V/2, Paris, 1965, nº 1541.
  9. ^ Mercedes Vázquez Bartomeu, Obispos in partibus infidelium en la archidiócesis compostelana (1405-1524), Hispania sacra, 54 (2002), pp. 216-220.
  10. ^ Mercedes Vázquez Bartomeu, Obispos in partibus infidelium en la archidiócesis compostelana (1405-1524), Hispania sacra, 54 (2002), pp. 221-222.
  11. ^ Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, vol. 72, p. 288.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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